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Il display del telefono si illumina sul comodino, vibrando contro il legno. È un messaggio di mio padre: “Faccio tardi con i ragazzi del bar, un m’aspettà alzato. Chiudi a mandate. Notte”.
Blocco lo schermo e lo lascio cadere sulle lenzuola sfatte. La casa è vuota, silenziosa, e fuori il vento spazza le strade deserte di Livorno. Domani c’è scuola. Le vacanze di Natale sono finite, e con loro quel limbo grigio in cui ho rischiato di perdermi per sempre. Domani si torna in classe, si torna alla normalità, o almeno a quella recita che chiamiamo normalità.
Apro il Mac sulle ginocchia. La luce azzurra dello schermo mi ferisce gli occhi stanchi, ma non posso dormire. Digito sulla barra di ricerca di Google, le dita che si muovono rigide sulla tastiera: “come scacciare fantasma”, “vampiro energetico possessione”, “liberarsi da spirito attaccato”.
Una risata cristallina, dolce e terribilmente familiare, rimbomba nella stanza.
Alzo gli occhi verso il soffitto. È lì.
Anna Clara fluttua a un metro sopra il mio letto, perfettamente parallela a me, con la schiena rivolta verso l’intonaco bianco. Sembra aver dimenticato tutto. Sembra aver cancellato il telegiornale, il viadotto, i colpi di mazza e il sangue. È tornata la visione ipnotica e letale delle prime notti, l’angelo oscuro che mi ha rubato la vita. Il suo vestitino blu a fiori svolazza mosso da una corrente d’aria che non esiste, scivolando pericolosamente verso l’alto. Le sue gambe lunghe, lisce e perfette sono completamente scoperte. Il tessuto leggero le si arriccia sui fianchi formosi, rivelando la linea morbida dell’inguine e le curve di un corpo di donna che la morte ha cristallizzato nel suo momento di massima bellezza.
I suoi piedini nudi, intatti, danzano nell’aria. Si gira lentamente su se stessa, fluttuando nell’assenza di gravità, mostrandomi la scollatura profonda e il seno pieno. Mi sorride. Un sorriso caldo, malizioso, gli occhi scuri che brillano di una sensualità predatoria. Se non sapessi cosa nasconde, se non sapessi che sotto quel vestito ci sono i segni del massacro, impazzirei di desiderio. Vuole tentarmi. Vuole ricordarmi che nessun’altra ragazza del liceo potrà mai essere così seducente, così assoluta.
«Cosa cerchi, Geometra?» sembra sussurrare la sua voce nella mia testa, mentre ruota su se stessa e scende di quota, avvicinandosi a me come una piuma che cade al rallentatore.
Non le rispondo. Fisso lo schermo del computer. Scorro decine di forum esoterici pieni di ciarlatani che consigliano sale grosso e salvia bianca. Stronzate. Il sale non ferma una ragazza che è sopravvissuta ai container del porto.
Anna Clara scende ancora. Ora è sospesa a pochi centimetri dal mio petto. Il suo viso è vicinissimo al mio. Il profumo di fiori esotici e acqua salmastra mi riempie le narici. Allunga una mano verso di me. Le sue dita lunghe, perfette, con le unghie laccate di fresco, sfiorano la mia guancia.
Il contatto è un’ustione.
È un freddo così intenso, così assoluto, che brucia la pelle come azoto liquido. Stringo i denti per non urlare. Il gelo cerca di infiltrarsi nei miei pori, di scendere lungo il collo per arrivare al cuore e addormentarlo, per possedermi di nuovo come ha fatto al Parco Sms.
Ma stavolta è diverso. Stavolta non sono vuoto.
Chiudo gli occhi e, per contrastare quel dolore di ghiaccio, evoco l’unica cosa in grado di salvarmi. Silvia.
Il ricordo di lei mi esplode nel petto. Rivedo la panchina sotto i lecci. Sento il peso del suo corpo caldo, sudato e vivo schiacciato contro il mio. Sento le sue mani piccole e forti che si infilano sotto il mio giubbotto, la sua pelle morbida contro la mia schiena, il suo respiro affannoso contro il mio collo. Sento il sapore delle sue labbra, un misto di burrocacao, sale e lacrime disperate, mentre mi gridava: “Non puoi lasciarmi per una che è già polvere!”.
Il sangue mi pompa nelle vene con una forza nuova, violenta. Il calore dell’amore di Silvia, tangibile, disperato, pragmatio, crea uno scudo termico attorno al mio cuore. È un’ancora pesantissima che mi tiene incollato al materasso, alla vita, a Livorno.
Anna Clara ritrae la mano di scatto, come se si fosse punta. Il suo sorriso malizioso vacilla per un secondo, sostituito da una smorfia di fastidio. Non riesce più a penetrare. Non sono più la scatola vuota che può riempire a suo piacimento.
«Io sono vivo,» le dico ad alta voce, fissando i suoi occhi neri. «E tu ti chiami Anna Clara. Io so chi sei.»
Pronunciare il suo nome ad alta voce cambia la pressione nella stanza. Lo Spettro si immobilizza, smette di sorridere. Il vestitino a fiori smette di svolazzare e le ricade lungo le cosce. Mi guarda, e per la prima volta non vedo solo desiderio di possesso, ma una scintilla di rispetto. O forse di paura.
Torno a guardare lo schermo del Mac. Ho aperto una vecchia pagina web su un sito di antropologia.
La Legge del Vero Nome.
“In tutte le tradizioni esoteriche mondiali, conoscere il nome dell’entità che ci infesta è l’unico modo per dominarla. Il nome contiene l’essenza dello spirito. Nessun esorcismo può iniziare se l’entità rimane anonima.”
Un brivido – questa volta non soprannaturale, ma di adrenalina pura – mi corre lungo la schiena. Ce l’ho. Ho l’arma. Silvia mi ha dato la forza di impugnarla, ma ora devo trovare qualcuno che sappia come usarla.
Apro una nuova scheda del browser. Anna Clara è brasiliana. Un prete cattolico mi manderebbe in psichiatria, una cartomante mi ruberebbe i soldi. Mi serve qualcuno che conosca la magia della sua terra, qualcuno che sappia come trattare gli spiriti che vengono dall’altra parte dell’oceano.
Digito sulla tastiera: “Comunità Candomblé Toscana”, “Rituali Umbanda Livorno”, “Medium afro-brasiliano”.
La rotellina di caricamento gira per qualche secondo. Poi spuntano alcuni risultati. Forum nascosti, vecchi articoli di giornale su comunità sudamericane nella zona industriale, un paio di nomi in codice.
Sorrido. Un sorriso sghembo, da Geometra che ha appena trovato la formula giusta per calcolare la portanza del tetto.
Anna Clara sale di nuovo verso il soffitto, svanendo nell’oscurità dell’angolo sopra l’armadio, ridotta a una macchia azzurra silenziosa. Non fa più paura, stasera.
Imposto la sveglia sul telefono per le 7:00. Domani rivedrò Silvia, affronterò gli sguardi della classe, l’imbarazzo di Francesca. Ma appena suonerà la campanella dell’ultima ora, la mia vera giornata avrà inizio. So qual è la mia missione. Devo trovare chi sussurra ai fantasmi del Brasile, prima che Barcellona diventi il mio cimitero. E stavolta, non ci andrò da solo.
Chiudo il Mac e spengo la luce. Il buio mi avvolge, ma ho ancora addosso il profumo di Silvia. E per la prima volta da mesi, mi addormento senza tremare.