Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Dopo che mio padre si allontana con la macchina, il telefono vibra di nuovo. È un messaggio di Silvia, ma stavolta non è solo testo. C’è una foto.
È un’inquadratura bellissima della Terrazza Mascagni, ma non quella solita dei turisti. È scattata dal basso, vicino alla spalletta, dove la scacchiera di marmo bianco e nero sembra perdersi direttamente nel blu del Tirreno, con le colonne bianche del gazebo che stagliano contro il cielo che inizia a schiarirsi. Sotto, solo poche parole: “Vieni a cercarmi. Io ti aspetto.”
Inforco il motorino e guido verso il mare. Il vento mi pulisce la faccia e il ronzio della città svanisce man mano che mi avvicino al lungomare. La trovo quasi subito. Non è sulla Terrazza, ma giù, sulla striscia di scogli e ciottoli proprio in riva al mare, dove l’acqua schiuma piano. È seduta con le ginocchia al petto, le cuffie bianche nelle orecchie e lo sguardo perso verso l’orizzonte, dove si intuisce il profilo dell’isola di Gorgona.
Mi siedo accanto a lei senza dire una parola. Silvia si toglie una cuffia e me la passa. Sento la voce graffiante e solare di Elisa che canta Vivere tutte le vite. La melodia è leggera, quasi estiva, ma le parole hanno un peso diverso mentre le ascoltiamo guardando le onde.
«È la mia canzone della rinascita, Andrè,» dice lei, con una voce che sembra venire da lontano. «L’ho scoperta quasi per caso nel periodo più nero, quando tutto a Livorno sembrava volermi soffocare.»
Prende un respiro profondo, giocando con un sassolino. «Ti ricordi quando in classe mentre si votava per la gita…e la Valenti m’ha sputtanato davanti a tutti per la mia presunta…”generosità”? Ecco, tutto è iniziato quando è venuta fuori la storia di quel ragazzo del Politecnico,.quel Marco Mastagni. Aveva qualche anno più di me, sembrava diverso dagli altri. Quando si è saputo che avevo perso la verginità con lui, il quartiere è esploso. La gente gode a sparlare, lo sai. Ma la parte peggiore è stata a casa.»
Si volta a guardarmi, e nei suoi occhi vedo una ferita che non è mai guarita del tutto. «Mio padre lo venne a sapere. Si incazzò come una vipera, ma non fu l’urlo la cosa peggiore. Fu il silenzio dopo. Mi mise in punizione per mesi, ma era lo sguardo… era deluso da me. Mi sentivo sporca, sbagliata, come se avessi distrutto l’idea che aveva della sua bambina. Mi ero chiusa in camera, non volevo vedere nessuno. Poi è arrivata questa canzone.»
Silvia sorride, un sorriso malinconico ma potente. «”Vivere tutte le vite per trovarne una sola”. Mi ha fatto capire che non ero la somma dei miei errori o delle chiacchiere della gente. Che potevo ricominciare. Che la mia vita era mia e di nessun altro. Mi ha dato la forza di uscire di nuovo, di fregarmene di Paolo e degli altri, di essere la Silvia che vedi ora.»
Mi stringe la mano, e in quel momento sento l’anestetico scorrere di nuovo. Il dolore per mia madre, l’ombra del demone con i rasta, la paura del Varco Galvani… tutto sembra rimpicciolirsi davanti alla sua confessione. Siamo due reduci, in modi diversi.
«Siamo un bel casino, eh?» mormoro, stringendo le sue dita calde.
«Il miglior casino di tutta Livorno, geometra,» risponde lei, appoggiando la testa sulla mia spalla mentre Elisa continua a cantare nelle nostre orecchie.
Per un istante, il mare sembra portarsi via tutto il fango. Ma so che, appena il sole calerà, quel ponte industriale tornerà a chiamarmi. Per ora, però, c’è solo la musica e il profumo di salmastro.
