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Creato il 05/09/2026, 13:34 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:36

Capitolo 28: Puntata 28 : Chi lo sa

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza
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Il rientro a scuola dopo le vacanze di Natale ha sempre lo stesso sapore amaro a Livorno: un misto di freddo cane che ti entra nelle ossa, pura rassegnazione giovanile e l’odore del caffè bruciato che sale dalla moka. Ma stamattina la cucina di casa mia non sa solo della solita malinconia invernale. Sa di vaniglia e di shampoo ai frutti rossi. Sa di vita vera. Sa di Silvia.

È seduta al mio tavolo, le mani intrecciate attorno a una tazza fumante per scaldarsi i polpastrelli. Indossa un paio di jeans chiari un po’ consumati e un maglione di lana grigia, largo ed enorme, che le scende morbido su una spalla facendola sembrare vulnerabile e fortissima allo stesso tempo. È bellissima. Non bellissima in quel modo finto, tirato a lucido e studiato da sabato sera alla “Vela”; è bellissima perché è qui, nella mia cucina sgangherata, immersa nella luce grigia e incerta che filtra dai vetri bagnati di condensa.

Mio padre, dall’altra parte del tavolo, sta finendo di ingozzarsi in fretta e furia, facendo un rumore infernale con la tazza sul ripiano di marmo. Si passa una mano ruvida sul viso stanco, pronto per andare ad alzare la saracinesca della tabaccheria.

«Oh, bimbi, io vi lascio,» annuncia, alzandosi e recuperando le chiavi dal mobiletto vicino alla porta. Mi lancia un’occhiata d’intesa, usando quel suo solito umorismo da tabaccaio che si crede l’amico figo. «Andrè, mi raccomando. Meno male che c’è la Silvia a darti una raddrizzata, guarda te come t’hanno ridotto queste vacanze. Fate a modino e un fate tardi a scuola, che è il primo giorno e già mi ci gioco la reputazione.»

Silvia alza il viso dal maglione e gli regala un sorriso radioso, di quelli concreti e rassicuranti che fanno crollare qualsiasi barriera. «Tranquillo, ci penso io a portarlo in classe intero e presentabile.»

«Brava bimba. Ciao Andrè, ci si vede stasera.» La porta d’ingresso sbatte con un tonfo sordo, e il clic metallico della serratura segna la fine del mondo normale.

Il silenzio scende sulla cucina, denso, rotto solo dal ticchettio dell’orologio a muro e dal ronzio del frigorifero. Io e Silvia restiamo soli. O almeno, così dovrebbe essere in un mondo dove la fisica ha ancora un senso.

Alzo lo sguardo verso lo spigolo della stanza. Lei è lì.

Anna Clara è tornata alla sua forma originaria, la visione ipnotica che mi aveva quasi fatto impazzire le prime notti in camera mia. Indossa il suo vestitino blu a fiori. La stoffa leggera le aderisce perfettamente alle curve, arricciandosi sui fianchi in modo provocante. Fluttua a pochi centimetri dal linoleum della cucina, i piedini nudi, lisci e perfetti, sospesi nell’assenza di gravità. È incantevole. È un dato di fatto crudo, innegabile e quasi vergognoso da ammettere: la morte le ha tolto il respiro, ma le ha lasciato addosso una bellezza assoluta, feroce. I suoi capelli scuri ondeggiano come se fosse immersa in un acquario, e gli occhi neri, profondi, mi fissano con una sensualità sfacciata e ammiccante.

Non voglio ammetterlo a me stesso, e di certo non lo direi mai ad alta voce, ma avere un angelo così oscuro e perfetto che ti gira per casa è come una droga silenziosa. Sai che è una creatura tossica, sai benissimo che se le cedi un millimetro di spazio lei si avvicinerà per rubarti ogni battito cardiaco, succhiandoti il calore dal midollo, ma c’è qualcosa in lei di così tragicamente affascinante che non puoi fare a meno di guardarla. È il fascino del burrone.

Silvia si schiarisce la voce, riportandomi bruscamente alla realtà e salvandomi da quel vortice visivo. Non può vederla. Non sa che a un metro dalla sua tazza di caffè c’è una ragazza morta che mi sorride in modo seducente.

