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L’aria nella mia camera era diventata una sostanza densa, quasi solida. Il volume delle casse era un muro di protezione, ma non bastava a coprire il silenzio innaturale che proveniva dagli angoli bui, dove la polvere sembrava danzare senza vento.
Silvia era seduta sul bordo del mio letto, circondata da libri di analisi e quaderni a quadretti. Si era tolta le scarpe, lasciandole abbandonate sul tappeto scrostato, e i suoi piedi nudi sembravano incredibilmente vivi, reali, contro il legno opaco del pavimento.
«Comunque, Andrè... hai proprio una bella calligrafia. È così ordinata, quasi ipnotica.»
Si chinò sul mio quaderno, e una cascata di capelli castani scivolò in avanti, coprendo metà del foglio. L’odore di quella maledetta fragola chimica mi colpì dritto allo stomaco, lottando contro il sentore di ozono e fiori marci che ormai impregnava le pareti.
«È solo abitudine, Silvia. Scrivo veloce, tutto qua,» risposi, cercando di tenere la voce piatta. Mi voltai a guardarla e la trovai vicina. Troppo vicina. I suoi occhi brillavano di una luce predatoria, ma ammorbidita da una strana tenerezza.
«No, sul serio. E poi guarda quanti libri di poesia hai... sei un ragazzo molto profondo, lo sapevo che dietro quella faccia da schiaffi c’era altro.»
«Sono solo libri, molti sono di mia madre,» tagliai corto. Nominare lei fu un errore. Sentii un soffio gelido passarmi tra le scapole, come se una finestra si fosse aperta nel vuoto.
Silvia sembrò non accorgersene. Si guardò intorno, facendo scorrere lo sguardo sulle pareti spoglie, sulla vecchia chitarra nell’angolo, sulla scrivania ingombra. «Però mi piace stare qui. La tua camera è così ordinata, profumata... è un posto in cui mi piacerebbe stare sempre.»
Se sapessi cosa c’è qui con noi, scapperesti urlando verso il Viale Italia, pensai. Ma non dissi nulla. Il mio corpo era un campo di battaglia: da una parte gli ormoni dei miei diciassette anni, scatenati dalla curva della sua spalla nuda e dal modo in cui si mordicchiava il labbro inferiore; dall'altra, il terrore puro che mi chiudeva la gola.
Pochi minuti prima, in cucina...
Il ricordo mi colpì come un flashback acido mentre fingevo di correggere un limite. Eravamo in cucina, sotto la luce al neon che ronzava come un insetto morente. Silvia mi aveva bloccato vicino alla credenza, le dita calde che sfioravano il bordo del marchio sul mio collo.
«Cos'è questo, Andrea?» aveva chiesto, la voce ridotta a un soffio.
Avevo sentito il cuore salirmi in bocca. Il marchio bruciava, una vibrazione elettrica che mi implorava di urlare.
«È... è una specie di allergia strana,» avevo balbettato, indietreggiando fino a battere la schiena contro il legno. «Ti ricordi a scuola, quando sono corso in bagno a vomitare? Ecco... quando questa cosa brucia mi viene la nausea. Il dottore dice che è stress, mi sta dando degli antistaminici pesanti. Mi lasciano un po' rintronato.»
Lei mi aveva guardato con un’espressione indecifrabile. Per un istante avevo visto il dubbio nei suoi occhi, la logica che le suggeriva che tre segni simili a dita non potevano essere un’orticaria. Ma poi, il dubbio era stato soffocato da qualcos'altro. Una voglia di credermi perché la verità sarebbe stata troppo brutta, o forse solo perché voleva restare sola con me in quella camera più di quanto avesse paura di un livido strano.
In camera, adesso...
«Basta matematica, ti prego. Mi scoppia la testa,» esclamò Silvia, chiudendo il libro con un colpo secco. Si allungò sul letto, appoggiandosi sui gomiti. La maglia bianca scivolò ancora di più, rivelando la pelle diafana della schiena.
Allungò una mano e mi sfiorò il polso. Fu solo un tocco leggero, ma un brivido violento risalì tutto il braccio, dritto fino al collo, dove il marchio iniziò a pulsare di una luce bluastra invisibile a lei, ma dolorosa per me.
«Mettiamo qualcosa? Un po' di musica vera?» chiese lei, allungando la mano verso il mio portatile.
Cercai su YouTube l'ultimo singolo di Eminem. Somebody Save Me. Le note di pianoforte iniziarono a cadere come pioggia gelata nella stanza. La voce di Jelly Roll nel ritornello era un lamento che sembrava uscire direttamente dalle crepe del mio petto.
