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Arriviamo sotto il portone di casa mia che sono le sei e mezza spaccate. Il cielo di Livorno ha già inghiottito l’ultimo riflesso di luce, lasciando solo un grigio catrame che puzza di pioggia imminente e gasolio. Silvia spegne il monopattino. Fa per tirare su il cavalletto, pronta a seguirmi su per le scale, ma io mi piazzo davanti al portone a vetri.
«Vai a casa, Silvia,» le dico. La mia voce esce piatta, svuotata da tutto quello che abbiamo sentito da Seu Jorge alla Darsena.
Lei si blocca. Alza gli occhi su di me e ci leggo una delusione che mi arriva dritta allo stomaco come una coltellata.
«Andrè, ma che dici? Sei bianco come un cencio. Non ti lascio da solo stasera, dopo quello che ci ha detto quel tipo.»
«Ho bisogno di stare da solo.» Non la guardo negli occhi. Guardo il colletto del suo cappotto. «Babbo torna alle otto e mezza, ho due ore per farmi una doccia e rimettere in fila i pensieri. Ti prego. Non stasera.»
Silvia stringe le labbra in una linea dura. La sua natura pragmatica si scontra con il muro che ho appena alzato. Fa un passo indietro, afferrando il manubrio del monopattino con rabbia.
«Fai come ti pare, Geometra. Se vuoi fare l’eroe martire, fallo da solo. Ma se hai bisogno… scrivimi.»
Se ne va senza darmi un bacio, scivolando via nel buio. E io mi sento una merda. Ma come faccio a spiegarle che ogni volta che lei mi tocca, mi sento un boia? Come le spiego che distruggere quell’oggetto, l’ancora che lega Anna Clara a questo mondo, per me equivale a impugnare la mazza da baseball di Malick Sow e spaccarle il cranio una seconda volta?
Entro in casa. Il silenzio dell’appartamento vuoto è assordante. Non accendo nemmeno la luce dell’ingresso. Mi tolgo le scarpe e cammino al buio fino in camera mia. Il telefono in tasca vibra. Lo tiro fuori: è il gruppo dei ragazzi di quinta.
«Oh Geometra, stasera ci si becca alla Baracchina? Che dice la bionda della 5^C, ci sta o no?»
«Andrè, manda l’audio, fammi capì se devo scriverle!»
Fisso lo schermo luminoso nel buio della stanza. Mi viene da vomitare. Loro giocano a fare gli uomini con le chat delle ragazzine, mentre io ho il potere di cancellare un’anima dall’esistenza. Butto il telefono sulla scrivania a faccia in giù. Non voglio leggere più niente. Non voglio sentire niente.
Mi butto sul letto, vestito, con il giubbotto che sa ancora di porto e di fumo industriale. Afferro le cuffie over-ear dal comodino, me le schiaccio sulle orecchie e apro Spotify.
C’è solo una canzone che descrive come mi sento adesso.
Zombie di Yungblud.
Premo play e alzo il volume al massimo, ignorando l’avviso del telefono. Il basso distorto mi esplode direttamente nel cranio, una scarica elettrica che mi fa vibrare i denti. La voce graffiata e disperata di Yungblud mi urla nelle orecchie.
I’m a zombie… I’m a zombie…
Voglio che la musica mi spacchi i timpani. Voglio che copra il senso di colpa, la paura di Barcellona, l’odore di Silvia che ho ancora addosso e il terrore di quello che dovrò fare.
Poi, la temperatura nella stanza crolla. Il mio fiato diventa una nuvoletta bianca visibile anche nella penombra.
Anna Clara è qui.
Non scende sul materasso. Rimane lassù, sospesa a un palmo dal soffitto, galleggiando perpendicolare sopra di me. Il suo vestitino a fiori pende verso il basso sfidando la gravità, ma lei è immobile, come inchiodata nell’aria. E piange.
Le sue lacrime, però, non mi bagnano il viso. Gocce nere, dense come inchiostro, scivolano dal suo volto diafano ma si dissolvono a mezz’aria, intrappolate nel mondo dell’etere, incapaci di toccare questa realtà ma pesanti come macigni sulla mia coscienza.
