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Creato il 05/09/2026, 13:26 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:26

Capitolo 6: Knockin' On Heaven's Door

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza
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Puntata 6 - Knockin' On Heaven's Door

Ore 07:45. Cucina di casa.

L’odore di latte bruciacchiato e caffè forte è un pugno nello stomaco. Mio padre è già lì, la giacca della tabaccheria addosso e quel sorriso "dinamico" che mi fa venire voglia di scappare sul Viale Italia.

«André, senti un po’… ieri quella Silvia in camera tua… che combinavate, eh?»

La voce è grossa, le vocali aperte, il tono di chi pensa di essere complice e invece sta solo scavando una fossa.

«Niente papà, studiavamo matematica…»

«Matematica un cazzo! In camera tua, porta chiusa, musica a palla… e poi quel casino, tu per terra, lei che arrossisce come un pomodoro! Finalmente porti a casa una ragazza viva! Però la prossima volta avvisami, che sennò penso male… E quel malore? Non farmi preoccupare come con tua madre, che già basta e avanza…»

Il marchio sul collo diventa un ferro rovente. Sento un freddo alla nuca, come se Lei fosse seduta al tavolo con noi, invisibile, le gambe incrociate sul bordo della sedia, intenta a studiare la giugulare di mio padre con la stessa curiosità con cui si guarda un insetto da schiacciare.

«Papà, era solo stress…»

«Stress un corno! Hai ventiquattro ragazze in classe e porti a casa la più vivace! Brava Silvia, eh? Teneva gli occhi che brillavano. Invitala di nuovo, che ti fa bene. Ma dimmi la verità: avete studiato davvero o…?»

Ride, una risata grassa che fa tremare le tazzine. Io fisso il caffè nero e sento il marchio pulsare in sincrono con i suoi colpi sul tavolo. Lei sta ridendo con lui. Lo sento.

Ore 10:47. Palestra del Liceo.

La palestra puzza di gomma vecchia, sudore stantio e disinfettante da quattro soldi. Le luci al neon ronzano come vespe incazzate sopra le nostre teste. Ventiquattro ragazze. Ventiquattro paia di occhi che mi puntano come laser. Sono l’unico maschio della quarta G, e oggi mi sento un animale da macello.

La prof Betti fischia, un suono secco che mi trapana il cranio.

«Forza, classe! Palla prigioniera mista! Andrea, preparati: sarai il bersaglio numero uno, eh eh!»

Risate generali. Qualcuna fischia. Io guardo le mie scarpe consumate mentre il caos vivente della classe mi schiaccia.

Silvia è in prima fila, una visione di carne e vitalità. La maglietta bianca è umida di sudore e aderisce al seno, gli shorts scoprono le cosce ambrate che saltellano nervose. Mi mima un bacio volante, ma i suoi occhi sono attenti, cercano ancora di capire il "segno" di ieri.

Francesca è poco dietro, con quel top rosa che le lascia scoperta la pancia. Ha gli occhi gonfi, lo sguardo di chi ha passato la notte a scrivere messaggi. Mi fissa come se fossi il una piadina da mangiare.

E poi le altre: Marika, Alessia, le "brave ragazze" come Nicole e Serena... un mosaico di pelle, capelli legati, risate e odore di deodorante economico.

«Squadre! Silvia, tu capitano di una. Francesca, dell’altra. Andrea… scegli tu da chi vuoi farti massacrare!»

«Viene con me! È il mio geometra, prof!» urla Silvia, con una sfacciataggine che mi fa mancare il fiato.

«No, con me. Lui mi capisce,» ribatte Francesca, incrociando le braccia sotto il petto con una sfida silenziosa.

Io resto fermo, sospeso tra il desiderio di sparire e l'urgenza di urlare. Il gelo improvviso alla nuca mi avverte che il tempo è scaduto. Il profumo di fiori d’arancio soffoca quello del sudore.