Somebody save me, me from myself...
Silvia iniziò a canticchiare. Poi si alzò in piedi sul letto, ridendo, trascinandomi con sé. In quel momento, l’oscurità sembrò ritrarsi. Eravamo solo due adolescenti in una stanza disordinata a Livorno. Iniziammo a urlare il ritornello a squarciagola, le voci stonate che cercavano di coprire il senso di colpa e la paura.
«SOMEBODY SAVE ME!» urlammo insieme, saltando sul materasso che cigolava. Silvia rideva, i capelli che le frustavano il viso, gli occhi lucidi. Per un secondo, mi sentii vivo. Libero.
Poi, il mondo si fermò.
La temperatura crollò di venti gradi in un istante. Il vapore del mio respiro si condensò nell'aria. Silvia si bloccò, colta da un brivido improvviso, ma non ebbe il tempo di capire.
Lei apparve.
Non era più la figura malinconica della spiaggia. Lo Spettro era sospeso sopra la scrivania, i piedi nudi che non toccavano terra, il vestitino a fiori agitato da un vento che non c’era. Il suo viso era una maschera di furia pura, gli occhi ridotti a due fessure di luce azzurra elettrica. Le sue dita, lunghe e artigliate, grattavano l'aria con un rumore di unghie sulla lavagna.
C-I-V-E-T-T-A.
La parola non fu pronunciata, fu proiettata nel mio cervello. Una fitta lancinante mi trapassò la tempia destra, come se un chiodo rovente venisse piantato nel cranio.
«Aaaargh!» urlai, portandomi le mani alla testa. Le ginocchia mi cedettero e caddi sul pavimento, battendo duramente il rotuleo.
«Andrea! Oddio, Andrea, che succede?» Silvia fece per chinarsi, ma non appena la porta si spalancò con un botto violento, scattò in piedi come se il pavimento fosse diventato rovente.
«Andrea? Sono tornato! Ho preso le schiacciatine calde da...»
Mio padre, Marco, rimase immobile sulla soglia. Erano le 5:45. La luce arancione del tramonto livornese alle sue spalle tagliava il corridoio, illuminando la polvere che fluttuava impazzita tra noi. Portava ancora la giacca del lavoro, l’odore di tabacco e di vita frenetica appiccicato addosso.
Silvia era diventata di un rosso violaceo, un colore che faceva quasi a pugni con il bianco della sua maglia. Si sistemò i capelli con un gesto frenetico, le dita che tremavano visibilmente.
«Buonasera, signor Roli... io... stavamo solo ripassando le funzioni,» balbettò lei, cercando di ricomporsi in un saluto formale che suonava surreale in quel caos di musica a palla e brividi soprannaturali.
Mio padre non rispose subito. Lo sguardo passò da lei, colta in flagrante in una situazione che ai suoi occhi sembrava inequivocabile, a me, che ero ancora inginocchiato a terra con le mani premute sulle tempie. Non vide lo Spettro, che ora gli stava davanti, immobile, a pochi centimetri dal viso, studiando la sua giugulare con una curiosità maligna.
«Ma che diavolo sta succedendo qui?» tuonò finalmente la sua voce, carica di quella dinamicità tossica che non ammetteva repliche. «Andrea, perché sei per terra? E abbassa quel maledetto rumore!»
La canzone di Eminem continuava a urlare, ma per me era diventata un ronzio lontano. Sentii il sapore del sangue in bocca, mentre lo Spettro tornava a voltarsi verso di me, ignorando mio padre e fissando Silvia con un odio rinnovato.
Ore 21:12. La casa è tornata silenziosa, ma non è la solita quiete morta. È una quiete che respira, che osserva.
Ho finito di sparecchiare la tavola da solo. Mio padre ha mangiato le schiacciatine rimaste – quelle che aveva portato per fare pace, o forse per dimostrare che era ancora il padrone di questa casa – e poi si è buttato sul divano con la TV accesa su una partita di padel che non gli interessa davvero. Ha parlato poco durante la cena. Solo frasi buttate lì, tipo: «Bella ragazza, quella Silvia. Vivace. Dovresti invitarla più spesso, Andre’. Ti fa bene vedere gente.»
Ha riso, una risata grossa da tabaccaio, come se il pomeriggio fosse stato solo un aneddoto divertente: il figlio che porta a casa una femmina, il malore improvviso, la musica a palla, la ragazza che arrossisce e balbetta scuse.