Resto in silenzio per un tempo che sembra infinito, con la voce di Elisa che sfuma nelle cuffie e il rumore del mare che riempie i vuoti. La guardo di profilo e mi sento un idiota. Un completo idiota. L’avevo catalogata anche io, in un angolo stupido del mio cervello, come la ragazza solare, quella che non ha mai un pensiero nero, quella che brilla e basta. Non avrei mai immaginato che dietro quel sorriso ci fosse un muro di silenzio eretto da suo padre o il peso di uno sguardo che la faceva sentire sbagliata.
«Silvia… ti devo chiedere scusa,» dico, e sento la voce incrinarsi. «Ti ho sempre vista così allegra, così piena di vita, che non ho mai pensato potessi aver passato un inferno del genere. Mi sento un cretino a non averlo capito.»
Lei si volta verso di me, mi scosta un ciuffo di capelli dalla fronte e sorride, ma stavolta è un sorriso diverso. Più calmo. Più vero.
«Andrè, se sono così allegra è solo perché ci sei tu nella mia vita ora,» sussurra, e sento il calore di quelle parole arrivarmi dritto allo stomaco. «Tutti gli altri ragazzi che conosco, quelli della nostra età… devono sempre dimostrare qualcosa. Devono fare i duri, i forti, devono fare i fighi davanti agli amici per sentirsi qualcuno. Sono tutti uguali, tutti fatti con lo stampino della sicurezza finta.»
Mi stringe la mano più forte, le nocche bianche contro il marmo freddo della Terrazza.
«Tu invece sei tranquillo. Non devi dimostrare niente a nessuno, sei quello che sei e basta. E la cosa più bella…» abbassa lo sguardo, e capisco che sta tornando a quella ferita del ragazzo del Politecnico, «è che non mi hai mai spinta a fare nulla che io non volessi. Non hai preteso nulla. Mi hai lasciata respirare quando tutti gli altri cercavano solo di prendersi un pezzo di me per raccontarlo al bar.»
Si schiarisce la voce e accenna un gesto verso il mio telefono, che è rimasto lì tra noi.
«Persino nella musica sei diverso, dé. Hai tutta questa musica ricercata, i Coldplay, i Green Day, la poesia, Seneca… non ascolti quella trap di merda che ascoltano tutti gli altri, quella roba che parla solo di soldi e cattiveria. Tu cerchi la bellezza, Andrea. Ed è per questo che con te non ho paura.»
La guardo e mi sento quasi nudo. Lei vede in me una purezza che io non sento di avere, non con lo Spettro che mi alita sul collo e le immagini di Malik che mi sporcano i sogni. Ma in questo momento, qui, sulla scacchiera di Mascagni, voglio crederle. Voglio essere quell’Andrea che lei vede.
«Grazie, Silvia,» riesco solo a dire, attirandola a me.
Lei si accoccola contro il mio petto e io chiudo gli occhi, cercando di imprimermi nella mente il sapore di questo momento. La vita vince, dicevo prima. E finché la sento respirare contro di me, posso quasi convincermi che sia vero. Che la musica di Elisa possa davvero coprire le urla del porto industriale.
Abbozzo un sorriso, uno di quelli che mi vengono solo quando parlo di lei, mentre il ritmo di Elisa sfuma dolcemente nelle orecchie.
«Beh, per la musica… per quella devo ringrazià mia mamma,» dico, fissando un punto imprecisato tra le onde. «È tutto merito suo, davvero. Aveva questa capacità di trovare la canzone giusta per ogni stato d’animo. Mi ha insegnato che il rumore non è musica, e che la bellezza va cercata anche dove sembra non esserci.»
Silvia mi guarda fissa, il mento appoggiato alle ginocchia. I suoi occhi sembrano volermi scavare dentro. Si toglie del tutto la cuffia e mi risponde con quella cadenza di scoglio e sale che ha solo chi è nato tra i fossi e il mare.
