Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.
Entriamo da Cecco che il sole è già sparito dietro i palazzi di via della Madonna. L’insegna al neon ronza come un insetto morente, con la metà della lettera “C” spenta da chissà quanti anni. Dentro c’è il solito odore: pomodoro cotto, mozzarella filante e quel fumo di sigarette che sembra impregnato nei muri dagli anni Ottanta. Roberto e Michele si buttano sul tavolo d’angolo vicino alla finestra, quello con la tovaglia di carta macchiata di unto eterno. Paolo è già col muso dentro il menu plastificato, borbottando che «la margherita qui costa un occhio ma la fanno con la mozzarella di bufala vera, dé».
Io dico che vado in bagno. Non è una scusa: il marchio mi pulsa come se qualcuno ci stesse premendo un pollice rovente. Ogni battito è un promemoria: lei è qui. Cammina con noi, invisibile agli altri, ma io la sento scivolare tra i tavoli, sfiorare le spalle degli avventori che rabbrividiscono senza sapere perché.
Il bagno è in fondo al corridoio stretto, illuminato da una lampadina nuda che pende dal filo. Entro e chiudo la porta a chiave. Lo specchio sopra il lavandino è appannato, con crepe a ragnatela negli angoli. Mi appoggio al bordo freddo di ceramica e apro il rubinetto. L’acqua esce marrone per un secondo, poi pulita. Mi sciacquo la faccia, ma il freddo non va via.
Lei appare nel riflesso. Stavolta però è diversa. Mentre fisso l’immagine della ragazza al porto nella mia testa, lo Spettro inizia a subire una sorta di glitch visivo. La sua sagoma azzurrina non riesce a stare ferma: vibra, si sdoppia, come una frequenza televisiva disturbata. È come se la sua immagine nel mio mondo non riuscisse a restare coesa. Sta in piedi dietro di me, la testa inclinata, ma ogni pochi secondi il suo corpo “scatta” di qualche centimetro a destra o a sinistra.
Non ho più paura. Ho un’intuizione che mi scava dentro, un collegamento che non voglio ancora ammettere del tutto, ma che sento vibrare nelle ossa. Mi giro e l’aria si fa così densa che sembra di respirare acqua.
«Smettila,» dico piano. La voce è rauca, ma ferma. «Smettila di rompermi le scatole stasera.»
Lei non risponde. Il disturbo visivo aumenta: per un istante vedo i suoi lineamenti farsi nitidi, quasi umani, poi tornano a essere quella macchia azzurra sfuocata.
«Lo so che ti dà fastidio quando parlano di quella poverina,» continuo, facendo un passo verso di lei. «Quella ripescata sotto il pontile. Massacrata. Buttata in acqua come un rifiuto. Quando Paolo l’ha detto, sei impazzita. Non so cosa c’entri tu con lei… ma lo senti, vero? Ti fa male.»
A quelle parole, lo Spettro ha un sussulto violento. Il glitch diventa una scarica elettrica: la sua figura si frammenta in decine di linee orizzontali, un disturbo analogico che sembra volerla strappare via dalla realtà. Sento il sapore del ferro in bocca.
«Se continui a interferire,» sibilo, puntandole il dito contro, «se tocchi di nuovo il tablet di Paolo o se provi a entrare nella mia testa mentre c’è Silvia, io giuro che prendo il telefono. Adesso. Cerco il telegiornale di ieri, metto il video al massimo volume e passo tutta la sera a descrivere come l’hanno trovata. Come l’hanno massacrata. Ogni dettaglio schifoso. Vuoi questo? Vuoi sentirlo ancora?»
Il silenzio che segue è rotto solo dal gocciolio del rubinetto. Lo Spettro si stabilizza. Il disturbo visivo si placa, lasciandola immobile, un’ombra di ghiaccio contro le piastrelle sporche. Poi, la sua voce mi esplode dentro il cranio, bagnata e pesantissima:
«Non… sei… pronto.»
Non è una minaccia. È una constatazione che mi gela il sangue più di ogni urlo. Lei sfarfalla un’ultima volta e si ritira nell’angolo, seduta per terra con le ginocchia al petto. Non sparisce. Resta lì a guardarmi con quei pozzi neri.
«La pizza, geometra! Muoviti che s’è già ordinato!» l’urlo di Roberto dalla sala rompe l’incantesimo.
