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Creato il 05/09/2026, 13:29 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:29

Capitolo 7: Viva la Vida

@bergadavideDavide
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  • Violenza
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Puntata 7 - Viva la Vida


Esco di casa alle 20:50 precise, dopo aver mandato giù quella margherita fredda che sa più di cartone che di pomodoro. Il messaggio del babbo è ancora lì sul telefono: 25 euro sul wallet, "organizzati", "non fare tardi". Come se avessi voglia di fare tardi da qualche parte. Chiudo la porta con quel clic che mi sembra sempre troppo definitivo, come se lasciassi dentro qualcosa che non tornerà più.

Appena varco la soglia, infilo le cuffie e premo play. Non è la solita playlist. È Viva la Vida dei Coldplay che parte subito, le prime note di archi che mi entrano nel cranio come un decreto reale. Chris Martin canta piano, quasi sussurrando all’inizio:

I used to rule the world

Seas would rise when I gave the word

Now in the mornin', I sleep alone

Sweep the streets I used to own

Il volume è alto quanto basta per coprire il rumore dei miei passi sul marciapiede. Ardenza di sera è tranquilla, le luci arancioni dei lampioni bassi illuminano i garage aperti con motorini smontati, una vecchia Punto sotto un telone blu che sembra morta da anni. Passo davanti a un cancello dove un cane abbaia piano, più per abitudine che per rabbia. Il Libeccio leggero muove le tamerici, porta odore di pizza da asporto e di fumo lontano.

La canzone va avanti, e io cammino al suo ritmo, i piedi che battono sul bitume come se seguissero un tamburo lontano.

I used to roll the dice

Feel the fear in my enemy's eyes

Listen as the crowd would sing

"Now the old king is dead! Long live the king!"

Dopo cinque minuti arrivo all’incrocio con via dell’Ardenza Mare. Il traffico serale è quasi finito: uno scooter sfreccia, un’auto mi abbaglia per un secondo. Attraverso sulle strisce mezze sbiadite, e la discesa verso il mare inizia. Palme magre ai lati, pini storti dal vento, palazzi liberty sbiaditi. Passo davanti ai Casini di Ardenza, quelle palazzine neoclassiche illuminate da faretti gialli. Qualche anziano sulle panchine, sigaretta in mano, sguardo perso.

La Rotonda d’Ardenza è lì vicino: pineta circolare piccola, panchine, triangolo di mare scuro tra gli alberi. Le onde si sentono già, basse e costanti. La canzone entra nel ritornello, e il cuore mi batte più forte:

I hear Jerusalem bells a-ringing

Roman Cavalry choirs are singing

Be my mirror, my sword and shield

My missionaries in a foreign field

For some reason I can't explain

Once you go there was never, never an honest word

And that was when I ruled the world

Supero il Parco Pertini – altalene arrugginite, ragazzi che fumano erba sulle panchine – e il viale si apre su Viale Italia. A sinistra il mare nero con luci di navi lontane, a destra i bagni storici chiusi, insegne che lampeggiano inutili. Cammino sul marciapiede largo, parallelo alla passeggiata a mare. Il vento mi scompiglia i capelli, entra sotto il giubbotto.

Il freddo alla nuca arriva puntuale, come sempre. Lei è qui. Cammina al mio fianco, invisibile, o forse appoggiata al parapetto con i piedi nudi sul cemento freddo, a guardare il buio con quegli occhi neri. Il profumo di fiori d’arancio si mescola al salmastro, mi stringe la gola. Il marchio pulsa una volta, caldo poi gelido, in sincrono con gli archi della canzone.

Accelero senza volerlo. La Terrazza Mascagni appare in lontananza: scacchiera bianca e nera illuminata, panchine liberty, coppiette e jogger. Ma la villetta di Marika è prima, in una traversa a destra poco dopo i Casini. Stradina interna, intonaco crema scrostato, giardinetti minuscoli.

