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Il porto di Livorno dopo le quattro del pomeriggio non è un posto per ragazzini.
È un labirinto di lamiere arrugginite, odore di gasolio, gomma bruciata e piscio di cane. Le gru sembrano scheletri di dinosauri morti, i muletti urlano in lontananza come bestie ferite. Io e Silvia camminiamo rasente ai muri dei magazzini doganali, con gli zaini di scuola che ci pesano sulle spalle come sacchi di cemento bagnato. Il mio monopattino è rimasto legato a un palo vicino alla sbarra d’ingresso, un giocattolo ridicolo abbandonato in zona di guerra.
Ogni passo verso la Darsena mi costa una fatica immensa. Non è solo paura. È terrore puro, animale.
Ho lo stomaco chiuso da quando siamo usciti da scuola. Silvia cammina al mio fianco, il cappotto aperto, il fiato che esce a nuvolette. Ogni tanto mi lancia un’occhiata di traverso.
«Se vuoi tornare indietro, Geometra… basta dirlo» mormora a un certo punto, la voce più bassa del solito.
«Non se ne parla» rispondo, ma la mia voce esce rauca. «Dobbiamo farlo oggi. Prima che diventi ancora più forte.»
Appena superiamo il primo varco tra due container impilati, l’aria cambia. Non è più il freddo di gennaio. È il gelo di Anna Clara che mi si attacca addosso come una seconda pelle. Mi fermo di colpo davanti a un vecchio capannone con le finestre rotte e le pareti coperte di graffiti sbiaditi.
Prima visione.
Vedo lei. Anna Clara seduta per terra in un angolo buio, le ginocchia al petto. Stringe a sé due bambine piccole, una per lato. Accarezza loro i capelli sporchi sussurrando storie di spiagge bianche, di carnevale a Rio, di un cielo che non finisce mai. Le sue mani tremano, ma la voce resta ferma. Fa la dura. Non vuole che le piccole sentano quanto ha paura. Ogni volta che la porta del capannone cigola, i suoi occhi scattano verso l’ingresso, in attesa dei “lupi”.
Sento la sua fame. Sento la sua sete. Sento il peso di dover essere forte per qualcun altro mentre dentro stai morendo.
«Andrea… Andrea, cazzo, guardami!»
La voce di Silvia mi arriva lontana, attutita, come se avessi la testa sott’acqua. Mi sta scuotendo per un braccio. Solo quando mi dà uno schiaffetto leggero sulla guancia torno nel mio corpo. Ho il naso che cola sangue.
«Stai bene?» mi chiede, pallida.
Annuisco senza parlare. Non sto bene. Ma continuiamo.
Camminiamo ancora. Arriviamo allo spiazzo aperto tra due alte pile di container blu scrostati. Qui il vento porta odore di nafta e di cose marce. Il peso sulle mie spalle diventa insopportabile. Mi piego in avanti, le mani sulle ginocchia, il respiro corto.
Seconda visione.
Le mani. Tante mani. Odore di grasso di motore, tabacco cattivo, sudore acido. Sento il corpo di Anna Clara che viene usato come merce. Sento il dolore, l’umiliazione, la nausea che sale a ondate. Sento le sue lacrime silenziose mentre cerca di non urlare per non svegliare le bambine. Un uomo ride. Un altro bestemmia in portoghese. Il suo corpo è solo carne. Niente di più.
Mi accascio contro il fianco freddo di un container. Le ginocchia cedono. Vomito bile gialla sul cemento crepato. Silvia è subito lì, mi tiene la fronte, mi passa una mano sulla schiena.
«Resisti, Andrè… respira. Sono qui.»
La sua voce è l’unica cosa calda in mezzo a tutto quel gelo.
Riprendiamo a camminare, più lenti. Ogni passo è più pesante del precedente. Il mio corpo non sembra più mio. Cammino curvo, come se portassi sulle spalle mesi di violenze.
