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La festa si spegne piano, come una candela che ha bruciato tutto l’ossigeno disponibile.
Non succede nulla di eclatante dopo la veranda. Nessun litigio, nessuna possessione improvvisa, nessun tavolo che vola. Lo Spettro semplicemente… non c’è più. Il gelo alla nuca svanisce nel momento in cui rientriamo nel seminterrato, come se avesse deciso che per stasera ha già visto abbastanza. Perché? Non lo so. Forse si è divertita a guardarmi tremare di piacere e paura insieme. Forse ha calcolato che lasciarmi assaporare la vittoria rende la sconfitta futura più dolce per lei. O forse, semplicemente, non ha bisogno di intervenire ogni volta: sa che tornerò da solo nella mia stanza, prima o poi.
Silvia rientra per prima. Appena varca la porta a vetri viene risucchiata dalle amiche come da un vortice. Bea le urla qualcosa all’orecchio, Sofia le passa un bicchiere, Marika le fa l’occhiolino complice. Ballano, ridono, si muovono in quel modo che solo le ragazze sanno fare: un cerchio che si chiude e si apre, un linguaggio di sguardi e gomitate che io conosco a memoria dopo quattro anni in classe con loro. Silvia mi tiene d’occhio, però. Non è possessiva in modo evidente, non mi corre dietro. Ma ogni volta che giro la testa la trovo lì: un’occhiata rapida, un sorriso storto, un sopracciglio alzato se vede che mi avvicino troppo a qualcuno. Soprattutto a Francesca.
Francesca è rimasta sola, in un angolo del seminterrato, bicchiere in mano, sguardo perso. Errico se n’è andato da un pezzo – l’ho visto uscire prima con un gruppo di amici della 5^ C, ridendo forte. Non si sono più rivisti, lei e lui. Forse hanno litigato in silenzio, forse lui si è stufato dei suoi giochetti. Fatto sta che Francesca è lì, sola, con quegli occhi azzurro ghiaccio che ogni tanto mi cercano, ma non si avvicina. Non stasera.
La festa finisce senza intoppi. Luci che si spengono a intermittenza, bicchieri di plastica calpestati, qualcuno che vomita in bagno, Francesco che saluta con pacche sulle spalle sudate – lui è andato via con Camilla Vanni già da un’ora, mano nella mano, ridendo come due scemi felici.
Fuori, il rumore dei motorini che partono uno dopo l’altro: calabroni arrabbiati che si disperdono nella notte livornese. Ci sono anche i monopattini elettrici, quel ronzio acuto e moderno che stride con i vecchi scarichi truccati dei 50cc.
Silvia compare all’improvviso sul cancello arrugginito, con Marika, Serena e Nicole. Tutte e quattro con il loro mezzo:
Silvia sul suo monopattino personale, nero opaco con adesivi glitterati.
Nicole su uno a noleggio (arancione del servizio comunale), canottiera bianca, pantaloncini corti, chiodo di pelle nero buttato sulle spalle. È carina, ha quel fascino da ragazza che non si sforza troppo ma sa di piacere.
Serena su un vecchio Ciao anteguerra, vernice sbeccata, pedana arrugginita. Jeans stretti e una t-shirt larga che le arriva quasi alle ginocchia. Non è appariscente come le altre due, ma ha quel “suo perché”: occhi grandi, sorriso timido, un modo di ridere che ti fa venire voglia di proteggerla.
Marika, ovviamente, a piedi: “Tanto io sto qui vicino, fate schifo con ‘sti cosi”.
Ridono forte, piene di doppi sensi tipicamente femminili. Io li conosco bene, quei discorsi: allusioni velate, “hai visto che faccia ha fatto?”, “secondo me stasera qualcuno non dorme solo”, risatine che si interrompono quando mi vedono arrivare.
«André, t’accompagno?» dice Silvia, con quella erre moscia che mi fa sempre un effetto strano allo stomaco.
Le altre esplodono in un coro di «Oooooh!» e gomitate. Nicole alza gli occhi al cielo ma sorride, Serena arrossisce e si sistema la t-shirt.
«Vado a piedi,» dico io, per abitudine.
«Macché a piedi,» ribatte Silvia. «Sali davanti. Guida tu, che io mi appoggio.»
Monto sul monopattino. È stretto, instabile. Silvia si mette dietro, mi circonda la vita con le braccia, appoggia il mento sulla mia spalla. Le sue mani calde sotto la maglietta, il petto premuto contro la mia schiena. Accelero piano, le ruote ronzano sull’asfalto irregolare. Le altre partono davanti: Serena sul Ciao che tossisce fumo bluastro, Nicole che slitta un po’ con il monopattino a noleggio, Marika che urla «Non fate cazzate!» dal cancello.
Siamo soli.
Il vento della notte ci prende in faccia mentre scendiamo verso il mare. Silvia mi stringe più forte, le braccia che mi avvolgono, il respiro caldo sul collo. Io guido piano, non voglio far cadere nessuno. Sento il suo calore, il suo profumo di fragola mischiato a sudore e notte.
Il mare in lontananza sbuffa, manda folate di salsedine che sa di alghe e libertà. Le luci della Terrazza Mascagni passano lontane, gialle e bianche. Non parliamo molto. Ogni tanto lei gira la testa di lato e mi bacia la guancia, io rallento un attimo per sentire meglio quel contatto.
