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20 dicembre. Ore 20:30.
L’aria di stasera è un rasoio che ti taglia la faccia. Non è solo il freddo, è quel Libeccio bastardo che porta l’odore del porto fin dentro le narici, un misto di gasolio e alghe marce che ti ricorda sempre dove sei. Sto guidando il monopattino elettrico di Silvia; me lo ha lasciato oggi pomeriggio davanti a scuola con un sorrisetto complice: «Prendilo te, Geometra. Così stasera mi vieni a prendere sotto casa e non mi fai camminare sui tacchi».
Mentre sfreccio sul marciapiede del Viale Italia, il ronzio del motore elettrico sparisce, inghiottito dalla voce di Chris Cornell che mi urla nelle cuffie. I Am the Highway degli Audioslave. È la canzone perfetta per stasera. «I am not your rolling wheels, I am the highway…». Sento ogni parola come se fosse stata scritta per questo esatto momento. Io non sono solo un passeggero della mia vita, io sono la strada su cui sta correndo qualcosa di troppo grande per me.
Sopra la mia testa, o forse appena dietro la mia spalla sinistra, sento il vuoto pneumatico. Lei è lì. Non ho bisogno di voltarmi per sapere che lo Spettro sta fluttuando a pochi centimetri dal mio cappuccio. Non dice nulla, ma la sua presenza è un peso che mi schiaccia i polmoni, un’area di gelo assoluto che sfida il riscaldamento globale. È come se Anna Clara volesse assistere a ogni mio respiro, a ogni mio pensiero impuro, pronta a ricordarmi che mentre io sto andando a “scegliere un vestito”, lei un vestito non lo indosserà mai più.
Ripenso a mio padre, dieci minuti fa, mentre uscivo di casa. Mi ha fermato nel corridoio, dandomi una pacca sulla spalla così forte da farmi barcollare.
«Andrè, stasera dacci dentro, eh!» mi ha detto ammiccando, con quel suo solito umorismo da tabaccaio che si crede l’amico figo. «La Silvia è una che va gestita con polso. Fatti onore, un mi far fare brutta figura che sei i’ figliolo della Serena, ricordatelo!»
Mi sono sentito le guance bruciare. Mio padre immagina una serata di conquiste, di virilità da spogliatoio, ignorando che suo figlio ha un marchio di ghiaccio sul collo e un fantasma geloso che gli fa da ombra. Ma l’idea di Silvia… quella non riuscivo a scacciarla.
Immaginavo il suo corpo. L’avevo perlustrato con la mente mille volte, sotto le coperte nel buio della mia camera, cercando di ricostruire ogni centimetro di pelle che le maglie larghe o i jeans attillati mi avevano concesso di intuire a scuola. Non l’avevo mai vista davvero, intendo davvero. Ero un diciassettenne con la testa piena di filmati mentali e la realtà ferma al primo base, o quasi. L’idea di entrare in casa sua, con i suoi che non c’erano, era un cortocircuito che mi faceva sudare nonostante i gradi sotto zero.
Arrivo sotto il suo palazzo in cinque minuti. Abita in un condominio semplicissimo, uno di quei palazzoni anni ’70 che sanno di normalità e scale di marmo sempre pulite. Leggo il cognome sul citofono, premo il tasto e il “clic” della serratura sembra il via libera per una missione suicida.
Salgo al terzo piano. Le scale odorano di ammorbidente e cena pronta, il tipico odore delle famiglie livornesi del sabato sera. Quando arrivo alla porta del suo interno 6, Silvia è già lì che mi aspetta con la porta socchiusa.
«Puntuale, il mio Geometra,» dice, sporgendo solo la testa. Ha i capelli legati in modo disordinato e gli occhi che brillano di una strana eccitazione.