«Guarda come ti vogliono, Andrea...» sussurra la sua voce nel mio cervello, gelida e possessiva. «Tutta questa carne viva... ma tu sei mio. Solo mio.»

Il marchio esplode in un dolore bluastro. La prof fischia di nuovo.

«Allora? Muoviti, unico maschio! O ti mettiamo in prigione subito?»

Prendo fiato, mentre vedo Silvia afferrare la palla con un sorriso che promette di non avere pietà. La partita sta per iniziare, e io so che in questa palestra, oggi, scorrerà più di un semplice sudore.

Resto lì, piantato nel mezzo del campo, col fiato corto e il marchio sul collo che batte come un secondo cuore, pronto a esplodere. Non voglio stare con Silvia. È troppo fisica, troppo "mani addosso", e so che se finisco nella sua squadra passerà metà del tempo a spintonarmi o a cercarmi con le mani. Meglio Francesca, almeno lei mantiene le distanze con quel suo fare distaccato.

Ma quell’attimo di esitazione è il mio errore.

Francesca scatta. Mi afferra il braccio con una presa decisa, le dita sottili che si stringono sulla mia maglietta umida.

«Lui sta con noi, poche storie!» grida, trascinandomi verso la sua metà campo.

Le compagne esplodono in un coro di «Oooooh!» e risatine maliziose. Nicole, Serena e Alessia si schierano subito intorno a lei come una scorta, mentre Marika mi batte una mano sulla spalla, facendomi quasi sussultare.

«Hai capito il Roli? Tutte per lui!» urla la prof Betti, divertita come non mai, agitando il fischietto. «Forza, Silvia, non starti a deprimere, fagli vedere di che pasta sei fatta!»

Silvia è ferma dall'altra parte della rete. Ha gli occhi che mandano scintille. Il sorriso predatore di prima è sparito, sostituito da una smorfia di sfida pura. Ha i capelli legati che le frustano le spalle e la palla stretta tra le mani come se volesse stritolarla. È offesa, ed è pericolosa.

«Palla a due! Via!»

Il fischio spacca l’aria e l’inferno si scatena.

È un groviglio di corpi che scattano, urla e colpi secchi. Silvia non guarda la palla, guarda me. La sua squadra è una macchina da guerra: mirano solo al mio petto, alle mie gambe. Mi muovo come un pugile suonato, schivando proiettili di gomma rossa che fischiano a pochi centimetri dalle orecchie.

«Occhio, Andrè! Spostati!» mi urla Francesca, finendomi addosso per evitare una pallonata. La sua treccia mi schiaffeggia la guancia, sento il calore della sua schiena contro il mio petto per un secondo infinito. C’è un’elettricità strana, carica, che non c’entra niente con lo sport. Siamo tutti sudati, i respiri si incrociano, le mani si sfiorano nelle corse frenetiche per recuperare palla.

«Ed ecco la Silvia che carica il braccio! Attenzione, mira dritto al pezzo forte della classe!» fa la telecronaca la Betti, ridendo a crepapelle. «Schiva, Andrea! Se ti prendono sei finito!»

«Prendetelo! Massacratelo!» urla Marika dall’altra parte, ridendo mentre scarta di lato.

Il ritmo è frenetico. Mi sento mancare l'aria. Silvia recupera una palla che rimbalza lunga, scatta verso la linea di metà campo con le gambe che divorano il linoleum. I suoi shorts le salgono sulle cosce mentre carica il tiro, i muscoli tesi, il viso rosso per lo sforzo e la rabbia.

«Questo è per ieri, geometra!» grida.

La palla parte come un proiettile. Io provo a scartare a sinistra, ma Alessia mi intralcia involontariamente, il suo fianco urta il mio e mi sbilancia. Sento il suo calore, il contatto della pelle sudata, ed è quel decimo di secondo di distrazione a fregarmi.

SBAM.

La palla mi colpisce dritto sullo sterno. L’impatto è violento, mi toglie il fiato e mi manda a sedere per terra con un tonfo sordo.

