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La zona industriale dietro la Darsena è un budello di asfalto crepato e capannoni mezzi abbandonati, di quelli che di giorno sembrano morti e di notte diventano terra di nessuno. Siamo nella parte più sporca di Livorno, tra via dell’Idrovora e i vecchi magazzini della zona portuale, dove i tir scaricano roba che nessuno controlla troppo e i lampioni funzionano a intermittenza. L’aria sa di nafta, di mare stagnante e di sigarette spente per terra. Intorno girano facce che non vogliono essere guardate: magrebini che scaricano bancali, rumeni con i cani al guinzaglio, qualche puttana dell’Est che batte il marciapiede sotto la pioggia fine, due albanesi che litigano piano vicino a un fuoristrada con i vetri oscurati. Nessuno alza gli occhi. È il posto perfetto per chi non vuole essere trovato.
Silvia guida il monopattino con la mascella stretta. «Boia, Geometra… se mio babbo sapesse che siamo venuti qui mi chiude in casa fino alla maturità.»
Io non rispondo. Sento già il freddo di Anna Clara che mi cammina sulla schiena come un ragno di ghiaccio.
Il capannone è basso, anonimo, con la saracinesca mezza abbassata. Sopra c’è scritto con lo spray rosso “TERREIRO DE OXUM – PRIVATO”. Sulla porta laterale aperta penzola una tenda di perline colorate che sbatte nel vento. Fuori, appoggiata al muro, c’è una donna sulla quarantina, capelli tinti di rosso, cappotto di finta pelliccia e tacchi alti nonostante il fango. Sta fumando nervosamente e ogni tanto guarda l’orologio.
Entriamo. L’aria dentro è calda, umida, densa di fumo dolce di sigaro e incenso forte. Le pareti sono coperte di immagini colorate: santi con spade, donne mezze nude circondate di rose, vecchi neri con cappello bianco. Candele accese dappertutto. In fondo, seduto su una sedia di plastica bianca, c’è Seu Jorge.
Ma non è solo. Davanti a lui, su uno sgabello, c’è proprio la donna con la pelliccia che abbiamo visto fuori. Sta parlando sottovoce, gesticolando. Sul tavolo c’è un barattolo di vetro con dentro un liquido rossastro, erbe, e una foto strappata di un uomo.
Seu Jorge ascolta, annuisce, poi alza una mano e dice qualcosa in portoghese. La donna sorride sollevata, prende un flaconcino che lui le porge e se ne va in fretta, lasciando dietro di sé una scia di profumo dozzinale.
Silvia mi stringe il braccio e sussurra, con la voce piena di sarcasmo: «Ecco, perfetto. Un santone da strapazzo che fa i filtri d’amore. Siamo venuti fin qui per uno che vende pozioni per far tornare gli ex. Bel colpo, Geometra.»
Seu Jorge alza gli occhi e ci guarda. Ha la pelle scura, capelli grigi cortissimi, una collana di perline bianche e rosse. Indossa una camicia bianca stirata e infradito nonostante dicembre. Sorride appena, un sorriso stanco ma furbo.
«Accomodatevi, ragazzi,» dice con voce bassa e roca. «La signora voleva un filtro per far tornare il marito. Roba semplice. Ma voi… voi avete portato qualcosa di molto più pesante.»
Fa una pausa, inclina la testa di lato come se ascoltasse l’aria. I suoi occhi si fissano esattamente sopra la mia testa, dove io so che Anna Clara sta svolazzando in questo momento, invisibile a tutti tranne che a lui.
«Ela está aqui,» mormora. «Molto forte. Molto attaccata. Troppo attaccata. Il vestitino a fiori blu… quello che si solleva quando ride. Lei ti abbraccia da dietro in questo momento, Andrea. Sente che siete venuti per tagliarla via e non è contenta.»
Silvia sbianca. Io resto gelato. Il medium non ha mai visto una foto, non sa niente di noi, eppure ha descritto esattamente il vestito di Anna Clara.
«Sedetevi,» ripete lui, indicando due sgabelli bassi. «Il nome lo avete pronunciato. Anna Clara. Bene. Il nome è la chiave. Ma la porta… la porta non si apre solo con la chiave. Lei ha fatto un legame di sangue con te, menino. Ha visto la tua luce spegnersi e ha deciso di tenerla per sé. È una cosa di amore e di morte insieme. In Umbanda chiamiamo queste entità “pombagiras innamoradas”. Sono pericolose. Non se ne vanno con una preghiera.»
