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Creato il 23/04/2026, 19:24 · Aggiornato il 23/04/2026, 19:24

Capitolo 4: Birds of a Feather

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

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  • Copertina AI
  • Violenza
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Le note di Billie Eilish esplodono dalle casse del mio computer, saturando ogni centimetro d'aria della mia camera. Birds of a feather, we should stick together, I know I said I'd never think I wasn't better alone... La sua voce è un sussurro elettrico, una carezza malinconica che sembra vibrare in sincrono con il battito accelerato del mio cuore. Ho alzato il volume a un livello quasi insopportabile, sperando che i bassi riescano a soffocare il ronzio che sento nella testa, quel ronzio che non appartiene alla musica.

Mancano dieci minuti alle 15:30. Dieci minuti all'arrivo di Silvia.

Mi trascino davanti allo specchio dell'armadio, quello con l'anta che cigola e che riflette la mia immagine un po' distorta. Mi tolgo la felpa con un gesto brusco, restando in maglietta, e poi abbasso il colletto.

Il respiro mi si blocca in gola.

Il collo non scotta più, brucia. È un dolore sordo, pulsante, come se qualcuno avesse premuto un ferro rovente sulla mia pelle e lo avesse lasciato lì a consumarmi. Allo specchio, la macchia è diventata di un rosso violaceo, quasi livida. Non è un segno casuale. Sono tre linee nitide, affusolate, la forma inequivocabile di tre dita femminili che stringono, che rivendicano, che marchiano.

«Cazzo,» sussurro, e la mia voce sembra sparire inghiottita dal riverbero della canzone.

Passo le dita sul segno. La pelle è fredda al tatto, ma il dolore che sprigiona è un incendio che mi sale dritto al cervello. Chiudo gli occhi per un istante e la vedo. Vedo Lei, lo Spettro, con quel suo sorriso obliquo e gli occhi che sanno di abisso. Sento il suo peso invisibile che mi spinge contro lo specchio.

Mio.

La domanda mi artiglia lo stomaco: come farò a spiegarlo?

A mio padre, Marco, che vive di certezze, di sport e di tabaccheria? Lui che vede il mondo in bianco e nero, che crede che ogni problema si risolva con una corsa o con una pacca sulla spalla. Se vedesse questo segno, penserebbe a una rissa, o peggio, penserebbe che sto diventando pazzo come... come lei. Come mamma negli ultimi tempi, quando fissava il vuoto e diceva di sentire voci che noi non sentivamo.

E Silvia? Lei sta arrivando con la sua vitalità rumorosa, con i suoi doppi sensi e quella voglia di "accalappiarmi" che mi lusinga e mi terrorizza allo stesso tempo. Se mi tocca il collo, se vede queste dita impresse nella mia carne, cosa penserà? Che sono un masochista? Che ho un'amante segreta che mi stringe fino a lasciarmi i segni?

Ma poi, un pensiero più scuro si fa strada tra le note di Billie Eilish. Perché dovrei spiegarlo? In un certo senso, questo marchio è l'unica cosa reale che mi è rimasta. È l'unica cosa che mi distingue dalla massa di "oche" e di automi che popolano il Machiavelli. È un segreto terribile e magnifico. Silvia vuole studiare le funzioni, vuole scherzare, vuole vita. Ma io... io sono già altrove. Io sono con "l'uccello della stessa piuma" che ha deciso di non lasciarmi più solo.

Mi guardo di nuovo allo specchio. Il segno sembra brillare per un istante sotto la luce al neon. La canzone continua a girare: I'll love you 'til the day that I die...

Sento il ronzio elettrico farsi più forte. Le lampadine della camera hanno un sussulto, la luce trema a ritmo con la musica. Lei è qui. Non la vedo, ma sento il suo profumo di fiori d'arancio e ozono che lotta contro l'odore di fragola che Silvia ha lasciato sui miei vestiti stamattina.

Mancano otto minuti.

Prendo un correttore che apparteneva a mia madre, nascosto in fondo a un cassetto della scrivania. Cerco di coprire il segno, ma è come cercare di nascondere un'eclissi con un dito. La macchia riaffiora, prepotente, come se volesse essere vista. Come se Lei volesse che Silvia sapesse esattamente a chi appartengo.

