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Il 3 novembre a Livorno non è un giorno, è uno stato d’animo. Il cielo ha il colore del piombo spazzolato e l’aria puzza di pioggia inespressa.
Mi sveglio alle 7:50, ma la verità è che non ho mai dormito. Ho ancora in bocca il sapore acido del vomito del bagno di Cecco, e ogni volta che chiudo gli occhi rivedo il sorriso viscido di Malik su quello schermo del cazzo. Gli occhi verdi del predatore. E se non è Malik, è il container. Il buio, le ossa spezzate dalla mazza, lo stupro, il terrore animale che mi è stato iniettato a forza nelle vene.
Il telefono sul comodino inizia a vibrare. È una scarica continua. So già cos’è: Francesca che rivendica la data, le ragazze che mandano cuori, i ragazzi che mi coprono le spalle. Ma io non guardo lo schermo. Temo sempre di trovarci una notifica di Tinder, o un messaggio di quello schifoso che mi dice che sta venendo a prendermi.
Mi volto. Lo Spettro è lì, rannicchiato nell’angolo della stanza. La guardo e sento una vertigine. Lei è la morte violenta, sporca, ingiusta. Quella che ti strappa la vita a morsi in una Darsena fetida.
Oggi, invece, devo fare i conti con un’altra morte. Quella lenta, che ti consuma il cervello e ti fa sentire le voci che non ci sono.
Mi alzo, trascinandomi le gambe come se pesassero quintali. Vado verso la parete sopra la scrivania. C’è il poster del concerto dei Coldplay. Milano, San Siro, giugno 2023. L’ultima volta che la mamma è stata davvero la mamma, prima che il tumore alla testa e la schizofrenia le rubassero del tutto il timone. Sotto le note di A Sky Full of Stars, col foulard in testa per nascondere i capelli che non c’erano più, aveva cantato fino a perdere la voce.
Dietro la cornice del poster c’è una busta azzurra. Me l’ha lasciata quando ha capito che il buio stava vincendo. Le mie mani tremano. Il marchio sul collo pulsa in risposta al mio battito, ma cerco di ignorarlo.
Apro la lettera. La conosco a memoria, ma oggi ho bisogno di leggerla.
«Andrea, vita mia,
se leggi questo è perché oggi è il “nostro” giorno e io non posso prepararti quel caffè cattivo che ti piace. Non piangere, geometra mio. La malattia mi fa sentire rumori brutti e mi ruba le parole, ma non toccherà mai il posto dove ci sei tu. Ricordati Firenze. Quando ti senti circondato dal buio, ascolta quella musica. Io sarò lì. Vivi, Andrea. Vivi anche per me, e non farti schiacciare dalla paura. Ti amo oltre il tempo. La tua mamma.»
La carta si bagna. Le lacrime scendono calde. Vorrei mettermi le cuffie e farmi esplodere Fix You nelle orecchie, ma non posso. È una ferita troppo aperta. Sento i singhiozzi salirmi dal petto, un misto di lutto antico e di terrore fresco per la melma in cui sono sprofondato negli ultimi giorni.
La porta si apre. Mio padre è lì, con la camicia nera buona e gli occhi rossi. Vede la lettera. Vede come tremo, non capendo che tremo per la mamma, per Malik, per lo Spettro, per tutto questo peso insopportabile. Non dice una parola. Viene da me, si siede sul letto e mi schiaccia contro il suo petto. Ha la forza ruvida dei padri che pensano prima a tenere in piedi i figli e poi, se avanza tempo, a curare se stessi.
«Oggi s’andrà dai Lupi con calma, bimbo,» sussurra, accarezzandomi la nuca. «E poi si va a piglià un gelato. Ce lo meritiamo, no?»
Un’ora dopo, il ghiaietto del cimitero dei Lupi scricchiola sotto le mie scarpe. Il marchio sul collo brucia, ma è un ronzio di fondo, un dolore che oggi accetto come parte del pacchetto. Davanti alla lapide siamo soli, io e mio padre. Il silenzio del cimitero è interrotto solo dal vento che muove i fiori secchi sui loculi vicini.
Il telefono mi vibra continuamente in tasca. So che sono loro. Francesca che mi ha scritto stamattina ricordando le nostre madri che fumavano insieme; Michele, Roberto e persino Paolo che hanno mandato messaggi brevi, di quelli che si scrivono tra maschi quando non sai come gestire il lutto di un amico. Sono lì, nella mia tasca, un blocco silenzioso e compatto di normalità che mi copre le spalle da lontano.
Guardo la foto di mia madre sulla ceramica fredda. È quella che preferisco: ride, con i capelli ancora lunghi e quegli occhi che sembravano sapere sempre tutto prima di me. Sento il profumo di gelsomino, lo stesso che Francesca ha citato nel suo messaggio, e per un attimo mi sembra di averla qui accanto.
Poi mi giro verso l’uscita del viale. Fuori dal cancello di ferro, appoggiata al suo motorino, c’è lei. Silvia.
Non si è avvicinata, non ha provato a rompere l’intimità tra me e mio padre. È rimasta lì, col casco sotto braccio e quel sorriso che è pura medicina, aspettando nell’ombra dei cipressi. Appena incrocio il suo sguardo, sento la morsa allo stomaco allentarsi. Lei è il mio anestetico. La dolcezza testarda con cui si ostina a starmi vicino, senza sapere dell’orrore, senza sapere di Malik o di quello che ho visto nel bagno di Cecco, è l’unica cosa che mi tiene ancorato a terra.