Esco dal bagno con le gambe che tremano. Torno al tavolo e mi siedo. Roberto sta ridendo con Michele, Paolo sta cercando di riavviare il suo tablet con una faccia funerea.
«Oh, finalmente! Arriva la bionda!» esclama Michele, e nel tavolo cala un silenzio che sa di ammirazione e imbarazzo.
Silvia entra da Cecco e il locale sembra improvvisamente troppo piccolo, troppo vecchio per lei. Indossa un vestitino rosso con le bretelle sottili che le accarezza le forme, lasciando scoperte le gambe nude che sembrano fatte di luce. Sopra ha un trench color sabbia, aperto, che le arriva al ginocchio; non è un Burberry, ma addosso a lei sembra alta moda. È un contrasto perfetto con l’ottobre livornese che fuori inizia a mordere con l’umidità del mare. I capelli biondi sono sciolti, una cascata perfetta che le ricade sulle spalle, e le ciglia lunghe incorniciano uno sguardo che sembra non conoscere l’oscurità.
Mentre attraversa la sala con le scarpe da ginnastica che battono sul pavimento di graniglia, Roberto si scorda la birra a mezz’aria e Paolo chiude la bocca di scatto, diventando rosso fino alle orecchie. È una visione. Profuma di buono, di un mix di vaniglia e vento pulito che spazza via per un attimo l’odore di pomodoro bruciato e il salmastro marcio che mi porto addosso dal bagno.
«Buonasera a tutti,» dice lei, con quel sorriso che ti fa sentire l’unico spettatore di uno spettacolo privato.
Mi bacia sulla guancia, e il calore della sua pelle è una doccia fredda che mi scuote fin dentro le ossa.
«Tutto bene, Andrea? Hai una faccia… sei pallidissimo,» mi sussurra, scostandomi un ciuffo di capelli dalla fronte con una naturalezza che mi fa male.
«Sì, tutto bene. Fame,» riesco a biascicare, sentendo gli sguardi dei miei amici piantati su di me come coltelli.
Silvia si siede accanto a me, togliendosi il trench e appoggiandolo allo schienale. È radiosa, iper-femminile, la prova vivente che sono ancora parte del mondo dei vivi. Ma il mio sguardo cade inevitabilmente alla mia sinistra.
Sulla sedia che “balla un po’”, lo Spettro è rimasto lì. Non è sparito. La macchia azzurra si staglia contro il rosso vibrante del vestito di Silvia. L’ombra e la luce, separate da pochi centimetri di aria gelata. Lo Spettro fissa il profilo perfetto di Silvia con i suoi occhi di vuoto, le mani intrecciate in grembo come una vedova a un funerale.
«Allora, Andrea… non ci presenti?» gracchia Roberto, cercando disperatamente di ritrovare il suo tono da “maschio alfa” di via Roma, mentre Michele si sistema nervosamente la maglietta.
Il tavolo è un campo minato. Roberto e Michele sono rigidi come pali della luce, con quel sorrisetto ebete di chi non sa se deve fare il figo o stare zitto per non fare figure di merda. Paolo è il peggiore: tiene il grugno sulla tovaglia di carta, ma ha le orecchie che sembrano due semafori rossi. Silvia, invece, ci sguazza. Si è tolta il trench e ora quelle bretelline rosse sembrano l’unica cosa che tiene in piedi la serata.
«Allora,» esordisce lei, e puff, si appoggia alla mia spalla. Mi schiaccia un bacio sulla guancia che sa di burrocacao e vita vera. Sento il suo calore, un pugno nello stomaco rispetto al gelo siderale che arriva dalla sedia alla mia sinistra, dove lo Spettro la sta fissando come se volesse vivisezionarla. «Andrea è un timido, m’ha detto solo che siete i suoi amici storici… ma un m’ha detto chi è il più scemo del gruppo. Chi si candida?»
Roberto scoppia in una risata sguaiata, di quelle che servono a nascondere l’imbarazzo. «Dé, se si parla di scemi, Paolo vince a mani basse, ma io sono quello che è appena tornato dalla civiltà. Sono stato in Francia un anno, capisci?»
Silvia sgrana gli occhi, fingendo un interesse che lo manda ai matti. «In Francia? Davvero? Ma dove? No, perché io adoro tutto quello che è francese… tranne i francesi, forse. Ma com’era? Dicci, dicci, Andrea un mi dice mai nulla, è un orso.»