Entro in quella che è la classica casa di una figlia unica amata. Un quadrilocale ordinato, dove ogni mobile sembra avere il suo posto e ogni cornice racconta una vacanza, un compleanno, un Natale felice. Mi sento un alieno. Mi sento sporco, con il mio bomber della Colmar blu scuro che puzza di vento e i miei jeans che hanno visto giorni migliori.
«Vieni, aiutami. Sono in crisi mistica,» mi dice trascinandomi per la manica verso la sua camera.
La cameretta di Silvia è esattamente come me l’ero immaginata, ma dieci volte più densa. È un santuario dedicato a lei. Foto ovunque: Silvia al mare, Silvia con le amiche, Silvia che ride con i genitori a Parigi. C’è quell’odore di “ragazza” – un misto di vaniglia, lacca e polvere di stelle – che ti stordisce appena varchi la soglia. Sul letto c’è il caos primordiale. Vestiti, grucce, scarpe, borse. Sembra che sia esplosa una bomba di stoffa.
Lei si gira verso di me, ed è lì che il mio cuore perde un battito. È in intimo, o quasi. Indossa una sottoveste di seta nera, cortissima, che lascia scoperte quelle gambe che ho sognato per mesi.
«Allora? Questo verde smeraldo o quello nero con le paillettes? Nicole dice che il verde mi fa troppo “albero di Natale”, ma Francesca dice che il nero è da funerale. Te che dici?»
Rimango lì, impalato vicino alla scrivania piena di trucchi. Mi sento ridicolo nel mio Colmar blu, vestito come uno che deve andare a fare la spesa alla Coop. La guardo e non riesco a connettere le parole. La battaglia per il vestito non è la sua, è la mia. È la battaglia tra l’Andrea che vorrebbe solo baciarla fino a perdere il fiato e l’Andrea che sente il gelo dello Spettro che, in un angolo della stanza, sta fissando lo specchio con una rabbia che fa vibrare le boccette di profumo sulla mensola.
«Andrè? Ci sei o ti sei incantato?» ride lei, avvicinandosi e appoggiando le mani fredde sul mio petto, proprio sopra la cerniera del mio bomber.
«Io… io direi quello nero,» balbetto, cercando di non guardare troppo in basso. «Sei già abbastanza luminosa di tuo, Silvia. Non ti servono le paillettes.»
Lei sorride, un sorriso vero, e mi dà un bacio veloce sulla punta del naso. «Visto? Lo sapevo che eri l’unico con un po’ di cervello in questa classe di civette. Ora girati, però. Mi devo cambiare e non voglio che mi vedi tutta spettinata mentre lotto con la zip.»
Mi giro verso la finestra, guardando le luci di Livorno che tremolano lontano. Dietro di me sento il fruscio della seta che cade, il respiro accelerato di Silvia e, più forte di tutto, il sibilo ghiacciato di Anna Clara che mi sussurra all’orecchio: «Guardala bene, Andrea. Perché la bellezza è l’unica cosa che non puoi portarti dietro quando arrivi sul viadotto».
Chiudo gli occhi e stringo i denti. La gita, la pizzata, il vestito. Tutto sembra una recita prima del gran finale. Ma mentre Silvia si infila il vestito nero e io sento il calore della sua pelle che torna a coprirsi, so che stasera non sarà solo una cena di classe.
Silvia si muove con una naturalezza che mi disarma. Si siede davanti alla specchiera, ignorando deliberatamente il caos di tessuti sul letto, e inizia a trafficare con pennelli e boccette. La luce della lampada da tavolo le illumina il profilo, rendendo la sua pelle quasi trasparente, perfetta. Io sono ancora lì, fermo vicino alla porta, col mio bomber della Colmar che mi sembra pesare una tonnellata. Mi sento un intruso nel tempio della sua femminilità, un errore di sistema in una stanza che profuma di promesse.
«Vieni qui, Geometra. Non mordo mica,» dice lei senza voltarsi, osservando il mio riflesso nello specchio. Sorride, e quel sorriso è una trappola dolcissima.