Arriviamo vicino a una zona più nascosta, dietro una fila di vecchi container rossi. Qui l’erba è cresciuta tra le crepe dell’asfalto e ci sono cumuli di detriti e vecchie cime di canapa marce.
Terza visione.
Questa è peggio. Sento i pugni. Le botte. Il tradimento. Malick Sow che la guarda con quegli occhi verdi freddi mentre lei gli pianta il pezzo di metallo nel fianco. Sento la sorpresa dell’uomo, poi la rabbia. Sento il momento in cui decide che lei deve morire. La corsa disperata a piedi nudi sull’asfalto ruvido, bagnato di pioggia e nafta. Ogni passo è un coltello che mi taglia la pianta dei piedi. Il fiato che brucia nei polmoni. Le ombre che ci inseguono.
Mi piego in due, stringendomi il fianco come se la lama fosse ancora lì.
«È qui…» rantolo, indicando una grata di scolo semi-nascosta da un cumulo di detriti e ferraglia. «È qui che l’ha persa…»
Mi trascino verso la grata. Le dita mi tremano mentre scavo nel fango freddo misto a ruggine e olio. Silvia si accovaccia accanto a me, le mani sporche anche lei, senza dire una parola. Scava con me.
Poi lo vedo. Un piccolo riflesso metallico tra lo sporco.
La afferro.
È una catenina sottile, quasi fragile, con una piccola croce brasiliana. Metallo povero, ossidato, annerito dal tempo e dalla sporcizia del porto. La “Croce di Ferro”. Appena le mie dita si chiudono attorno al cerchietto, l’ultima visione mi esplode dentro con la violenza di una granata.
Quarta visione.
Il tradimento definitivo. La coltellata a Malick. La fuga. I piedi nudi che battono sull’asfalto. Il dolore lancinante. Le tre ombre che la raggiungono. La risata sporca. La mazza da baseball che si alza.
CRACK.
Il primo colpo. L’osso che si spezza. Il secondo. Il buio.
Cado a terra urlando. La possessione è totale. I miei occhi ruotano all’indietro. La mia bocca si apre in un grido che non è mio. Sto morendo con lei, proprio lì, sulla scena del suo massacro. Il corpo mi si contorce, le mani artigliano il cemento come se volessi scavarmi una fossa.
Silvia non scappa. Non ha paura. O forse ne ha, ma non lo mostra.
Mi afferra per i risvolti del giubbotto con una forza selvaggia e mi tira su di peso. Mi scuote con rabbia, quasi con violenza, gli occhi che bruciano di un fuoco livornese puro.
«ANNA CLARA, VATTENE!» urla a pieni polmoni, e la sua voce rimbomba tra i container come un tuono. «LASCIALO! LUI NON È MORTO COME TE! LUI È VIVO! LUI MERITA DI VIVERE! NON PORTARTELO VIA, BRUTTA PUTTANA!»
È un esorcismo laico, fatto di carne, sangue, amore e bestemmie. Mi schiaffeggia forte una guancia, poi l’altra.
«Torna qui, Geometra! Torna da me!»
Sento uno strappo violentissimo, come se mi strappassero un organo dal petto senza anestesia. Il gelo si ritira di colpo, risucchiato dentro la catenina che tengo ancora stretta nel pugno. Anna Clara svanisce con un sibilo di vento freddo tra i metalli arrugginiti, lasciando solo il rumore lontano dei muletti e il mio respiro spezzato.
Torno a respirare. Il cuore mi batte così forte che sembra volermi sfondare le costole. Guardo Silvia: è spettinata, ha il trucco sbavato, le mani sporche di fango e ruggine, gli occhi carichi di una determinazione feroce.
Mi guardo la mano. La catenina è lì. È calda, quasi scotta, come se avesse conservato tutto il dolore di quei mesi.
«L’abbiamo presa…» sussurro, la voce che mi trema.
