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Creato il 05/09/2026, 13:34 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:36

Capitolo 33: Puntata 33: Le catene di AnnaClara

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza
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Il freddo delle sette e mezzo del mattino alla Darsena non ha niente di poetico. È un freddo bastardo, umido, che sa di ferro arrugginito, gomma bruciata, nafta e quel salmastro che ti si incrosta nei polmoni come ruggine. Io e Silvia siamo fermi davanti alla saracinesca abbassata di Seu Jorge, due puntini ridicoli in mezzo ai giganti di metallo del porto. Gli zaini di scuola ci pesano sulle spalle, pieni di libri che oggi non vedranno la luce.

Abbiamo inventato le nostre balle con cura disperata.

A mio padre ho detto che c’era una ricerca di gruppo per Topografia, un sopralluogo fuori città con il prof che non avrebbe segnato le assenze sul registro elettronico fino a domani. Silvia ha fatto di meglio: ha lasciato il telefono a casa di Marika, con l’ordine tassativo di rispondere a ogni messaggio simulando la sua voce e di trafficare con l’app della scuola per far risultare che lei era in classe, a studiare latino. Due clandestini della realtà, pronti a giocarsi tutto per un fantasma.

«Ce l’hai?» mi sussurra Silvia. Ha le occhiaie profonde, le dita che tremano leggermente mentre stringe il manubrio del monopattino.

Annuisco. Mi tocco la tasca dei jeans. Sento il freddo della catenina con la croce brasiliana e il fruscio delle banconote: duecento euro miei, risparmiati in tre anni per la chitarra nuova o per il viaggio a Barcellona, più i cinquanta che mi ha prestato lei, spiegazzati e umidi di sudore. Duecentocinquanta euro per un esorcismo in un capannone tra via dell’Idrovora e il nulla.

La saracinesca si alza con un fragore metallico che mi fa saltare il cuore in gola. Seu Jorge è lì, in canottiera nonostante il gelo, una sigaretta senza filtro appiccicata all’angolo della bocca. Ci guarda come se fossimo spazzatura portata dalla marea alta.

«I soldi,» ringhia senza nemmeno un buongiorno.

Tiro fuori il malloppo. Lui lo prende, conta le banconote con dita gialle di nicotina, sputa a terra un grumo di catarro e se le infila in tasca.

«Entrate. E chiudete quella cazzo di porta. Non voglio sbirri o curiosi tra i piedi.»

Il capannone puzza di fumo stantio, cera sciolta, rum scadente e sudore vecchio. Al centro, Jorge ha preparato il “teatro”. Non c’è nessun altare luccicante, nessuna icona sacra. Solo un cerchio tracciato sul cemento sporco con polvere di ferro e sale grosso, circondato da quattro ciotole di zinco piene di un liquido torbido che odora di alcol e erbe amare. Sembra più la scena di un crimine che un rito. Puro stile Supernatural, ma senza la protezione di una telecamera: qui se schiatti, resti sul cemento e nessuno viene a salvarti.

«Siediti lì, ninjo,» ordina Jorge indicando il centro del cerchio. La sua voce è rauca, da fumatore incallito. «E tu, menina, stai fuori dal bordo. Se entri mentre sto lavorando, la morta si attacca a te e io non muovo un dito per staccarla. Chiaro? Prima i soldi, poi il resto. Se non sopravvivi, non è affar mio.»

Silvia annuisce, pallida come un cencio, ma con quello sguardo livornese che dice “prova a fermarmi e ti spacco la faccia”.

Jorge si avvicina a me. Mi afferra il polso sinistro con una morsa da scaricatore di porto e usa uno spago unto per legare la catenina di Anna Clara direttamente sulla pelle, premendola contro le vene. Poi versa della cachaça economica in una delle ciotole e accende un fiammifero. La fiammata blu improvvisa illumina il suo viso segnato, gli occhi da predatore che hanno già visto troppe cose.

«Ora comincia lo strazio,» mormora, e per un secondo vedo un barlume di qualcosa che assomiglia a pietà. «Lei non vuole andare. Vuole te. Sarà uno scambio equivalente: io le tolgo il ferro, lei cercherà di prendersi la tua carne. Preparati, ragazzo. Non sarà come nei film.»

Si accende un’altra sigaretta con il mozzicone della precedente, aspira profondamente e inizia.