Mi avvicino lentamente. Ogni passo accorcia la distanza tra il mio mondo fatto di ombre e il suo, fatto di luce e profumo di vaniglia. Lo Spettro si è spostato. Ora è nell’angolo più buio della stanza, vicino all’armadio. Non si muove, ma sento i suoi occhi fissi sulla mia nuca, proprio dove il marchio ha iniziato a pulsare con un ritmo sordo, come un cuore che batte nel posto sbagliato. È un monito: non dimenticare chi sei, non dimenticare a chi appartieni.
Silvia si sta passando il mascara, le labbra leggermente socchiuse, la concentrazione assoluta di chi sa che ogni dettaglio conta. Il vestito nero le scivola addosso come un’onda scura, mettendo in risalto la curva delle spalle e l’inizio della schiena nuda.
«Mi aiuti con i capelli? Vorrei tirarli su, ma non trovo mai il verso giusto,» sussurra, passandomi un mollettone dorato.
Le mie mani tremano mentre sfioro le sue ciocche castane. Sono calde, morbide, profumano di shampoo ai frutti rossi. Mentre cerco di raggrupparli, le mie dita sfiorano la sua pelle nuda sulla nuca. Sento una scossa elettrica risalirmi lungo il braccio. Silvia emette un piccolo sospiro, un suono quasi impercettibile che però, nel silenzio della stanza, rimbomba come un tuono.
Si volta all’improvviso sulla sedia girevole, restando a pochi centimetri da me. Ora i suoi occhi sono dritti nei miei. Non c’è più traccia delle frecciatine che lanciava a scuola o della maschera da “civetta” che indossa per difendersi dalle compagne. C’è solo Silvia.
«Sei così teso, Andrea,» sussurra, posando le mani sulle mie braccia, sopra il tessuto sintetico del bomber. «Sembri sempre pronto a scappare. Da cosa scappi?»
Non posso risponderle. Non posso dirle che scappo dal freddo che mi porto dentro, dalla ragazza morta che ci sta guardando in questo momento. Così faccio l’unica cosa che il mio corpo mi urla di fare. Mi chino e la bacio.
È un bacio diverso da quelli rapidi e rubati sul lungomare. È un bacio profondo, affamato, che sa di urgenza e di paura. Le sue labbra sono calde e morbide, e quando si aprono sotto le mie, sento il mondo esterno svanire. Non c’è più la pizzata di classe, non c’è più mio padre al Padel, non c’è più la Darsena. Ci siamo solo noi.
Silvia risponde con un’intensità che mi toglie il fiato. Le sue mani risalgono lungo il mio collo, sfiorando pericolosamente il bordo del marchio, ma io non mi scosto. Il dolore e il piacere si mescolano in un cortocircuito che mi fa girare la testa. Lei si alza in piedi, senza interrompere il bacio, spingendosi contro di me. Sento la morbidezza del suo corpo attraverso il vestito nero, un calore che cerca di scacciare il ghiaccio che ho nelle vene.
Le mie mani scendono lungo i suoi fianchi, seguendo la linea del vestito. La mia testa è una centrifuga di ormoni e adrenalina. Silvia si stacca un secondo, il respiro affannato, le labbra lucide e arrossate. Mi guarda con una luce che non le ho mai visto negli occhi, una sfida e un invito fusi insieme. Prende la mia mano destra, la sua pelle scotta contro la mia, e con un gesto deciso la fa scivolare giù, oltre la schiena, appoggiandola sulla curva piena del suo sedere sotto la seta del vestito.
In quel momento, smetto di capire. Il “geometra” razionale, quello che calcola le distanze e i pericoli, scompare. Resta solo un ragazzo di diciassette anni che sente il sangue pulsarli nelle tempie. La stringo a me, attirandola contro il mio bacino, e sento l’eccitazione maschile farsi prepotente nei pantaloni, un’urgenza fisica che non posso più nascondere e che mi fa vergognare e impazzire allo stesso tempo.