La vita è bella, in quel momento.
Solo noi due, un monopattino che vibra sotto i piedi, il rumore del mare e il ricordo di un bacio che sa ancora di fragola e birra tiepida.
Non siamo una coppia.
Non ce lo siamo detti.
Non abbiamo messo etichette.
E forse è meglio così.
Se definissimo questa cosa, se dicessimo “stiamo insieme”, forse diventerebbe pesante, forse Silvia si spaventerebbe, forse io mi chiuderei di nuovo nella paura di perdere tutto.
Per ora è solo questo: una ragazza che mi vuole da sette anni, un bacio sulla veranda, un monopattino che corre piano verso casa, le sue braccia strette intorno a me, e il profumo di salsedine che ci avvolge.
Lo Spettro non si è fatto più sentire.
Ma so che è lì, da qualche parte.
Aspetta il suo momento.
Per stasera, però, vincono il ronzio del monopattino, il calore della schiena di Silvia contro la mia e il suo “André…” sussurrato all’orecchio mentre accelero piano verso casa.
E va bene così.
Parcheggio il monopattino sotto casa. È mezzanotte e mezza. Alzo lo sguardo verso la facciata del palazzo: le luci in casa mia, al terzo piano, sono accese. Segno inequivocabile che papà mi aspetta al varco.
Silvia mi stringe il braccio, tirandomi leggermente a sé. Vuole essere baciata ancora, e io non me lo faccio certo dire due volte. Le sue labbra sono una droga. So già che mi terranno sveglio tutta la notte con questo sorriso ebete stampato in faccia. O forse mi terrà sveglio qualcun'altra? Non lo so, e in questo momento non mi interessa affatto. Mi interessa solo affondare la mano nei suoi capelli, fare una leggera pressione sulla sua nuca per spingerla ancora più vicino a me. Lei infila le sue manine gelate sotto la mia t-shirt, risalendo lungo la pelle nuda e graffiandomi leggermente la schiena. Un brivido che stavolta è solo vita.
Ci stacchiamo a fatica. Salgo le scale con il cuore che batte a mille, cercando di ricompormi prima di infilare la chiave nella toppa. Apro la porta di casa: il borsone del calcetto è lì, abbandonato a fianco all'ingresso. È quello di mio padre. Ecco perché mi aveva mollato i 25 euro sul wallet ed era sparito; era andato a scaricare la tensione sul campo, lasciandomi solo con i miei fantasmi.
Lui è sul divano in sala, mezzo addormentato. La TV è accesa su Rete 4, una di quelle tribune politiche dove si urlano addosso. Bleah. Il rumore della porta che si chiude lo fa sobbalzare. Si sveglia di botto e mi inquadra; ha ancora i capelli leggermente umidi della doccia post-partita.
«André, ma che cazzo…» sbotta, con il livornese che si fa più greve per il sonno. «È più di mezzanotte.»
«Ciao papà, tutto bene il calcetto?» rispondo scocciato, indicando il borsone per prevenire le sue domande e butto le chiavi sul mobiletto. Dopo la morte di mamma parliamo poco, quasi a fatica, limitandoci a frasi brevi e fredde.
«Non sviare quando ti parlo,» mi rintuzza lui, tirandosi a sedere e puntandomi il dito contro. «Non far finta di niente e guardami in faccia. Domani hai scuola, cazzo!»
«Sì, lo so papà, hai ragione, scusa. È tardi.»
Faccio per tagliare la corda verso il corridoio, ma lui si ferma. La mia espressione deve averlo incuriosito, perché aggrotta la fronte. Mi scruta, e il suo tono cambia, abbassandosi in un modo strano, quasi indagatore.
«André… con quella faccia lì, stasera ti sei divertito?»
Mi blocco. Doppi sensi da papà? E da quando? Quando mai ha provato a fare il confidente o il complice?
«Sì, papà,» rispondo, e non riesco a trattenere una risatina nervosa.
Lui si alza dal divano e fa un passo verso di me. Mi annusa. Sente subito la puzza di birra che mi porto addosso, mista al profumo di Silvia. Storce il naso, contrariato, e il momento di "complicità" finisce prima ancora di iniziare.
«Vai a fare la doccia, vai. Che ho visto l'ora ed è tardissimo,» taglia corto. «Ci vediamo domani mattina.»
Prende il telecomando, spegne la TV con un colpo secco e se ne va a letto anche lui.
Resto solo nel silenzio dell'ingresso. Faccio un respiro profondo, mi passo una mano sul collo sudato e vado ad aprire la porta della mia camera.
Entro, ed è lì.
Svolazza in cerchio sul soffitto, lenta e silenziosa come un predatore in un acquario. Il vestitino a fiori le si muove addosso, scoprendo le gambe nude fino ai suoi piedini pallidi e perfetti che sfiorano l'intonaco.
Si ferma. Si volta a guardarmi dall'alto verso il basso, con quegli occhi neri, immensi, che sembrano risucchiare tutta la luce della stanza.
Poi ride. Un sorriso muto che mi gela il sangue nelle vene.
«Ora sei tutto mio.»