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Creato il 05/09/2026, 13:30 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:30

Capitolo 8: Né io né lei

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza
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Puntata 8: Né io né lei


«Isolarci?» le chiedo, e la parola mi resta sospesa tra i denti, quasi avesse un peso fisico.

Lei sorride, un guizzo di denti bianchi e labbra lucide sotto le strobo, poi si allontana di nuovo, richiamata da un’amica che le urla qualcosa sopra il frastuono dei bassi. Mi ritrovo solo, fermo come un palo in mezzo al mare, mentre la mia testa diventa un frullatore.

Isolarci. Sento lo stomaco stringersi. Io non ho mai fatto nulla con nessuna. È una verità che mi porto addosso come una colpa, una macchia invisibile che temo Silvia possa fiutare da un momento all'altro. Sarà naturale? Saprò cosa fare? E se facessi schifo? Con un gesto fulmineo, approfittando di un fascio di luce che si sposta, mi porto la mano alla bocca e annuso l’alito. Sa di birra tiepida e ansia. Adesso ci baceremo? Immagino il sapore del suo lucidalabbra alla fragola, la morbidezza di quelle labbra che oggi pomeriggio, in cucina, sembravano così vicine e proibite.

Mi guardo intorno per distrarmi. A pochi metri da me, quattro ragazzi della 5^ H stanno in cerchio, i bicchieri stretti in mano, a guardare le tipe che ballano e ridono come se stessero osservando una specie aliena da dietro un vetro. Ridicolo. Secondo me sono scemi. Perché starsene lì a fare i duri quando quelle ragazze non aspettano altro che qualcuno si avvicini, che rompa il ghiaccio?

Forse sono io quello strano. Forse ho avuto solo un colpo di fortuna incredibile a finire in una classe con ventiquattro femmine. Per me stare con loro è naturale, quasi istintivo. Conosco i loro profumi, i loro sbalzi d'umore, il modo in cui si scambiano segreti con gli occhi. Eppure, mentre guardo Francesco ridere con la sua Camilla, sento un vuoto diverso. Vorrei degli amici maschi, ogni tanto. Qualcuno con cui parlare di cazzate, di calcio o di motorini, senza dover sempre decifrare sottotesti o gestire tensioni ormonali.

Ma il pensiero viene troncato di netto.

Il gelo torna a mordermi la nuca, ma stavolta è diverso. Non è un soffio, è una presenza che satura lo spazio. Alzo lo sguardo verso l'angolo più buio del seminterrato, sopra la testa di Gio Cantini che sta ancora trafficando con i cavi.

E li vedo.

Non vedo il vestitino blu, non vedo i piedi nudi. Vedo solo i suoi occhi neri. Due fessure di buio assoluto, enormi, che fluttuano nell'oscurità come il sorriso dello Stregatto in Alice nel Paese delle Meraviglie. Mi fissano con un’intensità che mi svuota le vene, una promessa di distruzione che non ha bisogno di parole. È come se mi stesse dicendo che non esiste un "posto tranquillo" dove lei non possa trovarci.

Sento una pressione calda, piccola, avvolgersi intorno alle mie dita.

È una manina. Silvia è tornata. Non mi chiede nulla, mi tira solo leggermente verso l'uscita sul retro, quella che dà sul giardinetto condominiale.

«Andiamo?» sussurra.

Sento lo sguardo di quegli occhi neri bruciarmi la pelle, ma non abbasso la testa. Stringo la mano di Silvia, sentendo il battito del suo polso contro il mio palmo.

Né io, né lei. Stasera vince la carne. O almeno, è quello che provo disperatamente a credere mentre usciamo dal rumore per entrare nel buio.

Mentre Silvia mi tiene per mano, sento un peso addosso. Mi volto e, dall’altra parte della sala, vedo Francesca Valenti. È stretta ad Errico, un palestrato della 5^ C che sembra uscito da una pubblicità di integratori, tutto bicipiti e maglietta extra-small. Lui la tiene per i fianchi, possessivo, ma Francesca non lo guarda nemmeno. I suoi occhi azzurro ghiaccio sono piantati su di me, taglienti come schegge di vetro.