Roberto si ringalluzzisce, inizia a sparare aneddoti su Annecy gonfiando il petto, e io sento quanto Silvia è possessiva: mentre ascolta lui, non mi molla un secondo. Mi stringe la mano sotto il tavolo, incastra le sue dita nelle mie così forte che quasi mi fa male. È un contatto continuo, un marchio che dice a tutti: “Questo è mio, levatevi di mezzo”.
Poi sposta lo sguardo su Paolo, che è ancora lì che fissa il bicchiere dell’acqua come se fosse un portale interdimensionale.
«E tu invece? Quello silenzioso col tablet? Mi sembri uno che ne sa pacchi. Che facevi, controllavi le quotazioni in borsa o giocavi a Candy Crush?»
Paolo alza finalmente gli occhi, fulminato. «N-no… cioè, guardavo delle interferenze… robe di segnale, dé. Faccio informatica.»
«Informatica? Oddio, allora sei un genio!» Silvia gli sorride e io sento Paolo sciogliersi come neve al sole. La gelosia di prima, l’odio perché io sto con “la meglio di Livorno”, evapora. Ora vuole solo spiegarle come funziona un processore.
Sono tutti ai suoi piedi. In tre minuti Silvia ha ribaltato il tavolo: non è lei che si presenta, sono loro che fanno a gara a farsi intervistare. Io però sono teso come una corda di violino. Il marchio sul collo mi scotta. Lo Spettro non si è mosso di un millimetro. È lì, sulla sedia che balla, una macchia azzurra che sembra assorbire i neon del locale. Il patto del bagno tiene, ma sento un ronzio nelle orecchie che sta diventando insopportabile.
«Ma insomma, si mangia o no?» Silvia prende il menu e lo scorre veloce. «Io c’ho una fame che un ci vedo. Andrea, che si prende? Io vado di acciughe e capperi, mi garba il salato. Voi che dite, bimbi?»
In quel momento arriva il cameriere. È un vecchio con la camicia stazzonata e la faccia di chi ne ha viste troppe. Si ferma proprio accanto alla sedia dove siede l’ombra. Si dà una grattata al braccio, guardando l’angolo tra me e Michele con un’aria strana.
«Allora, bimbi, che vi porto?» chiede, ma poi si blocca. Si stringe nel gilet. «Boia, ma che avete lasciato i’ congelatore aperto? Si gela in questo angolo, pare d’essere all’obitorio.»
Cala un silenzio che taglia l’aria. Guardo lo Spettro: le sue pupille sono diventate due crateri neri. Il cameriere scuote la testa, poggia una mano sullo schienale della sedia occupata dalla morta — che per un istante sfarfalla come un televisore rotto — e aspetta.
«Tre quattro formaggi, una media bionda e una speciale acciughe e capperi per me e il mio geometra,» ordina Silvia, ridendo, mentre la mano del vecchio attraversa la spalla invisibile e gelata dello Spettro.
Il cameriere si allontana e il telefono inizia a ballare in tasca. Babbo. Sento un colpo al cuore, ma stavolta non è per lo Spettro. È per quel senso di colpa che mi porto dietro da un anno, da quando la casa è diventata troppo grande e troppo silenziosa.
«Sì? Pronto?»
«Andrea! Ma dove sei? È un’ora che fisso il piatto e un ti vedo rientrare. Ti par modo? Mi lasci qui a mangià da solo come un cane senza manco un messaggio?» La voce di mio padre è alta, ma non è solo rabbia. È quell’incrinatura tipica di chi ha paura che il silenzio della casa si sia mangiato anche l’ultimo pezzo di famiglia che gli è rimasto.
«Babbo, scusa… sono da Cecco. C’è Roberto, è tornato oggi e ci siamo fermati a mangià una pizza. Mi sono scordato di avvertì, davvero.»
Mi alzo di scatto. Silvia mi guarda con un’espressione dolcissima, fa per alzarsi anche lei, pronta a seguirmi ovunque.
«No, resta qui, davvero,» le sussurro. «È mio padre, se sente che sono con una ragazza si tranquillizza, ma devo parlarci io.»
Esco in fretta, spingendo la porta a vetri. L’aria di Livorno mi schiaffeggia, umida e fredda. Mi appoggio al muro, accanto a un cestino della spazzatura, e cerco di calmare il respiro. Mi guardo intorno, teso, aspettandomi di vedere l’ombra azzurra spuntare da un tombino. Ma non c’è. Per la prima volta, lo Spettro è rimasto dentro. È una sensazione strana, come se mi avessero tolto lo zaino dalle spalle, ma il vuoto che sento è ancora più inquietante.