«PRESO! IN PRIGIONE!» urla la squadra di Silvia in un boato di trionfo.

Resto sul pavimento, ansimando, con la vista che si appanna per un istante. Il marchio sul collo brucia come se qualcuno ci stesse premendo sopra una sigaretta accesa.

Il mondo si sfoca.

Le grida di trionfo di Silvia, il fischietto isterico della Betti, lo stridio delle suole sul linoleum: tutto si spegne in un ronzio sottomarino.

Resto a terra, il petto ancora in fiamme per la pallonata, ma il dolore vero è un altro. Una fitta bianca alla tempia destra, poi il gelo. Quel freddo che non ha niente a che fare con l’inverno, solo con il vuoto.

Eccola.

Il lembo del vestitino a fiorellini ondeggia davanti ai miei occhi, una stoffa impalpabile che si muove in un’aria morta. Fluttua a pochi centimetri dal pavimento, le gambe pallide e flesse che si incrociano con una grazia calcolata. Mi offre i piedini nudi, le caviglie sottili, la curva delle cosce che sembrano scolpite nella luce e nel marmo. Sa esattamente cosa mostrarmi. Sa che a diciassette anni la mia testa è un groviglio di fame che lei può sciogliere o strangolare a piacimento.

Scivola alle mie spalle senza toccare terra.

Sento il suo peso incorporeo premermi contro la schiena, un abbraccio che mi succhia via il calore della corsa. Le braccia trasparenti mi cingono il collo, sfiorando il marchio che ora batte come un secondo cuore impazzito.

«Finalmente soli…»

La voce le esce direttamente nella mente, un soffio di menta gelida che mi entra nell’orecchio e mi scende lungo la spina dorsale. «Tanto lo so che preferisci me. Il mio corpo. La mia perfezione. Loro sono solo ragazzine. Carne che suda, carne che puzza, carne che marcisce.»

Le dita lunghe mi accarezzano lo zigomo.

Vorrei chiudere gli occhi, abbandonarmi a quel gelo perfetto e tremendo che non pretende niente… tranne tutto. Ma un pensiero mi trafigge, tagliente:

Tu non sei più viva.

Sei cenere. Sei ombra. Sei un ricordo che ha smesso di respirare.

Non ho il coraggio di dirlo ad alta voce. Se lo facessi, il cranio mi si spaccherebbe.

Il tempo si ferma.

Silvia è cristallizzata a metà campo, la bocca spalancata in una risata muta, i capelli sospesi in un’onda immobile. Francesca fa un passo verso di me, la mano tesa, il viso preoccupato. Sono statue di carne in un mondo di ghiaccio.

«Guarda la tua Silvia,» sussurra lo Spettro, stringendomi più forte. Le labbra fredde mi sfiorano il lobo. «È così fiera di averti steso. Non sa che l’unico colpo che conta l’ho dato io, sulla spiaggia, l’altra sera. Non sa che il tuo sangue batte solo per me, ormai.»

Una lacrima mi scivola sulla guancia.

Non so se è mia o sua. È semplicemente gelata.

«Andrea? Andrea! Ci sei?»

La voce della prof Betti squarcia la nebbia come una lama.

Il tempo riparte di schianto, violento. I suoni esplodono di nuovo: risate, sfottò, ronzio al neon.

Lo Spettro svanisce in un battito di ciglia, lasciandomi solo un tremito che non riesco a fermare.

Silvia è già sopra di me, le mani sulle ginocchia, il fiato corto.

«Ehi, geometra! Ti ho ammazzato sul serio?» scherza, ma nei suoi occhi c’è un filo di preoccupazione vera. Si china per aiutarmi, la maglietta le cade in avanti lasciando intravedere la curva morbida dei seni.

«Tutto a posto,» biascico, afferrandole la mano.

Guardo altrove mentre mi tira su. Il suo profumo di fragola mi avvolge, caldo, vivo. Ma sento ancora lo sguardo affamato del vuoto che si è appena ritirato, come una lingua fredda sulla nuca.