Mio padre sospira profondo, si passa una mano sugli occhi e guarda verso il cancello. Nota Silvia, mi guarda e accenna un mezzo sorriso stanco, di quelli che dicono “meno male che c’è lei”.
«La mamma avrebbe detto che s’è fatto tardi per sta’ a guardà i marmi. Andiamo al Cristallo, su. S’affoga tutto nella panna montata.»
Mi avvio verso l’uscita. Sfioro la mano di Silvia passandole accanto. Le sue dita calde si intrecciano alle mie per un secondo, e il ghiaccio dello Spettro, per oggi, si ferma al di là dei cancelli del cimitero.
Il motore della vecchia macchina di mio padre borbotta regolare mentre ci lasciamo alle spalle il viale alberato del cimitero per scendere verso la città, direzione Cristallo. Guardo fuori dal finestrino, fissando i palazzi grigi che scorrono veloci sotto questo cielo color piombo.
All’improvviso, sento il telefono vibrare nella tasca del giubbotto. Lo tiro fuori, esitando. Lo schermo si accende con un messaggio.
Silvia: “Andre, io oggi un ci vado a scuola. Gli altri sono entrati tutti, ma io faccio buca. Resto in giro, se hai voglia o bisogno, io sono qui per te. Un devi fare nulla o dire nulla. Ti amo.”
Sento un groppo alla gola che non riesco a mandar giù. Una lacrima, calda e salata, sfugge al mio controllo e mi riga la guancia. In mezzo a tutto questo fango di assassini, fantasmi e dolore, Silvia resta lì, ferma, a fare da scudo.
Chiudo gli occhi e, per un istante, non sono più nell’abitacolo che puzza di tabacco freddo. Sono allo stadio.
È quel giugno luminoso di prima che tutto crollasse. Sessantamila braccialetti a led che si accendono all’unisono nella notte. La musica dei Coldplay che non è solo un suono, ma un’esperienza indimenticabile, uno tsunami di luci, effetti visivi ed esplosioni di colore che ti fa vibrare le ossa. E c’è lei, accanto a me. La mamma.
Ha quel foulard di seta colorata stretto intorno alla testa per nascondere i segni brutali delle terapie, ma quella sera non è una paziente consumata dal male e dalle voci. È viva. Quando partono le prime note di Fix You e tutto lo stadio si ferma a commuoversi in un unico respiro, lei mi afferra per le spalle e mi stringe in un abbraccio che mi toglie il fiato. Cantiamo a squarciagola, stonati e felici, le nostre voci perse nel coro di migliaia di persone. Sul palco Chris Martin ci mette l’anima, trasmette tutta la passione e la voglia di divertirsi insieme al pubblico, chiudendo poi la magia con le note di Biutyful.
In quell’abbraccio, sotto una pioggia di coriandoli e luci al neon, eravamo invincibili. Niente ospedali, niente dolore. Solo noi due, persi in un cielo pieno di stelle.
Apro gli occhi, strappato al ricordo. Mio padre scala marcia al semaforo e, senza dire una parola, allunga la mano destra per darmi due colpetti affettuosi sul ginocchio. Ha visto la lacrima.
Asciugo il viso con il dorso della manica. Faccio un respiro profondo.
La vita vince. Devo ricordarmelo.
Mentre siamo seduti al Cristallo, papà sembra un uomo diverso. Ha lasciato fuori i pensieri neri della tabaccheria e le bollette da pagare. Davanti a una coppa di gelato gigante, Marco tira fuori la sua forza più grande: la memoria. Mi racconta di quando sono nato, alle tre di mattina in un reparto silenzioso, e di come mamma non riuscisse a smettere di ridere.
«Eri il suo sole, Andrè. Davvero,» dice, fissando la panna che si scioglie. Poi accenna un sorriso amaro e scuote la testa. «E la testa dura? Ti ricordi per il concerto a San Siro? I medici le dissero di no, che era troppo debole, che la confusione e il viaggio l’avrebbero distrutta. Ma lei s’impuntò, dé. “Io mio figlio a sentire i Coldplay ce lo porto anche a spalla, se serve”, rispose al primario. E ti ci portò davvero. Voleva che tu avessi quel ricordo, che tu vedessi tutte quelle luci. Era fatta così: se decideva che una cosa era giusta per te, un c’era malattia che tenesse.»
Mi racconta dell’impegno quasi maniacale che metteva nelle mie feste di compleanno, di quanto le manchi ogni secondo, ma di come oggi sia quasi qui a dirci di non fare i grulli.
Poi guarda l’orologio, sospira e si alza, dandomi una pacca sulla spalla che sa di ritorno alla realtà. «Ora però tocca tornà in tabaccheria, che il dovere chiama. Te vai, vai con la tua ragazza… l’ho mica visto che è lì fuori che ti aspetta sul motorino. Un la far aspettare troppo, che le donne come lei un si trovano mica tutti i giorni.»
Lo guardo avviarsi verso la macchina con le spalle un po’ curve, ma il passo deciso. Mi restano addosso le sue parole e quel calore che solo i ricordi belli sanno lasciare, prima che il ronzio del telefono mi riporti al presente.