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Creato il 05/09/2026, 13:34 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:36

Capitolo 17: Puntata 17 : Il Varco

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza
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«Andrea? Ma che fai lì nel mezzo, dé? Ti sei incantato a guardà il forno?»

L’urlo di Michele mi arriva ovattato, come se venisse da sopra la superficie dell’acqua e io fossi sprofondato sul fondo di una vasca gelida. Non sono paralizzato perché lo Spettro sta imitando il gesto di Silvia; sono paralizzato perché sopra la testa di Roberto, sul televisore a muro della pizzeria sintonizzato su un telegiornale regionale, sta scorrendo l’orrore.

Le immagini mostrano il nastro giallo della polizia che sbatte al vento del porto. La giornalista ha quella faccia tirata, quel tono asettico che rende tutto ancora più osceno mentre snocciola i dettagli del “Caso della Darsena”.

«…nuovi, agghiaccianti particolari sul ritrovamento del corpo al porto commerciale. Secondo i primi rilievi autoptici, la vittima sarebbe stata oggetto di una violenza inaudita, colpita ripetutamente con un oggetto contundente, con ogni probabilità una mazza da baseball, che avrebbe causato fratture multiple e il trauma cranico fatale. Ma il dettaglio più atroce emerge dagli esami tossicologici e biologici: la giovane avrebbe subito uno stupro di gruppo da parte di almeno quattro individui, al momento ancora a piede libero. La ragazza, di cui non è stato possibile ancora accertare l’identità, indossava un leggero vestito azzurro a fiorellini bianchi…»

Vestito azzurro a fiorellini bianchi.

Il mondo intorno a me smette di girare. Il rumore delle posate, le risate di Roberto, il profumo della torta di ceci… tutto svanisce, inghiottito da quel dettaglio. Guardo la figura accanto a me. Lo Spettro non sta più ridendo. È diventata una massa di distorsione pura, un rumore statico che mi lacera i timpani. Il suo vestito — quel maledetto vestito che vedo ogni notte ai piedi del mio letto — inizia a vibrare, i fiorellini bianchi sembrano macchiarsi di un rosso nerastro che cola sul pavimento della pizzeria.

Sento il marchio sul collo esplodere. È una fitta acida, come se mi stessero versando piombo fuso nella carotide. La testa mi pulsa a un ritmo forsennato, lo stesso dolore accecante che mi aveva colto in classe durante la lettura di Saffo, ma stavolta c’è qualcosa di più. C’è il sapore della bile che mi risale in gola.

«Andrè? Boia, ma sei bianco come un cencio!» sento dire da qualcuno, forse Silvia, ma non posso aspettare.

Mi copro la bocca con una mano, sposto la sedia con un fracasso tremendo e scatto verso il bagno. Spintono un cameriere, ignoro le imprecazioni di un vecchio al bancone e mi chiudo a chiave nel cubicolo stretto che puzza di candeggina e fumo.

Crollo in ginocchio davanti al water e vomito. Vomito tutto: la pizza, la paura, il senso di colpa per essere vivo mentre lei è stata macellata in quel modo. Ogni conato è una pugnalata al collo.

Quando finalmente riesco a rialzarti, mi trascino al lavandino. Apro l’acqua fredda a palla e mi bagno la nuca, cercando di spegnere l’incendio sulla pelle. Mi guardo allo specchio e per un istante non vedo il mio riflesso.

Vedo il viadotto della Darsena Toscana. Vedo le luci arancioni dei lampioni industriali che tremano nel buio. E vedo quattro ombre che ridono, con una mazza da baseball che brilla sotto i fari di un’auto.

«Quattro…» sussurro con la voce rotta.

Lo Spettro è dietro di me, riflessa nel vetro sporco. Non ha più il volto di Silvia. Ha il volto della ragazza del porto, tumefatto, distrutto, ma con quegli occhi neri che ora gridano una cosa sola: giustizia. O forse, solo vendetta.

Fuori dalla porta, sento Silvia che bussa piano. «Andrè? Apri, per favore. Mi stai facendo paura.»

Non posso aprire. Non finché non avrò capito come fare a non impazzire sapendo che il mostro che mi porto dietro non è un’allucinazione, ma un pezzo di cronaca nera che ha deciso di abitare nel mio corpo.

Il cubicolo del bagno si restringe, le pareti di piastrelle bianche iniziano a pulsare come se il locale stesse respirando. Non sono solo. Lei è qui, incastrata tra me e la porta chiusa a chiave.

Il suo vestito a fiorellini azzurri non pende più verso il basso: ondeggia nell’aria satura di candeggina come se fossimo entrambi immersi in un acquario invisibile. I suoi capelli neri fluttuano, fili di seta scura che mi sfiorano le guance, gelidi. Mi abbraccia. Sento le sue braccia trasparenti stringermi con una forza disperata, una morsa di ghiaccio che mi toglie il fiato.

«Non aprire…» la sua voce non passa dalle orecchie, vibra direttamente nelle mie ossa. «Non mi lasciare. Ho paura. Mi stanno facendo male…»

E poi, l’inferno.

