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Creato il 23/04/2026, 12:29 · Aggiornato il 23/04/2026, 12:29

Capitolo 3: Verso casa

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

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  • Copertina AI
  • Violenza
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Le campane della fine delle lezioni hanno suonato come una liberazione. Dopo il collasso in bagno e l'interrogatorio della vicepreside, il resto della mattinata è scivolato via in una nebbia di stanchezza. Ho cercato di evitare lo sguardo di tutti, ma fuori dal portone di Via Roma, il destino aveva i capelli castani mossi e l'odore di fragola chimica.

«Andrea! Aspettaci!»

Mi volto. Silvia e Marika stanno arrivando a passo svelto. Silvia indossa una maglia di filo bianco, talmente larga che la spalla sinistra è completamente nuda, rivelando la bretella nera del reggiseno che spicca sulla pelle chiara. Ogni volta che fa un passo, la stoffa danza, accarezzandole i fianchi. È volgare? Forse. Ma io la trovo magnetica.

«Ti accompagniamo noi a casa, visti i precedenti non vorremmo che svenissi sul Viale e qualche vecchia ti scambiasse per un cadavere», scherza Marika, dandomi una spallata amichevole.

Iniziamo a camminare verso il mare. L’aria di Livorno oggi sa di fritto e salmastro.

«Allora, Andrea...» esordisce Silvia, avvicinandosi così tanto che il suo braccio sfiora il mio. «Quella lettura di Saffo è stata... intensa. Sembravi quasi posseduto. Ma dimmi, quando dicevi 'un fuoco sottile corre sotto la pelle', guardavi me o la prof? Perché se guardavi la Morelli, hai dei gusti davvero horror.»

Marika scoppia a ridere. «Oh, guardava Silvia, sicuro. Aveva gli occhi così sbarrati che pensavo gli esplodessero. Eri tutto rigido, Andrea. Proprio... duro come una statua.»

Arrossisco violentemente, fissando le punte delle mie scarpe sul marciapiede di Viale Italia. «Stavo solo male. Il mal di testa mi ha fregato.»

«Certo, il mal di testa», mormora Silvia con un sorrisetto malizioso. Si ferma davanti a un forno e prende tre schiacciate calde, unte al punto giusto. Me ne porge una, premendo le sue dita calde contro le mie. «Tieni. Ti serve energia. Sei troppo magro, bisogna che ti mettiamo in forze per oggi pomeriggio.»

«Oggi pomeriggio?»

«Matematica, scemo», interviene Marika, addentando la sua schiacciata. «Silvia non distingue un'equazione da una ricetta per le polpette. Ha bisogno che tu le faccia vedere... come si risolvono certe posizioni difficili. Sai, quelle dove devi applicare la forza nel punto giusto per far quadrare tutto.»

Silvia le dà un colpo giocoso, poi torna a fissarmi. «Esatto. Mi servono le tue lezioni private, Andrea. Sono una tipa che impara in fretta se il maestro sa come prendermi. Magari possiamo metterci comodi sul letto, così non ti stanchi la testa. Mi hanno detto che sei bravissimo con le... funzioni.»

Il doppio senso è così pesante che potrei caderci dentro. Silvia sa perfettamente l'effetto che mi fa quell'aria da "seduci e distruggi". Mi guarda dal basso verso l'alto, umettandosi le labbra carnose con la lingua per pulirsi da un granello di sale della schiacciata.

«Allora? Mi aiuti a venire... a capo del problema?» insiste lei, scivolando con la mano lungo la mia schiena, una carezza rapida che mi fa venire i brividi.

Non è il freddo elettrico dello spettro. È un calore umano, pulsante, che mi confonde.

Passiamo davanti ai Bagni Pancaldi. Il mare è blu scuro e calmo. Per un istante, guardando l'orizzonte, mi sembra di vedere una sagoma azzurra seduta su un molo lontano, immobile, che ci fissa. Il marchio sul collo inizia a pizzicare, come se qualcuno ci stesse premendo sopra uno spillo gelato.

«Sì», riesco a dire, deglutendo a fatica. «Ti aiuto io.»

«Bravo il mio geometra», conclude Silvia, facendomi l'occhiolino mentre imbocchiamo Via del Parco. «Preparati, perché oggi pomeriggio ho intenzione di farti sudare più che all'ora di ginnastica.»

Marika ride sguaiatamente, lasciandoci davanti al mio portone. «Vi lascio soli, piccioncini. Andrea, vedi di non svenire di nuovo... o almeno, aspetta che Silvia abbia finito di usarti!»

