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S’esce da scuola che il sole di ottobre pare malato, una palla sbiadita che non scalda nulla. Davanti ai cancelli è il solito casino: motorini che sgassano, fumo di sigarette rollate male e le urla dei ragazzi che rincorrono il pomeriggio. Silvia è lì, appiccicata a me. Mi tiene per un passante del giubbotto, come se avesse paura che il vento mi possa portar via.
«Vieni da me, Andrea? S’ordina qualcosa di bono e ci si guarda un film, dé. Hai bisogno di staccà la testa,» mi dice, e negli occhi c’ha quella luce da crocerossina che mi fa sentire protetto e, allo stesso tempo, un impostore di merda.
Per un attimo vacillo. Sento il profumo di vaniglia dei suoi capelli e vorrei solo affogarci dentro, chiudere fuori i’ mondo, gli spettri e i container arrugginiti. Ma la curiosità è un verme che mi morde lo stomaco. Devo andare. Devo vede’ con i miei occhi se quello che ho visto nel “download” è vero.
«Un posso, Silvia. M’ha chiamato i’ babbo poco fa,» mento, e la voce mi esce ferma, quasi incredibile anche per me. «C’è un casino di gente in tabaccheria, s’è rotto i’ terminale dei tabacchi e deve scaricà la merce. M’ha chiesto di dargli una mano fino a stasera.»
Silvia mette il muso, ma non sospetta nulla. Chi dubiterebbe di un figlio che va ad aiutare il padre rimasto solo dopo un lutto?
«Uffa… vabbè, però stasera mi chiami, eh? Un fare i’ solito orso.»
Mi prende il viso tra le mani e mi bacia. È un bacio vero, lungo, che sa di fragola e vita. In quel secondo, con le sue labbra sulle mie, sento una pace che mi stordisce. Il marchio sul collo smette di pulsare. Lo Spettro sembra svanito. Sono solo io, Andrea, con la mia ragazza.
«A dopo, Silvia,» le sussurro sulla bocca.
La guardo salire sul suo scooter e andare via. Aspetto che sparisca dietro l’angolo, poi infilo il casco e accendo il mio motorino. Punto dritto verso il porto.
Più mi avvicino alla Darsena, più l’aria si fa pesante. C’è quell’odore di gasolio e ferro vecchio che ti si infila nelle narici e non ti molla più. Arrivo al varco e c’è un bel po’ di movimento. Giornalisti che smontano i cavalletti, qualche volante della polizia e, soprattutto, i curiosi. Gente che un c’ha nulla da fa, pensionati col giubbotto a vento e ragazzi che fumano fissando il nastro giallo come se fosse un’attrazione del luna park.
Parcheggio lontano, cammino a testa bassa. Il marchio sul collo ricomincia a pizzicare, leggero, come una scarica elettrica costante. Lei è tornata. Sento il freddo che mi cammina sulle spalle, nonostante il sole.
Mi fermo vicino a un capannone, osservando in lontananza la zona dei container. Il marchio pulsa più forte. Poi lo vedo.
È in mezzo alla piccola folla, ma sembra non entrarci nulla con loro. È un uomo di colore, alto, con i rasta raccolti sopra la testa che sembrano un groviglio di serpenti neri. Indossa un giubbotto di pelle consumato e osserva il nastro giallo con una calma che mette i brividi. Lo Spettro, dietro di me, emette un fremito che mi scuote le ossa.
Mi tremano le mani, ma è un tremito che riesco a incanalare. Abbasso la testa, fingo di guardare l’ora sul telefono, ma col pollice apro la fotocamera. Sollevo lo schermo quel tanto che basta, inquadro tra le spalle di due curiosi e… clic. Senza flash.
L’uomo sposta lo sguardo. Gira la testa lentamente. I nostri occhi si incrociano per un istante. In quel volto scuro brillano due occhi di un verde smeraldo innaturale, quasi chimico. Un verde che non c’entra nulla con la genetica, che brilla di una luce malata. È lui. L’uomo della mazza. Mi fissa per un tempo infinito, poi si volta, camminando con una calma olimpica verso l’interno della Darsena, e scompare.
Appena vedo quel cenno del capo, quel saluto beffardo, il mondo mi frana sotto i piedi. Salgo sul motorino con i movimenti di un automa, infilo le cuffie e sparo il volume al massimo.
Le note di Darkness Always Wins degli Halestorm mi esplodono nel cervello. La voce di Lzzy Hale è un ruggito di vetri rotti che copre il rumore del porto, il battito del mio cuore e il sibilo dello Spettro. «It’s the shadow at your door, it’s the monster under the floor…» Sgasso come un pazzo. Scappo dalla Darsena mentre il riff di chitarra mi scava i nervi. Corro tra i viali di Livorno, piegando lo scooter come se fossi in pista, sentendo il vento gelido che cerca di strapparmi le mani dal manubrio. Non guardo lo specchietto. Ho paura di vederci quegli occhi verdi, o peggio, di vederci lei, lo Spettro, che mi sorride soddisfatta perché ora siamo “nello sporco” insieme. La musica mi dice che l’oscurità vince sempre, e in questo momento, mentre volo tra i semafori gialli, ci credo con tutto me stesso.
Arrivo a casa, butto il motorino sul cavalletto e salgo le scale quattro a quattro. Entro in camera, chiudo la porta a chiave e mi siedo alla scrivania senza accendere la luce. Il silenzio che segue lo spegnimento della musica è assordante.
Apro la galleria del telefono. La foto è un po’ mossa, ma lui c’è. Inequivocabile.
Inizio a scavare. Instagram, Facebook… nulla. Poi, spinto da un’intuizione malata, apro Tinder. Filtro la distanza al minimo, metto la fascia d’età tra i venti e i trenta. Inizio a scorrere. No, no, no…
Poi, eccolo.
La stessa giacca di pelle, lo stesso sorriso da predatore. Si fa chiamare Malik. La bio dice: “Libero professionista, amante del mare e delle belle donne”. Scorro le altre foto: in una è su una barca, una di quelle carrette che fanno la spola con le coste del Nord Africa; in un’altra è seduto in un bar del centro, con un orologio d’oro al polso.
Cerco il nome su Google insieme alla parola “scafista”. Esce fuori un articolo di due anni fa di un giornale siciliano. Un trafiletto: Indagato Malik N., sospettato di gestire una rete di traffico tra la Tunisia e Lampedusa. Rilasciato per mancanza di prove.
Non è solo uno scafista. Questo qui ha fatto il salto di qualità. Ha capito che a Livorno, tra i container e il silenzio del porto, le ragazze rendono più della speranza. Le minorenni del container erano il suo carico. E lo Spettro… lei era l’unica che aveva provato a dire di no.
Sento un peso sul petto. Lo Spettro è di fianco a me, ora. Guarda lo schermo del telefono con una fissità che mi terrorizza. La sua sagoma vibra, emettendo un suono simile a un ronzio elettrico. Le sue dita trasparenti sfiorano il vetro, proprio sopra la faccia di Malik.
«Lo so,» sussurro nel buio della camera. «L’ho trovato.»
Sullo schermo, il volto di Malik continua a sorridere, immobile, incastrato in un’app per appuntamenti mentre fuori, nel mondo vero, ha seminato morte e container pieni di schiave. Ho il suo nome. Ho la sua faccia. Ma mentre guardo quegli occhi verdi nel display, mi rendo conto che ora anche lui ha la mia.