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Creato il 05/09/2026, 13:34 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:36

Capitolo 24: Puntata 24 : La Crepa

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

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  • Copertina AI
  • Violenza
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Il vento del lungomare di Livorno questa sera non porta sollievo. Arriva invece carico di minuscole particelle di sale che si depositano sulle labbra come una patina amara, come se la città stessa stesse piangendo lacrime di mare rappreso. È un vento stanco, umido, che sa di ferro arrugginito, di reti da pesca abbandonate, di alghe marce lasciate a decomporre tra gli scogli. Sa soprattutto di verità che nessuno ha voluto pronunciare ad alta voce e che ora, dopo la pizzeria, risalgono a galla come detriti di un relitto dopo una burrasca.

Ho appena finito di parlare. O forse di urlare. Non lo so più. La gola mi brucia, i polmoni fischiano a ogni inspirazione corta e affannosa, come se l’aria stessa si fosse fatta tagliente. Alle mie spalle, le “civette” della classe — Francesca, Serena, forse anche qualcun’altra che non ho avuto il coraggio di guardare — sono rimaste inchiodate al loro posto. Sembrano comparse di un film horror bloccate in un’inquadratura fissa, con la bocca socchiusa e gli occhi spalancati in quel modo che non è terrore puro, ma qualcosa di più subdolo: la consapevolezza improvvisa che il mondo non è più quello che credevano fino a cinque minuti fa.

Non resisto più. Quegli sguardi mi scavano dentro, mi sezionano come un cadavere sul tavolo di un’aula di anatomia patologica, con i professori che indicano i muscoli e i nervi mentre io sono ancora vivo e sento tutto. Prendo Silvia per mano. Le sue dita sono gelide, rigide, quasi legnose, come rami secchi raccolti in inverno e lasciati fuori dalla legnaia troppo a lungo. Sembra che sotto la pelle non ci sia più sangue che circoli, solo un silenzio vegetale. La trascino via dal gruppo, cinque, sei passi incerti, verso l’angolo più buio che riesco a trovare tra i lampioni giallo-zolfo e le ringhiere arrugginite. Voglio un frammento di oscurità che ci avvolga, un lembo di asfalto e di notte che appartenga solo a noi due, lontano dal ronzio insistente del televisore acceso nella pizzeria che continua a vomitare titoli cubitali e immagini sgranate del massacro alla Darsena.

Anna Clara ci segue, come sempre. Non cammina: plana. Il suo vestitino a fiori — quello con le margherite troppo grandi che indossava il giorno in cui è morta — sembra respirare di luce propria, un bagliore diafano e malato, quasi radioattivo. I piedi trasparenti non sfiorano mai il selciato; scivolano a qualche centimetro dall’asfalto, come se la gravità avesse deciso, per lei, di fare un’eccezione. Ogni tanto il vento le attraversa il corpo e per un istante la vedo diventare ancora più trasparente, come una fotografia esposta troppo a lungo al sole.

Mi fermo. La guardo. Silvia. Il cuore mi sbatte contro le costole così forte che ho paura che le fratturi. Capisco, in quel preciso secondo, che se non parlo ora, se non riverso fuori tutto questo pozzo di pece liquida che mi riempie lo stomaco, ci affogherò dentro. Morirò soffocato dal non detto.

«Silvia, ascoltami bene» esordisco. La mia voce suona estranea, roca, come se appartenesse a un uomo molto più vecchio e molto più rotto di me.

Inizio dal principio, anche se so che è inutile. Le racconto della sera in spiaggia, quando l’aria era ancora tiepida e profumava di cocco solare e di libertà adolescenziale. Le descrivo lo Spettro che emerge dal buio oltre le dune, una figura senza contorni precisi, eppure inconfondibile. Racconto come mi abbia strappato la vista per un istante, come abbia risucchiato l’aria dai polmoni lasciandomi a boccheggiare sulla sabbia. Le spiego che da allora ogni risveglio è diventato un atto di resistenza, ogni mattina una piccola vittoria contro il nulla che vuole rientrare.

