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Creato il 05/09/2026, 13:33 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:33

Capitolo 10: Nella sua rete

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza
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Chiudo la porta della camera con un sospiro profondo, il clic della serratura che echeggia come un punto finale. Fuori resta il mondo: il ronzio dei motorini lontani, il profumo di salsedine che si aggrappa ai vestiti, il ricordo ancora caldo delle labbra di Silvia. Dentro, solo io e questa deformazione della realtà. Il buio della stanza mi avvolge, interrotto dalla striscia LED blu che tremola incerta, come se anche lei sapesse che non siamo soli.

Alzo gli occhi al soffitto.

Lei è lì, che svolazza lenta, un cerchio pigro e ipnotico, come un falco che sorvola la preda. Il vestitino a fiori le si muove addosso, scoprendo le gambe nude fino ai piedini pallidi e perfetti che sfiorano l'intonaco. Si ferma. Si volta a guardarmi dall'alto verso il basso, con quegli occhi neri, immensi, che sembrano risucchiare tutta la luce della stanza.

Poi scende.

Non in un lampo. Non in un vortice. Semplicemente… scivola giù, come se l’aria fosse acqua e lei un predatore che emerge dal profondo. Atterra – no, fluttua – esattamente al centro della stanza, i piedi nudi che non sfiorano il pavimento ma sembrano premere contro l’aria stessa, come se il vuoto la sostenesse per pura volontà.

Il vestitino a fiori è immobile, non un lembo si muove, eppure l’aria intorno a lei vibra, come se respirasse. Le gambe affusolate sono tese, i muscoli pallidi tesi come corde pronte a scattare. Ma sono gli occhi a farmi mancare il respiro: non più pozzi neri, ma due voragini che si allargano, si dilatano, fino a occupare quasi tutto il viso diafano. Non c’è bianco, non c’è pupilla. Solo nero assoluto, che sembra assorbire la luce della striscia LED blu sulla parete, spegnendola piano, centimetro dopo centimetro.

Non ride stavolta.

Sorride.

Un sorriso lento, lentissimo, che le allunga le labbra pallide fino a mostrare i denti – denti troppo perfetti, troppo bianchi, troppo numerosi per una bocca umana. Il sorriso si allarga oltre i limiti del viso, come se la pelle si tendesse e si strappasse agli angoli, rivelando un buio umido sotto.

Non parla subito.

Prima inclina la testa di lato, un gesto da bambina curiosa, ma il collo si piega troppo, un angolo impossibile, un crack silenzioso che sento nelle ossa.

Poi la voce esce, non dalla bocca, ma da dentro la mia testa, da dentro il cranio, come se le parole fossero nate lì e non potessero uscire.

«Hai sentito il suo sapore, Andrea?»

Una pausa. Il sorriso si allarga ancora.

«Fragola… birra… sudore… vita.»

Ogni parola è un sussurro gelido che mi entra nelle orecchie e scende lungo la spina dorsale, congelando le vertebre una per una.

«L’hai baciata. L’hai stretta. L’hai voluta.»

Le mani trasparenti si alzano lente, palmi verso l’alto, come a mostrare che non ha bisogno di toccarmi per farmi male.

«Ora sai com’è avere un corpo che respira. Ora sai com’è avere qualcuno che ti vuole davvero.»

Il sorriso si spegne di colpo. Gli occhi si restringono in due fessure sottili, lame nere.

«Ma io ti voglio da sempre.»

Un passo – non cammina, scivola – e si avvicina. Non tocca il pavimento. L’aria intorno a lei si increspa, come acqua disturbata da un sasso. Il profumo di fiori d’arancio diventa soffocante, acre, come fiori marci schiacciati sotto un piede.

«Ogni volta che la tocchi, ogni volta che la baci, ogni volta che pensi a lei… io sento tutto.»

La sua mano si allunga verso il mio collo, le dita lunghe e trasparenti sfiorano il marchio. Non premono. Non devono. Il dolore esplode lo stesso: un ferro rovente che gira dentro la carne, che mi fa cadere in ginocchio con un gemito strozzato.

«Tu sei mio, Andrea. Non suo. Mio.»

