Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Barcellona, ultimo giorno di gita. Domani mattina presto il pullman riparte per Livorno.
Francesca e le altre ragazze hanno fatto un lavoro da professioniste: hanno organizzato tutto nei minimi dettagli. Hanno spostato le camere, inventato una “serata di gruppo solo femmine” per coprire Silvia, e hanno convinto i professori che Andrea aveva bisogno di “stare un po’ da solo per elaborare certe cose”. Nessuno ha fatto troppe domande. Sapevano tutti che qualcosa non andava da mesi.
Adesso siamo solo noi due, in questa piccola stanza al quarto piano di un ostello vicino a Gràcia. La finestra è socchiusa e lascia entrare il rumore lontano della città, le voci dei turisti, il profumo di churros e di mare. La luce arancione dei lampioni filtra dalle tende leggere e disegna strisce calde sui muri bianchi.
Silvia chiude la porta a chiave con un gesto deciso. Si volta verso di me e per un attimo restiamo fermi a guardarci. Non serve parlare. Sappiamo tutti e due cosa significa questa notte.
Ci avviciniamo lentamente. Le sue mani mi sfilano il maglione, le mie le abbassano la zip del piumino. I vestiti cadono uno dopo l’altro sul pavimento senza fretta, quasi con reverenza. Quando restiamo solo con la biancheria addosso, Silvia mi prende il viso tra le mani e mi bacia. È un bacio profondo, lento, che sa di tutto quello che abbiamo passato.
Mi spinge piano verso il letto. Ci sdraiamo. Il suo corpo è caldo, morbido, vivo. Le mie dita percorrono la curva della sua schiena, la pelle liscia delle sue cosce, il bordo delle mutandine. Lei trema leggermente quando le sfioro il seno, ma non per freddo. È desiderio puro.
«Andrea…» sussurra contro le mie labbra. «Guardami.»
Lo faccio. I suoi occhi castani sono vicinissimi, lucidi, intensi. In quel momento sento l’ultimo residuo di gelo dentro di me sciogliersi del tutto. Il ricordo di Anna Clara, della catenina, del rituale, del container… tutto si allontana come un’ombra che non ha più potere.
Facciamo l’amore con passione, ma senza furia. I nostri corpi si cercano, si trovano, si riconoscono. Ci sono momenti in cui ridiamo piano perché un gomito finisce nel posto sbagliato, momenti in cui lei mi stringe forte come se avesse paura che io possa sparire. Ci muoviamo insieme, sudati, respiri che si mescolano, mani che si intrecciano. È goffo e bellissimo, urgente e tenero allo stesso tempo.
Quando arriviamo insieme al culmine, Silvia affonda il viso nel mio collo e io la tengo stretta, sentendo il suo cuore battere forte contro il mio. Il piacere è caldo, profondo, liberatorio. Per la prima volta dopo tanto tempo non sento freddo. Sento solo calore. Solo vita.
Restiamo abbracciati a lungo, i corpi ancora uniti, la pelle umida che si raffredda piano. Il respiro torna regolare. Fuori, Barcellona continua a vivere.
Silvia alza leggermente la testa e mi guarda. Ha i capelli scompigliati, le guance rosse, un sorriso piccolo e stanco ma vero.
Mi accarezza la cicatrice sul polso con il pollice, poi si avvicina e mi bacia di nuovo. È un bacio lento, dolce, sigillo finale. Un bacio che sa di addio al passato e di promessa per tutto quello che verrà.
«Ti amo, Geometra» mormora sulle mie labbra.
«Ti amo anch’io» rispondo, stringendola più forte.
La tengo tra le braccia mentre il sonno arriva piano. Domani torneremo a Livorno. Ma stanotte, in questa stanza illuminata dai lampioni di Barcellona, ho finalmente capito cosa significa essere vivo.
Il freddo se n’è andato per sempre.
FINE