«Scivolato un corno, ti ho preso in pieno!» ride Marika arrivando di corsa. «Andrè, sei bianco come un morto. Che hai?»

Guardo Silvia, poi Francesca, poi le altre ventidue ragazze che mi circondano.

Sono tutte così accese, così piene di sangue che scorre.

E io mi sento un traditore, un cadavere che cammina tra loro con il bacio della morte ancora umido sull’orecchio.

Il bar "Da Mario", a pochi passi dal liceo, è un buco ricolmo di fumo di sigarette elettroniche, odore di cornetti riscaldati e il rumore assordante dei cucchiaini contro le tazzine. È il mio unico porto sicuro, o almeno lo era fino a una settimana fa.

Seduto di fronte a me c'è Francesco. Lui è l'unico altro sopravvissuto della scuola: quinta H, anche lui unico maschio in una classe di ventisei ragazze. Ma mentre io affogo, lui surfa.

«Ti dico, Andrè, la biondina della terza fila? Quella che sembra un angelo? Un demonio, te lo giuro,» dice lui, addentando un panino al prosciutto con un entusiasmo che mi nausea. «Ieri sera dietro il palazzetto. Mi ha guardato e ha fatto tutto lei. A rotazione, ragazzo mio. Bisogna prenderle tutte finché abbiamo il fisico, sennò qui si impazzisce.»

Francesco ride, si pulisce la bocca con un tovagliolino di carta e inizia a descrivere dettagli che non voglio sentire. Per lui le ragazze sono trofei, distrazioni, un modo per passare il tempo.

Io non riesco a rispondergli. Non riesco nemmeno a guardarlo negli occhi.

Perché proprio accanto al suo gomito, seduta a capotavola in quel minuscolo tavolino di plastica, c'è Lei.

Ha i polsi appoggiati sul piano del tavolo, le mani intrecciate sotto il mento. Mi osserva mangiare. Non distoglie lo sguardo un secondo. I suoi occhi neri seguono ogni mio movimento: quando sollevo il bicchiere d’acqua, quando provo a mandare giù un boccone di focaccia che mi sembra cartone.

È bellissima nel suo silenzio assoluto. Il vestito a fiori sembra quasi brillare sotto la luce sporca dei neon del bar. La sua pelle ha la lucentezza della porcellana fredda, un insulto alla faccia unta e sudata di Francesco che mi sta ancora raccontando della "biondina".

«Ehi, ma mi ascolti? Sembri un reduce di guerra,» dice Francesco, dandomi un calcio amichevole sotto il tavolo. «Guarda che se continui così, quella Silvia te la perdi. Quella è una che vuole azione, mica poesie di Saffo.»

Lei inclina la testa. Un sorriso impercettibile le increspa le labbra mentre Francesco nomina Silvia. Allunga una mano verso il mio piatto – una mano trasparente che attraversa il vetro della bottiglietta di minerale – e mima il gesto di offrirmi un boccone.

«Mangia, Andrea,» sussurra la sua voce nella mia testa, così nitida che mi sembra di sentirla nell'orecchio sinistro, coprendo il baccano del bar. «Hai bisogno di forze. Devi essere pronto per noi stasera.»

«Sì... sì, ti ascolto, Fra. Solo che... sono un po' fuso per la partita di stamani,» biascico, fissando il centro del tavolo dove non c'è nulla, se non il vuoto che mi sta divorando.

«Sei un caso perso,» sbuffa Francesco ridendo. «Comunque, stasera c’è la festa da Marika. Vieni o fai il solito eremita? Ci sono tutte. Anche la Silvia, che secondo me ti aspetta a braccia aperte...» facendomi un occhiolino pieno di doppi sensi.

Lo Spettro si sporge in avanti. I suoi capelli neri sfiorano la guaccia di Francesco, che non sente nulla se non, forse, un improvviso brivido di freddo che lo fa scuotere per un istante.