Cosa vuole da me? Ha già Errico, ha il potere, ha tutto. Forse è proprio questo il punto: non sopporta che "il trofeo" della scuola, il ragazzo del dolore, stia sfuggendo al suo controllo per finire tra le braccia della sua rivale. Distolgo lo sguardo, infastidito. Non ho spazio per i suoi giochetti stasera.

Silvia si accorge della mia distrazione e si incolla a me. Si alza sulle punte, avvicinando le labbra al mio orecchio; il suo fiato caldo mi fa venire la pelle d'oca, un brivido che stavolta non ha nulla di spettrale.

«Sai cosa ha detto Caterina poco fa, quando m’ha chiamato?» sussurra.

Faccio "no" con la testa, incapace di articolare una parola sensata, e finisco la birra in un sorso solo, cercando di mandare giù il groppo che ho in gola. Il liquido tiepido mi dà coraggio, ma non basta a fermare il tremito delle mani.

Silvia allora fa un gesto che mi mozza il fiato: allunga la mano, mi prende il mento tra le dita e mi gira il viso verso di lei, costringendomi a guardarla negli occhi. Ha un sorriso complice, quasi predatorio.

«Che sei figo stasera...» dice, e poi scoppia in una risatina leggera, divertita dal mio imbarazzo.

Io rido a mia volta, un po' tonto, sentendo le guance andare a fuoco. È un complimento che non so gestire, ma mi fa sentire vivo, reale.

«E io sono d'accordo con lei,» aggiunge Silvia, aumentando la pressione della mano. Inizia a tirarmi verso la porta a vetri che dà sulla veranda della casa di Marika.

Mentre ci muoviamo, incrocio lo sguardo di Marika. La padrona di casa ci osserva con un sorrisetto furbo tra i piercing; quando i nostri occhi si incontrano, alza il pollice in un segno di approvazione muto, come a dire: “Vai, è il tuo momento”.

Seguo Silvia e non posso fare a meno di guardarla. Il vestitino blu a bretelle fini è un capolavoro di crudeltà: espone la schiena nuda e liscia e fascia alla perfezione il seno, una terza piena che ondeggia a ogni suo passo. Non è volgare, è solo maledettamente attillato. I fianchi di Silvia sono i migliori della classe, una curva morbida che sembra fatta apposta per essere stretta, e il suo sedere... ondeggia con un ritmo ipnotico mentre mi guida verso il buio della veranda.

I suoi capelli sono sciolti, una nuvola castana che sprigiona un profumo di fragola e shampoo buono ogni volta che si muove. Mi gira la testa. Il mix di alcol, ormoni e il profumo di lei mi sta mandando in corto circuito il cervello.

Siamo quasi alla porta. Il rumore della festa inizia a farsi ovattato alle nostre spalle. Sento il calore della mano di Silvia, sento il desiderio che mi spinge in avanti, ma in un angolo della mia mente so che questo è il momento perfetto. Il silenzio della veranda, l'isolamento... è l'esca perfetta.

Usciamo sulla veranda. Non è una villa hollywoodiana, è una villetta borghese di Livorno anni ’80, di quelle con il giardinetto che basta per un tavolo e due motorini. Il prato è piccolo, spelacchiato in certi punti, con qualche margherita selvatica che resiste al salmastro. La veranda è un quadrato di 3×3, tettoia in alluminio ondulato, pavimento di mattonelle rosse un po’ sbeccate. Al centro c’è un tavolino di plastica bianca ingiallito dal sole, quattro sedie coordinate dello stesso plastica da discount, una con la gamba un po’ storta che dondola. Sopra il tavolo un posacenere di ceramica pieno di mozziconi spenti da chissà quanto e un bicchiere di plastica rovesciato. L’aria sa di erba umida, fumo vecchio e mare lontano.

Appena la porta a vetri si chiude alle nostre spalle, il casino della festa diventa un ronzio ovattato. Siamo fuori. Silvia non aspetta neanche un secondo.

Si gira verso di me, non dice una parola. Si alza sulle punte – è più bassa di quanto sembri di solito – e mi bacia.

Shock.

Le labbra morbide, calde, un po’ appiccicose per il lucidalabbra. Sento subito la sua saliva, dolce, sa di birra e di fragola e di qualcosa di vivo che mi entra in bocca. Cerco la sua lingua d’istinto, la trovo, la sfioro. È bagnata, calda, si muove piano contro la mia come se sapesse esattamente cosa fare.

