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Creato il 05/09/2026, 13:34 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:36

Capitolo 25: Puntata 25 : Francesca

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza
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Le vacanze invernali sono un buco nero che inghiotte tutto, una palude di giorni grigi dove il tempo sembra essersi fermato insieme al vento di Libeccio, lasciando Livorno sospesa in un’attesa stantia. La città si svuota: i motorini spariscono dai marciapiedi, i bar del lungomare chiudono presto con le saracinesche che sferragliano come ghigliottine, e il mare resta lì a sbattere contro gli scogli come un pugno ripetuto che non fa più male. Solo freddo. Solo silenzio. Andrea non risponde da giorni. L’ultimo messaggio che mi ha inviato era un “sto bene” privo di vita, arrivato dopo quella notte maledetta sul marciapiede di Ardenza, quando il mondo ci è crollato addosso tra il jingle di Studio Aperto e il sangue sulla mia mano. Io quella notte ho pianto tutte le mie lacrime, gli ho urlato che lo amo, che sono qui per lui, e lui ha girato la testa all’ultimo millimetro, negandomi persino l’ombra di un bacio. Da allora: il nulla. Non un segnale di rabbia, non un blocco sui social. Solo un vuoto pneumatico che mi spaventa più di qualsiasi urlo.

Passo davanti alla tabaccheria di suo padre quasi ogni giorno, come se fosse un rituale di espiazione. Oggi decido di entrare. Ho finito le sigarette davvero, non è una scusa, ma sento che se non lo vedo, se non controllo che respiri ancora, potrei impazzire. Il campanello tintinna con un suono stridulo che mi trapassa il cervello; l’odore di tabacco vecchio, polvere e caffè stantio mi investe come un ricordo sgradito. Dietro il banco c’è il padre di Andrea: un uomo grosso, con le mani rovinate da anni di lavoro e uno sguardo che si è spento insieme a quello di sua moglie Serena. E poi c’è lui. Andrea è lì, un’ombra tra le ombre, intento a sistemare pacchetti di sigarette sugli scaffali con movimenti meccanici, precisi, spaventosamente vuoti. Non alza gli occhi quando entro. Non dice una parola. Aiuta il padre in silenzio, come un automa programmato per un compito inutile: prende, sistema, annuisce a un cliente senza guardarlo in faccia. Il suo viso è diventato una maschera di cera: è più magro, gli occhi sono infossati in occhiaie violacee e la pelle ha preso un riflesso grigio sotto la luce fredda dei neon. Sembra prosciugato, come se qualcuno gli stesse succhiando il calore dal midollo, un sorso alla volta.

Lo guardo e capisco tutto. Capisco che la mia battaglia per il vestito blu, le mie scenate di gelosia e i miei piani per Barcellona erano giochi da bambini, capricci di una ragazzina viziata che non aveva capito nulla del baratro. Anna Clara è lì con lui, anche se io non la vedo. Sento solo un abbassamento repentino della temperatura, una lama fredda che mi solletica la nuca. Lei è sospesa sopra le sue spalle, le sue mani diafane gli sfiorano il petto, rubandogli ogni battito cardiaco, ogni briciolo di vitalità. Andrea non sta aiutando suo padre; sta solo aspettando di diventare fumo anche lui. Esco dalla tabaccheria senza nemmeno comprare le sigarette, con il cuore che mi martella contro le costole. Devo fare qualcosa. Non posso stare a guardare mentre l’unica persona che abbia mai amato davvero si dissolve nel nulla.

Torno a casa e trovo mia madre, Serena, in cucina. È l’unica persona che conoscesse davvero la madre di Andrea, la “santa”. Mi siedo di fronte a lei, cercando di darmi un contegno, ma le mie mani tremano mentre cerco di accendere una sigaretta. “Mamma,” esordisco, cercando di non sembrare pazza, “com’era Serena negli ultimi tempi? Prima dell’incidente?”. Mia madre mi guarda sorpresa, posa il caffè e sospira. Mi racconta di una donna che era diventata l’ombra di se stessa, che parlava di pesi invisibili e di una “luce” che attirava l’oscurità. Mi dice che Serena diceva sempre che Andrea era speciale, che aveva ereditato una sensibilità che poteva essere la sua rovina. “Gli amici lo hanno sempre salvato, da piccolo. Tu lo sai,” conclude mia madre con una malinconia che mi gela il sangue. Amici. Ma i suoi amici sono tutti fuggiti. Serena Ferretti è chiusa in casa, terrorizzata da ciò che ha percepito quella sera. E io… io sono innamorata di lui, ma il mio amore è diventato un peso, una pretesa che lui non può soddisfare.

In quel momento arriva l’illuminazione, amara come il fiele: l’unica che può davvero tirarlo fuori da quel letto di ghiaccio è Silvia. Lei lo ha amato in modo normale, pulito, prima che tutto andasse in pezzi. Lei rappresenta la vita senza fantasmi. E anche se mi fa male ammetterlo, anche se vorrei essere io la sua salvatrice, so che Andrea sta morendo e che Silvia è l’unica medicina che non lo avvelena. Prendo il telefono. Scrivo a Silvia: “Dobbiamo parlare di Andrea. Terrazza Mascagni, domani alle 17. Non per me. Per lui. Ti prego, non ignorarmi.” Invio. Il cuore mi fa male come se mi avessero strappato un pezzo di carne. So che lei verrà. Silvia scappa, si chiude, ma alla fine non resiste al richiamo del “suo” Geometra.