La voce si fa più bassa, quasi un ringhio morbido.

«Puoi giocare quanto vuoi. Puoi baciarla, scoparla, illuderti che sia reale. Ma quando chiuderai gli occhi stanotte… quando il sonno ti prenderà… io sarò lì.»

Gli occhi si dilatano di nuovo, enormi, fino a riempire tutto il viso.

«Dentro di te.»

La stanza diventa gelida. Il LED blu si spegne del tutto. Il buio è totale, tranne per quei due buchi neri che brillano come stelle morte.

Sento la sua risata – non sonora, ma un tremito che parte dal mio stomaco e sale fino alla gola.

«Buonanotte, geometra.»

Poi svanisce.

Non in un lampo. Non in un vortice.

Semplicemente… smette di esistere.

Ma il freddo resta.

Il marchio pulsa ancora, debole ma costante, come un secondo cuore che batte al posto del mio.

Mi rialzo piano, le gambe molli.

Guardo il letto.

Le lenzuola sono sfatte come le ho lasciate stamattina.

Ma c’è un’impronta fresca, al centro del materasso.

La forma perfetta di due piedi nudi, piccoli, gelidi.

Come se qualcuno ci avesse dormito sopra per ore, aspettandomi.

Chiudo gli occhi.

Sento ancora il sapore di fragola sulle labbra.

Ma sotto, sempre più forte, sale il gusto di fiori d’arancio marci.

Mi distendo sul letto, ma le lenzuola mi sembrano fatte di ghiaccio. Cerco di pensare a Silvia, al calore della sua pelle, al sapore di fragola, ma è come cercare di accendere un fiammifero sotto una cascata. Il buio della stanza preme sulle mie palpebre fino a quando non ho altra scelta che chiuderle.

E cado. Ma non nel sonno. Cado dentro di lei.

Piove. Non è la pioggia leggera di Livorno che rinfresca l’aria, è un muro d'acqua gelida che mi schiaccia. Sono spaventata. Sento i capelli inzuppati che mi pesano sul collo, strisce fredde e appiccicose che mi rigano la schiena nuda.

Sono tanto spaventata.

Corro, ma non sono io a correre, sono le sue gambe. Sono a piedi nudi e l’asfalto rugoso della zona industriale mi sta tagliando le piante dei piedi. Sento ogni sasso, ogni scheggia di vetro che affonda nella carne, sento il dolore acuto che risale fino alle caviglie, ma non posso fermarmi. Se mi fermo, finisce tutto.

Ho paura. Una paura che sa di fango e metallo.

Sono in quattro.

Lui aveva promesso. Aveva detto che voleva stare solo con me, che voleva parlarmi, e io come una scema ci avevo creduto. Invece sono spuntati dal buio degli hangar, altri tre, con le facce deformate dalle ombre e da qualcosa di peggio. Ho capito subito. Mi volevano. Non gli fregava niente se io non ci stavo, se urlavo, se piangevo.

Vedo uno di loro, il più grosso, che impugna una mazza da baseball. Ride. È una risata secca, sguaiata, come quella di una iena che ha già messo l'angolo la preda.

Sono scappata. Devo arrivare al ponte, lì vicino. Forse lì troverò qualcuno, forse una macchina passerà e i fari spazzeranno via questo incubo. Il ponte è l'unica speranza...

«NO!»

Mi sveglio con un sobbalzo che quasi mi fa cadere dal letto. Sono le 3:30. Il sudore mi cola lungo le tempie, freddo come quell'acqua del sogno. Il cuore mi martella nel petto così forte che temo possa esplodere.

Lei è lì.

Non è più sul soffitto. È rannicchiata ai piedi del mio letto, con le mani premute contro le tempie, i gomiti che puntano verso l'esterno. Sta urlando. Non sento alcun suono uscire dalla sua gola, ma l'urlo mi esplode dentro il cranio, un trapano di dolore che mi costringe a coprirmi le orecchie. È un grido di agonia pura, di terrore che non si è mai spento.

Poi, improvvisamente, si ferma.

Appena si accorge che ho aperto gli occhi, che ho visto, la sua espressione cambia in un millesimo di secondo.