Finiamo sul letto, tra la confusione dei vestiti scartati poco prima. Io sono sopra di lei, le braccia che mi tremano mentre cerco di non schiacciarla col mio peso. La bacio sul collo, sulla clavicola, scendendo verso l’inizio del seno dove il vestito nero crea una scollatura vertiginosa. Silvia inarca la schiena, le sue dita intrecciate nei miei capelli, emettendo piccoli suoni strozzati che mi mandano il cervello in fiamme.
Sento lo Spettro avvicinarsi. La temperatura nella stanza scende di colpo di cinque gradi. Vedo con la coda dell’occhio la sua sagoma diafana chinarsi su di noi, i capelli neri che sembrano colare come inchiostro nell’aria. È gelosa. È furibonda. Sento il suo disprezzo per questa vita che pulsa, per questo calore che lei non potrà mai più provare. Il marchio sul mio collo inizia a bruciare come se qualcuno ci stesse premendo sopra una sigaretta accesa.
Sto per far scivolare la spallina del suo vestito, le mie dita cercano il bordo della stoffa per liberare quella pelle che desidero più di ogni altra cosa, quando Silvia mi blocca le mani.
Ha il respiro corto, il petto che si alza e si abbassa freneticamente. I suoi occhi sono lucidi, quasi spaventati dalla forza di quello che sta succedendo tra noi.
«No, Andrea… aspetta,» ansima, scuotendo leggermente la testa.
Mi fermo all’istante, col fiato sospeso e i muscoli tesi come corde di violino. Il mio corpo protesta, urla, ma la sua voce mi riporta sulla terra.
«Voglio che sia perfetto,» sussurra lei, accarezzandomi la guancia con il pollice. «Non qui, non ora con la fretta della pizzeria e le altre che ci aspettano. Voglio… voglio aspettare la gita. A Barcellona. Solo noi due, senza nessuno intorno. Promettimelo.»
La guardo, cercando di riprendere il controllo del mio respiro. Il cuore mi batte così forte che ho paura possa scoppiare. L’eccitazione che sento premere contro di lei è quasi dolorosa, un peso che mi ricorda quanto sono vulnerabile, quanto sono “maschio” nonostante tutta la mia timidezza. Silvia lo sente, lo so che lo sente, e vedo un guizzo di comprensione e di dolcezza nel suo sguardo. Non mi giudica. Mi sta solo chiedendo di custodire quel fuoco ancora per un po’.
«Te lo prometto,» riesco a dire, anche se la voce mi esce roca, trasformata.
Mi rotolo di fianco, stendendomi sulla schiena e fissando il soffitto. Le luci colorate che ha appeso vicino alla finestra sembrano sfocate, come se le guardassi attraverso un vetro bagnato. Silvia si rannicchia contro di me, appoggiando la testa sulla mia spalla. Il suo calore è l’unica cosa che mi tiene ancorato alla realtà, mentre sento la presenza dello Spettro ritirarsi lentamente verso l’angolo, soddisfatta, forse, che l’atto non si sia compiuto.
Restiamo così per qualche minuto, in un silenzio carico di tutto quello che non abbiamo fatto, ma che sappiamo che accadrà. La battaglia per il vestito è finita, ma la guerra per la nostra anima è appena iniziata.
«Dobbiamo andare,» dice lei alla fine, alzandosi e sistemandosi il vestito con un gesto rapido. Torna davanti allo specchio per un ultimo tocco di rossetto, come se nulla fosse successo. Ma le sue mani tremano leggermente.
Io mi alzo a fatica, sistemandomi il bomber e cercando di ricomporre la maschera del ragazzo normale. Mi guardo allo specchio sopra la sua spalla. Per un istante, non vedo il mio riflesso. Vedo un ragazzo con gli occhi troppo grandi e un marchio che gli mangia il collo, e dietro di lui, una ragazza vestita di nero che non ha più un nome, ma solo un dolore infinito da condividere.