La guardo: ha chiuso gli occhi, le ciglia lunghe che tremano appena. Una mano sulla mia spalla, l’altra mi tiene ancora stretta la mano, dita intrecciate come se non volesse mollare mai.

È un sapore dolce, strano, buonissimo. Quindi è questo baciare una tipa? È una cosa così figa che ti manda in pappa il cervello, ti fa dimenticare dove sei, chi sei, che c’è un marchio che brucia sul collo e due occhi neri da qualche parte nel buio che ti stanno guardando.

Il suo corpo è morbido contro il mio. La stringo per la vita, sento la curva dei fianchi sotto il vestitino, la schiena nuda sotto le dita. Non smetteresti mai di stringerla, mai. È come se tutto il resto sparisse: la veranda, il tavolino di plastica, il prato spelacchiato, la festa lontana. C’è solo questo calore vivo che mi avvolge.

Si stacca piano. Respira forte, il petto che sale e scende contro il mio. Si sistema i capelli dietro l’orecchio con un gesto nervoso, guarda in basso per un secondo, poi alza gli occhi.

«Finalmente, Andrè, cazzo!» sussurra, con quella erre moscia livornese che le esce sempre quando è agitata o felice. «So’ sette anni che ti vojo… sette anni, porca puttana.»

Ride piano, una risata bassa e un po’ tremante, e mi appoggia la fronte contro la mia. Il suo fiato sa ancora di fragola.

Io non riesco a dire niente. Ho il cuore che mi spacca le costole, le mani che tremano, e un sorriso scemo che non riesco a togliermi dalla faccia.

Sette anni.

Sette anni che mi vuole.

E in quel momento, per un secondo lunghissimo, il gelo alla nuca non c’è. Non sento niente di freddo. Solo lei, calda, viva, vera.

Ma so che non durerà.​«Adesso me lo dici però, André,» esplode lei sottovoce, con un tono che non ammette repliche, mentre il fiato caldo mi solletica ancora le labbra.

​«Cosa?» annaspo. L’emozione del mio primo bacio e quella confessione — sette anni — mi stanno facendo tremare le gambe. Dentro vorrei urlare, vorrei saltare, vorrei spaccare il mondo per quanto sono felice. Ma la sua faccia è tornata seria, quasi dura.

​«Sto livido,» dice, e il livornese stretto rende la domanda pesante come un sasso. «Sto livido cos'è davvero, André?»

​Allunga la mano e lo tocca. Il suo piccolo indice affusolato, con l’unghia laccata di un rosso perfetto, preme proprio sulla pelle violacea. Sento una scarica elettrica attraversarmi la spina dorsale: non è dolore, è un avvertimento. Il marchio pulsa sotto la sua pressione, come se avesse un cuore proprio.

​Le prendo la mano, stringendola delicatamente tra le mie per allontanarla dal collo. Cerco di tenere la voce ferma, di non far trasparire il panico che mi sta mangiando vivo.

«Te l’ho già detto ieri, Silvia. Nulla, davvero. Sto prendendo gli antistaminici... mi danno solo un po’ di nausea e mal di testa, ma passerà.»

​Lei mi fissa. Non è convinta, lo vedo da come stringe gli occhi, da come mi studia la faccia in cerca di una bugia. Per un istante temo che insista, che mi faccia il terzo grado o che chiami qualcuno. Invece, vedo i suoi occhi addolcirsi, tornare lucidi. Vuole solo dimenticare tutto e baciarmi ancora.

E io non voglio nulla più di quello!

​Ma proprio mentre le nostre labbra stanno per sfiorarsi di nuovo, l’aria intorno a noi impazzisce.

​Un vento freddo, improvviso e violento, squarcia la quiete della veranda. È un soffio che non viene dal mare: è secco, sa di polvere e di cimitero. Le foglie delle piante nei vasi di Marika iniziano a frustare l'aria, e il tavolo di plastica bianca scivola di pochi centimetri sul pavimento con un rumore stridente.

​Silvia si stacca bruscamente, colta di sorpresa. Si stringe nelle spalle, colpita dal gelo, e sposta lo sguardo verso il fondo del giardino, oltre il piccolo prato spelacchiato.

Faccio lo stesso.

​Per lei non c’è nessuno. Solo ombre, siepi scure e il riflesso della luna sulle carrozzerie dei motorini.