Mi siedo sul letto, proprio sotto il poster dei Coldplay. Il cuore mi batte contro le costole come un uccello in gabbia.

«Per favore,» sussurro nel vuoto, rivolto all'angolo più buio della stanza. «Non farle del male. È solo matematica.»

Una risata gelida mi attraversa la spina dorsale. Non è un suono, è una vibrazione che mi scuote fin dentro le ossa. La musica di Billie Eilish sembra rallentare per un secondo, distorcendosi in un gemito metallico, prima di riprendere il suo ritmo ossessivo.

Cinque minuti.

Il tempo della normalità sta per scadere.

E io sono qui, intrappolato tra un marchio che brucia e un citofono che sta per suonare, con l'unica certezza che oggi pomeriggio, in Via del Parco, la matematica sarà l'ultima cosa a essere calcolata.

Il ronzio di Billie Eilish viene squarciato da un suono che non appartiene alla melodia. Un trillo elettrico, insistente, che sembra voler fare a pugni con i bassi della canzone. Il campanello. Una, due, tre volte. Ma nella nebbia di Birds of a Feather, quel suono arriva ovattato, come se provenisse da un’altra dimensione.

Poi, la vibrazione sul comodino. Non è una notifica qualunque, è quel battito ritmico che annuncia un messaggio vocale.

Sbuffo, sentendo una fitta di irritazione. Amo quella canzone, amo il modo in cui la voce di Billie sembra scivolare sulla mia pelle come velluto freddo, proteggendomi dal mondo esterno. Con un gesto svogliato, quasi doloroso, abbasso il volume. Il silenzio che segue è improvviso e sgradevole, interrotto solo dal respiro pesante della casa.

Premo play.

«Andre, m’ascolti? So’ qua sotto, eh! M’apri o devo citofonare a tutto il palazzo?»

La voce di Silvia, in uno stretto fiorentino che oggi suona più squillante e predatorio del solito, riempie la stanza. C’è un’energia nella sua voce che mi fa sentire ancora più stanco, ancora più "fuori posto". Mi alzo dal letto a fatica, sentendo il marchio sul collo pulsare come se rispondesse a quel richiamo umano.

Vado alla finestra e la spalanco.

L’aria di Ardenza mi schiaffeggia il viso, portando con sé l’odore del salmastro e dei motorini che sfrecciano sul viale. Mi sporgo e la vedo. È una visione che sembra scagliata in questo pomeriggio grigio direttamente da un altro mondo. Silvia è lì, sul marciapiede, con una coda alta che oscilla a ogni movimento della testa, un vestitino leggero che le fascia il corpo e quei sandali che fanno un rumore secco sull'asfalto. Ha lo zaino monospalla, quello che tiene sempre un po' troppo basso, e mi guarda dal basso verso l'alto con un sorriso che è una sfida aperta.

«Allora?» urla, incurante dei vicini. «S’è fatta notte!»

Faccio un cenno con la mano, indicando che sto aprendo, ma mentre mi volto per uscire dalla camera, lo sguardo mi cade sulla parete.

Il poster dei Coldplay.

È lì, immobile, con i suoi colori vibranti e le scritte che celebrano quel tour dell’estate 2022. Quell’estate. Quella sera a Firenze con mia madre. Ricordo ancora l’odore del prato dello stadio, il calore della sua mano nella mia e la luce dei braccialetti che rendeva tutto magico, come se fossimo dentro una stella. Eravamo "uccelli della stessa piuma" anche noi, allora.

Vedere quel poster ora è come ricevere una doccia fredda, un secchio di ghiaccio che mi riporta violentemente alla realtà. Il contrasto tra quel ricordo sacro, pulito, e la tensione carnale, quasi volgare, che sta per entrare in questa stanza mi mozza il fiato. Guardo il marchio allo specchio – quelle tre dita livide – e poi il sorriso di mia madre nella foto incastrata nella cornice del poster.

Sento il gelo dello Spettro intensificarsi proprio lì, accanto al letto. Lei sta guardando il poster con me. Sento la sua disapprovazione, la sua rabbia silenziosa per quella "visione" che sta salendo le scale.

«Arrivo,» sussurro, ma non so se lo sto dicendo a Silvia, allo Spettro o a me stesso.