«Andiamo, Geometra. Stasera dobbiamo sopravvivere alle civette,» dice lei, prendendomi la mano e trascinandomi verso la porta.
Usciamo di casa e il freddo di Livorno ci accoglie come uno schiaffo. Ma mentre scendiamo le scale, sento ancora il sapore di Silvia sulle labbra e la promessa di Barcellona che scotta in tasca più di qualsiasi marchio.
Il tragitto verso la pizzeria “La Vela”, proprio sul lungomare di fronte agli scali del porto, è un viaggio nel silenzio più cupo. Silvia è aggrappata alla mia vita, il suo corpo premuto contro la schiena del mio Colmar, e ogni volta che prendo una buca sento il suo respiro caldo contro il collo. È un contrasto violento: lei cerca protezione in me, ignorando che proprio sul mio collo, sotto la sciarpa, batte il cuore di ghiaccio del motivo per cui mezza Livorno stasera è chiusa in casa.
L’atmosfera in città è surreale. Le luci di Natale, che dovrebbero regalare allegria, sembrano ghirlande elettriche stese sopra un cimitero. Le notizie sul ritrovamento del corpo alla Darsena hanno scatenato il panico. Molte famiglie hanno vietato alle figlie di uscire. Il gruppo della IV G, solitamente una valanga di venticinque ragazze urlanti, stasera è ridotto all’osso. Solo le più “coraggiose” – o quelle con i genitori più distratti – hanno avuto il permesso di venire.
Arriviamo davanti alla Vela. È una pizzeria storica, di quelle con le tovaglie a quadri e le foto dei calciatori del Livorno alle pareti, ma stasera metà dei tavoli sono vuoti. Parcheggio il monopattino e sento subito l’odore acre di tabacco bruciato.
Francesca Valenti è lì, ferma sotto il lampione davanti all’ingresso. È avvolta in un cappotto di lana biondo che costa quanto tre miei affitti, aperto quanto basta per mostrare un abito in seta blu elettrico che sfida le leggi della fisica e del gelo. Sta fumando con una grazia annoiata, il telefono incastrato tra la spalla e l’orecchio.
«Sì, amore, ti ho detto che ti scrivo dopo… no, sono con le sceme della classe, lo sai come sono… okay, a dopo. Un bacio.»
Riattacca e ci guarda. Il suo sguardo non è su Silvia, è su di me. Un tempo, quello sguardo era casa. I nostri pomeriggi alla gelateria Il Cristallo, mentre le nostre madri, Elena e Serena, ridevano fumando sigarette al mentolo e parlando dei turni in ospedale, sono i pilastri della mia infanzia. Francesca è l’unica che sa che sapore hanno i miei ricordi prima che tutto diventasse nero. È stata lei la prima a vedermi piangere, la prima con cui ho diviso una coppa gelato gigante. Ma dopo la morte di mia madre, lei ha scelto di trasformare quel legame in cenere. Ha smesso di essere la mia amica per diventare la mia padrona, usando la nostalgia come un guinzaglio.
«Guarda chi si vede. Il Geometra e la sua crocerossina,» dice Francesca, espirando una nuvola di fumo che il vento disperde all’istante. «Andrea, sei vestito come se dovessi andare a scaricare le casse al porto. Ma d’altronde, con la compagnia che frequenti, il tono è quello.»
Silvia stringe la mia mano, le nocche bianche. «Almeno lui non ha bisogno di chiamare il ragazzo ogni cinque minuti per farsi dare il permesso di respirare, Fra.»
Francesca sorride, un taglio sottile e perfetto. «Oh, tesoro. Il mio ragazzo non dà permessi. Il mio ragazzo possiede. Dovresti imparare la differenza tra avere un uomo e avere un cucciolo da addestrare.» Mi guarda dritto negli occhi, ignorando Silvia. «Andrea, stasera siediti vicino a me. Dobbiamo parlare del Cristallo. Mia madre ha trovato delle vecchie foto di quando eravamo piccoli al mare. C’è anche Serena.»
