Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Lascio Francesca sulla Terrazza come si lascia un relitto sulla spiaggia dopo una libecciata. Non mi volto. Non le do la soddisfazione di vedermi tremare, né di contare le lacrime che minacciano di esplodere. Le sue parole mi ronzano nelle orecchie come un nido di vespe: “Lui non ha più tempo”. Boia, Francesca, quanto ti odio quando hai ragione. Salgo sul mio monopattino elettrico e do gas, sentendo il ronzio del motore che sembra l’unico battito razionale rimasto in questa città di matti. Sono le quattro di un pomeriggio di dicembre che sembra cucito con il filo grigio della depressione. Il cielo sopra Livorno è una coltre di piombo che schiaccia i tetti, l’aria sa di neve che non cade e di quel salmastro che ti si appiccica ai vestiti e non se ne va più.
Non vado a casa sua. Non abbiamo le chiavi l’uno dell’altra, stiamo insieme da tre mesi, mica da una vita. Siamo ancora nella fase in cui ci si scrive “sei arrivato?” ogni volta che ci salutiamo, la fase in cui ogni bacio sembra l’ultimo e il primo allo stesso tempo. Tre mesi di noi, tre mesi in cui il mondo è passato da “io” a “noi” con una velocità che mi ha spaventato. So dove trovarlo. Lo sento nelle ossa, come quando senti che sta per piovere dal modo in cui ti brucia una vecchia cicatrice. Vado verso il centro, verso il Parco Sms. Il Pertini, come lo chiamano i professori, ma per noi sarà sempre l’Sms, il posto dove siamo cresciuti, dove abbiamo marinato scuola e dove, solo tre settimane fa, su quella panchina nascosta dai lecci, lui mi ha infilato la mano sotto la maglietta per la prima volta. Me lo ricordo bene: faceva freddo, ma la sua pelle era bollente e il mio cuore batteva così forte che pensavo si sarebbe spezzato contro le costole. Era vita pura. Quello che c’è ora, invece, puzza di morte.
Parcheggio il monopattino vicino alla cancellata di Via Roma. Il parco a quest’ora è un cimitero di infanzia. Gli scivoli sono lucidi di umidità, le altalene dondolano piano per conto loro, spinte da un vento che sembra avere dita invisibili. Passo accanto alla zona giochi, quella dove da piccoli ci sbucciavamo le ginocchia mentre le nostre madri prendevano il caffè al Cristallo. Vedo lo scivolo grande, quello arrugginito in cima. Per un istante, mi sembra di vedere un lampo blu, un lembo di stoffa a fiori che sventola nel grigio. Mi strofino gli occhi. Non c’è nulla. Solo il rumore delle foglie secche dei lecci che strisciano sull’asfalto come unghie su una lavagna.
Lo trovo lì. Sulla nostra panchina. Andrea è rannicchiato, le spalle curve, la testa tra le mani. Sembra un mucchio di vestiti abbandonati da qualcuno che ha smesso di lottare. Mi avvicino lentamente, sentendo la temperatura scendere vertiginosamente a ogni passo. Non è il freddo di Livorno. È un gelo chimico, un freddo che sa di ferro arrugginito e di acqua di porto stagnante. Quando sono a un metro da lui, Andrea alza la testa. Sussulto.
I suoi occhi. Boia, i suoi occhi. Le pupille sono dilatate al massimo, il marrone caldo che adoro è sparito, sostituito da un nero abissale, lucido come petrolio. La sua pelle ha il colore della cenere e i lineamenti sono tirati, quasi deformati.
«Andrea? Geometra, guardami… sono io,» dico, e la voce mi trema come una corda di chitarra troppo tesa.
Andrea apre la bocca, ma quello che esce non è un respiro umano. È un suono multiplo, una vibrazione che sembra venire dal fondo di un pozzo, con un accento strano, melodioso e terribile al tempo stesso. È Anna Clara che parla attraverso di lui, usando la sua gola come se fosse un megafono rotto.
«Lui è mio, Silvia», dice la bocca di Andrea, ma le labbra si muovono a scatti, come quelle di un manichino. «Lui è la mia luce. Tu sei solo polvere. Vattene. Lui appartiene al freddo.»
«Col cavolo che me ne vado!» urlo, e la rabbia scoppia finalmente nel mio petto. «Lui è vivo! Senti il mio odore, Anna Clara? Lui non è tuo, non è un container, non è una tomba! Lui è Andrea e stasera torna a casa con me!»