«Allora, Geometra,» dice Silvia. Il suo tono perde la leggerezza che aveva con mio padre e si fa basso, denso di quella cospirazione che ormai ci unisce. «Sei pronto per oggi? Stanotte mi sa che un hai dormito per nulla, c’hai due occhiaie che arrivano a terra.»

Mi stacco a fatica dagli occhi di Anna Clara, mi passo una mano sul viso e guardo Silvia. L’Ancora della mia vita. «Pronto è un parolone. Ma sì, ci sono. Ieri sera, dopo che te ne sei andata, ho tenuto il Mac acceso tutta la notte. Ho letto bene quella storia della Legge del Vero Nome.»

Silvia si appoggia con i gomiti al tavolo. «Spiegami bene, che ieri sera al telefono c’ho capito il giusto.»

«È una regola fissa, in quasi tutte le tradizioni esoteriche mondiali: sapere come si chiama lo spirito è l’unica chiave per dominarlo. Il nome contiene la sua essenza. Nessun rito, nessun esorcismo può funzionare se l’entità resta anonima. E noi… noi il suo nome lo sappiamo. Il telegiornale ce lo ha regalato su un piatto d’argento. Si chiama Anna Clara.»

Pronunciare di nuovo il suo nome ad alta voce fa vibrare l’aria. Con la coda dell’occhio vedo lo Spettro smettere di sorridere e ritrarsi di un paio di centimetri verso il soffitto, il vestitino che smette di svolazzare allegro. Sente che le regole stanno cambiando.

«Ok, il nome ce l’abbiamo,» ragiona Silvia, pratica come sempre. «Ma ora chi è che lo usa contro di lei? Non credo che basti che tu le urli in faccia nome e cognome come se fossi la prof all’appello.»

«Esatto,» rispondo, avvicinandomi a lei e abbassando la voce, quasi temessi di farmi sentire dalla presenza nell’angolo. «Ci serve qualcuno che conosca la sua lingua. Un prete cattolico ci prenderebbe per pazzi o ci sbatterebbe in psichiatria. Lei viene dal Brasile. Così ho spulciato forum, vecchi articoli di cronaca, blog esoterici… e ho cercato sulle comunità sudamericane in zona industriale. Ho trovato dei riferimenti precisi.»

«Che tipo di riferimenti?»

«Candomblé e Umbanda. È la magia che si pratica da quelle parti. Ho trovato il contatto di un medium, uno sciamano che sta dietro il porto. Ho un appuntamento per oggi pomeriggio, appena finiscono le lezioni.»

Silvia si alza di scatto, la sedia che striscia rumorosamente sul pavimento. I suoi occhi mi fulminano. «Ferma tutto. Abbiamo un appuntamento oggi pomeriggio. Scordatelo che ti lascio andare da solo in zona industriale a cercare santoni in mezzo ai container. Ci vengo anch’io. Te l’ho promesso ieri al parco: un ti lascio più solo neanche per andà a piscià, intesi?»

Sorrido. Un sorriso sghembo, autentico, che mi fa respirare meglio. La guardo e sento che il freddo chimico che impregna la mia vita indietreggia di un passo. «Va bene. Ci andiamo assieme. Ma prima ci tocca sopravvivere alle civette in classe e agli sguardi di Francesca.»

«Sarà una passeggiata in confronto a tutto il resto,» sentenzia lei, andando verso il corridoio.

È il momento di prepararsi. È il momento di indossare le nostre piccole, inutili ma necessarie armature invernali.

Silvia recupera il suo piumino classico, quello imbottito lungo fino alle ginocchia. Se lo infila con gesti decisi. Poi tira fuori dalla tasca la sua cuffia di lana, calcandosela in testa fino a nascondere le orecchie, e si infila i guanti spessi. Imbacuccata in quel modo sembra più piccola, ma la determinazione che le brucia nello sguardo la fa sembrare una guerriera pronta ad assaltare le mura.

Io faccio lo stesso. Prendo dall’attaccapanni il mio fidato bomber della Colmar blu scuro, me lo infilo sopra i jeans e tiro su la zip fino al mento, coprendo la base del collo dove il marchio di ghiaccio pulsa silenzioso. Infilo la cuffia in testa. Il solito Andrea. Il Geometra.

