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Il riverbero del sole di metà ottobre rimbalza contro i vetri sporchi della mia camera, creando pozze di luce giallastra che mettono a nudo ogni granello di polvere sospeso nell'aria. Sono le 14:50. Il mercoledì pomeriggio a Livorno ha un sapore particolare: sa di salmastro che ristagna tra i palazzi e di quella stanchezza sottile che ti prende dopo mangiato, quando i libri di scuola sembrano pesare come macigni.
Ho Seneca aperto sulla scrivania, ma le sue parole sulla brevità della vita mi sembrano una beffa atroce. La mia vita non è breve; è dilatata, deformata, incastrata in un presente che non riesco a controllare. Per cercare di scuotermi di dosso il torpore, ho sparato nelle cuffie "American Idiot" dei Green Day. Il ritmo frenetico di Tré Cool e la voce acida di Billie Joe Armstrong sono l'unico anestetico che funziona.
«Don't wanna be an American idiot! Don't want a nation under the new mania...»
La musica picchia nelle orecchie, un muro di suono che dovrebbe isolarmi dal mondo. Eppure, il mondo continua a bussare. Il mio telefono, appoggiato sul bordo del dizionario di latino, non smette di vibrare. È un sussulto continuo, una luce blu che si accende e si spegne come un faro impazzito.
Il gruppo WhatsApp della gita in Spagna è un inferno dantesco in versione digitale. "5^ Artistico - Destinazione Barcellona 🇪🇸". Centocinquanta messaggi non letti negli ultimi venti minuti. Scrollo con la nausea che mi sale alla gola. Le "civette" sono in pieno delirio logistico: si scambiano foto di costumi da bagno, discutono ossessivamente su quale marca di crema solare non rovini l'abbronzatura, stilano liste infinite di piastre per capelli e caricabatterie portatili.
È tutto così... vuoto. Così fottutamente superficiale.
E al centro di questa ragnatela di banalità c’è lei. Francesca Valenti.
Dirige il traffico come un generale prussiano. Commenta ogni post, decide cosa è "in" e cosa è "out", lancia frecciatine velenose mascherate da consigli.
«Ragazze, il phon dell'hotel farà schifo sicuramente, portiamone uno professionale a testa», scrive, e subito partono dieci emoji di cuori e approvazioni servili.
«Andrea, tu hai controllato se il tuo passaporto è valido? Non vorrei che rimanessi a terra, dé», aggiunge, taggandomi con una confidenza che mi fa bollire il sangue.
So che se non visualizzo, se non do un segno di vita, domani a scuola sarà il linciaggio. Francesca non tollera il silenzio. Il silenzio è una sfida al suo potere. Visualizzo, schifato dalla pochezza di quei discorsi, mentre Billie Joe urla che siamo tutti parte di un "subliminal mind-fuck". Mai parole furono più azzeccate.
Il weekend appena finito mi ronza ancora in testa come una canzone che non riesco a togliermi. Due giorni interi con Silvia. Due giorni in cui il mondo sembrava essersi ristretto a noi due, al mare, al buio delle strade secondarie di Ardenza, ai baci che duravano troppo e alle mani che imparavano a muoversi piano, con paura e voglia insieme.
Il telefono vibra sul comodino. È lei.
Silvia – 14:50
Ehi geometra ❤️
Sto morendo di sonno ma non riesco a staccare la testa da ieri sera. Tu?
Io sorrido come un idiota. Le dita volano.
Andrea – 14:51
Anch’io. Mi sembra di avere ancora il tuo profumo sulle mani. Non riesco a concentrarmi su niente.
Silvia – 14:52
Che carino che sei quando fai il poeta. 😏
Sai che ieri sera quando siamo tornati dal Moletto mio padre mi ha chiesto perché avevo la sabbia nelle scarpe? Gli ho detto che ero caduta dalla bici. Bugia bianca. La verità è che mi hai fatto cadere tu… e non me ne pento.
Andrea – 14:53
La sabbia era ovunque. Ho ancora i jeans da lavare. Ma rifarei tutto uguale. Anche la parte in cui mi hai fermato quando stavo andando troppo oltre.