Andrea si alza in piedi con un movimento fluido, quasi felino, che non gli appartiene. Fa un passo verso di me e sento il gelo entrarmi nei polmoni, bloccandomi il respiro. Vedo Anna Clara ora: è dietro di lui, lo abbraccia da dietro, le sue braccia trasparenti e bluastre incrociate sul petto di Andrea. Ride. Una risata senza suono che mi fa raggelare il sangue.
«Lui ha scelto me», sibila lo Spettro attraverso la gola di Andrea. «Io sono la sua pace.»
In quel momento capisco che non servono le parole. Mi lancio in avanti. Mi butto su di lui, le braccia che lo cingono stretto, il mio viso che si schiaccia contro il suo petto gelato. L’impatto è come schiantarsi contro un muro di ghiaccio. Sento i miei denti battere, ma non mollo la presa. Lo stringo con tutta la forza che ho, cercando di avvolgerlo con il mio calore, con la vita di questi tre mesi passati a cercarci.
«Torna da me, Andrè!» grido contro il suo maglione. «Ricordati di tre settimane fa, qui! Ricordati della mia pelle sotto le tue dita! Non puoi lasciarmi per una che è già polvere! Respira, maledetto! Respira per me!»
Sento Andrea sussultare. Lo Spettro urla, un grido acuto che mi trapassa le orecchie. Il gelo aumenta, ma io spingo ancora di più, infilando le mani sotto il suo giubbotto, cercando il contatto col suo corpo. Voglio che senta che io sono carne, che io sono sangue. Improvvisamente, Andrea emette un gemito profondo. Il suo corpo viene scosso da un brivido violento. Sento una folata di vento gelido che ci travolge, e poi, come se si fosse rotto un incantesimo, il silenzio torna a regnare sul parco.
Il freddo soprannaturale sparisce. Andrea crolla tra le mie braccia, pesantissimo. Lo accompagno a sedersi sulla panchina, scivolando a terra con lui. Le sue pupille tornano normali, piccole, umane. Mi guarda, e vedo le lacrime iniziare a rigargli il viso grigio.
«Silvia…» sussurra. Stavolta è lui. Solo lui.
Gli prendo il viso tra le mani, baciandolo ovunque, piangendo come una fontana. Lo stringo forte, sentendo il suo cuore che ricomincia a battere con un ritmo regolare.
«Boia, Andrè… m’hai fatto cacà sotto davvero stavolta,» dico, cercando di sorridere tra i singhiozzi.
Lui mi guarda con quegli occhi stanchi, distrutti, ma presenti. Si pulisce il naso con la manica del maglione, come un bambino.
«Dé, Silvia… un lo so neanch’io che m’è preso,» mormora lui con la voce rotta. «Era come se fossi in fondo al mare, un sentivo più nulla… sentivo solo lei che mi tirava giù.»
«Un ti preoccupà, ora ci sono io,» rispondo stringendogli le mani che finalmente ricominciano a scaldarsi. «Ma d’ora in poi un ti lascio più solo neanche per andà a piscià, intesi? Quella lì deve capì che con le livornesi un si scherza.»
Andrea accenna un sorriso amaro, uno di quei sorrisi che gli partono solo da un lato della bocca. «Sei una forza della natura, lo sai? Se un c’eri te, a quest’ora ero già diventato un ghiacciolo alla Darsena.»
«E allora muoviti, Geometra di ‘sta ceppa,» dico tirandolo su per la mano. «Andiamo via da questo posto che mi mette ansia. T’accompagno a casa col monopattino, e guai a te se ti stacchi da me, hai capito? Stammi appiccicato che m’hai fatto prende un colpo che unn’hai idea.»
Camminiamo verso l’uscita del parco, barcollando un po’ come se fossimo reduci da una rissa. Il buio è sceso davvero, ma la mano di Andrea nella mia ora brucia di vita. La Regina ha abdicato, ma l’Ancora ha tenuto botta. Mentre usciamo dal cancello, sento che la sfida è appena iniziata, ma finché parliamo la stessa lingua, quella del sangue e del porto, Anna Clara non avrà vita facile.
«Andiamo, Andrè. La gita è vicina e noi ci s’ha ancora da vede’ Barcellona, mica il paradiso.»
«Sì, Silvia. Andiamo.»