Butta la testa all'indietro, i capelli che frustano l'aria, e scoppia a ridere. È una risata sguaiata, cattiva, si tiene la pancia con le mani trasparenti come se avesse appena sentito la barzelletta più divertente del mondo.

«Hai visto?» sibila la sua voce nel mio cervello, mentre le sue spalle sussultano per le risate. «Hai visto tutto, geometra? Hai sentito come taglia l'asfalto?»

Mi fissa con quegli occhi neri che ora brillano di una luce insana. Non c'è traccia di tristezza, solo un godimento atroce nel vedermi così distrutto, così infettato dal suo passato.

«Fragola e vita, eh, Andrea?» ride ancora, scivolando verso di me finché il suo viso non è a pochi centimetri dal mio. Sento l'odore di fiori d'arancio marci che mi chiude la gola. «Adesso sai perché non puoi averle. Adesso sai che sapore ha la mia morte.»

Resta lì, a ridermi in faccia nel buio totale della stanza, mentre io tremo sotto le lenzuola, incapace di scappare, consapevole che il ponte, per lei, non è mai arrivato. E forse non arriverà mai neanche per me.

Non riesco a dormire.

Non è solo il freddo che resta attaccato alle lenzuola, né l’impronta dei piedi nudi che sembra ancora premere nel materasso sotto di me. È tutto insieme: il sapore di fragola che mi resta in bocca come un ricordo che non voglio perdere, mischiato al gusto acre di fiori d’arancio marci che mi sale in gola ogni volta che chiudo gli occhi.

Sono le 3:47.

Il LED blu sulla parete è spento da ore, ma il buio non è completo: c’è quella luce sporca arancione dei lampioni che filtra dalle persiane e disegna strisce sul soffitto. Guardo quelle strisce da un pezzo, sdraiato sulla schiena, le mani dietro la nuca, il cuore che batte lento ma pesante, come se ogni battito costasse fatica.

Rimugino.

La rabbia è nata piano, come una crepa che si allarga.

Rabbia verso di lei, verso lo Spettro, verso questa cosa assurda che mi ha preso in ostaggio senza darmi il diritto di scegliere. Rabbia per il sogno che non era un sogno: quei piedi sanguinanti sull’asfalto, la paura che mi ha schiacciato il petto come se fosse mia, la mazza da baseball che oscillava nel buio.

Ma più di tutto, rabbia verso mio padre.

Marco.

Lui è lì sotto, probabilmente già russando sul divano con la TV spenta a metà tribuna politica.

Mamma era dolce. Aveva il camice azzurro da infermiera, mi pettinava i capelli quando avevo la febbre, mi teneva la mano quando piangevo per un brutto voto o per un litigio con un compagno. Mi raccontava storie prima di dormire, storie semplici che finivano sempre bene.

Lui invece? Frasi brevi. “Vai a scuola.” “Non fare tardi.” “25 euro sul wallet, organizzatti.”

Dopo la morte di mamma ha smesso di parlare davvero. È diventato un uomo di routine: tabaccheria, calcetto, divano, birra. Non mi chiede mai come sto. Non mi guarda negli occhi. Non sa niente di quello che mi porto dentro: il marchio che pulsa, lo Spettro che ride nella mia testa, Silvia che mi bacia e mi chiede se sono la prima.

Ho bisogno di un padre.

Ho bisogno di un maschio con cui parlare, un amico, un confidente, qualcuno che mi dica “Andrea, non sei pazzo, risolviamo ‘sta merda insieme”.

Invece sono solo.

Solo con questa rabbia repressa che mi stringe lo stomaco, con le lacrime che mi bruciano gli occhi e non riesco a far uscire.

Piango piano, nel buio.

Non singhiozzi. Solo lacrime silenziose che scorrono sulle tempie e bagnano il cuscino. Piango per l’impotenza, per la delusione, per il senso di abbandono che mi schiaccia da quando mamma non c’è più. Piango perché non so come uscirne, perché lo Spettro è sparita di nuovo ma so che tornerà, perché Silvia mi manca già anche se l’ho lasciata sotto casa solo poche ore fa.

