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Il sole sta calando dietro i platani del Parco SMS, tingendo l’erba di un arancione bruciato che sembra quasi ruggine. Siamo seduti ai tavolini di metallo del chiosco centrale, quello dove l’odore di caffè si mescola sempre a quello del salmastro che arriva dal viale. Il rumore dei bicchieri che sbattono e il fumo delle sigarette di Roberto creano una bolla di normalità che mi sembra quasi aliena, un miraggio di vita vera in mezzo al deserto di staticità in cui sono precipitato.
Accanto a me, lo Spettro è sparito dall’altalena. Ora è in piedi, proprio dietro la sedia di Roberto. Non fa nulla, osserva e basta, ma la sua presenza fa vibrare l’aria come il calore sull’asfalto d’agosto. I miei amici ridono, e io tremo.
«Andrè, retta a me: i francesi sono degli stronzi di proporzioni bibliche,» sbotta Roberto, scaricando un cumulo di cenere nel posacenere. Ha quel tono di chi è tornato da “fuori” e ora vuole riprendersi il suo regno a suon di sentenze. «Annecy è bella, dé, sembra una cartolina… ma se un parli la lingua loro come un accademico della Crusca, un ti cacano di striscio. Mi mancava sentì uno che smoccola perché il bus è in ritardo. Mi mancava l’aria di scoglio.»
«Ma almeno la gnocca girava?» chiede Paolo, senza staccare gli occhi dal tablet dove continua a monitorare quel “buco magnetico” che ha trovato prima. È gobbo sulla sedia, gli occhiali che gli scivolano sul naso.
Roberto scuote la testa. «Fredde, Paolo. Piuttosto, te, Andrea…» si sporge in avanti, fissandomi. «Sei in classe con ventiquattro femmine. Ventiquattro. Io a Annecy ero in una classe di soli maschi che puzzavano di sudore e formaggio. Com’è stare nel paradiso terrestre?»
Mi esce un sospiro che è a metà tra un lamento e un rantolo. «È un incubo, Roby. Un alveare di vespe che ronzano tutto il giorno su trucchi e gite. Se sbagli una parola, sei morto.»
Dico così, ma sento un sorriso strano che mi tira gli angoli della bocca. Un sorriso che non riesco a controllare. È il pensiero di Silvia.
«E allora? Un rispondi, geometra?» ghigna Roberto, incrociando le braccia. «Chi è, la Valenti che rivuole il suo schiavetto?»
Michele e Paolo ridacchiano. È la solita storia: per loro io e Francesca siamo ancora quelli delle medie, quando lei era la regina del quartiere e io il suo suddito fedele che le portava lo zaino. Tutti in via Roma sono convinti che finiremo insieme perché siamo sempre stati “inseparabili”.
«No, un è la Francesca,» dico, e stavolta la voce mi esce ferma. Li guardo negli occhi. «Con la Valenti un c’è nulla. Sto con la Silvia, ora.»
Il silenzio che segue è interrotto solo dal fischio del vento. Paolo si blocca col dito sospeso sul tablet, la faccia che gli si contrae. «La Silvia?» chiede, con la voce che gli scivola in alto per la gelosia. «Ma chi, la Moretti? Quella del viale?»
Annuisco.
È qui che scatta la molla. Roberto sbatte una mano sul tavolo. «La Moretti! Boia, Andrea! Ma allora sei un fenomeno davvero! Sei passato dal fargli da scudiero alla Valenti a prenderti la meglio di Livorno?»
Roberto inizia a ridere, una risata sguaiata. «Però occhio, dé, che quella la conoscono tutti. Gira voce che sia… come dire… “generosa”, capisci? Dicono che l’abbia già data a mezzo viale e che se le chiedi di andà a vede’ le stelle sul molo un ti dice mica di no. Ti sei preso una bella gatta da pelà!»
Paolo non ride. Fissa il vuoto con una rabbia muta. L’invidia lo sta mangiando vivo: non accetta che io, lo “schiavetto” della Valenti, sia riuscito a prendersi Silvia. «Ma certo,» sibila velenoso, «magari le garba perché sei abituato a obbedì. O forse le serve uno che le regge la borsa mentre va con gli altri, dé.»