La canzone è al secondo ritornello, più epico, con le campane e i cori che riempiono le orecchie:

I hear Jerusalem bells a-ringing

Roman Cavalry choirs are singing

Be my mirror, my sword and shield

My missionaries in a foreign field

For some reason I can't explain

I know Saint Peter won't call my name

Never an honest word

But that was when I ruled the world

Arrivo davanti al cancello arrugginito alle 21:22. Il giardinetto di tre metri per tre invaso da motorini ammassati. Luci colorate filtrano dalle finestrelle basse del seminterrato. Sento la musica della festa: bassi pompati, risate, vetri che tintinnano. E Silvia che ride forte, una risata che taglia l’aria umida.

Mi fermo un secondo. Tiro fuori le cuffie, ma la canzone continua a rimbombare nella testa anche senza volume. L’ultimo “Oooooh Oooooh Oooooh” svanisce piano mentre infilo le cuffie in tasca.

Respiro profondo. L’aria sa di chiuso, detersivo economico e fumo di sigarette elettroniche che sale dal basso. Il marchio pulsa di nuovo, più forte.

Penso a Lei. So che è qui, che entrerà con me, che guarderà tutto con quel sorriso predatore. So che stasera non finirà come le altre sere. Una volta comandavo il mio mondo, o almeno credevo di farlo. Ora sweep the streets I used to own, e il re è morto. Long live... chi?

Spingo il cancello. Cigola. Scendo i gradini verso la porta socchiusa del seminterrato. La musica vera mi investe come un’onda calda, coprendo quella che ho nelle orecchie.

​Le note di Viva la Vida continuano a martellarmi nelle orecchie, malgrado abbia spento la musica. Sento una scarica di adrenalina che non ha nulla a che fare con la canzone che arriva dalla casa. 

Basta.

Sono stanco di essere il campo di battaglia di qualcun altro. Non voglio essere lo schiavo di un ricordo, né la proprietà di un’entità che non ha più un corpo. Stasera, se ci sarà la possibilità, ci proverò con Silvia. Glielo devo, lo devo a me stesso. E se lo Spettro interverrà... beh, glielo urlerò in faccia che mi deve lasciare stare.

​Proprio in quel momento, la temperatura crolla. L'aria davanti al seminterrato si fa grigia e densa.

​Lei compare sopra la mia testa, fluttuando leggera come se l'aria fosse acqua. Le sue gambe affusolate dondolano nel vuoto, quasi sfiorandomi le spalle. Vedo i suoi piedi nudi, bellissimi e cerei, muoversi a ritmo con una musica che sente solo lei.

​«Sei sicuro, Andrea? Sei davvero sicuro di poter fare quello che vuoi?» chiede. La sua voce non è un sussurro stavolta, è una sfida che mi vibra fin dentro le ossa.

​«Sì!» rispondo a denti stretti, senza nemmeno guardarla.

​La rabbia mi esplode nel petto all'improvviso, calda e acida. Mi rendo conto solo ora che non è solo per lei. È per mio padre. Quei 25 euro sul wallet pesano come un insulto, un modo per dirmi: «Comprati una serata e non disturbarmi». Mi ha fatto incazzare, mi ha lasciato solo in una casa che cade a pezzi sotto il peso di un fantasma, e ora io mi riprendo tutto.

​Di istinto, di pura rabbia, afferro la maniglia del seminterrato.

​«Guardami bene stasera,» penso verso l'alto, sperando che lei legga ogni singola fibra del mio odio. «Guarda come si vive.»

​Spingo la porta con violenza, chiudendo lì ogni discussione, ogni paura. La musica della festa mi investe come un'ondata di calore. Entro.

Spingo la porta del seminterrato di Marika e il muro di suono mi investe come uno schiaffo. È un antro di cemento che puzza di fumo elettronico, birra calda e quel calore dolciastro dei corpi stipati.

Sento lo Spettro ringhiare sopra la mia nuca, ma stavolta non mi piego. Scendo i gradini con una foga che non sapevo di avere. Francesco Silvestri è già al centro della mischia; si sistema il ciuffo con la piastra ogni tre secondi mentre tiene un braccio intorno alle spalle ossute di Camilla Vanni. Lei sembra un uccellino spaurito, si mangia le unghie fino al sangue e si guarda intorno con ansia.