Silvia mi aiuta a rialzarmi. Mi tiene per un braccio, come se temesse che possa cadere di nuovo. Senza dire niente, tiro fuori il telefono con le dita sporche di polvere del porto. Apro la chat con Seu Jorge e digito veloce:
«Abbiamo l’oggetto. È una catenina. Una croce brasiliana. Cosa dobbiamo fare adesso?»
Mando il messaggio. Poi mi carico lo zaino in spalla con fatica. Guardo Silvia.
Siamo sporchi, esausti, terrorizzati. Ma siamo vivi.
E abbiamo in mano l’ancora che teneva Anna Clara legata a questo mondo.
Silvia mi aiuta a rialzarmi. Mi tiene per un braccio con una presa salda, come se temesse che il terreno potesse inghiottirmi di nuovo. Ho ancora le gambe molli e il cuore che picchia contro le costole come un martello pneumatico. La catenina è stretta nel mio pugno destro, calda, quasi bollente, come se tutto il dolore di Anna Clara fosse concentrato lì dentro, in quel piccolo pezzo di metallo povero.
Non andiamo subito a casa.
Non ce la faccio a tornare tra quattro mura adesso. Ho bisogno di qualcosa di concreto, di sporco, di vivo. Qualcosa che mi ricordi che il mio corpo è ancora mio.
«Ho bisogno di mangiare» dico a bassa voce, la gola ancora rauca per l’urlo di prima. «Qualcosa di vero. Non ce la faccio a tornare a casa così.»
Silvia è esausta. Ha le occhiaie scure, i capelli appiccicati alla fronte dal sudore freddo, le mani nere di fango e ruggine. Mi guarda per un secondo, poi fa solo un cenno del capo. Niente battute, niente “Geometra sei un dramma”. Solo quel piccolo movimento che dice tutto: va bene, andiamo.
Stiamo partendo dal porto. Lei sale sul suo monopattino personale, io sblocco con l’app uno di quelli a noleggio. Il vento freddo della sera ci taglia la faccia mentre usciamo dalla zona dei container, lasciando alle spalle quel labirinto di ferro e morte. Il rumore dei muletti si allontana, ma dentro di me sento ancora l’eco delle ossa che si spezzano.
A un certo punto, mentre rallentiamo vicino all’uscita del porto, in mezzo a una zona di degrado con erba alta e vecchie reti arrugginite, Silvia frena di colpo. Mi urla con quella voce forte, senza vergogna, in un dialetto fiorentino puro:
«André! Viè qua!»
Mollo il monopattino. Lei fa lo stesso. Viene verso di me con passo deciso, gli occhi che bruciano. Non dice niente. Mi prende per il giubbotto e mi bacia violentemente lì, nel degrado più assoluto del porto, tra odore di nafta, ruggine e piscio di cane. Non è un bacio romantico. È un bacio affamato, disperato, quasi rabbioso. Le nostre bocche si scontrano, le lingue danzano con urgenza, i nostri sapori si mischiano: il sale del sudore, il sapore metallico del sangue che mi è colato dal naso, la terra del porto sulle sue labbra. Le sue mani mi stringono la nuca, le mie scendono sui suoi fianchi, tirandola più vicina.
Ne avevamo bisogno. Ne avevamo un bisogno fottuto.
Quel bacio è un esorcismo laico, più potente di qualsiasi rituale. È la vita che urla contro il gelo, contro la morte che ci ha sfiorato di nuovo. Baciarla lì, sporchi e distrutti, significa scegliere di restare vivi. Significa dire ad Anna Clara, a Malick Sow, a tutto quel dolore: noi siamo qui, noi respiriamo, noi ci tocchiamo.
Quando ci stacchiamo, entrambi abbiamo il fiatone. Le nostre fronti si toccano per qualche secondo. Il suo respiro caldo mi sfiora la pelle. Per un attimo il mondo intorno scompare: ci siamo solo noi due, in mezzo al degrado, con il cuore che batte all’unisono.