«Andiamo?» mi chiede Silvia, aprendo la porta di casa e lasciando entrare uno spiffero di Libeccio gelato.

«Andiamo.»

«Arrivo.»

Mentre esco, lancio un’ultima, veloce occhiata all’interno della cucina. Anna Clara non è più vicina al frigo. Ora svolazza attaccata al soffitto, ma i suoi movimenti sono fulminei, scattanti, come quelli di un predatore che ha giocato abbastanza. Mi sta inseguendo. Prima che io possa fare un solo passo oltre la soglia, mi è addosso.

Non è un abbraccio, è un’invasione. Il suo corpo etereo trapassa il piumino della Colmar come se fosse carta velina, avvolgendomi in una morsa che non lascia spazio all’aria. Il freddo mi artiglia lo sterno, bloccandomi il respiro in gola in una morsa letale. Sento le sue braccia diafane stringersi intorno al mio collo, e stavolta non c’è nulla di dolce. La sua voce mi esplode nel cranio, sensuale e velenosa, un sussurro che sa di acqua di mare e decomposizione.

NON FARLO, ANDREA. NON RECIDERE IL TUO LEGAME CON ME. TU MI HAI VISTA MORIRE… CON NESSUNO AL MONDO POTRAI MAI AVERE UN LEGAME PIÙ STRETTO CHE CON ME.

Mi fissa con quegli occhi enormi, neri, grandi come la luna e profondi come l’abisso della Darsena, pronti a inghiottirmi per sempre. Sono paralizzato, schiacciato contro lo stipite della porta. Lei inclina la testa, le sue labbra si avvicinano alle mie e non posso scollarmi, non posso urlare. Sento un gelo atroce, vitreo, posarsi sulla mia bocca, un bacio che sa di tomba e che sembra volermi sigillare l’anima dentro un blocco di ghiaccio.

«Andrè? Ma che fai, dormi in piedi?»

La voce di Silvia arriva da fuori, tagliente e calda come una lama forgiata nel sole. È lo strattone che mi serve. Il gelo sulle labbra si spezza, Anna Clara si ritrae con un sibilo di rabbia silenziosa, tornando a rifugiarsi nell’ombra del soffitto. Mi divincolo, il cuore che riprende a battere con un colpo sordo contro le costole, e sbatto la porta di casa, chiudendomi l’incubo alle spalle.

Mi avvicino in fretta al marciapiede, dove Silvia ha già acceso il monopattino.

Salgo sulla pedana dietro di lei e la abbraccio, avvolgendole le braccia intorno alla vita per scacciare gli ultimi rimasugli di ghiaccio. Lei si gira, mi bacia sulla guancia con tutto il suo calore e, senza dire una parola, mi porge una cuffia Bluetooth.

Me la infilo nell’orecchio mentre parte la voce limpida di Elisa.

Chi lo sa

Ognuno di noi

Quante persone contiene

Quante promesse mantiene o non mantiene

Chi lo sa

Siamo estranei, ci diamo del tu

Dirsi che va tutto bene

Darsi il tempo di cadere

Di guardare un po’ più in là

E con quelle parole nella testa, stretti l’uno all’altra sul monopattino, prendiamo la via per andare a scuola.

Il tragitto verso il Liceo Classico sul monopattino di Silvia è una bolla di ossigeno prima dell’apnea. Sentire le sue braccia che mi stringono e la voce di Elisa nelle orecchie mi fa quasi dimenticare che ho uno spettro brasiliano attaccato al soffitto di camera e un appuntamento con uno sciamano nel pomeriggio. Ma la bolla scoppia non appena arriviamo davanti al portone monumentale della scuola.

Livorno, il primo giorno dopo le vacanze, ha un’aria spietata. C’è quel grigio metallico che rimbalza sull’asfalto umido e centinaia di ragazzi che si ammassano all’ingresso come se stessero andando al patibolo.

Appena scendiamo dal monopattino, l’atmosfera cambia. Me ne accorgo subito. Non è più la solita indifferenza verso il “Geometra” sfigato della IV G. Sento gli sguardi addosso. E non sono sguardi di derisione. Sono sguardi di necessità.

«Oh, eccolo! Il Geometra!»