Poi arrivo a Malick Sow. L’uomo con gli occhi verdi che Studio Aperto ha messo in apertura di edizione straordinaria, con la foto segnaletica ingrandita e il titolo a caratteri di fuoco. Non è solo un nome da prima pagina. È il predatore. È colui che ha lasciato il marchio sulla mia pelle — una cicatrice che brucia ancora quando penso a lui. È colui che ha preso la mazza da baseball e ha sfondato il cranio di Anna Clara mentre lei urlava il mio nome. Ogni colpo che le ha inferto lo sento riecheggiare dentro il mio stesso cranio, come se fossi stato lì, come se fossi stato il bersaglio sbagliato.

Le parlo del freddo. Del modo in cui il calore del suo corpo mi viene sottratto ogni volta che Anna mi sfiora. Le racconto del calice di vino di Francesca esploso nel bagno della scuola, dei frammenti di vetro che volavano come schegge di stelle cattive, della rabbia gelida che si era impossessata di me senza che io lo volessi.

«Mi protegge» sussurro. «Anna Clara mi protegge. Dice che ero l’unica luce rimasta in mezzo a quel buio industriale, a quelle fabbriche abbandonate piene di ruggine e di urla dimenticate. Dice che non può lasciarmi solo.»

Silvia mi guarda. Quegli occhi blu che ho sempre considerato il mio porto sicuro, ora sono diventati due pozzi senza fondo. Non c’è comprensione. C’è terrore puro, mescolato a una pietà che mi ferisce più di uno schiaffo. Silvia è fatta di cose concrete: canzoni sparate nelle cuffie mentre sfreccia in motorino, miscela due tempi che puzza di benzina, versioni di greco scarabocchiate sul quaderno, baci che devono sapere di dentifricio e di vita vera. Per lei il soprannaturale non esiste. Esiste solo la rottura, il crollo, la malattia mentale che avanza.

«Andrea, ti prego, smettila» sussurra. Le prime lacrime le rigano le guance. Brillano sotto la luce arancione dei lampioni come frammenti di vetro falso. «Ti amo. Lo sai che ti amo. Ma questo… questo è troppo. Quello che dici non può esistere. È la tua testa. È il dolore per tua madre che ti sta spezzando. Devi farti aiutare. Devi parlare con qualcuno che capisce queste cose. Un medico. Uno psicologo. Non… non un fantasma.»

Le sue parole mi colpiscono come pugni nello stomaco. Vorrei urlare che non sono pazzo. Vorrei che Anna facesse qualcosa — spostasse un cassonetto, facesse tremare un lampione, soffiasse sul collo di Silvia per farle sentire il gelo sulla pelle. Ma Anna Clara resta immobile, sospesa tra noi due come un muro di nebbia gelida. Il suo sguardo è quello di chi ha già visto la fine del film e sa che non ci sarà nessun lieto fine.

Silvia si scioglie dalla mia presa con uno strattone quasi violento, come se il mio tocco scottasse o infettasse. Fa un passo indietro, poi un altro. Scuote la testa, incredula, ferita, tradita. Il viso è una maschera di dolore e rifiuto che non le avevo mai visto. Si gira di scatto e corre verso il monopattino elettrico appoggiato alla ringhiera poco più in là. Le mani le tremano mentre preme il pulsante d’accensione; il display si illumina di un verde malato, fantasmatico. Sale sulla pedana, dà un colpo secco col piede, parte senza voltarsi indietro.

La guardo allontanarsi. La piccola luce rossa posteriore danza impazzita nel buio mentre lei piange e scuote la testa, sfrecciando verso il centro di Livorno, verso le strade illuminate, verso un mondo che ancora funziona secondo regole comprensibili. La perdo di vista quando svolta dietro il palazzo dell’acquario.

Resto fermo sul molo. Le dita conservano ancora il ricordo della sua pelle. L’anima sa già di cenere.

Non sono solo a lungo.

Sento passi leggeri, cauti, che non scappano ma avanzano dritti verso il fuoco. Francesca e Serena Ferretti.