Sento il sangue pulsarmi nelle tempie. Vorrei incazzarmi, difenderla, ma so che Roberto non lo dice con cattiveria; è il modo spietato dei maschi di via Roma di farti i complimenti.
«Dì pure quello che ti pare,» rispondo, cercando di mantenere il tono distaccato. «Ma io con lei ci sto bene. Mi fa sentì nel verso. Il resto sono chiacchiere da bar.»
Proprio mentre Michele sta per alzare il bicchiere per un brindisi, l’aria cambia. Non è il freddo dello Spettro, è qualcosa di più sociale e tagliente.
«Ma guarda un po’ chi c’è qui… la vecchia guardia al completo!»
Alzo lo sguardo. Francesca Valenti sta camminando verso di noi con il suo seguito di amiche, la “regina” del parco in pieno esercizio delle sue funzioni. Indossa un paio di occhiali da sole enormi appoggiati sulla testa e un sorriso che comunica esattamente quanto si senta superiore a tutto ciò che la circonda.
«Ciao Valenti,» dice Michele, che la conosce dalle medie come tutti noi.
«Roberto! Ma sei tornato dalla Francia o sei un ologramma?» chiede lei, ignorando me per un secondo, tattica classica per farmi pesare la mia “insubordinazione” della mattina. Saluta tutti, spigliata, sicura, muovendosi come se il parco fosse il salotto di casa sua.
«Andrea, allora? Hai controllato se il tuo passaporto è valido per la Spagna o eri troppo occupato a… fare la spesa?»
Le sue amiche ridacchiano in coro. Roberto e Michele mi guardano aspettando la mia solita scena muta da “sotto schiaffo”. Ma stavolta è diverso. Guardo il messaggio di Silvia, poi alzo gli occhi su Francesca. Sorrido. Un sorriso vero, quasi di sfida.
«Ma Fra…» dico, allargando le braccia e guardando i miei amici, «…per la Spagna un serve mica il passaporto, dé! Siamo in Europa, un lo sapevi?»
Roberto esplode in una risata sguaiata, Michele si dà una manata sulla coscia. Francesca rimane pietrificata per un secondo, il viso che le diventa paonazzo sotto il trucco perfetto. Mi tira uno schiaffo sulla spalla, forte, visibilmente indispettita.
«Ma certo che lo so, imbecille! Stavo scherzando, volevo vedè se eri sul pezzo o se dormivi come al solito!» sbotta acida. Si rimette gli occhiali con uno scatto nervoso e gira i tacchi. «Andiamo ragazze, che qui c’è troppa polvere.»
La guardo allontanarsi mentre i ragazzi mi danno di gomito.
«Boia, la Valenti è sempre la solita vipera,» commenta Roberto guardandole il sedere mentre si allontana. «Ma è sempre una gran bella figliola, un si può dì nulla.»
Il clima torna rilassato, ma Paolo rompe di nuovo l’incanto. Rimette il tablet sul tavolo, la faccia scura.
«A proposito di donne…» dice, con un tono che spegne istantaneamente l’allegria. «L’avete sentito i’ telegiornale? Quella poverina che hanno ripescato al porto industriale?»
Il cuore mi precipita nello stomaco. Guardo lo Spettro.
Si è irrigidita. La sua figura inizia a vibrare violentemente, diventando quasi trasparente, attraversata da scariche di elettricità statica. Le sue mani vanno alle orecchie, i gomiti stretti contro il petto.
«Dicono che sia lì da mesi,» continua Paolo, ignaro della tempesta che sta scatenando. «L’hanno trovata incastrata sotto un pontile. Una roba da brividi. Il medico legale dice che l’hanno massacrata prima di buttarla in acqua. Ma vi rendete conto di che schifezze succedono a due passi da casa nostra?»
«Smettetela,» sussurro, ma la mia voce è troppo bassa.
Lo Spettro ora sta emettendo un fischio sottile, udibile solo da me. Il marchio sul collo brucia come se avessi una sigaretta accesa piantata nella carne. Mi alzo di scatto.