Il telefono vibra sul comodino.

Bzz. Bzz. Bzz.

Ore 4:10.

Lo prendo con la mano che trema. Lo schermo si illumina, troppo forte nel buio, e mi fa strizzare gli occhi.

WhatsApp da Silvia.

«Non dormo. Ti penso. ❤️

Sai che Baci bene?

Mi chiedevo se sono la prima?

Se ti piaccio davvero?

O preferisci qualcun’altra…

A domani

❤️»

Guardo le parole una per una, il cuore che fa un balzo e poi si stringe.

Vorrei rispondere subito.

Vorrei scrivere: “Sì, sei la prima. Sì, mi piaci da morire. No, non c’è nessun’altra. Vieni qui, abbracciami, fai sparire tutto questo schifo”.

Ma le dita restano ferme sullo schermo.

Sotto il calore del suo messaggio sento ancora il sapore di fiori d’arancio marci.

Sento l’impronta gelida sul materasso.

Sento la risata muta dello Spettro che mi echeggia nella testa.

Chiudo gli occhi.

Una lacrima mi scivola lungo la guancia e finisce sul cuscino.

Il telefono resta illuminato nella mia mano, come l’ultima luce in fondo a un tunnel che non porta da nessuna parte.

La vita irrompe, sì.

Ma è un’irruzione fragile, incerta, che rischia di spezzarsi al primo soffio di gelo.

E io sono ancora qui, sdraiato nel buio, con il marchio che pulsa piano e il sapore di fragola che combatte contro il marcio che mi porto dentro.

Le dita tremano sullo schermo.

Vorrei spegnere il telefono, girarmi dall’altra parte e fingere che non esista. Ma non ci riesco.

Ho bisogno di rispondere.

Ho bisogno di dirle qualcosa di vero, perché stasera mi sento nudo, spezzato, e lei è l’unica cosa calda che mi resta in questo casino.

Penso prima di scrivere.

Se mi piace?

È una cosa che va oltre al “mi piace”. È di più. È come l’ossigeno che ti riempie i polmoni dopo che hai finito di correre e ti pieghi in due sulle ginocchia, ansimando, con il cuore che ti spacca il petto. È necessario. È vitale. Senza di lei mi sembra di soffocare.

Se è la prima?

Sì, è la prima.

Mi sono piaciute un po’ tutte, in questi anni. Marika con il suo modo sfacciato di ridere, Francesca con quegli occhi che ti trapassano e ti fanno sentire piccolo, Serena con la sua dolcezza timida, Nicole con quel fascino semplice che non si sforza. Ma non ho mai fatto il primo passo con nessuna. Perché sono un codardo. Perché ho sempre avuto paura di sbagliare, di essere respinto, di perdere quel fragile equilibrio che mi ero costruito in una classe di ventiquattro ragazze.

Forse ci avrei provato con Serena. Sembrava l’unica meno pericolosa, l’unica che non mi avrebbe spezzato se avessi sbagliato.

Poi è morta mamma.

E mi sono chiuso nel mio dolore, ho smesso di provare, ho smesso di guardare.

Adesso Silvia ha fatto il primo passo.

Mi ha baciato lei. Mi ha voluto lei. Mi ha aspettato sette anni.

Io gli devo tutto.

Le devo la verità.

Scrivo.

Certo che sei la prima!

Certo che mi piaci! E tanto. Più di quanto riesca a dire.

E io sono il primo?

Anche io sono sveglio e ti pensavo…. ❤️

Invio.

Il messaggio parte con un bip silenzioso.

Lo schermo resta illuminato per un secondo, poi si spegne.

Appoggio il telefono sul petto, lo schermo rivolto verso il basso, e fisso il soffitto.

Il cuore batte forte, ma stavolta non è solo paura.

C’è anche qualcos’altro.

Un filo di calore che resiste al freddo che mi porto dentro.

Aspetto la sua risposta.

Aspetto che il telefono vibri di nuovo.

Aspetto che lei torni, in un modo o nell’altro.

Ma per ora c’è solo silenzio.

E il buio mi avvolge.

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