Quattro tipi di quinta, di quelli che di solito ti passano sopra con la spavalderia di chi possiede i corridoi, si staccano dal muro vicino all’edicola e ci vengono incontro. Hanno i piumini aperti nonostante il freddo, le sigarette spente dietro l’orecchio e quell’aria da lupi che hanno fiutato la carne buona.

«Andrea, oh, ma che fine avevi fatto? Ti s’è scritto per tutte le vacanze!» dice uno, un certo Ruggero, un pivot della squadra di basket che di solito non mi rivolgerebbe la parola neanche se stessi andando a fuoco. Mi mette un braccio intorno alle spalle come se fossimo cresciuti insieme nel fango, ignorando quasi del tutto Silvia.

Silvia si irrigidisce. Sento la sua mano che si stacca dalla mia. Non fa in tempo a dire nulla che viene letteralmente travolta dal “branco”. Le altre ventitré della classe compaiono come un’onda d’urto.

«Silvia! Oddio ma sei bellissima! Com’è andata? Racconta tutto!»

Vedo Francesca Valenti avanzare come una regina delle nevi. Ha un cappotto di cammello che costa quanto il mio motorino e gli occhi azzurri che brillano di una cattiveria gelida e perfetta. Mi lancia un’occhiata veloce, un richiamo di quelli che usava quando eravamo piccoli al “Cristallo”, un misto di pretesa e nostalgia, ma viene subito circondata dalle altre. Nicole e Serena le sono alle costole, la prima con gli occhiali appannati dal freddo e la seconda che mi lancia uno sguardo strano, quasi spaventato, come se sentisse che l’aria intorno a me è troppo pesante.

«Ci si vede dentro, Geometra,» mi sussurra Silvia con un tono che non mi piace per nulla. È un tono di chi si sente spinta via da una corrente troppo forte. Viene trascinata verso l’ingresso da Marika e Alessia, che ridacchiano guardandomi e mimando baci con le labbra lucide.

Resto solo con i quattro di quinta. Sono circondato.

«Allora, Andrea, dacci le dritte,» fa un altro del gruppo, Matteo, uno che si crede il re di via Borra. «Siamo in crisi d’astinenza. Quella classe vostra è un bunker, non si batte chiodo con nessuna se non ci dai una mano te.»

«Io?» balbetto, sentendo il freddo di Anna Clara che, invisibile a loro ma pesantissima per me, si è appollaiata proprio sopra la testa di Ruggero, divertita da tutta quella messinscena.

«E chi se no? Sei l’unico che ci convive sei ore al giorno. Sei l’unico che sa se la Valenti è ancora col tipo di Pisa o se finalmente ha capito che deve guardare in zona.» Ruggero stringe la presa sulla mia spalla. «Dicono che sei diventato il loro confessore. Che ti fanno vede’ i messaggi, che ti chiedono consigli. Dicci la verità: la Valenti che vuole? Qual è il punto debole?»

Mi guardo intorno, stordito. Vedo le ragazze della mia classe che entrano. Vedo Francesca che si volta un’ultima volta, i capelli biondi che brillano nel grigio di Livorno, consapevole del potere che esercita su ogni singolo maschio nel raggio di un chilometro.

«Francesca è… complicata,» dico, cercando di svincolarmi.

«Grazie al cazzo, è la Valenti!» ride Matteo. «Ma le altre? La Boni? Quella piccoletta coi piercing, la Marika… m’hanno detto che è una che sta al gioco. E la rossa, l’Alessia? È vero che se la tira meno di quel che sembra?»

È assurdo. Mi trattano come se fossi l’informatore dei servizi segreti infiltrato in territorio nemico. Mi rendo conto che per loro io sono una miniera d’oro. Possiedo i segreti tattici della IV G, conosco le dinamiche, so chi odia chi e chi invece sta aspettando solo un segnale.

«Stasera ci si vede al bar dopo scuola, eh, Geometra? Ci paghiamo noi da bere, te ci devi solo dì se la Rossi ha davvero rotto col fidanzato o se è una balla che gira su Instagram.»

Mentre mi trascinano verso il portone, quasi sollevandomi da terra per la foga di avermi nel loro gruppo, sento Anna Clara che ride nella mia testa. È una risata bellissima, cristallina, che mi fa vibrare le ossa. La sento sussurrare, quasi ammiccante: “Vedi, Andrea? Sei importante. Sei un re tra i sudditi. Lasciali parlare… lascia che ti portino via da lei.”