È un colpo basso. Una coltellata mirata al cuore. Sento il marchio sul collo bruciare per la rabbia dello Spettro. Lei odia Francesca con un’intensità speciale; la vede come una minaccia, una che può toccare corde del mio passato che lei non potrà mai raggiungere.
Entriamo nel locale. Il gruppo delle “Civette” è già seduto. Nicole Ricci e Serena Ferretti sono le prime che incrocio. Sono vestite in modo semplice, quasi castigato rispetto a Silvia e Francesca: maglioncini dai colori pastello, jeans puliti, capelli raccolti. Nicole mi guarda con quegli occhi da cerbiatta, pieni di una devozione silenziosa che mi fa sentire sempre in colpa.
«Ciao Andrea… come stai? Ti trovo così pallido,» sussurra Nicole, allungando una mano verso il mio braccio, ma ritraendola subito quando vede lo sguardo di Silvia.
Serena Ferretti, invece, non dice nulla. Mi fissa e basta. Lei è l’unica che sembra percepire qualcosa di sbagliato. Vedo le sue pupille dilatarsi mentre lo Spettro le passa accanto, sfiorandole la spalla. Serena rabbrividisce, stringendosi nel suo cardigan rosa. «C’è una corrente d’aria gelida qui dentro… Andrea, ma tu non lo senti?»
Dall’altro lato del tavolo, Marika Boni e Alessia Giani stanno già ridendo di qualcosa sul telefono. Marika ha un piercing nuovo al setto nasale e un top nero che mostra i tatuaggi sulle braccia; Alessia scuote i suoi braccialetti che tintinnano come campanelli nervosi. Sono il duo del sarcasmo, quelle che trasformano ogni dramma in un post da deridere.
«Ehi, Andrea! Ma è vero che Silvia ti ha sequestrato in camera tutto il pomeriggio? Dicci la verità, hai ancora i segni delle unghie sulla schiena o dobbiamo chiedere a Nicole di portarti un po’ di arnica?» grida Marika, facendo ridere metà del tavolo.
Silvia si siede accanto a me, prendendo il posto con una decisione che non ammette repliche. «Fate meno le sceme, ragazze. Qualcuno ha visto il telegiornale? Dicono che l’hanno trovata. La ragazza del container.»
Il silenzio che segue è pesante come un masso. La gioia finta della serata evapora. Francesca si siede di fronte a noi, incrociando le gambe lunghe. La sua bellezza è aggressiva, studiata per oscurare chiunque.
«Dicono che era una di quelle… insomma, che stava con dei tipi poco raccomandabili al porto,» commenta Alessia, giocherellando con una ciocca di capelli rossi. «Certo che ce ne vuole di coraggio per ridursi così.»
In quel momento, sento la sedia su cui sono seduto vibrare. Lo Spettro è proprio dietro di me. Le sue mani trasparenti sono appoggiate sullo schienale, ma i suoi occhi sono fissi su Francesca. Francesca, che rappresenta la vita agiata, la bellezza intoccabile, la sicurezza di chi non ha mai dovuto “fare da scudo” a nessuno.
«Non sapete niente,» dico, e la mia voce suona profonda, quasi metallica. «Non sapete cosa ha passato. Non sapete chi era.»
Le ragazze mi guardano stupite. Perfino Silvia mi scocca un’occhiata interrogativa.
«Andrea, calmati, è solo cronaca,» interviene Francesca con tono condiscendente. «Sono tragedie che capitano in certi ambienti. È triste, certo, ma non roviniamoci la serata per una sbandata della Darsena. Piuttosto, parliamo della gita a Barcellona. Ho già deciso che in camera con me e Silvia ci starai tu, Andrea. Tanto abbiamo capito tutti che siete una coppia di fatto, no?»