Esco dalla camera, chiudendomi la porta alle spalle come se potessi sigillare il dolore e il passato dentro quelle quattro mura. Ma mentre percorro il corridoio per andare ad aprire il portone, so che la battaglia è appena iniziata. Silvia sta portando la vita in una casa che ha smesso di respirare, e lo Spettro non ha nessuna intenzione di lasciarle spazio.

L’aria nel vano scale è densa, quasi solida. Mentre scendo i gradini di marmo, il tempo sembra dilatarsi, ogni battito del cuore un colpo di martello contro le costole. La vedo prima ancora di arrivare all'ultimo piano.

Lei è lì, appostata nell'ombra tra la seconda e la terza rampa. Il vestitino blu a fiorellini bianchi fluttua piano, come se fosse immersa in un acquario invisibile, ignorando le leggi della gravità che tengono i miei piedi incollati ai gradini. Anche i suoi capelli neri si muovono, ciocche sottili che danzano lente nell'aria fredda. Cerca di appoggiarsi al muro della tromba delle scale, ma la sua mano non incontra resistenza: attraversa l’intonaco scrostato, svanendo nel cemento come se la materia fosse solo un suggerimento.

Mi guarda. I suoi occhi sono due fessure di buio pesto. Ride, un suono che non passa dalle orecchie ma mi esplode direttamente nel cranio, viscido e gelido.

«Bella Silvia, vero? Più di me?»

Resto immobile, con la mano stretta sul corrimano di ferro. Non rispondo. Cosa potrei dire? Che Silvia è viva, che profuma di fragola e di sole, mentre lei profuma di ozono e di fiori appassiti? Il silenzio è la mia unica difesa, ma lei lo odia.

La fitta alla tempia arriva puntuale, un ago di ghiaccio che mi trapassa da parte a parte. Gemerei, se avessi ancora fiato nei polmoni.

«Dai, apri scemo!» sibila lo Spettro, svanendo in un mulinello di nebbia azzurrina proprio mentre raggiungo il portone.

Spingo il maniglione antipanico. La luce del pomeriggio mi acceca per un istante. Silvia è lì, radiosa, ma con un pizzico di impazienza che le accende le guance.

«O oh! Finalmente! S’era fatta notte davvero, Andrè!» esclama, usando quell'espressione fiorentina che taglia l'aria con la precisione di un rasoio.

«Entra,» riesco a dire, scostandomi per farla passare. La mia voce suona metallica, estranea. «Vuoi... vuoi qualcosa?»

Mentre saliamo le scale, il panico mi morde lo stomaco. Non sono mai stato solo con una ragazza, non con la casa libera. È la situazione che ogni diciassettenne sogna, ma per me è un incubo a tre facce. Prego che mio padre non torni prima del previsto. Cosa gli direi? "Papà, Silvia è qui per studiare le funzioni, mentre lo spirito di una ragazza morta che somiglia a mamma sta cercando di farle saltare le coronarie"?

E poi c'è Lei. Lo Spettro è tornata, cammina al nostro fianco, invisibile a Silvia ma pesantissima per me.

All'improvviso, un flash.

Non è un pensiero, è un'aggressione visiva. Un ricordo che non mi appartiene mi esplode nella testa con la violenza di un incidente stradale: vedo un ponte sotto una pioggia battente, le luci dei lampioni che si riflettono sull'asfalto lucido. Sento urla disperate, un grido che squarcia il rumore del temporale. E poi una mazza. Una mazza di legno o di metallo che fende l'aria.

Il dolore alla nuca è insopportabile. Poi, com'è arrivato, svanisce tutto. Resta solo il respiro affannato di Silvia che sale i gradini e il mio cuore che inciampa.

Arriviamo in cucina. Silvia si guarda intorno, stranamente silenziosa.

Entriamo in cucina. Il silenzio della casa, interrotto solo dal ronzio basso del frigorifero, sembra amplificare il rumore dei nostri respiri. Silvia si guarda intorno, ma stavolta non è lo sguardo di chi cerca difetti nell'arredamento; i suoi occhi saettano veloci verso il corridoio buio, poi tornano su di me.

Si siede sulla sedia di legno, quella dove di solito mangio io, ma lo fa con una cautela insolita. Non si lancia, non sprofonda. Appoggia lo zaino a terra, tenendo la mano stretta sulla cinghia come se non volesse separarsene. Si sistema una ciocca di capelli dietro l'orecchio, poi la sposta di nuovo. Le sue dita tremano appena.