Le sue parole scivolano dentro di me come veleno zuccherato. Guardo Ruggero e Matteo, questi giganti di quinta che fino a ieri mi avrebbero calpestato senza neanche accorgersene, e per un istante provo una scarica di adrenalina purissima. Mi sento potente. Mi sento al centro di una scacchiera dove finalmente non sono più il pedone destinato al sacrificio. È una vanità malata, lo so, ma in questo corridoio grigio è l’unica cosa che mi fa sentire vivo.

Ruggero mi stringe la spalla, ridendo sguaiato. «Allora è deciso, Geometra. Stasera al bar ci svuoti il sacco sulla Valenti e ti offriamo pure il vassoio di paste.»

Ma proprio mentre sto per annuire, vittima di quel gioco di specchi, vedo un movimento brusco vicino alla bacheca delle circolari. Silvia si divincola dall’abbraccio di Nicole, che le stava sussurrando chissà quale segreto di stato. Non è un’uscita di scena, è una dichiarazione di guerra.

Silvia parte a passo di marcia. Il piumino lungo ondeggia a ogni falcata, la cuffia di lana le incornicia il viso che ora è una maschera di determinazione purissima. È bellissima. Non ha la perfezione distaccata e artificiale di Francesca; Silvia ha una bellezza che ti urta, che ti morde, fatta di carne e sangue e di quel carattere livornese che non chiede permesso a nessuno.

I ragazzi di quinta si ammutoliscono. Ruggero allenta la presa sulla mia spalla e Matteo si schiarisce la voce, raddrizzando la schiena come se dovesse farsi notare. In pochi, fuori dalla nostra classe, l’avevano guardata bene: Silvia è una forza della natura che ti travolge se non stai attento.

Lei attraversa il loro cerchio come se fossero fatti di fumo. Non degna nessuno di uno sguardo, punta dritta a me. Mi afferra la mano — la sua presa è calda, quasi possessiva, un’ancora che mi strappa via dalla deriva in cui stavo scivolando.

«Andiamo, Andrea. Suona la campanella,» dice con una voce che non ammette repliche.

Mi trascina via con una forza che mi lascia stordito, lasciando i “grandi” lì sul corridoio, immobili a guardarle la schiena con la bocca aperta. Sento i loro sussurri alle nostre spalle, ma Silvia non accelera e non rallenta. Mi tiene stretto, riprendendosi ogni centimetro della mia attenzione.

Sopra di noi, Anna Clara ha smesso di sorridere. Fluttua radente ai neon del soffitto, seguendoci come un avvoltoio che vede la preda sfuggirgli tra gli artigli. Le sue vesti a fiori si agitano vorticosamente, una macchia blu che stride contro il bianco sporco dei muri del liceo. Sento il suo sguardo bruciarmi la nuca, un avvertimento muto.

Appena entriamo nell’atrio, lontano dalle orecchie dei ragazzi di quinta, Silvia si ferma un istante e mi tira a sé. Si avvicina al mio orecchio, il suo respiro è caldo, opposto al gelo che mi portavo dentro da stamattina.

«Ma che volevano da te quelli?» mi chiede sottovoce, con una punta di gelosia che non riesce a nascondere. Mi guarda fisso negli occhi, come a voler scovare ogni traccia di quel “personaggio pubblico” che Anna Clara sta cercando di costruire. «Ti stavano addosso come se avessi vinto al Superenalotto. Un ti staranno mica montando la testa, vero?»

La guardo e sento il peso di Anna Clara sul soffitto farsi improvvisamente più leggero. Silvia è qui. È reale. E non ha intenzione di lasciarmi a nessun altro, né ai vivi, né tantomeno ai morti.

«Niente, Silvia. Solo chiacchiere da corridoio,» rispondo, stringendole le dita.

Entriamo in classe mentre la campanella stride, segnando l’inizio di una giornata che sembra già infinita. Ma so che ogni minuto che passa è un minuto in meno che ci separa da quel pomeriggio nella zona industriale. Il Geometra e l’Ancora sono di nuovo insieme, e la caccia al vero nome di Anna Clara sta per cominciare davvero.

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