«Oh, Andrè, ma che ti piglia?» chiede Roberto, preoccupato. «Sei bianco come un cencio.»
«Ho fame,» mento, sentendo il sudore freddo. «Andiamo a mangià questa pizza? Si va da Cecco? Se restiamo qui a parlà di morti mi passa la voglia di vive’.»
«Ha ragione il geometra,» dice Michele, alzandosi. «Basta discorsi pesanti. Muoviamoci.»
Mentre ci incamminiamo verso l’uscita, il mio telefono vibra. È un messaggio di Silvia.
Silvia – 17:45
«Dove sei finito, amore? È un’ora che non rispondi. Ti sei perso tra i libri di Seneca o tra le grinfie della Valenti? 😈»
Andrea – 17:46
«Sono al parco SMS con Michele, Roberto e Paolo. Si sta andando a mangià una pizza da Cecco. Roberto è tornato oggi dalla Francia.»
Silvia – 17:47
«Da Cecco? Adoro! Arrivo anche io. Voglio proprio conoscerli questi famosi amici di via Roma… e poi è ora che capiscano che ora sei “proprietà privata”, no? 😉 Mi faccio trovà lì tra venti minuti. Un fare quella faccia, so che sei contento!»
Mi fermo un istante, il telefono in mano. Guardo i miei amici che camminano davanti a me, parlando di calcio e di motorini. Guardo lo Spettro che cammina al mio fianco, con gli occhi fissi sul vuoto. E ora sta arrivando Silvia.
Silvia, che vuole marcare il territorio proprio dove Francesca ha appena lasciato il suo profumo. Silvia, che i miei amici pensano sia una “facile”. Silvia, che sta per sedersi al tavolo con un ragazzo che ha un fantasma attaccato alla schiena.
«Andiamo,» dico, più a me stesso che agli altri.Sento gli sguardi di tutti e tre piantarsi su di me come spilli. Mi blocco con la mano a mezz’aria, il cuore che tira calci contro le costole. Lo Spettro, dietro la sedia di Roberto, inclina la testa di lato fissando lo schermo luminoso con una curiosità che mi gela il sangue.
«E allora? Un rispondi, geometra?» ghigna Roberto, incrociando le braccia. «Chi è, la Valenti che rivuole il suo schiavetto?»
Deglutisco a fatica. Le dita mi tremano mentre sblocco il telefono. Leggo il messaggio in cui dice che sta arrivando, che vuole conoscerli, che vuole marcare il territorio. Sento il sudore freddo scendermi lungo la schiena.
«No… è…» mi schiarisco la voce, ma esce un suono stridulo. «È la mia ragazza. Sta arrivando qui. Si unisce a noi per la pizza.»
Cade il silenzio. Un silenzio pesantissimo, rotto solo dal grido di un bambino in lontananza. Poi, l’esplosione.
«La “tua” ragazza?» Roberto scoppia a ridere, una risata grassa che attira l’attenzione di metà chiosco. «Boia, Andrea! Sei passato dal latte alle bracioline in un weekend! Ma vedi di stare nel verso, che quella se ti morde ti stacca un orecchio, lo sanno tutti che è una che morde!»
Paolo non ride. Fissa il tablet con una rabbia muta che gli fa sbiancare le nocche. L’invidia gli cola dagli occhi: lui, incastrato tra codici e solitudine, non accetta che io, quello “strano”, quello che sembra sempre con la testa altrove, abbia preso il trofeo più ambito. «Ma certo, portiamola,» sibila velenoso, senza guardarmi, «magari ci spiega come si fa a stare con uno che c’ha la faccia di chi ha appena visto un morto. O forse le garba proprio per quello, dé.»
Michele, invece, non scherza. Si china verso di me, ignorando le battute degli altri. Mi fissa dritto negli occhi con una smorfia che non mi piace. «Ascolta, Andrè… io son contento per te, davvero. Ma stasera… boh. Poteva lasciarti vive’ un attimo, no? È il ritorno di Roberto, siamo noi quattro dopo un anno. Mi pare un po’ troppo appiccicata, sembra che ti voglia marcà a uomo prima ancora di comincia’ la partita. Un ti far tarpà le ali così, fidati.»