La cantilena gutturale parte bassa, in un portoghese mescolato a parole che sembrano latino antico, ringhiate come un cane che difende il territorio. Il mondo fuori dal cerchio scompare.

Il dolore esplode nel polso. Non è calore. È come se mille aghi di ghiaccio mi entrassero nelle vene e risalissero verso il cuore. Crollo in avanti, le mani che artigliano il cemento freddo. Il corpo si contrae in spasmi violenti.

Prima ondata.

Non è più il capannone. Sono di nuovo nel container. Odore di urina, sudore acido, paura pura. Sento le mani di quegli uomini sul corpo di Anna Clara. Sento il dolore, l’umiliazione, la nausea. Ma stavolta è il mio corpo a subirlo. Le costole mi si stringono, il respiro si spezza. Vomito bile gialla sulla polvere di ferro. Le convulsioni mi scuotono come scariche elettriche.

«Andrea! Resisti! Non mollarla!» l’urlo di Silvia arriva da lontano, attutito.

«Zitta, ragazza!» tuona Jorge, senza smettere di cantilenare. «È lo scambio! Se lei non sente il suo dolore, non si stacca! Continua a urlare se vuoi, ma non entrare.»

Anna Clara si manifesta. Non è più la ragazza diafana del liceo. È un’ombra densa, nera, che fluttua sopra di me. Il vestitino a fiori è ridotto a stracci sporchi di sangue e nafta. Il gelo nel capannone diventa insopportabile. Le ciotole di zinco iniziano a tremare, il liquido torbido ribolle. Lei allunga le mani diafane verso il mio collo.

«Andrea… restiamo insieme…» la sua voce mi vibra dentro le ossa, un sussurro dolce e marcio che promette pace in cambio dell’anima. «Non farmi sparire… ho freddo… ho tanta freddo…»

Sto per mollare. La mano che stringe la catenina si apre lentamente, le dita non rispondono più. Il cuore rallenta. Il freddo sta vincendo. Vedo il buio del container che si chiude su di me.

Seconda ondata – più forte.

Il dolore sale. Sento le botte. Sento la mazza da baseball che si alza. CRACK. Stavolta il colpo lo ricevo io sulla schiena. L’osso scricchiola, il fiato mi si spezza. Crollo di lato, urlando. Il naso inizia a sanguinare copiosamente, il sangue caldo che contrasta con il gelo che mi mangia vivo.

«ANNA CLARA, BASTA!» urla Silvia dal bordo del cerchio, la voce rotta ma feroce. «L’hai mangiato abbastanza! Lui non è il tuo container! Lui è vivo!»

Jorge ride piano, una risata cinica da Constantine, mentre continua a recitare la litania. Versa altro rum sul fuoco. La fiamma schizza alta.

«Brava, menina. Urla. Il dolore la indebolisce. Ma non entrare, cazzo, o diventi tu il prossimo pasto.»

L’ombra di Anna Clara si contorce. Il suo viso si deforma, mostrando per un attimo il terrore della ragazza del container, poi torna rabbioso e affamato. Allunga di nuovo le mani verso di me.

Crollo una seconda volta. Le ginocchia battono sul cemento. Sento le lacrime calde mescolarsi al sangue sul viso. Il corpo non mi obbedisce più. Sto per arrendermi.

Ma poi arriva il calore brutale.

Silvia ha disobbedito. È entrata nel cerchio, ignorando l’urlo di avvertimento di Jorge. Mi afferra l’altra mano, quella libera, e stringe forte. Sento il suo calore livornese, il suo sangue caldo, la sua rabbia viva scorrermi dentro come una scarica di adrenalina pura.

Lei alza lo sguardo verso l’ombra nera sopra di me. Non prega. Non supplica. Sfida.

«ANNA CLARA, GUARDAMI, BRUTTA PARASSITA!» urla Silvia con tutta la voce che ha in corpo. Il suono rimbalza tra le lamiere del capannone. «L’hai prosciugato abbastanza! Senti questo calore? È il mio! È vita! Tu sei cenere, sei solo un ricordo marcio del porto! Lui merita di vivere! Deve andare a Barcellona, deve suonare quella cazzo di chitarra, deve invecchiare con me! Tu non sei niente! Torna nel tuo container di merda e sparisci!»

L’ombra sussulta violentemente. Le luci al neon sopra di noi esplodono una dopo l’altra in una pioggia di vetri e scintille. Il vento gelido si alza improvviso, facendo volare via la polvere di ferro dal pavimento.

