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L’attacco è frontale. Francesca vuole marcare il territorio, vuole dimostrare che può decidere lei della mia vita, usando la scusa di Barcellona per mettermi in imbarazzo davanti a tutte. Ma c’è qualcosa di più: nei suoi occhi vedo la sfida. Vuole riprendersi il posto che occupava quando eravamo bambini, vuole estromettere Silvia dal quadro e tornare a essere la “regina” del mio mondo, l’unica autorizzata a conoscere il dolore di Serena.
Lo Spettro emette un sibilo che sento solo io. Vedo la sua mano diafana scivolare verso il bicchiere di vino di Francesca. Le dita lunghe e bluastre si chiudono attorno allo stelo del calice.
Il chiasso della “Vela” è un muro di gomma contro cui sbattono i miei pensieri. Al tavolo della IV G, l’aria è diventata irrespirabile. Francesca Valenti siede di fronte a me, una mano poggiata con noncuranza sul bordo del tavolo, le unghie laccate di un rosso che sembra già un presagio.
«Francesca, lascia stare Andrea,» sibila Silvia, la voce che trema per la rabbia trattenuta. Mi stringe la mano sotto il tavolo, una presa calda, solida, che cerca di ancorarmi alla realtà. «Lui viene in camera con chi vuole lui. Non sei più all’asilo, non puoi fare le squadre come ti pare.»
Francesca inclina la testa, un sorriso pigro che non le arriva agli occhi. «Oh, Silvia. Sei così tenera quando cerchi di marcare il territorio. Ma Andrea sa che ci sono cose che non puoi cancellare con un bacio in una cameretta. Ci sono ricordi che pesano più della seta.» Mi guarda, e per un attimo rivedo la bambina che divideva con me il gelato al Cristallo mentre le nostre madri, Elena e Serena, progettavano il nostro futuro davanti a un caffè. «Vero, Andrea? Certi legami sono scritti nel sangue.»
Sento il gelo. Lo Spettro è alle sue spalle.
Vedo Anna Clara. Non è più una macchia sfocata; stasera è nitida, carica di un’elettricità che fa ronzare le lampade al neon della pizzeria. Le sue dita lunghe e bluastre, segnate dai segni del container, si posano sul calice di vino che Francesca sta sollevando.
Non è un movimento brusco. È una carezza letale. Lo Spettro stringe il vetro con una forza che non appartiene a questo mondo. Sotto la pressione di quelle dita invisibili, il cristallo emette un lamento sottile, un crepitio che sento solo io.
CRACK.
Il calice esplode nella mano di Francesca prima ancora che possa toccarle le labbra. Non c’è vino che vola, non c’è macchia sul suo prezioso vestito blu. C’è solo il rumore del vetro che si sbriciola e il grido strozzato di Francesca. Una scheggia lunga e affilata, spinta dalla rabbia di Anna Clara, le recide di netto la pelle tra l’indice e il medio.
«Ah!» Francesca balza in piedi, la mano che trema. Il sangue inizia a sgorgare, denso e scuro, gocciolando sulla tovaglia a quadretti.
Le altre ragazze urlano. Nicole e Serena Ferretti si ritraggono. Ma Francesca ignora tutte. I suoi occhi, lucidi di lacrime e shock, cercano solo i miei. La Regina è crollata.
«Andrea…» sussurra, la voce spezzata. «Per favore. Aiutami tu. Solo tu.»
Sento il peso degli sguardi di tutta la classe. Mi volto verso Silvia. Non voglio fare un passo senza di lei. La guardo fisso, chiedendole il permesso con gli occhi, un tacito riconoscimento della sua autorità nel mio presente. Silvia mi fissa, le labbra strette, poi fa un piccolo cenno col capo. È un gesto di una maturità dolorosa. Mi lascia andare, perché sa che stasera deve essere lei la più forte.
Prendo Francesca per il polso e la guido verso il corridoio dei bagni. Entriamo in quello delle donne, un locale stretto che odora di sapone alla mandorla e candeggina. Sotto lo specchio, c’è una piccola cassetta del pronto soccorso appesa al muro.
«Metti la mano sotto l’acqua fredda,» le ordino, la voce piatta.
Lei ubbidisce in silenzio. Il sangue lava via nel lavandino bianco. Apro la cassetta metallica – un rumore secco di ganci che scattano – ed estraggo acqua ossigenata, garze e cerotti. Inizio a medicarla con gesti precisi, clinici. Le mie mani non tremano, ma il marchio sul mio collo pulsa come un cuore impazzito.
«Andrè…» sussurra lei, mentre le verso il disinfettante sulla ferita. Geme per il bruciore, ma non ritrae la mano. Chiude gli occhi un istante, il respiro corto. Poi li riapre e mi guarda da vicino, troppo vicino. Il suo corpo si sposta impercettibilmente verso il mio, la spalla che sfiora il mio braccio, il calore del suo petto che invade lo spazio tra noi. Per un secondo resta così, immobile, il fiato che le esce dalle labbra socchiuse come se stesse raccogliendo il coraggio per un salto nel vuoto. «Mi sono accorta che ti voglio bene. Davvero. Vederti con Silvia… mi ha fatto capire che non posso perderti. Quello che avevamo con le nostre madri, quel legame… è l’unica cosa vera che mi è rimasta.»
Fisso il taglio, concentrato sulla garza. «Sei fidanzata, Francesca. E io sto con Silvia.»
«Non m’importa di lui! È solo uno per far serata,» dice lei, la voce che si incrina. Si avvicina ancora di un soffio, il suo profumo costoso misto all’odore metallico del sangue. «Andrea, guardami. Silvia non può capire il dolore che porti dentro. Io sì. Io c’ero quando tua madre…»
«Basta,» la interrompo, alzando finalmente lo sguardo. I miei occhi sono due pietre fredde. «Non provare a usare mia madre. Io non provo niente per te, Francesca. Quello che c’era al Cristallo è morto insieme a lei. Ora c’è Silvia. E c’è questo.» Indico il vuoto accanto a me, dove sento il gelo dello Spettro che ci osserva, pronta a frantumare anche le ossa di Francesca se solo facesse un passo di troppo.
Francesca mi guarda come se le avessi dato uno schiaffo. Ma poi, in un atto di disperazione pura, si lancia in avanti. Cerca le mie labbra, le sue mani bagnate e sporche di sangue cercano di afferrarmi il collo.
La allontano con decisione, una spinta ferma che la fa indietreggiare contro le piastrelle fredde.
«Ho finito,» dico, chiudendo la cassetta del pronto soccorso con un colpo metallico che rimbomba nel bagno. «Torna al tavolo quando smetti di tremare.»
Mi lavo le mani dal sangue di Francesca, le giro le spalle e apro la porta. Proprio in quel momento, il brusio della pizzeria muore all’improvviso. Non c’è più il rumore delle posate, non ci sono più le risate.
Dalla sala arriva un suono familiare, è il jingle d’apertura dell’edizione straordinaria del telegiornale. Esco dal bagno mentre le prime parole della giornalista iniziano a saturare l’aria della “Vela”. Non guardo indietro. Non guardo Francesca. Guardo Silvia, che mi aspetta in piedi davanti al tavolo, gli occhi fissi sullo schermo della TV, mentre la foto di Anna Clara appare per la prima volta davanti a tutta Livorno. Mi avvicino e la abbraccio, lei appoggia la nuca sulla mia spalla.
Lo Spettro è accanto a me, il suo vestito blu a fiori bianchi che svolazza come se fosse immersa in acqua.