«Andrè! Finalmente, fratellino!» urla Francesco, passandomi un bicchiere di plastica che trabocca di qualcosa di ambrato. «Bevi, che stasera si vola!»

Camilla sussulta, stringendosi nelle spalle. «Senti questa corrente d'aria, Fra? Mi sa che mi ammalo...» mormora. Povera illusa. Non è uno spiffero, è lo Spettro che le sta passando attraverso le costole solo per il gusto di vederla tremare.

In un angolo, Gio Cantini sta torturando la console: i suoi capelli rosso fuoco brillano sotto le strobo mentre spara un remix distorto che urta i nervi. Sofia Neri, col suo fisico da piccolo carro armato, sta già ballando con una foga brusca, ignorando il sudore che le fa scivolare gli occhiali sul naso.

Vedo le "Oche" schierate come un esercito. Francesca Valenti, la Regina, mi fissa con i suoi occhi azzurro ghiaccio, sicura che prima o poi striscerò da lei. Accanto a lei, Nicole e Serena mi guardano con quegli sguardi di pietà e adorazione che mi fanno venire voglia di vomitare. Serena, in particolare, è pallida: fissa il vuoto sopra la mia testa, i grandi occhi scuri sgranati. Lei sente. Sente che non sono solo.

Ma poi vedo lei. Silvia.

È bellissima e sfacciata, mi viene incontro ignorando i commenti taglienti di Bea Ghelardi, che osserva la scena con la sua voce roca da fumatrice, pronta a giudicare ogni mio passo falso.

«Pensavo non venissi più!» urla Silvia. Mi inciampa addosso, un contatto voluto, elettrico. Sento il suo seno premere contro il mio petto e il marchio sul collo esplode in un incendio di dolore.

Lo Spettro compare per un istante sopra di noi, le gambe affusolate che dondolano tra le tubature del soffitto. Il suo viso diafano è deformato in un'espressione di puro odio mentre fissa la mano di Silvia sulla mia spalla.

«Guarda queste oche, Andrea...» sibila nella mia testa. «Guarda come sudano, come puzzano di vita. Vuoi davvero toccare questa carne che marcirà?»

«Sì!» urlo, non so se a lei o alla musica.

Silvia mi guarda sorpresa, ma le piace questo mio nuovo fuoco. Mi afferra per il collo della maglietta, avvicinando le labbra al mio orecchio.

«Andrè, ma che hai stasera? Mi fai quasi paura...»

Mi volto verso l'angolo buio dove lo Spettro si sta raggomitolando, pronta a colpire. Vedo Elena Mastalli nell'ombra che trema violentemente, fissando il punto esatto dove l'entità sta artigliando il cemento.

Non mi importa. Afferro Silvia per i fianchi, sentendo la pelle calda sopra i jeans. Se devo bruciare, voglio farlo sentendo il calore di qualcuno che respira.

«Stasera non ho paura di niente, Silvia. Bevi con me.»

L'adrenalina è un veleno dolcissimo. Sento il cuore battere contro le costole a un ritmo che non è quello dei bassi di Gio Cantini, è un ritmo tutto mio. La mano di Silvia nella mia è un’ancora di carne e ossa in mezzo a un mare di spettri.

«Andiamo a salutare la padrona di casa,» le dico all’orecchio. Lei ride, un suono che mi arriva smorzato dalla musica, e si stringe a me mentre ci facciamo largo tra i corpi sudati della 4^ H.

Attraversiamo il seminterrato come se fossimo protetti da una bolla. Vedo Francesca Valenti che ci guarda, il suo viso da modella contratto in una smorfia di puro sdegno; mi scivola addosso. Vedo Nicole e Serena scambiarsi uno sguardo terrorizzato: Serena ha le mani giunte, quasi stesse pregando, e i suoi occhi non smettono di seguire qualcosa che si muove freneticamente sopra le nostre teste, tra le ombre del soffitto.