Non ha chiesto del marchio. Non ha chiesto perché ero per terra con le mani in testa. Non ha chiesto perché Silvia è scappata via quasi correndo dopo che lui l’ha accompagnata alla porta con quel suo sorriso da “tranquilla, signorina, non si preoccupi, mio figlio è un po’ nervoso ultimamente”.
Ha solo detto: «Domani ti accompagno io a scuola, eh? Così non ti stanchi troppo.»
E io ho annuito, come sempre. Evasivo. Silenzioso. Un muro.
Adesso sono in camera, seduto alla scrivania sotto la lampada da tavolo che fa un cerchio giallo sporco sul quaderno di poesia. Devo finire l’analisi del messaggio di Francesca – no, non un messaggio vero, il compito: tradurre e commentare un frammento di Saffo che la prof Conti ci ha assegnato proprio oggi, ironia della sorte. Il foglio è aperto su fr. 16: “Alcuni dicono che un esercito di cavalieri, altri di fanti, altri di navi sia la cosa più bella sulla terra nera; io invece dico che è ciò che uno ama.”
Scrivo meccanicamente. La penna gratta. Ma non sto pensando a Saffo. Sto ripensando al casino di oggi pomeriggio.
Silvia che rideva sul letto, che mi tirava su per saltare come due scemi al ritmo di “Somebody Save Me”. Il momento in cui per un secondo mi sono sentito normale. Poi il gelo. Lei che appare. La parola “C-I-V-E-T-T-A” che mi spacca la testa. Il mio urlo. La porta che sbatte. Mio padre sulla soglia con il sacchetto delle schiacciatine ancora in mano. Silvia che diventa paonazza, balbetta “stavamo solo studiando”, raccoglie lo zaino e fugge via con un “ci sentiamo domani” che suonava falso quanto il mio sorriso.
E ora il silenzio.
Alzo lo sguardo dal quaderno. Lei è lì.
Non fluttua più come fumo. È seduta – sì, seduta – sul bordo del mio letto, le gambe accavallate con una grazia che non dovrebbe esistere in un essere che non respira. Il vestitino blu a fiori le si è alzato sulle cosce, scoprendo ampie porzioni di pelle liscia e ben tornita, curve morbide e invitanti che sembrano scolpite per far impazzire chiunque le guardi troppo a lungo. Ha diciassette anni, o almeno sembra averne diciassette: il corpo è quello di una ragazza nel pieno della fioritura, snello ma con rotondità nei punti giusti – il seno pieno e ben proporzionato che preme leggermente contro la stoffa leggera, i fianchi che si stringono in una vita sottile, le gambe lunghe e definite che si incrociano con una lentezza studiata.
Il viso è di una bellezza quasi dolorosa: lineamenti gentili, zigomi alti, labbra piene e naturalmente rosate, un naso piccolo e dritto. Gli occhi sono grandi, forse troppo grandi per essere davvero umani – pupille nere come pozzi senza fondo, circondate da ciglia lunghissime che sbattono piano, come se sapesse esattamente l'effetto che hanno. È bella e lo sa. Lo sa benissimo.
I capelli neri le cadono su un occhio in una ciocca ribelle, ma l’altro mi fissa con una curiosità da bambina che ha appena scoperto un nuovo giocattolo… e allo stesso tempo con la sicurezza di chi è abituata a essere guardata, desiderata, adorata.
Sento il sangue accelerare nelle vene, un calore traditore che sale dal petto fino alle guance. Non dovrei guardarla così. Non dovrei notare come il tessuto del vestito si tende sul seno quando respira – o finge di respirare – né come la pelle delle cosce rifletta la luce gialla della lampada, quasi luminosa. Ma lo faccio. Lo faccio e lei se ne accorge.
Un sorriso lento le incurva le labbra. Senza dire nulla, con un movimento pigro e deliberato, alza ancora un po’ di più l’orlo del vestitino. Solo pochi centimetri. Basta per mostrare altra pelle, per far scivolare lo sguardo lungo quelle curve eccitanti, per farmi deglutire a vuoto. Il marchio sul mio collo pulsa in risposta, un misto di dolore e di qualcosa di più oscuro, più possessivo.
«Ti piace guardarmi, vero?» sussurra nella mia testa, la voce mentale che sa di menta e di tentazione. «Non fingere. Lo sento.»
Poi dal nulla chiede: «Allora?» dice la sua voce mentale, dolce e impaziente insieme. «Raccontami.»
Sento un formicolio alla nuca. Il marchio pulsa piano, come un secondo cuore.
«Raccontarti cosa?» sussurro, senza guardarla.