Jorge alza la voce, passando a un latino sporco e ringhiato, mescolato al suo portoghese da strada:

«Exorcizamus te, omnis immundus spiritus… omnis satanica potestas… Vade, satana… Humiliare sub potenti manu Dei!»

Versa il resto della bottiglia di cachaça nel fuoco. La fiamma diventa blu e alta.

La catenina sul mio polso diventa incandescente. Sento l’odore della mia carne che brucia. Urlo. Il mio grido si mescola a un lamento disumano, stridulo, che sembra il pianto di mille bambine terrorizzate.

Poi arriva lo strappo finale.

È come se mi strappassero i polmoni dal petto con un gancio arrugginito. Qualcosa di denso e freddo si stacca violentemente dal mio sterno, lacerandosi. L’ombra di Anna Clara viene risucchiata verso l’alto, deformandosi, urlando, allungando le mani nella mia direzione fino all’ultimo istante. Si lacera in fili neri che si dissolvono nell’aria.

Il silenzio che segue è totale. Pesante. Assordante.

Crollo sul cemento, ansimando, il corpo che trema violentemente come dopo un elettroshock. Silvia mi è subito sopra, mi stringe tra le braccia, mi bacia la fronte sudata, incurante del sangue che mi esce dal naso e dalla bocca.

Seu Jorge si accende l’ennesima sigaretta con calma olimpica. Guarda lo spago bruciato e i resti della catenina: il metallo si è annerito, spezzato in tre punti, ridotto a ferraglia inutile e fredda.

«È finita,» dice, sputando un pezzetto di tabacco. «Lo scambio è avvenuto. Il debito è pagato. Lei non tornerà più, ninjo. Ma tu… tu ci metterai mesi a tornare intero. Il vuoto attira sempre altre cose.»

Mi pulisce il polso con uno straccio sporco imbevuto di aceto. La pelle è segnata da una cicatrice rossa, irregolare, a forma di catena spezzata. Brucerà per giorni.

«Andatevene ora,» aggiunge, indicando la porta con il mento. «E non tornate. Non mi dovete più niente.»

Usciamo dal capannone barcollando, appoggiati l’uno all’altra. Il sole debole della Darsena ci colpisce la faccia. Non è più freddo. È un sole che scalda, anche se poco.

Silvia mi tiene per la vita, facendomi da stampella. Io ho ancora il sapore del sangue in bocca e il polso che pulsa.

Prendo il telefono con dita tremanti. Le notifiche della classe parlano di interrogazioni e versioni di latino. Mi sembrano messaggi da un altro pianeta.

Guardo Silvia. Ha gli occhi rossi, i capelli spettinati, le mani sporche di sangue e cenere. È la cosa più bella e viva che abbia mai visto.

«Abbiamo vinto, Geometra,» sussurra lei, appoggiando la testa sulla mia spalla.

Annuisco lentamente. La catenina non c’è più. Il freddo è sparito. Resta solo la cicatrice, i 250 euro spesi e la stanchezza profonda nelle ossa.

Siamo vivi.

E per la prima volta da mesi, la strada verso casa non mi sembra più un sentiero verso il cimitero.

«Andiamo a riprenderci i monopattini,» dico io, la voce finalmente mia. «Andiamo via da qui.»

Saliamo sui monopattini. Silvia davanti, io dietro di qualche metro. Il vento freddo ci corre incontro mentre lasciamo la Darsena alle spalle.

Guardo la sagoma sul monopattino della bellissima ragazza che ho davanti. I suoi capelli castani sciolti sono frustati dal vento, i fianchi incorniciano il suo sedere tondo sotto al piumino lungo fino alle ginocchia. E penso:

e così se n’è andata. Sento lo spazio interiore finalmente libero dalla presenza opprimente di quella povera ragazza brasiliana violata, umiliata e uccisa.

Poi, quasi senza accorgermene, le parole mi escono dalle labbra in un sussurro portato via dal vento:

«Addio, Anna Clara. Mi spiace che la vita sia stata così ingiusta con te. Ma io ho scelto di andare avanti… ho scelto la mia di vita.»

Mentre lo dico a me stesso, una lacrima mi scende sul viso. Me l’affretto ad asciugare con il dorso della mano inguantata, prima che Silvia possa vederla.

Domani sarà un altro giorno. Un giorno che mi avvicinerà sempre di più alla città, a Barcellona e al corpo nudo di Silvia.

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