Lo Spettro è lì. La sento. È un vento polare che prova a spegnere il calore che Silvia mi sta trasmettendo attraverso il palmo della mano. Sento le sue unghie invisibili che graffiano l'aria, disperate, perché stasera ho deciso di non guardarla.

Troviamo Marika vicino al tavolo dei drink, mentre cerca di stappare una bottiglia di spumante economico. Quando ci vede arrivare per mano, i suoi piercing brillano sotto la luce rossa.

«Ohibò! Guarda i piccioncini!» urla, la sua voce tagliente che sovrasta il casino. «Andrea, mi sembri un altro! Ti ha fatto bene la matematica oggi pomeriggio, eh?»

Silvia le lancia un'occhiata maliziosa e mi stringe più forte. «Altroché, Marika. Andrea è un professore... molto particolare.»

Prendo un altro bicchiere, il liquido ambrato che scotta in gola. Non so quanto mi stia sbagliando. Forse domani pagherò tutto con gli interessi. Forse lo Spettro mi farà soffocare nel sonno per questo tradimento. Ma mentre guardo Silvia, così calda, così viva, e il sorriso di chi ha vinto una battaglia, non me ne frega niente.

«Alla tua, Marika!» esclamo, alzando il bicchiere.

Cammino nel casino tenendo la mano di Silvia, e per un istante mi sembra di aver davvero vinto. Incrociamo Francesco Silvestri proprio mentre è nel pieno della sua missione: ha abbandonato ogni difesa e sta baciando Camilla Vanni davanti a tutti, con una foga che fa quasi sorridere. Camilla, per un secondo, sembra essersi dimenticata delle "correnti d'aria" e tiene le braccia allacciate al collo di lui, gli occhi chiusi come se fosse l'ultimo ragazzo sulla terra.

C'è una bella energia, un calore che profuma di giovinezza e di incoscienza. Silvia si scatena, ride con quella sua bocca larga e carnosa, poi mi lascia la mano per correre un momento dalle amiche. La vedo confondersi tra Bea e Sofia, gesticola, scherza, è nel suo elemento naturale: la regina del seminterrato.

Ne approfitto per avvicinarmi a Francesco. Gli do una pacca sulla spalla quando finalmente si stacca da Camilla.

«Grande, Fra,» dico, e mi accorgo che sto sorridendo davvero.

«Visto, fratellino? Ti avevo detto che stasera si volava!» mi urla lui, passandosi una mano sul ciuffo piastrato, sudato ma felice. «Goditela, Andrè. Te la meriti tutta.»

Sto bene. Per la prima volta dopo mesi, il peso che ho sullo stomaco sembra essersi alleggerito.

Poi Silvia torna da me. Mi scivola di nuovo vicino, i capelli scompigliati e gli occhi che brillano. Mi circonda la vita con le braccia e appoggia la testa sul mio petto, proprio sotto il mento.

Lo Spettro non c'è. Il soffitto è vuoto, le ombre sono solo ombre. Ma la fitta alla tempia è lì, un ago di ghiaccio che scava nel cranio, ritmico, costante. È il suo modo per dirmi: «Sono qui. Ti guardo. Non credere di essere libero». Vuole osservare, vuole vedere fin dove mi spingo prima di spezzare il filo.

Sento il marchio sul collo pulsare a ogni battito del cuore, un promemoria bruciante del patto di sangue che ci lega. Ma stasera ho deciso. Guardo Silvia, sento il suo respiro che accelera contro la mia maglietta, e stringo i denti. Stasera non voglio cedere. Stasera voglio essere solo Andrea, il ragazzo che balla nel seminterrato, non la marionetta di una morta gelosa.

«Andrè...» sussurra lei, alzando lo sguardo. «Andiamo in un posto più tranquillo? C'è troppo casino qui.»

Guardo verso l'angolo buio dietro la console di Gio Cantini. So che Lei è lì, in attesa. Eppure annuisco.

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