Ma io la vedo.

​È lì, in piedi proprio al centro del prato. Il vestitino a fiori fluttua furioso, incurante della direzione del vento. Ha i pugni stretti lungo i fianchi, le nocche bianche che sembrano voler bucare la pelle trasparente. Ma sono gli occhi a farmi mancare il respiro: sono due pozzi neri, enormi, più scuri della notte stessa, privi di pupilla, irreali. Mi sta guardando come se fossi il peggiore dei traditori.

​Non mi scompongo. Non posso permettermi di urlare, o Silvia capirà che sono pazzo.

​«Silvia, dovremmo rientrare,» dico con una calma che è solo una maschera. «È cambiato il tempo... non vorrei prendere un colpo d’aria con questo sudore addosso.»

​Lei annuisce subito, tremando vistosamente. Si stringe a me, cercando protezione nel mio abbraccio, ignara che il pericolo è a meno di tre metri da noi.

​Mentre ci avviamo verso la porta a vetri, sento lo sguardo dello Spettro bruciarmi la schiena. So che non finisce qui. So che entrare in quella casa non ci salverà.

Appoggio la mano sulla maniglia di alluminio freddo. La porta va solo spinta verso l'interno, ma esito. Oltre il vetro leggermente appannato vedo le luci stroboscopiche pulsare, e percepisco già il calore soffocante, i bassi della cassa che fanno tremare gli infissi e la massa di corpi sudati ammassati nel seminterrato. Non voglio spingere. Non voglio abbandonare questa piccola nicchia di pace, questa bolla di intimità che io e Silvia avevamo costruito nel buio. Anche se, di fatto, so bene che non siamo in due. Siamo in tre.

Silvia, quasi intuendo la mia delusione all'idea di tornare nel casino, la mia riluttanza a spezzare la magia, mi blocca da dietro. Sento le sue dita stringersi attorno al mio avambraccio.

«André...» mormora, la voce che trema appena per il freddo e per l'emozione. «Prima di tornare...»

Mi giro lentamente. I nostri sguardi si incrociano e vedo i suoi occhi liquidi, immensi nella penombra, che esprimono la mia stessa urgenza, il mio stesso identico desiderio. Non vuole rientrare nemmeno lei.

La guardo, e stavolta non è lo sguardo di un ragazzino spaventato. È un riflesso automatico, istintivo, profondamente maschile. La passo in carrellata da capo a piedi. I capelli arruffati dal vento, il respiro che le alza il petto, e quel vestitino blu notte che le scivola addosso fermandosi un attimo prima dell'inguine. Le sue gambe sono nude, esposte e bellissime nella luce livida della luna.

Azzero la distanza e la bacio.

Non c'è più l'imbarazzo del primo bacio, non ci sono esitazioni. Ora sono più sicuro, più diretto. Le mie labbra si schiantano sulle sue, la mia lingua cerca la sua con prepotenza. Lei si abbandona contro di me con un sospiro che mi fa impazzire, mi dà un coraggio che non sapevo di avere. La stringo forte per i fianchi, tirandola contro il mio bacino, affondando le dita in quella carne calda che mi ha cercato per sette anni.

Ma ho gli occhi aperti.

E nel momento esatto in cui il bacio diventa profondo, disperato, l'aria alle spalle di Silvia si condensa.

Lei compare dal nulla. Si materializza a un palmo dalla schiena nuda di Silvia. Mi aspetto di ritrovare la furia di prima, i pugni stretti, gli occhi vuoti e neri. Invece, lo Spettro ha già cambiato umore.

Il suo viso diafano si inclina di lato. Le sue labbra pallide si curvano in un sorriso malizioso, tagliente, quasi divertito. Mi fissa dritta negli occhi mentre io divoro la bocca di un'altra. Non è più la rabbia di una bestia ferita, è la sicurezza di un ragno che osserva la mosca dimenarsi nella tela.

Gioca finché puoi, Andrea, sembra dirmi quel sorriso silenzioso. Divertiti. Goditi la carne, prima che marcisca.

Stringo Silvia ancora più forte, chiudendo finalmente gli occhi per scacciare quell'incubo dal mio campo visivo. Stasera non comanda il fantasma. E forse, in balia di questi ormoni e di questo calore, non comando nemmeno io.

"Né io, né lei". Stasera ha vinto Silvia.

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