Il giorno dopo, la Terrazza Mascagni è un deserto di piastrelle bianche e nere che riflettono un cielo basso e pesante, come una lastra di piombo pronta a schiacciarci. Il mare è piatto, quasi immobile, con solo qualche onda piccola che sbatte contro la spalletta con un rumore sordo e ripetitivo. Non c’è nessuno. Solo il vento freddo che arriva dal largo. Arrivo in anticipo, mi siedo su uno dei gradini, le mani affondate nelle tasche del piumino. Ho freddo dentro. Penso ad Andrea chiuso nella sua camera, con Anna Clara che gli ruba il respiro, e mi sento morire. Poi la vedo. Silvia arriva camminando piano, con le spalle curve sotto il cappotto scuro, lo sguardo basso. Si ferma a pochi metri da me, senza guardarmi.

«Sono venuta,» dice solo, con una voce che sembra venire da un altro secolo.

«Lo vedo,» rispondo io, alzandomi in piedi. Il vento ci soffia in mezzo, portando via le parole. «Senti, Silvia, non sono qui per fare pace. Non mi frega niente di noi due ora. Sono qui perché Andrea sta morendo.»

Silvia alza gli occhi su di me. Sono gonfi, arrossati. Ha passato le vacanze a piangere, proprio come me. «È impazzito, Francesca. Lo hai sentito quella sera. Parlava con il nulla. Diceva cose orribili su quella ragazza…»

«Non è impazzito!» le urlo contro, facendo un passo verso di lei. «Tu non capisci perché sei troppo quadrata, troppo normale. Ma io l’ho visto in tabaccheria. Ho sentito il gelo. Andrea è incastrato in qualcosa che noi non possiamo combattere da sole. Quello spettro, Anna Clara… lei esiste davvero, Silvia. Non so come, non so perché, ma lei gli sta mangiando la vita perché lui è l’unico che le dà calore.»

Silvia scuote la testa, incredula, ma vedo che le sue labbra tremano. «E io che dovrei fare? Non posso lottare contro un fantasma.»

«Puoi ricordargli che è vivo,» dico, e la voce mi si incrina. «Tu sei l’unica cosa che lo teneva attaccato alla realtà. Sei il suo ancoraggio. Se non torni da lui, se non lo trascini fuori da quella stanza, lui non arriverà a Capodanno. Anna Clara lo porterà via con sé sotto il viadotto.»

Facciamo un lungo silenzio. Il mare continua a mormorare dietro di noi. Mi sento svuotata, come se avessi appena consegnato le chiavi del mio tesoro più grande alla mia peggiore nemica. Ma è l’unica cosa giusta che io abbia mai fatto in diciassette anni di vita.

«Perché lo fai?» mi chiede Silvia, con una punta di sospetto. «Tu volevi portarmelo via.»

«Perché lo amo,» rispondo, guardandola dritto negli occhi. «Lo amo abbastanza da sacrificarmi. Lo amo abbastanza da consegnarlo a te, se questo significa non vederlo finire in una bara come sua madre. Nemmeno se significa che lui sceglierà te e io resterò fuori dal quadro. Per una volta, voglio fare la cosa giusta invece di quella che mi conviene.»

Silvia non risponde subito. Guarda l’orizzonte dove il cielo si fonde con l’acqua grigia. Poi si gira lentamente, i suoi occhi non sono più duri, sono solo immensamente stanchi. «Se vado da lui… se ci provo davvero… tu che fai?»

«Mi faccio da parte,» rispondo senza esitare, sentendo un nodo alla gola che mi mozza il respiro. «Se serve a riportarlo indietro, io sparisco. Ma fallo presto, Silvia. Le vacanze finiscono tra due giorni. E lui non ha più tempo. Vai da lui, entra in quella casa e non uscirne finché non lo vedi sorridere di nuovo.»

Lei non dice una parola. Si incammina verso l’uscita della terrazza, con passi lenti che poi diventano sempre più veloci, quasi una corsa disperata. Non so se andrà davvero da lui stasera. Non so se riuscirà a rompere l’incantesimo di Anna Clara. So solo che ho appena dato via l’unica cosa che ho sempre desiderato più di ogni altra cosa al mondo. E fa un male cane, un dolore fisico che mi toglie il fiato, come se mi avessero strappato il cuore dal petto senza anestesia.

Resto sola sulla Terrazza Mascagni mentre cala il buio. Accendo una sigaretta, le mani mi tremano in modo incontrollabile mentre aspiro il primo tiro. Penso ad Andrea, alla sua pelle grigia sotto i neon, a quel fantasma che lo avvolge. Penso a Silvia che corre verso di lui. Spero che lei sia abbastanza forte. Spero che il suo amore “normale” sia più potente del gelo della Darsena. Io ho fatto la mia parte. La Regina ha abdicato. Cammino verso casa con il vento che mi spinge da dietro, come se volesse cancellare le mie tracce da questa scacchiera di marmo.

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