È come se, varcata la soglia, quel personaggio da "oca" sfacciata che indossa come un'armatura al Machiavelli si fosse incrinato. Si rende conto che non siamo più nel parcheggio o nei corridoi affollati. Siamo soli. In casa mia. E io sono un ragazzo, non solo il bersaglio dei suoi messaggi spinti.

«Un... un po' d'acqua, per favore,» dice. La sua voce è scesa di un'ottava, ha perso quella vibrazione squillante del dialetto fiorentino. Si passa il palmo sulla fronte, poi si pulisce la mano sui jeans.

Prendo un bicchiere dalla credenza. Il vetro tintinna contro il marmo del lavandino. Mentre apro il rubinetto, la vedo.

Lo Spettro non è più nell'ombra delle scale. È qui. Fluttua alle spalle di Silvia, a pochi centimetri dalla sua nuca. Inclina la testa di lato, studiando il collo scoperto della ragazza con una curiosità predatoria. Allunga una mano trasparente, le dita affusolate che sfiorano l'aria appena sopra i capelli castani di Silvia. Non la tocca, ma l'aria attorno a loro sembra farsi densa, elettrica.

Silvia ha un sussulto improvviso. Si stringe nelle spalle, passandosi le mani sulle braccia come se fosse stata colpita da uno spiffero gelido. Si guarda intorno, a disagio, incrociando le gambe sotto la sedia.

«Certo che... fa fresco qui, eh? Nonostante il sole,» mormora, cercando di ritrovare un briciolo della sua solita ironia. Cerca il mio sguardo, ma i suoi occhi sono spalancati, carichi di una tensione che cerca di nascondere dietro un mezzo sorriso incerto. Si morde il labbro inferiore, quello truccato pesantemente, e per la prima volta vedo la ragazza di diciassette anni dietro la maschera della seduttrice.

Le porgo il bicchiere. Le mie dita sfiorano le sue e la scarica è immediata: il calore della sua pelle è un urto contro il gelo che mi porto dentro.

Lo Spettro si sposta, scivolando sul tavolo con un movimento fluido e innaturale. Si mette proprio di fronte a lei, accovacciata tra il portapane e la zuccheriera. La fissa dritto negli occhi, anche se Silvia vede solo il vuoto. Lo Spettro sorride, un taglio nero nel suo viso diafano, e inizia a tamburellare con le dita invisibili sul piano del tavolo, proprio accanto alla mano di Silvia.

Le porgo il bicchiere, ma il vetro trema contro le mie dita. Sposto lo sguardo per un istante: lo Spettro è lì, a un passo da lei, immobile. Non parla, non sussurra. Si limita a fissarla con un’intensità che sembra prosciugare il colore dalle pareti della cucina. Poi i suoi occhi neri tornano su di me, gelidi, come a sfidarmi a ignorarla.

Riporto l'attenzione su Silvia. È seduta sul bordo della sedia, le ginocchia unite, lo sguardo che vaga tra il frigo e la porta del corridoio. Sembra improvvisamente più piccola, meno "leonessa" di quanto non fosse stamattina davanti a scuola.

Devo dire qualcosa. Devo sembrare normale, o almeno provarci.

«Sil-Silvia...» inizio, e la mia voce gratta in gola, uscendo fuori incrinata. Mi schiarisco la voce, fallendo miseramente nel tentativo di apparire disinvolto. «Non l’avevo mai... cioè, non l’ho mai visto quel vestitino. Stai... stai benissimo.»

Mentre lo dico, sento il marchio sul collo pungere ferocemente, come se lo Spettro mi stesse conficcando le unghie nella carne per punirmi di quel complimento.

Silvia solleva lo sguardo su di me. Per un secondo, nei suoi occhi non c’è la solita provocazione, ma un lampo di autentica sorpresa. Prende il bicchiere, e le sue dita sfiorano le mie. È un contatto rapido, ma il calore della sua pelle mi arriva come una scossa elettrica in mezzo a tutto quel gelo.

Abbozza un sorriso, un po' tirato, e lascia andare un lungo sospiro che le fa sgonfiare le spalle, come se avesse trattenuto il fiato da quando è entrata.