Marika si allontana, la sua risata sguaiata che rimbalza contro i palazzi di Via del Parco prima di disperdersi nel vento. Restiamo soli. Sento il peso del silenzio che improvvisamente si fa denso, ma Silvia non aspetta un secondo. Non ha mai avuto bisogno di privacy per marcare il territorio, eppure ora sembra godersi questo istante di campo libero. La sua natura predatoria si maschera dietro una dolcezza zuccherosa che mi mette i brividi, ma in un modo diverso da quello a cui mi sto abituando.

Si avvicina. Accorcia le distanze finché l’odore di fragola chimica del suo lucidalabbra non mi investe di nuovo, prepotente. Mi appoggia una mano sull'avambraccio. È un tocco caldo, vivo, che scotta quasi sulla mia pelle, contrastando violentemente con quel gelo residuo che sento ancora scorrermi nel sangue come piombo liquido.

«Andrè,» esordisce, e quel modo tutto nostro, tutto toscano, di mozzare il nome mi fa sentire improvvisamente nudo, vulnerabile. «Sei un angelo ad aiutarmi... sicuro che non disturbo?»

Mi fissa con un’espressione finta, quasi angelica, mentre gioca distrattamente con una ciocca dei suoi capelli castani. Io deglutisco a fatica. Spero che non veda il pomo d'Adamo sobbalzare, spero che non senta quanto il mio polso stia accelerando sotto le sue dita.

«No... è che non sono così bravo come credi con le funzioni...» riesco a sussurrare.

Un’ironia amara mi morde lo stomaco. Se solo sapesse a quali "funzioni" sto pensando. Se solo immaginasse che la mia mente è occupata da calcoli ben più oscuri e paranormali di quelli di un libro di quarta liceo.

Silvia non perde un colpo. I suoi occhi brillano di una malizia antica. Sfodera un accento fiorentino, di quelli che sanno di sfida e di strada: «Beh, meglio! C'arriviamo assieme.»

Mi lancia un'ultima occhiata che promette tutto e niente, poi, con un guizzo di energia, si stacca da me. Scappa via leggera, salutandomi con un gesto ampio della mano mentre si allontana verso l'angolo della via. «A dopo!».

Resto immobile davanti al portone, con il braccio che ancora scotta nel punto in cui mi ha toccato. Resto a guardarla sparire finché non è solo un punto lontano tra le macchine parcheggiate.

Poi entro.

In casa, sento ancora l'odore del profumo di Silvia sui miei vestiti. Ma appena chiudo la porta, la temperatura nell'ingresso scende di dieci gradi. Il silenzio è assoluto. So che lei ha sentito tutto. E so che la lezione di matematica non sarà affatto tranquilla.

Mastico un panino avanzato seduto al tavolo della cucina. Il ticchettio dell'orologio a muro sembra un battito cardiaco accelerato. In questa casa, il silenzio non è mai pace; è un vuoto che preme contro le pareti.

Mio padre, Marco, è in tabaccheria. Mangia un tramezzino veloce tra un cliente e l'altro, tra una chiacchiera sul padel e un pacchetto di sigarette. Non torna mai a pranzo. Credo che questa casa gli faccia paura quasi quanto fa paura a me, perché ogni angolo grida il nome di mia madre. Serena non era solo mia madre; era il calore che teneva insieme i mattoni di questo quadrilocale. Da quando se n'è andata, siamo due estranei che orbitano intorno a un buco nero.

Poi è arrivata Lei. Lo Spettro.

Mi tremano le mani mentre bevo un sorso d'acqua. È strano, quasi malato, ma per la prima volta da anni mi sento... visto. Mio padre vede un problema da risolvere, i prof vedono un alunno che sta deragliando, le "amiche" di mia madre vedono un orfano da compatire. Lo Spettro, invece, vede me. Mi vuole con una ferocia che mi spaventa e mi lusinga allo stesso tempo. Mi ha marchiato come se fossi prezioso.

E proprio ora, Silvia.

Sento il cuore accelerare se penso a lei. Silvia Moretti. La ragazzina che a dieci anni correva al parchetto "Sms" e che mi faceva balbettare ogni volta che mi chiedeva di spingerla sull'altalena. Mi è sempre piaciuta. Quel suo modo di essere così viva, così rumorosa, così... carnale. Oggi pomeriggio verrà qui. In camera mia. Sul mio letto.

«Non lo permetterà», sussurro tra me e me, guardando l'ombra nell'angolo della cucina che sembra allungarsi verso di me.