Silvia stringe i denti. «E allora che dobbiamo fare? Il sale? La salvia? Le stronzate che si leggono su internet?»
Seu Jorge sorride appena, un sorriso stanco.
«No, filha. Il nome da solo non basta più. Il legame è troppo profondo. Lei ha già assaggiato la vita di lui. Per tagliarlo ci vuole un’altra cosa.»
Si china in avanti. Il fumo del sigaro spento gli esce dalle narici come se stesse già fumando.
«Ci vuole un oggetto che è stato suo. Qualcosa che ha toccato, che ha portato addosso, che ha amato quando era viva. Un anello, un braccialetto, un pezzo di stoffa del suo vestito… qualsiasi cosa che ancora conserva il suo odore di anima. Senza quell’oggetto il rituale di desobsessão non funziona. Il nome apre la porta. L’oggetto la costringe a entrare. E poi… io la mando via.»
Io sento un brivido che non è solo freddo. È terrore puro.
«E dove lo troviamo ’sto oggetto?» chiedo, la voce un po’ rotta. «È morta da poco, ma era brasiliana, era arrivata da poco… la sua roba sarà ancora nei container o dalla polizia o chissà dove.»
Seu Jorge alza le spalle.
«Questo è il vostro lavoro. Io non posso trovarlo. Io posso solo prepararmi per quando lo porterete qui.»
Poi guarda Silvia, come se la vedesse per la prima volta davvero.
«E tu, menina… tu sei l’ancora. Dovrai stare qui durante il rituale. Vicino a lui. Toccarlo. Il tuo calore deve essere più forte del suo gelo. Se molli anche solo un secondo, lei può riprenderselo.»
Silvia annuisce senza esitare. «Ci sto. Un lo lascio solo nemmeno per pisciare, gliel’ho già detto.»
Il medium ride piano, una risata grave.
«Bravo. Ma non sarà gratis.»
Prende dal tavolo una banconota da cinquanta che avevamo già preparato e la mette da parte.
«I soldi servono per le candele, per l’erba, per il rum buono. Ma oltre ai soldi mi servono due cose da voi.»
Alza un dito.
«Prima: una foto di Andrea. Una recente. Deve essere solo lui. La userò per legare il rituale al suo corpo.»
Alza il secondo dito.
«Seconda: dovete portare anche un oggetto vostro. Qualcosa di molto personale. Un capello di Silvia, una cosa che lei ha indossato a lungo. Perché durante il rituale faremo un’offerta doppia: una per mandare via Anna Clara… e una per proteggere il legame tra voi due. Altrimenti il taglio potrebbe ferire anche l’amore che c’è tra di voi.»
Silvia mi guarda di lato. Ha gli occhi lucidi ma la mascella dura.
«Ce l’abbiamo,» dice. «Domani ti portiamo tutto.»
Seu Jorge si appoggia allo schienale. Per un secondo i suoi occhi diventano vitrei, come se Anna Clara stesse cercando di parlargli. Il freddo nella stanza aumenta di colpo. Io sento le sue braccia diafane che mi stringono da dietro, anche se non la vedo.
Il medium scuote la testa come per scacciare una mosca.
«Lei non vuole. Sta urlando dentro la mia testa. Dice che tu sei suo. Che nessuno può portartela via.»
Poi mi guarda di nuovo, serio.
«Trovate l’oggetto, ragazzi. Presto. Perché più tempo passa, più lei diventa forte. E quando sarà troppo forte… nemmeno l’ancora più calda del mondo potrà salvarvi.»
Fuori dal capannone il Libeccio è diventato gelido. Silvia accende il monopattino senza dire una parola. Io le salgo dietro e la abbraccio alla vita, più forte che posso.
Mentre partiamo verso il centro sento la voce di Anna Clara, dolce e velenosa, dentro l’orecchio:
Non troverete niente, Andrea. E anche se lo trovate… io resterò.
Silvia accelera. Il vento ci taglia la faccia.
«Domani andiamo a cercare,» dice lei a denti stretti. «Container, polizia, amici di amici… un lo so dove, ma lo troviamo. E poi torniamo qui e gliela facciamo vedere, a quella lì.»
Io appoggio la fronte contro la sua schiena.
Per la prima volta dopo settimane non ho più paura solo del freddo.
Ho paura di quello che dovremo rubare a una morta per poter continuare a vivere.