«Andiamo a mangiare» mormora lei alla fine, la voce un po’ rotta.
Arriviamo al Parco SMS quasi senza parlare. Ci sediamo su una panchina un po’ defilata, sotto un lampione che ronza. Silvia va al baracchino e torna con due panini coi fegatini, quelli tipici livornesi, belli unti, con la cipolla cruda e il sugo che cola. Ce li passiamo ancora caldi. Il pane è morbido, il fegato saporito e forte, la cipolla che pizzica sulla lingua. Mangiamo con le mani, senza tovaglioli, il sugo che ci cola sulle dita, sul mento, sui polsi. Ogni morso è una piccola rivincita. Il sapore è così terrigno, così concreto, così pieno di vita che mi sembra di ingoiare pezzi di normalità dopo ore passate nell’inferno.
Mangiamo in silenzio per un po’, solo il rumore delle nostre masticazioni e il vento tra gli alberi. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociano. Nei suoi occhi vedo stanchezza, ma anche una determinazione feroce. Nei miei, probabilmente, c’è ancora l’ombra di quello che ho visto.
A un certo punto il telefono vibra nella mia tasca. Lo tiro fuori con le dita unte. È la risposta di Seu Jorge.
Leggo ad alta voce, cercando di tenere ferma la voce:
«Bravo ninjo. Domani vieni presto, salta scuola. Ci vorrà tutto il giorno, ho una brutta impressione. Porta la ragazza.»
Silvia alza lo sguardo dal panino, si pulisce la bocca col dorso della mano sporca e mi fa un mezzo sorriso stanco ma deciso.
«Domani si fa sul serio, allora» dice semplicemente.
Annuisco, infilando di nuovo la mano in tasca. La catenina è ancora lì, calda contro la mia pelle. Non brucia più come prima, ma sento che non è innocua. È un’arma, ma anche un residuo di veleno.
Restiamo seduti ancora un po’ sulla panchina, finendo i panini fino all’ultima briciola. Il parco è quasi deserto, solo qualche runner ritardatario e il rumore lontano del traffico. Il freddo della sera ci entra nelle ossa, ma stavolta è un freddo normale, non quello paralizzante di Anna Clara.
Mi pulisco le mani sui jeans già sporchi e guardo Silvia.
Lei ha la testa leggermente inclinata, i capelli mossi dal vento, le labbra ancora un po’ gonfie per il bacio di prima. In quel momento capisco una cosa semplice e brutale: senza di lei non ce l’avrei fatta. Non solo oggi, ma in tutto questo incubo. Silvia è il calore, la rabbia, la vita che si rifiuta di arrendersi. Io invece… io ero già mezzo zombie prima ancora di incontrare Anna Clara.
«Grazie» le dico piano, quasi senza voce.
Lei scrolla le spalle, ma i suoi occhi si addolciscono per un secondo.
«Ringraziami domani, quando avremo finito il rituale. Per ora mangia e respira, Geometra.»
Finisco l’ultimo boccone, lecco il sugo dalle dita e mi alzo. Lo zaino di scuola mi pesa ancora sulle spalle, ma adesso è solo uno zaino. Non più un macigno.
Abbiamo la catenina.
Abbiamo il messaggio del medium.
Abbiamo un bacio violento nel degrado del porto e il sapore dei fegatini sulle labbra.
Domani salteremo la scuola.
Domani ci sarà il rituale.
E per la prima volta da settimane, sento che forse, solo forse, potrò tornare a essere solo Andrea. Non più il ragazzo posseduto. Non più lo zombie.
Ma stasera, per ora, siamo solo due ragazzini sporchi di fango e di vita, seduti su una panchina al Parco SMS, con le dita unte e il cuore che, lentamente, ricomincia a battere nel modo giusto.