Silvia – 14:54
Ecco, appunto.
Volevo parlartene. Non è che non mi piace… mi piace da morire quando mi tocchi, quando mi baci il collo e sento che tremi pure tu. Ma voglio andare piano. Non voglio che pensi che sono una che si concede subito. Con te è diverso. Voglio che sia giusto, capisci? Voglio che duri.
Andrea – 14:56
Lo capisco. E lo voglio anch’io. Non ti sto spingendo. Mi fai stare bene anche solo tenendoti la mano mentre camminiamo sul lungomare. O quando ci siamo fermati sotto la tettoia della baracchina e mi hai lasciato appoggiare la testa sulla tua spalla. Non ho bisogno di correre.
Silvia – 14:57
Sei dolce da far schifo, lo sai? 😘
Comunque… dimmi la verità: ti è piaciuto quando ti ho preso la mano e l’ho portata lì sotto la gonna, sabato sera al parco? Non dirmi di no che ti ho sentito respirare forte.
Andrea – 14:59
Sì. M’è piaciuto da morire. Mi hai fatto sentire… voluto. Non so spiegarlo meglio. Ero terrorizzato di sbagliare qualcosa, ma tu mi hai guidato piano. È stato bellissimo.
Silvia – 15:01
Allora è stato bellissimo anche per me.
Mi piace quando prendi confidenza. Quando mi sfiori i fianchi e poi sali un po’ più su, ma ti fermi subito se vedo che esiti. Mi fai sentire al sicuro. Non voglio perderti per correre troppo.
Andrea – 15:03
Non mi perdi.
Sabato al parco SMS, domenica al tramonto sulla spiaggia dietro la Terrazza, ieri sera al Moletto con le birrette prese al solito chiosco… sono stati i giorni più belli da quando mamma non c’è più. Anche solo stare seduti su una panchina a parlare di cazzate, o a farci le foto stupide con lo stesso filtro idiota, mi ha fatto sentire vivo.
Silvia – 15:05
Lo so. L’ho visto nei tuoi occhi.
E sai una cosa? Mi fai sentire viva pure tu. Non è solo sesso o petting. È che con te posso essere me stessa. Non devo fare la dura, la sfacciata. Posso tremare, posso avere paura di sbagliare. E tu non scappi.
Andrea – 15:07
Non scappo.
Promesso.
Anche se ho ancora paura di non essere abbastanza per te.
Silvia – 15:08
Sei più che abbastanza. Sei il primo che mi fa sentire così.
Ora vai a fare i compiti, geometra. Che se bocci ti ammazzo io prima che lo faccia la prof di mate. 😈
Ci sentiamo stasera? Magari ci vediamo al solito posto dopo cena?
Andrea – 15:09
Sì. Al solito posto.
Ti aspetto. ❤️
Silvia – 15:10
Bacio grosso. E pensa a me quando studi… così magari ti concentri meglio 😏
Metto via il telefono. Il marchio pulsa piano, quasi impercettibile.
Per ora.
Poi, un altro "ping". Un messaggio privato. Michele.
«Andrè, ma che t'hanno rapito gli alieni? È una settimana che un ti si sente, un rispondi manco se s'incendia il mondo! Dé, datti una svegliata. Comunque, è tornato Roberto dalla Francia, s'è piazzato stamani alla stazione. Voleva vederti assolutamente. Ci si becca tutti al parco SMS oggi pomeriggio, c'è anche Paolo. Un fare il prezioso, bimbo, vieni e un rompe’ i coglioni!»
Sorrido. Un sorriso vero, stavolta. Michele, Roberto, Paolo. Gli "Intoccabili" di via Roma. Roberto è stato via un anno intero, suo padre lavora per una ditta di revisione bancaria e lo avevano spedito ad Annecy a contare i centesimi dei francesi. Mi è mancato il suo modo spocchioso di raccontare le cose. E Michele... Michele è il mio confidente, quello del CLESIM che corre tutto il giorno ma trova sempre il tempo per una birra e una chiacchierata seria. Paolo invece sarà il solito: invidioso della mia vita al liceo artistico, convinto che io passi le giornate a dipingere modelle nude mentre lui si spacca la testa sui codici del Politecnico.