«Non uccidermi, Andrea,» la sua voce mi trapassa il cranio, tagliando a metà le chitarre distorte di Yungblud. «Non fare come hanno fatto loro.»
Il suo dolore mi investe come un’onda d’urto. Un cortocircuito sensoriale mi strappa dalla mia camera.
Di colpo sono al buio. Puzza di ruggine, di sudore freddo e di urina. Sono nel container. Attorno a me ci sono i respiri spezzati e i singhiozzi di altre ragazze ammassate come bestie, terrorizzate. L’aria è irrespirabile.
Poi, lo schianto metallico. Le porte si spalancano e la luce arancione dei fari del porto mi acceca. Sulla soglia c’è lui: Malick Sow. L’uomo dagli occhi verdi.
Ma Anna Clara non si arrende come una preda passiva. Sento la sua mano stringersi attorno a un pezzo di metallo affilato, un coltello improvvisato che aveva nascosto e tenuto da parte per quel momento. Quando Malick si avventa su di lei per trascinarla fuori, lei scatta. Il colpo è cieco e disperato. La lama affonda nel fianco dell’uomo.
Malick urla, molla la presa per un secondo, e lei scappa.
Corro con lei. Sento il freddo tagliente della notte di Livorno sui polmoni, ma soprattutto sento i piedi. I piedi nudi che sbattono con violenza contro l’asfalto ruvido, spaccato, bagnato di pioggia e nafta della Darsena. Ogni passo è un taglio, una fitta di dolore atroce che mi lacera la carne e mi risale lungo le gambe. Dietro di noi, il rumore di tre ombre pesanti, veloci. Tre uomini.
Il fiato si spezza. I piedi sanguinano. Poi, una mano mi afferra brutalmente per i capelli.
Volo a terra, e l’impatto con il cemento mi toglie il respiro. Mi girano sulla schiena. I tre uomini torreggiano sopra di me. E ridono. Una risata sporca, disumana, mentre uno di loro alza una mazza da baseball.
Sento il primo colpo. L’osso che si spezza. Il dolore è così accecante che lo spazio diventa tutto bianco. L’uomo si ferma, ansima, ma ride ancora. E passa la mazza al suo compagno. Un fottuto gioco al massacro. Il secondo colpo. Poi il buio.
L’orrore si ritira di colpo, risucchiato via dalla mente, e mi ritrovo ansimante sul mio letto a fissare il soffitto. Anna Clara è ancora lì, galleggiante, con i suoi occhi neri e disperati che mi scrutano dall’alto.
«Hai visto cosa mi hanno fatto gli uomini?» sussurra, e la sua voce vibra di un’angoscia che mi fa tremare. «Non farmi la stessa cosa. Non cancellarmi dall’esistenza. Non diventare come loro, Andrea.»
Mi contorco sul letto, stringendo le lenzuola tra i pugni, con gli occhi sbarrati. Il dilemma mi stritola le ossa. Se trovo quell’oggetto e lo distruggo, la cancello per sempre. La mando nel niente assoluto. Io, che ho visto mia madre sparire e ho pianto ogni giorno la sua assenza, come faccio a condannare un’altra anima all’oblio definitivo? Se lo faccio, divento io il carnefice. Divento esattamente come Malick Sow: un mostro con in mano una mazza, che decide chi ha il diritto di esistere e chi no.
Eppure, il freddo mi sta mangiando vivo. La stanchezza cronica non mi dà tregua. So benissimo che lei non è più solo una vittima immacolata; il trauma l’ha resa possessiva, oscura, un parassita malvagio che si nutre del mio sangue e della mia luce per non svanire. Mi sta prosciugando. E fuori da questa stanza, dietro a un portone, c’è Silvia. Silvia che è calore, pragmatismo, rabbia e disperata voglia di vivere. Silvia è la vita, è il futuro. Anna Clara è un relitto aggrappato al mio collo che mi tira a fondo.
La canzone nelle cuffie continua a martellare l’ultimo ritornello: I’m a zombie.
Ed è la fottuta verità. Non sono vivo come Silvia, ma non sono ancora polvere come Anna Clara. Sono bloccato qui, nel mezzo, con il rumore di ossa rotte che mi rimbomba in testa e il peso di una scelta che, in un modo o nell’altro, mi trasformerà in un assassino.