Francesca ha ancora la benda sulla mano sinistra. La macchia di sangue si è allargata e scurita, sembra un fiore marcio sbocciato nel bendaggio. Ma nei suoi occhi color miele bruciato non c’è più traccia della solita spocchia da reginetta del liceo. C’è una fame feroce, quasi animalesca, di verità. Mi spaventa quasi quanto lo Spettro.

«Io ti credo, Andrea» dice. La voce è bassa, ma tagliente come un filo d’acciaio teso nel vento. «Silvia è troppo… normale. Vuole un mondo con prezzi, spiegazioni, cause ed effetti. Ma io ero lì quando quel bicchiere è esploso. Ho sentito il freddo entrarmi nelle ossa come se qualcuno mi avesse aperto il petto e ci avesse infilato del ghiaccio secco. Non era suggestione. Non era un caso. C’è qualcosa che ti segue. Qualcosa che ci sta guardando.»

Serena, accanto a lei, non parla. Annuisce soltanto. I suoi occhi scuri, profondi, sono fissi esattamente nel punto in cui Anna Clara fluttua a mezz’aria. Non ha bisogno di chiedere conferme. Sembra percepire il peso specifico dell’anima della ragazza morta come se fosse una variazione barometrica, un cambiamento di pressione che le fa male alle tempie.

In quel momento, mentre la luce rossa del monopattino di Silvia è ormai inghiottita dalla notte, sento che la mia esistenza si è spezzata lungo una linea netta e irreversibile. Da una parte c’è il mondo della luce — i motorini, le canzoni, i progetti per Barcellona, i baci rubati, la gita che non faremo mai più insieme — che si allontana veloce. Dall’altra parte c’è questo club degli invisibili, questa congrega maledetta composta da me, da Francesca e da Serena, legati da un segreto che odora di alghe putrefatte, di catrame, di porto e di eternità.

Francesca fa un passo verso di me. Ignora il dolore alla mano. Per la prima volta da quando avevamo sei anni non cerca di comandarmi, di umiliarmi, di vincermi. Cerca solo di non restare sola in questo nuovo universo che è esploso sotto i nostri piedi come una mina.

«Siamo rimasti noi, Geometra» sembra dirmi il suo sguardo. «Noi che abbiamo il buio cucito dentro la pelle. Noi che non possiamo più fingere che sia tutto a posto.»

Anna Clara si sposta lentamente. Appoggia una mano diafana sulla mia spalla. Il freddo stavolta non mi spaventa. È l’unica cosa vera, l’unica cosa pulita che mi resta in questa notte livornese in cui la verità ha ucciso l’amore e ha aperto una crepa da cui entra qualcosa di molto più scuro.

Guardo il mare. È nero come inchiostro versato su una pagina sbagliata. Capisco che Barcellona, i tramonti rubati, la normalità, i progetti a matita sul quaderno di disegno — tutto questo è diventato un orizzonte impossibile.

Il ritorno verso Ardenza è un viaggio in un cimitero di certezze. Il vento si è spento, lasciando solo un’umidità densa che ti si appiccica alla pelle come un rimpianto non detto. Io e Francesca sorreggiamo Serena, che è diventata un peso morto tra le nostre braccia: lo sguardo vitreo, le labbra socchiuse, come se avesse inghiottito troppa verità e ora non riuscisse più a respirarla.

Francesca è irreprensibile con lei. Le sistema il cappotto con gesti lenti, quasi materni, le mormora parole morbide all’orecchio – «Respira piano, amore, è finita, ci sono io» – e per un attimo mi sorprendo a guardarla con gratitudine. Se non conoscessi il resto, se non avessi visto il veleno che sa sputare quando serve, ci cadrei anch’io. Recita la parte della compagna solidale con una perfezione che fa male.

Lasciamo Serena davanti al portone. La luce giallastra del lampione le dipinge ombre lunghe sul viso. Quando la serratura scatta e la porta si chiude, il silenzio cala pesante, rotto solo dal rumore dei nostri respiri e dal lontano sciabordio del mare.