«Dé, Andrè… m’avrebbe fatto proprio piacere di conoscella, la tu’ mamma. Da come ne parlate te e il tu’ babbo, doveva esse’ una donna speciale. Una di quelle che un si trovano mica più.»
Sospiro, e improvvisamente mi ritrovo a raccontarle di Serena Ruoli. Non della paziente del reparto oncologico, ma della donna che era prima che il buio se la prendesse.
Le parlo del suo lavoro agli Spedali Riuniti, in Viale Alfieri. Le descrivo quella struttura imponente, con quei mattoni rossi che sembrano trasudare storie di sofferenza e speranza, un posto che a me ha sempre messo un po’ d’angoscia, ma dove lei si muoveva con una grazia incredibile. Era un’infermiera, di quelle che non si limitano a farti l’iniezione, ma che ti rimboccano le coperte e ti regalano un sorriso che ti fa sentire meno solo.
«Era il collante di tutto, Silvia. Ad Ardenza, alla chiesa di San Giuseppe, la conoscevano tutti. Faceva la catechista, ma era molto di più. Era la “santa” del quartiere. Se qualcuno aveva un problema, bussava alla nostra porta e lei c’era. Sempre dolce, instancabile.»
Sento il peso della sua eredità sulla pelle. Guardo le mie mani e ci vedo le sue; mi guardo allo specchio e vedo la sua sensibilità che mi esplode negli occhi. A volte mi chiedo se non sia proprio questa sensibilità ereditata ad avermi reso così… vulnerabile a tutto quello che mi sta succedendo. C’è una parte di me che sembra un riflesso distorto della sua perfezione, una versione ribelle e inquieta che lei non avrebbe mai voluto vedere.
Poi, accenno un sorriso amaro parlandole delle “sentinelle”.
«E poi ci sono le sue amiche. La rete del controllo, le chiamo io. Le madri di Nicole, di Alessia… tutte donne devote, sempre in parrocchia. Per loro sono ancora il “piccolo di Serena”. Mi guardano con quegli occhi compassionevoli ogni volta che mi incrociano per strada. Se mi vedono un po’ troppo pallido o con i capelli spettinati, il telefono di mio padre squilla dopo cinque minuti. “Marco, ho visto Andrea un po’ giù, va tutto bene?”. Per me ogni loro “Come stai, tesoro?” è come un interrogatorio della polizia.»
Silvia ride piano, una risata che sa di comprensione.
«Vogliono bene a lei attraverso di te, sciocchino. Però lo capisco, deve esse’ una faticaccia esse’ il figlio della santa di Ardenza quando tu avresti solo voglia di spaccà tutto.»
La guardo e mi rendo conto che ha centrato il punto. Sono il figlio di Serena Ruoli, la donna che cercava la bellezza in ogni cosa, ma in questo momento mi sento solo un contenitore pieno di segreti sporchi, orrore industriale e immagini di morte che nessuna canzone dei Coldplay potrà mai lavare via del tutto, ma questo a Silvia non glielo dico…
Eppure, stando qui con lei, con la scacchiera della Terrazza che brilla sotto il cielo grigio, mi sento protetto. Come se la memoria di mia madre e il tocco di Silvia stessero facendo squadra per tenere lontano il mostro.
Il sole sta calando dietro l’orizzonte, tingendo l’acqua di un viola sporco che si mescola al grigio del cielo. La malinconia del racconto di mia madre e della ferita di Silvia sembra sciogliersi, trasformandosi in una tensione diversa, più calda, più urgente.
Non c’è più bisogno di parole. Silvia mi prende il viso tra le mani e mi bacia. È un bacio che inizia piano, quasi come una consolazione, ma che diventa subito profondo, affamato. Sento il suo sapore di tabacco e gomma da masticare alla menta, e sento il suo corpo che preme contro il mio. Mi spinge indietro, facendomi finire disteso sulla scacchiera gelida della Terrazza, e si siede sopra di me, bloccandomi le gambe. Le sue mani scivolano sotto il mio giubbotto e io perdo il contatto con la realtà: non c’è più il porto, non c’è più il cimitero, ci sono solo lei e il battito del mio cuore che rimbomba contro il marmo.