«Tutto. Prima di me. Prima che arrivassi io e ti rendessi conto che le altre non contano.» Si sporge in avanti, i gomiti sulle ginocchia, il mento sulle mani. «Chi eri? Con chi parlavi? Chi ti toccava? Chi ti faceva ridere? Dimmi della tua vita quando eri solo un ragazzo triste con una madre morta e un padre che non capisce niente.»
La sua voce è un sussurro che sa di menta e di cose dimenticate. Non è arrabbiata adesso. È affamata. Vuole divorare ogni dettaglio, come se la mia esistenza passata fosse un romanzo che deve leggere tutto d’un fiato.
Sospirando, appoggio la penna. «Non c’è molto da dire. Andavo a scuola. Tornavo a casa. Ascoltavo musica. Leggevo. Evitavo mio padre il più possibile. Ogni tanto parlavo con le ragazze in classe, ma non… non era niente di serio. Silvia era l’unica che mi faceva battere il cuore un po’ più forte, ma non gliel’ho mai detto.»
Lei inclina la testa. «Silvia.» Pronuncia il nome come se lo stesse assaporando, come se fosse una caramella acida. «Quella con l’odore di fragola finta. Quella che ti ha sfiorato il collo oggi. Quella che rideva sul tuo letto.»
Annuisco, la gola stretta.
«Dimmi com’era prima.» Si alza dal letto – no, non cammina: scivola – e viene dietro di me. Sento il suo freddo alle spalle, ma non mi tocca. Non ancora. «Dimmi di tua madre. Come rideva? Che profumo aveva? Ti abbracciava forte? Ti raccontava storie? Ti faceva sentire… al sicuro?»
Il ricordo mi colpisce come un’onda. Serena che cantava sotto la doccia canzoni vecchie di De André. Serena che mi pettinava i capelli con le dita quando avevo la febbre. Serena che diceva: «Andrea, tu sei la mia luce, lo sai?»
«Era… calda,» dico piano. «Sapeva di vaniglia e di bucato fresco. Mi abbracciava sempre da dietro, quando studiavo. Mi diceva che ero bravo. Che sarei diventato qualcuno.»
Lo spettro emette un suono strano – un sospiro misto a un gemito. Si china sulla mia spalla, i capelli che mi sfiorano l’orecchio senza toccarlo davvero. «E poi è sparita. E tu sei rimasto al buio. Finché non mi hai chiamata tu.»
«Non ti ho chiamata.»
«Invece sì.» La sua voce si fa più bassa, quasi un sussurro intimo. «Quella notte in spiaggia. Urlavi con la musica nelle orecchie. Urlavi che avevi bisogno di sentire qualcosa che non fosse dolore. E io ti ho sentito. Ero nel buio da sempre. Ma tu eri così luminoso, Andrea. Così affamato di vita. Non potevo lasciarti solo.»
Mi giro di scatto. Lei è vicinissima. Gli occhi neri brillano di una luce interna, quasi tenera.
«Adesso dimmi di Francesca,» continua, implacabile. «Quella che ti scriveva oggi. Quella che si lamenta della prof e vuole che tu la salvi. Dimmi se ti piaceva. Dimmi se le avresti dato un bacio. Dimmi se le avresti permesso di toccarti qui.»
Allunga una mano trasparente verso il marchio sul mio collo. Non tocca, ma il dolore si riaccende lo stesso, dolce e crudele.
«Non le ho mai risposto sul serio,» mormoro. «Era solo… scuola.»
Lei sorride. Un sorriso obliquo, soddisfatto.
«Bene. Perché adesso sei mio. E io voglio sapere tutto. Ogni segreto. Ogni ricordo. Ogni persona che ti ha sfiorato prima che arrivassi io.»
Si siede di nuovo sul letto, incrociando le gambe, in attesa. Come una bambina che vuole la favola della buonanotte. Come una regina che esige il tributo.
Prendo la penna, ma non scrivo più. Guardo il quaderno aperto su Saffo.
“Ciò che uno ama.”
Chiudo gli occhi. Sento il suo sguardo su di me, affamato e adorante.
Il telefono vibra sul comodino. Un messaggio in arrivo, alle 23:47.
Silvia Moretti ❤️
André stai bene?
Oggi mi è piaciuto stare in camera tua e ho capito finalmente le funzioni
Grazie!
Il cuore mi salta un battito. Lo spettro inclina la testa, leggendo sopra la mia spalla invisibile. Il suo sorriso si allarga, gelido.
Silvia….
Irrompe la sua voce gelida, e scompare, o sarebbe meglio dire smette di essere. Ma per una volta nessuna fitta alla tempia. Mi alzo mi avvicino alla finestra la luna è piena….