Francesco alza le spalle, deluso dalla mia esitazione. «Come vuoi. Ma guarda che la vita passa, Andrè. Non vorrai mica restare solo con i tuoi fantasmi per sempre?»

Se solo sapesse. Se solo potesse vedere chi è seduta tra noi due, a reclamare ogni mio respiro.

Lo Spettro si raddrizza sulla sedia. Sento il suo sguardo cambiare: non è più solo gelido, è diventato elettrico. Si morde il labbro inferiore con una lentezza studiata, un gesto incredibilmente sexy e al tempo stesso disturbante per un essere che non dovrebbe provare desideri. Socchiude gli occhi neri, riducendoli a due fessure di luce oscura, e un sorriso predatore le illumina il volto diafano.

«Interessante...» sussurra la sua voce nella mia testa, morbida come velluto nero. «Perché non andiamo alla festa di Marika, Andrea?»

Prima che io possa anche solo pensare a una risposta, lei scivola in avanti. Non gira intorno al tavolo; lo attraversa fisicamente, scomparendo per un istante nel legno e nel metallo per riemergere a pochi centimetri dal mio viso. È un movimento fluido, da predatore acquatico.

Appoggia le braccia trasparenti sulle mie spalle, bloccandomi al sedile. «Vorrei proprio vedere come va a finire...» mormora, e la sua curiosità mi fa tremare più di qualsiasi minaccia.

Si china ancora di più e mi bacia sulla guancia. È un contatto impossibile: sento il calore della sua pelle bellissima e, un istante dopo, il gelo assoluto della morte che mi scende nelle vene. Il marchio sul mio collo pulsa di una luce bluastra che solo io posso percepire.

Francesco è lì di fronte, a meno di un metro. Sta finendo la sua birra, agita il cellulare, mi guarda aspettando una decisione. Non vede nulla. Non vede le braccia di un fantasma che mi stringono, non vede il bacio che mi sta marchiando davanti a lui. Per lui, sono solo un amico che sta fissando il vuoto con gli occhi sbarrati.

«Allora, Roli? Ti sei incantato?» ride Francesco, ignaro di avere la morte seduta sulle ginocchia.

«Sì... ci vengo,» riesco a dire, con la voce che sembra un rantolo. «Vengo alla festa.»

Lo Spettro ridacchia, un suono argentino che mi gela il sangue, e mi accarezza i capelli mentre svanisce lentamente nell'aria viziata del bar.

«Bravo ragazzo,» sussurra un'ultima volta. «Bravo ragazzo….»

L'aria del bar si fa improvvisamente pesante, come se l'ossigeno fosse stato risucchiato via insieme alla risata di Francesco. Sono solo. Lo Spettro è svanito, lasciandomi addosso quella strana scia di fiori d'arancio e brividi che ormai è diventata la mia seconda pelle.

Estraggo le cuffie dalla tasca, i movimenti sono meccanici, quasi per inerzia. Le infilo nelle orecchie per tappare fuori il rumore del mondo, le grida dei ragazzi che escono da scuola e il rombo dei motorini sul Viale. Cerco i Guns N' Roses. Ho bisogno di quella voce graffiata, di quel ritmo lento che sembra scandire il tempo di un condannato a morte.

Parte Knockin' On Heaven's Door.

Le prime note di chitarra mi entrano nel cranio come un anestetico. Inizio a camminare verso casa, i piedi che battono sul marciapiede in sincrono con la batteria. La borsa mi pesa sulla spalla, ma è niente rispetto al peso che sento sul petto. Penso a quello che ha appena fatto Lei: quel bacio, quella sfida. Sta giocando con la mia vita come se fosse un mazzo di carte truccate.

«Mama, take this badge off of me... I can't use it anymore.»

Axl Rose urla nel mio silenzio privato mentre attraverso la strada senza guardare. Il Libeccio sta alzando la polvere e il mare, là in fondo, sta diventando nero come gli occhi di Lei. Stasera c'è la festa. Stasera andrò da Marika.

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