Poi, l’incantesimo si rompe. Un ronzio sgraziato, insistente. Il telefono nella tasca dei suoi jeans inizia a urlare.
Silvia sbuffa contro le mie labbra, esita, ma poi vede il nome sullo schermo. Impallidisce. Risponde restando seduta su di me, ma la sua faccia è già cambiata.
«Pronto? Mamma, ora un posso…»
Dall’altra parte arriva un urlo talmente forte che lo sento pure io, nonostante il vento. È un fiorentino stretto, tagliente come una lametta.
«Silvia! T’ho visto ora sul registro elettronico, eh! Un tu s’ei andata a scola nemmeno stamani! Ma dico io, s’ha a stà sempre col patema? Un ci si po’ mai fidà di te, s’ei sempre la solita scapestrata! Torna a casa subito, unn’aspettà un minuto di più!»
Silvia scatta in piedi, colpita nell’orgoglio, gli occhi che mandano fiamme. Inizia a urlare a sua volta, camminando avanti e indietro sulla scacchiera come un leone in gabbia.
«Mamma, ma m’avete rotto il cazzo, dé! Un potete mica sempre pensà male di ogni minima cosa che fo! Se unn’ero a scola era perché volevo stà con l’Andrè! Oggi è il giorno della su’ mamma che unn’è più con noi, e gli volevo stà accanto perché è a pezzi! Ma possibile che unn’abbiate un minimo di cuore?»
C’è un momento di silenzio totale dall’altra parte del filo. Poi, il tono della madre cambia completamente. La furia sparisce, sostituita da una sorpresa quasi reverenziale.
«L’Andrè? Quel bravo ragazzo? Ma allora siete amici davvero! O bimba, ma io la conoscevo la Serena, la su’ mamma… povera donna, è stato un lutto pe’ tutto il quartiere, una santa! Finalmente t’hai un amico come si deve, uno che mi garba per davvero! Ma perché unn’un me l’hai detto subito?»
Vedo Silvia rilassare le spalle, anche se la rabbia non è svanita del tutto.
«Perché unn’ho tempo di spiegavvi tutto, mamma!»
«Va bene, va bene… un t’arrabbià. Senti, pe’ stavolta un dico nulla a tu’ babbo, mi raccomando però, eh! Ma ora torna a casa che è quasi buio. E salutami tanto quel povero figliolo.»
Silvia riattacca e lancia il telefono sull’erba vicino alla spalletta. Si copre la faccia con le mani e fa un respiro profondo. Poi mi guarda e scoppia in una risata nervosa, quasi isterica.
«Hai sentito? Mia madre è passata dall’andare dai carabinieri al volerti invitare a cena perché “eri il figliolo della Serena”. Mi sa che la tu’ mamma mi ha appena salvato il culo, Andrè.»
Mi rialzo a fatica, pulendomi i pantaloni dalla polvere di mare. Sorrido, ma dentro sento un nodo strano. Mia madre, la “santa”, continua a proteggermi anche da morta, ripulendo la mia immagine agli occhi del mondo. Se solo la madre di Silvia sapesse dove siamo stati davvero, o cosa vedo quando chiudo gli occhi…
«Vieni qui,» le dico, attirandola a me per un ultimo abbraccio rapido. «T’accompagno al motorino. Meglio se vai, prima che ci ripensi.»
Camminiamo verso l’uscita della Terrazza, mano nella mano. La puntata 21 si chiude così: con il sapore di un bacio interrotto e la consapevolezza che, a Livorno, non sei mai davvero solo. C’è sempre qualcuno che guarda, qualcuno che sa, e qualcuno che, nel bene o nel male, ti giudica per chi eri prima che tutto andasse in frantumi.