Non è più un racconto del telegiornale. È carne. È osso che si spezza. Sento il mio braccio sinistro esplodere, un dolore sordo e frantumante, come se il legno della mazza mi avesse appena polverizzato l’ulna. Grido, ma dalla bocca esce solo un rantolo soffocato. Poi un colpo alla faccia, lo zigomo che cede, il sapore metallico del sangue che mi riempie la bocca.

Crack. Il collo.

Crack. La testa.

Sento le loro risate. Un coro sguaiato, brutale, che puzza di birra economica e cattiveria pura. Si passano la mazza come se fosse un trofeo in un maledetto gioco al massacro. Ne vedo uno. È l’unico nitido in questo incubo di nebbia azzurra. È un demone fatto d’uomo: la pelle scura, i capelli rasta lunghi che gli ricadono sulle spalle sporche. Si sta allacciando i pantaloni con una calma che mi svuota le viscere. I suoi occhi sono di un verde innaturale, tossico, che brilla nel buio del porto. Mi fissa e sorride.

Crollo di nuovo sul pavimento, la fronte contro la porcellana gelida del water. Vomito ancora, una bile amara che sembra non finire mai, mentre sento i colpi alle gambe che continuano a piovere nel mio cervello.

«Andrea! André, André! Ma che ti succede? Apri questa porta, dé!»

I colpi di Silvia sulla porta sono spari di pistola. Mi richiamano verso la superficie, ma io voglio solo restare giù, dove il dolore ha un senso.

«Giovanotto, tutto bene lì dentro?» È la voce del pizzaiolo, profonda, autoritaria. «Guarda che se un rispondi chiamo l’ambulanza, eh! Un vorrei mica che tu mi schiantassi nel bagno proprio stasera!»

«Non…» cerco di articolare, ma la lingua è un pezzo di legno morto.

Lo Spettro mi stringe ancora più forte. Il suo volto è a un centimetro dal mio, una maschera di vetro incrinato. Se apro quella porta, lei verrà con me. Se chiamo aiuto, vedranno lei o vedranno solo un pazzo che urla contro il nulla?

Sento il rumore delle chiavi del pizzaiolo che tintinnano. Sta cercando quella del bagno. Silvia sta piangendo, la sento singhiozzare il mio nome con quella “c” fiorentina che si spezza in gola.

«S-sto… sto bene,» riesco a sputare fuori, tirandomi su a fatica e aggrappandomi al lavandino. «Un chiamate nulla. Arrivo. Mi sono solo sentito male… la pizza…»

Mi guardo allo specchio. Il marchio sul collo è viola scuro, quasi nero. E dietro di me, il riflesso dell’uomo con i rasta sta svanendo, lasciando il posto a quegli occhi verdi che sembrano incisi nel vetro.

Devo uscire. Devo guardare Silvia negli occhi e mentirle, mentre sento ancora le ossa che mi vibrano per i colpi di una mazza che non mi ha mai toccato.

Il dolore è ovunque. Sento le ossa frantumate della ragazza col vestito di fiori come se fossero le mie, il sapore del ferro in bocca e il rumore della mazza che sibila nell’aria del bagno. Sto per cedere, sto per urlare a squarciagola finché i polmoni non mi scoppiano.

Ma poi, il gelo cambia consistenza.

Lo Spettro mi stringe la testa tra le mani trasparenti. Non è più la morsa che mi trascina a fondo; è un abbraccio disperato, colmo di un senso di colpa che mi trapassa il petto. I suoi occhi neri, solitamente vuoti, ora brillano di una pietà lancinante.

«Non guardare, Andrea…» il suo sussurro è un soffio di neve nella mia mente. «Non guardare. Torna da lei. Torna dalla tua ragazza.»

Mi accarezza lo zigomo, un tocco che non ha peso ma che sembra voler assorbire il nero che mi ha appena vomitato dentro. Poi, come un segnale televisivo che perde frequenza, sfarfalla e scompare. Il vuoto che lascia è un silenzio assordante.

Tremo ancora quando sblocco la porta.

Silvia è lì, a un centimetro da me. Ha il trucco leggermente sbavato e le mani alzate, pronta a bussare ancora. Appena mi vede, mi si getta addosso.

«Andrea! Dio mio, mi hai fatto morire!»

Mi prende il viso tra le mani. Ed è in quel momento che accade l’impossibile.

Appena la pelle di Silvia tocca la mia, il mondo smette di urlare. Il dolore della mazza sulle braccia? Sparito. La fitta acida del marchio sul collo? Cancellata. Il ricordo del demone con i rasta e il sapore della bile? Svaniti, come se non fossero mai esistiti.

È un anestetico immediato, violento nella sua efficacia. Il calore di Silvia agisce come una barriera protettiva che sigilla i miei nervi. Mi scivola dentro, spegnendo l’incendio, riportandomi in superficie con una rapidità che mi lascia senza fiato.