«Babbo, ascolta… sono qui con i ragazzi. E c’è anche Silvia.»
Dall’altra parte cade il silenzio. Lo sento sospirare, un sospiro lungo che sa di solitudine e di un sollievo che mi fa male. «La Silvia? Quella biondina che ti cercava a scuola? Quella che piaceva tanto a…» Si ferma. Non la nomina, non ce n’è bisogno. Sappiamo entrambi che mia madre avrebbe fatto il terzo grado a Silvia dopo cinque minuti. «Ah. Va bene, Andrea. Va bene. Mangia, stai con loro. Era solo che… un lo sapevo. Divertiti, dé. Ci si vede dopo.»
Riattacco. Rimango un attimo a guardare il buio della strada. Il silenzio è pesante. Mi tocco il marchio sul collo: è freddo, quasi spento. Forse stasera mi lascia stare, penso, e per un attimo mi sento un diciassettenne normale.
Spingo la porta di Cecco e il rumore del locale mi investe come uno schiaffo, ma è la risata di Silvia a tenermi in piedi. Sta raccontando qualcosa, gesticola con quelle mani affusolate e i ragazzi sono tutti protesi verso di lei, come se fosse l’unica fonte di calore in quel posto di vecchi e fumo. Mi sento orgoglioso, sento il sangue tornarmi nelle guance. Mi sistemo la camicia, pronto a tornare al mio posto.
Poi il mondo si storce di nuovo.
Sulla sedia che balla, quella tra Silvia e Michele, lo Spettro è mutato. Non è più la macchia azzurra sfuocata del parco, e non è nemmeno un mostro uscito da un fosso. È Silvia. Ma una Silvia fatta di fumo, di vetro e di ghiaccio.
È bellissima. Indossa lo stesso vestitino rosso con le bretelline, ma il colore è spento, un bordeaux che sembra sbiadito dal tempo o dall’acqua del mare. La sua pelle è diafana, trasparente come marmo sottile, e i capelli biondi fluttuano appena, come se fosse immersa in una corrente invisibile. È una visione paradossale: è la mia ragazza, ma privata della vita, della carne, del calore. Solo le pupille sono diverse: due crateri di nero assoluto che mi trafiggono, privi di luce e di pietà.
Nessuno se ne accorge. Roberto ride a una battuta di Silvia, Paolo annuisce incantato guardandole le labbra, e la Silvia vera continua a parlare, radiosa, ignara che il suo riflesso spettrale le siede a un centimetro di distanza.
Mi blocco a metà sala, stecchito. Lo Spettro inclina la testa esattamente come fa Silvia quando è divertita. Mi guarda fisso, e in quel silenzio che mi scoppia nelle orecchie sento il suo messaggio, chiaro come se lo stesse urlando: «Perché cerchi lei? Perché ti serve il calore, se io posso essere tutto quello che vuoi? Io posso essere lei. Posso essere chiunque. E io non me ne andrò mai.»
È un’offerta. Una tentazione che mi gela il midollo. Lo Spettro mi sta mostrando che la realtà è un optional, che può rubare la bellezza di chiunque per tenermi incatenato a lei.
Poi, mentre Silvia scoppia in un’altra risata, lo Spettro fa qualcosa che mi svuota lo stomaco. La sua bocca, perfetta e pallida, inizia ad allargarsi. Non è un sorriso umano. Le labbra si tendono, la mascella scatta con un rumore secco che sento solo io, e il ghigno si espande oltre ogni limite anatomico, arrivando fino alle orecchie, scoprendo file di denti bianchi e gelidi.
È una smorfia impossibile, una ferita nera che spacca quel viso bellissimo. Mi sta deridendo. Sta ridendo della mia pretesa di avere una serata normale, di avere una ragazza vera, di essere un diciassettenne come gli altri.
«Andrea? Ma che fai lì nel mezzo, dé? Ti sei incantato a guardà il forno?» l’urlo di Michele mi riporta violentemente nel locale.
Tutti si girano a guardarmi. Silvia mi sorride, protendendo la mano verso di me. Lo Spettro, con quel ghigno mostruoso ancora stampato sul volto di vetro, imita il gesto, allungando una mano trasparente che si sovrappone a quella di Silvia.