Sento il bisogno fisico di vederli. Di stare con qualcuno che non voglia possedermi, manipolarmi o marchiarmi.
Sto per rispondere quando entra un messaggio di mio padre. Niente parole affettuose, solo una foto: una lista della spesa scritta a mano su un foglio di carta unto.
«Pane, latte intero, detersivo piatti, 2 etti di crudo, uova. Ti ho lasciato 50 euro sul frigo. Vai te a fare la spesa che devo finire dei lavori in tabaccheria. Comincia a prenderti un po' di responsabilità, che ormai sei un uomo. Pa'.»
Sbuffo. "Sbolognata" con successo. Mio padre ha questa fissa che per "crescere" io debba occuparmi delle commissioni domestiche, come se comprare il detersivo per i piatti fosse un rito di iniziazione alla mascolinità virile. In realtà so che è solo stanco e non ha voglia di infilarsi in un supermercato dopo dieci ore di lavoro.
Rispondo sul gruppo degli amici: «Ok ragazzi, ci sono. Però prima devo fare una commissione per mio padre se no mi ammazza. Ci vediamo al parco alle 17:00, prima non ce la faccio. Non partite senza di me, dé!»
Chiudo i libri. Seneca può aspettare, la vita sarà anche breve, ma la spesa va fatta.
Prendo i soldi dal frigorifero, infilo le chiavi dello scooter in tasca e controllo lo specchio del corridoio. Il marchio è lì, una macchia livida coperta a stento dal colletto della maglietta. Sento lo Spettro vicino. Non la vedo, ma l'aria attorno a me ha perso due gradi. È come se fosse seduta sulla mia spalla, a leggere i messaggi di Silvia con me, a spiare i miei amici.
Esco di casa e il Libeccio mi investe. È un vento nervoso, che solleva cartacce e scompiglia i capelli. Salgo sullo scooter e guido verso l'Unes di via Roma, un piccolo supermercato di quartiere che sembra rimasto incastrato negli anni novanta. È il posto perfetto per fare in fretta: corsie strette, odore di pane appena sfornato e la solita cassiera con gli occhiali che mi conosce da quando portavo i pantaloni corti.
Entro nel supermercato e vengo investito dalla luce fredda dei neon. È un contrasto violento con il calore del pomeriggio. Prendo un cestino di plastica rossa e inizio a camminare tra gli scaffali.
Pane. Latte.
Mentre cerco il detersivo per i piatti, mi sento osservato. Non è la solita sensazione paranoica. È lei. La vedo riflessa nel vetro del banco frigo delle uova. È lì, tra le confezioni di yogurt e il burro, una sagoma azzurrina che sfarfalla come un segnale televisivo disturbato. I suoi occhi grandi e scuri mi fissano con una curiosità che mi gela il sangue.
«Perché compri queste cose?» sembra chiedermi senza parlare. «Perché cerchi di far finta che tutto sia normale?»
Ignoro la visione. Afferro le uova con le mani che mi tremano leggermente e mi dirigo al banco dei salumi. C’è una piccola fila. Un’anziana signora discute con il salumiere sullo spessore del prosciutto cotto. Io resto lì, in attesa, mentre nelle cuffie riparte il ritornello di "American Idiot".
«Welcome to a new kind of tension, all across the alienation...»
Sì, la tensione è ovunque. È nella chat delle ragazze che pianificano la Spagna come se fosse uno sbarco in Normandia. È nelle aspettative di mio padre. È nel desiderio di Silvia. È negli occhi dello Spettro che ora è accanto a me, a pochi centimetri dal mio braccio, a fissare con disprezzo l'affettatrice che gira rumorosa.
«Due etti di crudo, Andrea? Il solito?» mi chiede il salumiere, facendomi sobbalzare.
«Sì, grazie, Marco.»
Prendo il pacchetto incartato nella carta oleata e vado alla cassa. Pago con la banconota da cinquanta, infilo tutto nello zaino e scappo fuori. Ho bisogno di spazio. Ho bisogno di aria che non sappia di neon e candeggina.