«Grazie, Andrè,» risponde piano. Beve un sorso d'acqua, poi pulisce il fondo del bicchiere con il palmo della mano, continuando a fissare l'acqua che oscilla. «Davvero.»

Il silenzio che segue non è più solo quello spettrale della casa; è quel silenzio imbarazzato e carico di aspettative che c'è tra due persone che non sanno bene come accorciare le distanze.

Lo Spettro, dal tavolo, inclina la testa di lato. Un movimento lento, quasi meccanico. Non ride più. Ci guarda e basta, e in quel silenzio sento che sta solo aspettando che facciamo un passo di troppo.

«Allora,» dice, cercando di alzare il tono, «vogliamo andare di là? Prima iniziamo queste funzioni e prima... beh, prima finiamo.»

Annuisco, sentendo il marchio sul collo bruciare come se lo Spettro vi stesse premendo contro un cubetto di ghiaccio bollente. Silvia si alza, afferrando lo zaino e stringendolo al petto, quasi fosse davvero uno scudo contro l’atmosfera pesante di questa cucina.

Le faccio un cenno con la mano, indicando il corridoio che porta in camera mia. «Andiamo di là... si sta più comodi per studiare.»

Silvia fa per scattare in avanti, cercando di recuperare quel ritmo spavaldo che ha di solito, ma il movimento è troppo brusco. Il tacco del sandalo s’impiglia in una fuga sconnessa del pavimento o forse è solo il nervosismo a tradirla. Barcolla, perde l'equilibrio e, prima che io possa rendermene conto, mi inciampa letteralmente addosso.

L’impatto è totale.

Le mie braccia scattano per riflesso e la cingono, mentre lei si aggrappa disperatamente alle mie spalle per non cadere. Sento la pressione morbida del suo seno contro il mio petto, un calore vivo che attraversa le stoffe leggere dei nostri vestiti. Il profumo di fragola chimica e pelle calda mi invade le narici, cancellando per un istante l'odore di ozono che ristagna nella stanza.

È un contatto proibito, elettrico. Silvia rimane lì, il viso affondato nell'incavo della mia spalla, il respiro corto che mi solletica il collo proprio vicino a quel segno che brucia. Per un istante infinito, il mondo fuori scompare. Non c’è la scuola, non c’è mio padre, non c’è il lutto. Ci siamo solo noi.

Sposto lo sguardo verso il tavolo, cercando un appiglio mentale, e la vedo.

Lo Spettro è rannicchiata sulla zuccheriera. I suoi occhi neri sono spalancati, sgranati in un’espressione di puro shock incredulo. Le sue labbra scure si arricciano in un ringhio silenzioso, poi le guance si gonfiano in uno sbuffo di rabbia gelida che fa tremare i vetri della credenza. Con un movimento repentino della testa, scompare, dissolvendosi in una scia di nebbia azzurrina che lascia l'aria satura di elettricità statica.

Restiamo soli. Silvia è ancora tra le mie braccia, il suo cuore batte furioso contro il mio, e io non so se lasciarla andare o stringerla fino a scomparire con lei.

«Scusa...» sussurra lei contro la mia maglietta, ma non si stacca. Anzi, le sue dita si stringono ancora di più sulla mia schiena. «Sono proprio un'imbranata oggi.»

Io non rispondo. Ho la gola secca…

Il momento che temevo è arrivato. Siamo ancora lì, nel corridoio, il tempo sospeso in quell'abbraccio forzato e dolcissimo. Il seno di Silvia preme contro il mio petto e il suo profumo mi stordisce, ma è un attimo.

Silvia solleva appena la testa. La sua guancia sfiora la mia maglietta e i suoi occhi, ora vicinissimi, cadono proprio lì, dove il colletto si è spostato durante l'urto.

Sento le sue dita, piccole e calde, risalire lungo la mia clavicola. Si fermano proprio sul bordo della macchia livida.

«Andrè...» sussurra, e stavolta non c'è traccia di malizia nella sua voce. C'è solo una curiosità genuina che mi gela il sangue. «Cos’è questo? Cos’è sto segno?»

Resta immobile, sempre aggrappata a me, come se quel segno fosse una calamita. Accosta il viso, quasi a volerlo studiare da vicino.

«È... è caldissimo,» mormora, e sento il suo fiato colpire la pelle marchiata. «Sembra quasi che... che ti scotti da dentro.»

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