Vorrei rispondergli che Silvia è l’unica cosa che tiene lontana la follia, ma non riesco a parlare. Mi sento mancare l’aria. Mi alzo di scatto, quasi rovesciando la sedia.
«Andiamo da Cecco,» dico, cercando di non guardare lo Spettro che ora sorride, godendosi il mio imbarazzo. «È quasi ora. Non facciamola aspettare… o m’ammazza davvero.»
Mentre i ragazzi ridono e si scambiano battute sulle ragazze e sulla pizza, il mondo intorno a me inizia a perdere saturazione, come una vecchia fotografia lasciata al sole. La vitalità sguaiata di Roberto, l’invidia acida di Paolo e persino il profumo di Silvia che immagino già nell’aria, diventano improvvisamente insulti intollerabili per ciò che mi cammina a fianco. Lo Spettro non è più una presenza passiva. La sua sagoma azzurrina comincia a vibrare, distorcendo lo spazio come una lente deformante. Sento la sua rabbia montarmi nel petto, un freddo che non è meteorologico, ma esistenziale. Il nero delle sue pupille inizia a espandersi, una marea d’inchiostro che divora l’iride fino a trasformare i suoi occhi in due pozzi ciechi, privi di fondo. La bocca si schiude in un ghigno che sfida ogni legge anatomica, allungandosi verso le orecchie in una fessura d’ombra troppo vasta per un cranio umano.
Si muove. Non cammina, scivola. Attraversa i tavolini di metallo del chiosco come se la materia fosse solo un suggerimento non richiesto. Al suo passaggio, le conversazioni degli ignari avventori si troncano a metà; una donna si stringe nelle spalle colpita da un brivido improvviso, un uomo guarda il suo caffè appena ordinato e lo trova inspiegabilmente ghiacciato. Lo Spettro ignora tutti loro, puntando dritto verso il centro della mia vita sociale, verso quella “bolla” di amici che crede di conoscermi. È una marcia silenziosa e inarrestabile, un promemoria vivente che la mia realtà non appartiene più al mondo dei vivi, ma a quella terra di nessuno fatta di schermi rotti e polmoni pieni d’acqua.
Raggiunge il nostro tavolo mentre Paolo sta ancora borbottando, il pollice che scorre compulsivamente sul vetro del tablet. Lo Spettro si china su di lui con una lentezza cerimoniale. La sua mano diafana, dalle dita innaturalmente lunghe, affonda nel dispositivo elettronico senza incontrare resistenza. Nel momento in cui il suo braccio attraversa i circuiti, il tablet emette un rantolo elettrico, un bagliore azzurrognolo e sinistro che illumina per un istante il volto terreo di Paolo. Lo schermo pulsa, proietta un’ultima immagine distorta — forse un volto, forse una coordinata — e poi si spegne con un sibilo secco, diventando una lastra di vetro morto. Paolo impreca, scuotendo l’apparecchio, ma io so che non si riaccenderà.
Lo Spettro si volta verso di me, ignorando il caos che ha appena creato. Il suo volto orribilmente distorto è a pochi centimetri dal mio. In quel silenzio soprannaturale, mentre i miei amici continuano a camminare verso l’uscita ignari del mostro che li sta sorpassando, capisco il messaggio. Non c’è spazio per Silvia, non c’è spazio per la pizza da Cecco, non c’è spazio per i ricordi delle medie. C’è solo lei, il marchio che mi brucia sul collo e la verità che giace incastrata sotto un pontile del porto industriale. Il suo riscatto è la mia solitudine: può spegnere la tecnologia, può gelare il sangue, può annullare il futuro. Mi guarda, e nel vuoto dei suoi occhi neri leggo la condanna: io sono il suo unico testimone, e non mi è permesso essere nient’altro.
Poi, il silenzio ovattato che mi circonda viene squarciato. Non è un suono che passa per le orecchie, ma una rasoiata di ghiaccio e rabbia pura che mi scortica l’interno del cranio, fredda come l’acqua nera del porto industriale. Una sola parola, scandita sillaba per sillaba con una ferocia possessiva che non ammette scampo:
«MI-O!»