Restiamo io e lei. E Anna Clara, che fluttua un metro sopra di noi, il vestito a fiori che ondeggia senza vento.

«Non fidarti, Andrea…»

La sua voce mi graffia la nuca come un’unghia fredda.

«Senti il suo cuore? Non batte per te. Batte per la soddisfazione di vederti cedere proprio adesso che Silvia ti ha lasciato solo con me. Vuole vincere contro la morta. E tu glielo stai permettendo.»

Francesca si volta verso di me, lentamente. Non sorride di trionfo. Sorride con una tristezza che sembra autentica, e questo è il colpo più basso.

«È stato terribile, vero?» sussurra.

Fa un passo piccolo, quasi impercettibile. Il suo profumo – costoso, salmastro, con quella nota di disinfettante che le resta sulla ferita – mi arriva addosso come un’onda lenta.

«Silvia non ha capito niente. È scappata come una bambina spaventata. Ma io no, Andrea. Io sono rimasta.»

Le sue dita si posano leggere sul mio petto, sopra il cuore che galoppa come un animale in trappola. Non preme. Traccia solo una linea invisibile verso il basso, verso lo stomaco. È una domanda, non una carezza.

«Hai presente quando smetti di combattere e per un attimo… non fa più male?»

La sua voce è bassissima, intima, come se stesse confessando un segreto solo nostro.

«Tutti mi guardano come se fossi pazzo. Silvia mi guardava come si guarda un malato terminale che rifiuta la cura. Tu invece…»

Alza gli occhi nei miei.

«Tu mi guardi come se fossi l’unico che capisce davvero cosa sto passando.»

Sento la gola chiudersi. Perché ha ragione. In questo momento è l’unica persona al mondo che non mi sta chiedendo di spiegarmi, di giustificarmi, di “tornare in me”. Mi sta offrendo l’unica cosa che desidero disperatamente: essere visto senza pietà, senza diagnosi, senza condanna.

«Restiamo soli io e te stasera,» sussurra, la voce che trema appena.

«Dimentica Silvia. Dimentica Anna Clara. Solo noi due, qui, ora. Niente che ci giudichi.»

E poi mi abbraccia.

Non è un abbraccio aggressivo. È lento, avvolgente, come se volesse entrarmi dentro la pelle. Le sue braccia mi stringono la schiena, il suo viso si appoggia nell’incavo del mio collo. Sento il calore del suo corpo premere contro il mio, il battito accelerato del suo cuore che si sincronizza col mio.

Mi lascio abbracciare.

Non oppongo resistenza. Le mie braccia restano lungo i fianchi per un secondo infinito, poi salgono piano, quasi controvoglia, e si posano sulla sua schiena. È come se il mio corpo avesse deciso per conto suo.

Sento le sue labbra sul collo.

Un bacio leggero, quasi un soffio. Poi un altro, più deciso. Sale piano verso la guancia, lasciando una scia calda. Il suo respiro mi accarezza l’orecchio.

E poi punta alle labbra.

Anna Clara urla.

«ANDREA!»

Il nome mi colpisce come uno schiaffo gelido.

Mi riprendo come da un sogno febbrile.

Le mani che erano sulla sua schiena si irrigidiscono. Giro la testa di scatto, all’ultimo millimetro, e le sue labbra trovano solo aria.

Francesca si stacca di colpo, gli occhi spalancati, il respiro corto.

«Perché!?» grida, la voce che si incrina.

«Perché!? Non sono abbastanza per te!? Non sono bella come lei!?»

Indietreggia di un passo, le mani che tremano.

«Silvia è scappata da te! Io no! Io sono qui! Io ti amo!»

E piange.

Non singhiozzi teatrali. Lacrime vere, silenziose, che le rigano il viso e cadono sul marciapiede come pioggia nera.

Io resto fermo, il cuore che martella nelle orecchie, le labbra che ancora sentono il fantasma del suo respiro.

Non so cosa dire.

Non so cosa provo.

Solo che un secondo fa stavo per cadere, e ora sono di nuovo in bilico sul bordo, con il nome di Anna Clara che mi rimbomba dentro come un’ancora.

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