Le risate di quegli uomini mi rimbombano nelle orecchie mescolandosi alla voce distorta di Yungblud. Il dolore ai piedi, il sapore del sangue, il freddo dell’asfalto del porto… è tutto troppo vero. Anna Clara mi sta trascinando nel suo inferno perché sa che è l’unico modo per non essere cancellata: farmi sentire la sua stessa vittima.
«Non farlo, Andrea…» sussurra lei dal soffitto, e le sue lacrime invisibili sembrano pesare tonnellate. «Non essere come loro. Se distruggi l’oggetto, mi uccidi ancora.»
Sento il dubbio mordermi il cervello. Vedo mia madre. Vedo il vuoto che ha lasciato. Se lo faccio, sono un assassino? Sono come Malick Sow?
Ma poi, attraverso il muro di suono delle cuffie, mi torna in mente la voce di Seu Jorge nel capannone. Le sue parole erano state chiare, taglienti come un bisturi: «Lei è un parassita, Andrea. Non è più la ragazza del container, è il dolore che ha preso forma e si nutre di te. Se non la stacchi, diventerai cenere prima di arrivare a Barcellona».
E poi c’è Silvia.
Penso a lei, rimasta fuori dal portone. Penso al calore della sua mano che mi scriveva sul diario poche ore prima. Silvia è il rumore del mare vero, non quello stagnante della Darsena. Silvia è l’odore del caffè al mattino, è la rabbia livornese che non si arrende, è la pelle che scotta sotto il sole. Lei è la mia ancora. Se permetto ad Anna Clara di restare per “pietà”, sto tradendo Silvia. Sto scegliendo un fantasma invece della ragazza che ha rinunciato a tutto per riportarmi indietro.
L’amore per Silvia mi esplode nel petto come una fiammata. È un calore prepotente, ignorante, che non accetta compromessi. È la vita che urla che non vuole morire.
«Basta!» urlo nel silenzio della stanza, anche se la mia voce è coperta dal volume folle nelle cuffie.
Con un movimento brusco, agito la mano nell’aria sopra di me, come per scacciare un insetto fastidioso, un fumo denso che mi impedisce di respirare. Il mio braccio attraversa lo spazio dove galleggia Anna Clara. È come infilare la mano in un secchio di ghiaccio tritato, ma non mi fermo. Spazzo via l’aria, spazzo via lei.
«Vattene! Tu non sei lei, sei solo quello che le hanno fatto!»
In quel momento, sento uno strappo. Anna Clara sussulta sul soffitto, il suo corpo etereo si increspa come l’immagine di una vecchia TV che perde il segnale. Il pianto si interrompe. Il gelo che mi stringeva i polmoni si spezza e, all’improvviso, il calore del mio sangue ricomincia a fluire. Lo sento risalire dalle dita dei piedi, correre lungo la schiena, scaldarmi le guance.
Lei arretra verso l’angolo più buio sopra l’armadio, diventando un’ombra sottile, quasi trasparente. Mi guarda ancora, ma stavolta non ha potere. Il ricordo del massacro svanisce, lasciando solo l’odore della mia camera e il ritmo martellante di Zombie.
Mi tolgo le cuffie con un gesto secco. Il silenzio che segue è benedetto.
Ansimo, il cuore che batte forte, ma è un battito sano. Sono vivo.
Afferro il telefono dalla scrivania. Le notifiche dei ragazzi di quinta sono ancora lì, ma non mi interessano. Cerco il nome di Silvia.
Le scrivo solo tre parole: «Scusa. Ti amo.»
Appoggio il telefono sul petto e chiudo gli occhi. Domani troveremo quell’oggetto. Domani inizieremo a scavare tra i relitti del porto finché non avrò in mano la catena che la lega a me. E quando la troverò, non avrò paura di spezzarla. Perché io non sono Malick Sow. Io sono Andrea. E io voglio vivere.
In corridoio sento il rumore delle chiavi di mio padre che girano nella toppa. La realtà sta tornando. E stavolta, sono pronto ad accoglierla.