Se lo Spettro ha reagito così a scuola per una semplice poesia, cosa farà quando Silvia sarà a pochi centimetri dalle mie labbra? Ho il terrore che possa farle del male. O peggio, che possa mostrare a Silvia quanto sono "marcio" dentro.

E poi c'è mio padre. Se Valerio, il preside, lo ha chiamato — e lo ha fatto di sicuro, sono amici fraterni, si dicono tutto sul campo da padel — Marco tornerà a casa stasera come un uragano. Se trovasse Silvia qui, con lo Spettro che scatena l'inferno... sarebbe la fine.

Il telefono sul tavolo della cucina vibra, facendo sobbalzare le briciole del mio panino. È un suono secco, ma in questo silenzio sembra un allarme.

Ore 14:15 – Messaggio da: Silvia Moretti 😉

"Ehilà geometra! 📐 Spero tu stia ripassando le posizioni... delle equazioni! Arrivo da te alle 15:30. Fatti trovare pronto e senza troppi vestiti addosso, che oggi in camera tua si schiatta dal caldo. A dopo! 🔥"

Sento il viso andare a fuoco. Silvia non usa filtri, è come il Libeccio che batte sulla Terrazza Mascagni: ti spettina e ti toglie il fiato. Sto per risponderle, ma lo schermo si illumina di nuovo.

Ore 14:17 – Messaggio da: Francesca Valenti 👑

"Andrea, ma quanto è stronza la Conti? Ancora poesie! Non ne posso più di questi metri polverosi. E poi mi guarda sempre malissimo, come se fossi io il problema della classe. Io che cerco sempre di essere dolcissima con tutti... Mi fa sentire come se fossi il male assoluto. Solo tu mi capisci, vero? Mi aiuti a tradurre l'ultimo pezzo dopo? 🥺"

Sbuffo. Francesca è incredibile. È la ragazza più bella dell'istituto, tutti pendono dalle sue labbra, eppure riesce a far sembrare ogni cosa un complotto contro di lei. È convinta di essere un angelo, ma io ho visto come guarda le altre ragazze: i suoi occhi azzurri sanno essere gelidi come il tocco dello spettro.

Appoggio il telefono a faccia in giù. Silvia sta arrivando, Francesca reclama attenzioni, e la prof.ssa Conti — che probabilmente ha già ricevuto una soffiata dalla Vicepreside Elvira sulla mia "performance" di stamattina — mi aspetta al varco domani.

In camera mia, intanto, sento un rumore strano. Come se qualcuno stesse graffiando il vetro della finestra dall'esterno. Ma siamo al terzo piano.

Mi siedo al tavolo della cucina, le dita che tremano leggermente mentre sblocco lo schermo. La luce del display sembra troppo carica, quasi violenta in questa casa che sta scivolando in una penombra innaturale. Devo rispondere, prima che Silvia arrivi, prima che Francesca decida di chiamarmi. Devo rimettere i cocci a posto.

Scorro la chat di Silvia. Rileggo quel "senza troppi vestiti addosso" e sento il marchio sul collo pungere, come se Lei stesse leggendo sopra la mia spalla. Digito in fretta, cercando di sembrare il solito Andrea, quello un po’ sfigato e distaccato.

A Silvia: "Guarda, non ti formalizzare troppo che camera mia è un casino totale e non ho nemmeno nulla da mangiare... vieni pure, a dopo."

Premo invio. Un peso si scarica, ma un altro, più grande, si piazza subito dopo. Francesca. Lei è la regina dei drammi e io non ho le energie per gestire la sua versione della realtà. Mi mordo l'interno della guancia, scrivendo con cautela. Non posso dirle di Silvia. Se lo sapesse, la notizia farebbe il giro di Ardenza prima che io riesca a finire la lezione di matematica.

A Francesca: "Sinceramente non mi sono accorto di nulla, ero un po' fuso... comunque sì, i compiti sono un'esagerazione. Per darti una mano non lo so se riesco, oggi sono messo maluccio."

Appoggio il telefono sul tavolo a faccia in giù. Il vetro batte sul legno con un rumore secco. Ho appena mentito a una e dato un mezzo appuntamento all'altra, il tutto sotto lo sguardo invisibile di un’entità che somiglia a mia madre e che odia le "civette".

Mi passo una mano tra i capelli. Il silenzio della casa ora è interrotto da un ronzio elettrico sottile, quasi impercettibile. Viene dalla mia camera.

«Messo maluccio...» La voce dello Spettro mi accarezza i pensieri, sarcastica. Sento che non è affatto convinta d

ei miei tentativi di tenere il mondo fuori dalla porta.

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