«Ehi… ehi, respira,» sussurra lei, appoggiando la fronte sulla mia. «Va tutto bene. Sono qui. È stato solo un brutto momento, vero? Forse il caldo, o quella notizia del telegiornale…»

La stringo forte, quasi con ferocia. Affondo la faccia tra i suoi capelli, respirando il suo profumo di vaniglia e fumo, terrorizzato dall’idea di staccarmi. Perché lo so. Sento che l’orrore è lì, appena fuori dal perimetro del suo corpo, in agguato nell’ombra dietro il distributore delle sigarette, pronto a saltarmi addosso non appena lei lascerà la presa.

«Non mi lasciare, Silvia,» mormoro contro il suo collo, la voce ridotta a un filo. «Ti prego, resta attaccata a me.»

«Un vado da nessuna parte, scemo,» risponde lei, facendomi una carezza sulla nuca che mi manda un brivido di puro sollievo lungo la schiena.

Usciamo dal bagno. Il pizzaiolo ci guarda perplesso, Michele e Roberto sono in piedi, pronti a pagare e andarsene. Paolo è l’unico rimasto seduto, con un’espressione tra lo schifato e l’annoiato.

Cerco di ricompormi, anche se le gambe mi sembrano fatte di gelatina. Mi avvicino al tavolo evitando lo sguardo di Paolo.

«Ragazzi, scusate…» dico con un filo di voce, forzando un mezzo sorriso che deve sembrare una smorfia. «Mi sa che la pizza m’è rimasta sullo stomaco, un mi sento proprio bene. M’è preso un giramento di capo che un ci vedo più nulla.»

«Allora, geometra? Ci sei o ci fai?» scherza Roberto, ma il tono è meno spavaldo di prima; hanno visto che non stavo recitando.

«Davvero, Roby… vi ho rovinato la serata, mi dispiace un botto.» Mi giro verso Silvia, stringendole la mano quasi a chiederle soccorso. «Silvia, ti dispiace se… mi accompagni a piedi? Ho bisogno d’aria, quella vera, non quella di’ forno.»

«Tutto a posto,» rispondo agli altri mentre usciamo, ma la mia mano è intrecciata a quella di Silvia in una presa d’acciaio. «Usciamo di qui. Ho bisogno d’aria.»

Silvia mi accompagna fino al portone di casa. Il tragitto è un vuoto pneumatico: io che respiro a fondo e lei che mi accarezza il braccio, facendomi da scudo contro il gelo che preme ai bordi della mia visione. Mi bacia piano sulla fronte, sussurra: «Domani ti chiamo presto, ok? Non sparire». Annuisco, ma già sento il freddo che sale dalle scale buie non appena si allontana.

Entro. Papà russa sul divano, la TV ancora accesa su repliche di vecchi film. Salgo in camera senza accendere la luce. Mi butto sul letto vestito, il marchio sul collo che pulsa piano, come un secondo cuore malato. Chiudo gli occhi. Provo a respirare il profumo di vaniglia che Silvia mi ha lasciato sui vestiti. Funziona per un minuto, forse due.

Poi il telefono vibra sul comodino.

Apro Google senza motivo. La homepage è piena di notizie, ma all’estrema sinistra, nella sezione “Per te”, c’è un riquadro rosso scuro: Aggiornamento in diretta – Caso Darsena Toscana. Il video parte automaticamente. La giornalista è la stessa di prima, ma ora è in studio. Dietro di lei, l’immagine sgranata di un container arrugginito.

«…nuovi sviluppi sul corpo rinvenuto ieri al porto commerciale di Livorno. Le autorità hanno confermato che la vittima era una giovane donna, probabilmente tra i 20 e i 25 anni. All’interno di un container abbandonato a poche centinaia di metri dal luogo del ritrovamento, sono state soccorse vive – ma in condizioni gravissime – trenta minorenni, tutte straniere. Si ipotizza un caso di traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale. La giovane deceduta potrebbe essersi ribellata, venendo poi uccisa con estrema brutalità – forse come monito per le altre.»

Il marchio sul collo esplode. Non è solo dolore. È un collasso.

Lo Spettro è lì. In piedi ai piedi del letto, il vestitino a fiorellini azzurri macchiato di un rosso scuro che cola lento sul parquet. I capelli neri fluttuano come se fosse ancora immersa nell’acqua del porto. Mi guarda con quegli occhi neri che tremano, come se cercasse di afferrare qualcosa che le sfugge continuamente.

Allunga le braccia trasparenti. Mi stringe. Il gelo mi entra nelle ossa, ma stavolta è un abbraccio confuso, disperato, come se non sapesse bene perché lo sta facendo.

Il suo tocco mi sfiora il collo, proprio dove il marchio pulsa viola scuro.

«Tu… vedi… quello che io… non vedo.»

Poi sfarfalla e svanisce. Il telefono è ancora acceso sul pavimento. Lo schermo mostra la foto sgranata del viadotto illuminato dai lampeggianti.

Non so chi sia. Non so come si chiami. Non so perché abbia scelto me.

So solo che stanotte non dormirò. E che, qualunque cosa stia bloccando dentro di lei, prima o poi uscirà.

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