Salgo di nuovo sullo scooter. Il tragitto verso il Parco SMS (il Parco Pertini, ma per noi sarà sempre l'SMS) è breve. Passo davanti alla Terrazza, dove lunedì sera il mondo sembrava quasi avere un senso. Ora il mare è scuro, agitato, come l'umore dello Spettro che sento pulsare dietro la nuca.
Arrivo al parco alle 16:55. Parcheggio lo scooter sul marciapiede, vicino all'ingresso di viale Carducci. Il parco è un polmone verde nel cuore della città, pieno di platani enormi che filtrano la luce del tramonto imminente. C’è il rumore lontano delle macchine, il grido di qualche bambino che rincorre un pallone e l’odore dell’erba tagliata.
Mi incammino verso la fontana centrale, il nostro "solito posto" da quando avevamo dodici anni e venivamo qui a scambiarci le figurine o a parlare delle prime ragazzine che ci piacevano.
Vedo Michele da lontano. È inconfondibile: tuta dell'Adidas, scarpe da running e quella postura da chi è pronto a scattare per una maratona in qualunque momento. Accanto a lui c’è una figura più alta, con un giubbotto di pelle scura e un taglio di capelli decisamente più ricercato dell’ultima volta che l’ho visto. Roberto. E seduto sul bordo della fontana, con lo sguardo fisso su un tablet, c’è Paolo, il "Poli", piccolo e ingobbito come se stesse cercando di entrare fisicamente dentro lo schermo.
Per un istante, il peso dello Spettro sembra farsi più leggero.
Sono loro. I miei amici. Quelli che mi chiamano "Andrè" senza secondi fini, quelli che non sanno del marchio, del telegiornale, del porto industriale o della pioggia nei sogni.
Mi sento quasi commosso. È una sensazione strana, quasi dolorosa. Mi rendo conto di quanto mi siano mancati in questa settimana d'inferno. Mi sono isolato, mi sono chiuso nella mia bolla di terrore, e loro sono rimasti lì, ad aspettarmi con la solita sfrontata schiettezza livornese.
«Boia, guardatelo chi si rivede!» urla Michele, alzando un braccio appena mi vede. «Il principe del Liceo Artistico ha degnato noi plebei della sua presenza!»
Roberto si gira e mi sorride. È un sorriso diverso, più adulto, ma negli occhi ha ancora quella scintilla di malizia che lo rendeva il re dei casini alle medie.
«Andrea, dé, ma che t'hanno dato da mangiare al liceo? Sei diventato trasparente!» esclama, venendomi incontro per un abbraccio che sa di dopobarba francese e fumo.
Mi lascio abbracciare, sentendo finalmente la solidità di un corpo umano che non vuole rubarmi l'anima. Ma mentre stringo la mano di Roberto, con la coda dell'occhio vedo una sagoma azzurra seduta sull'altalena vuota poco distante.
Lo Spettro ci guarda. Sta dondolando piano, avanti e indietro, in sincronia col battito del mio cuore.
«In my blood...» mi sussurra il ricordo della canzone di Shawn Mendes, mentre il ritmo dei Green Day continua a martellarmi la testa.
Il quadrato si è allargato. Adesso ci sono anche loro. E io non so se sono qui per salvarmi o per assistere al mio definitivo crollo.
«Allora,» dice Michele, dandomi una pacca sulla spalla che mi fa quasi perdere l'equilibrio. «Si va a prende’ una cosa da bere o s'aspetta che Paolo finisca di programmare la fine del mondo su quel coso?»
«Siete degli idioti,» borbotta Paolo senza alzare lo sguardo dal tablet. «Sto solo controllando le frequenze dei nodi Wi-Fi del parco. Sapete che qui c'è una dispersione di segnale assurda? È come se ci fosse un'interferenza magnetica proprio al centro della fontana...»
Mi si gela il sangue. L'interferenza magnetica.
Guardo Paolo, poi guardo lo Spettro sull'altalena.
Il gioco è appena iniziato.