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Il boato del mare alla Terrazza Mascagni è l’unica cosa che riempie il silenzio tra me e lo Spettro. Lei è lì, una macchia azzurra che fluttua sul pelo dell’acqua, guardandomi come se fossi il suo giocattolo rotto. Poi, il rumore di un motorino che sfreccia sul viale Italia.
Silvia scende al volo, quasi non mette il cavalletto. È in tuta, i capelli legati in una coda disordinata, gli occhi grandi carichi di un’ansia che le accende il viso.
«Andrè!» urla, correndo verso la spalletta.
Appena mi è vicina, il freddo dello Spettro sembra arretrare di un centimetro. Silvia mi prende le mani, sono gelate, e lei le stringe tra le sue cercando di scaldarle.
«Ma che t’è preso? M’hai fatto piglia’ un colpo!» sbotta. Quando è tesa, il suo accento fiorentino si taglia col coltello, le “c” spariscono e la voce diventa più roca, più vera. «Ero lì a aspettà un messaggio e tu sparisci? E poi dici che t’hanno chiuso in camera… ma che t’hanno chiuso i’ cervello, si può sapè?»
Prendo un respiro che sa di salsedine e veleno. «M’ha chiamato la Valenti, Silvia.»
Lei si irrigidisce. Le sue mani hanno un sussulto nelle mie. «La Francesca? E che voleva quella vipera a quest’ora?»
«È partita in quarta, e m’ha raccontato un sacco di cose….» Abbasso lo sguardo, sentendomi piccolo. Lo Spettro sull’acqua emette un sibilo che sento solo io. «Mi ha detto di noi. Ha detto che… che sono un passatempo. Che tu sei già stata con mezza Livorno, con Mastagni e chissà chi altri. Dice che mi usi solo per sentirti pulita perché io non so come si sta con una ragazza.»
Silvia molla le mie mani. Si scosta di un passo, guardando verso il mare scuro. Per un attimo ho il terrore che se ne vada, che Francesca abbia vinto. Invece lei si volta, e ha gli occhi che sprizzano scintille.
«E tu… tu gli hai creduto?» sibila. «Dopo quello che s’è detto al parco, dopo che t’ho guardato negli occhi, tu dai retta a quella stronza che lo sa anche i’ marmo della Terrazza che gli rode il culo da quando t’ho baciato?»
«Non lo so, Silvia! Io non ci capisco nulla!» esplodo io, alzandomi in piedi. «In classe siamo in ventiquattro, vi conosco tutte, so tutto di voi… ma non so niente di come si ama! Francesca mi ha detto quelle cose e io mi sono sentito un idiota, uno che sogna la Grecia mentre gli altri ridono di lui!»
Silvia fa un passo verso di me. È furibonda, ma di una furia che protegge.
«Ascoltami bene, Andrea Ruoli. Livorno è una città di ratti, lo sai. Si campa di chiacchiere e di fango. Io i’ mio passato un lo nego, un sono mica una santa. Ho fatto i miei errori, sono stata con chi dovevo stare.» Si batte un pugno sul petto, proprio sopra il cuore. «Ma ora ci sei tu. E se sono corsa qui in tuta alle undici di sera, rischiando che mi’ padre mi sventri, un è mica per un passatempo. È perché tu m’importi davvero, brutto grullo!»
Mi fissa, il respiro corto. «Ora però la scelta è tua. Io un ti posso mica costringe’ a credermi. O stai con le chiacchiere della Valenti, o stai con me. O la va, o la spacca, Andrè. Io di più un so che dirti.»
La guardo. È così bella nella sua verità, così diversa dall’illusione seducente dello Spettro o dalla perfezione gelida di Francesca. Le prendo le mani, stavolta sono io a stringerle.
«Io credo in te, Silvia. L’ho detto al parco e lo dico ora. Al diavolo la Valenti.»
Lei tira un sospiro che sembra un pianto trattenuto. Mi butta le braccia al collo con una forza che mi mozza il fiato. L’impatto ci sbilancia, i miei piedi inciampano sulla base della spalletta e finiamo sulla sabbia, giù dalla Terrazza, in quel tratto di spiaggia scura.
Rotoliamo uno sull’altro, tra le risate e la sabbia che ci entra dappertutto. È una caduta goffa, disperata, bellissima. Ci fermiamo a un centimetro dall’acqua, io sopra di lei, le mani affondate nella sabbia umida.
«Sei un cretino,» sussurra lei, ridendo tra i capelli spettinati.
«Lo so,» rispondo io.
E la bacio. È un bacio che sa di sale e di vita vera. Per la prima volta da quando mamma non c’è più, non sento il freddo. Sento solo il peso del corpo di Silvia sotto il mio, il calore del suo respiro, il battito del suo cuore che corre insieme al mio.
Lo Spettro, nell’oscurità del mare, emette un urlo muto che fa increspare le onde, ma stavolta non la sento. Sono troppo occupato a restare vivo tra le braccia della ragazza con la tuta sporca di sabbia, mentre le strade di Philadelphia sfumano finalmente nel rumore del mio mare.
Silvia è dovuta scappare via come se avesse il fuoco alle calcagna. «M’ammazza, Andrè! Se m’arriva prima di me, m’ammazza davvero!» ha gridato mentre faceva manovra col motorino sulla ghiaia, lasciandomi con la pelle che bruciava ancora per quel bacio rubato tra la sabbia e il salmastro.
Rientro in casa che è quasi mezzanotte. Mio padre solleva appena lo sguardo dal giornale. «Tutto bene con la Francesca?» mi chiede. Annuisco in fretta, biascicando un saluto, e mi infilo in camera mia prima che possa vedere i granelli di sabbia che ancora mi incrostano i vestiti.
Chiudo la porta e mi lascio cadere sul letto, vestito, senza nemmeno accendere la luce.
Il buio della stanza è denso, ma non sono solo.
Lei è lì. Si è sdraiata di lato, a pochi centimetri da me, sul bordo del materasso. È appoggiata su un gomito, la testa inclinata e quegli occhi neri che mi scavano dentro, lucidi come vetro vulcanico. Non dice nulla. Mi fissa e basta, mentre il suo profumo di fiori d’arancio e terra bagnata inizia a saturare l’aria.
Chiudo gli occhi per non vederla, ma è peggio. La mia mente scivola immediatamente su Silvia.
Fantastico. Non riesco a fermarmi.
Rivedo Silvia sulla spiaggia, ma stavolta nel mio pensiero è tutto più nitido, più lento. Immagino le mie mani che non si limitano a stringere le sue, ma che iniziano a esplorare. Immagino la consistenza della sua pelle sotto la tuta, quel calore vibrante che ho sentito quando è caduta sopra di me. Mi vedo mentre le scosto i capelli dal collo, baciandola lì dove pulsa la vita, sentendo il sapore del sale sulla sua spalla.
Nel mio sogno ad occhi aperti, siamo in Grecia. Il sole scotta, l’aria è ferma. Siamo in una camera che sa di bianco e di pulito. Silvia mi guarda con quel sorriso che non ha filtri, e io finalmente non ho paura. Mi vedo mentre imparo a stare con lei, mentre scopro cosa significa davvero essere un uomo e non solo un sopravvissuto. Immagino il momento in cui le nostre gambe si intrecceranno sotto le lenzuola leggere, e il piacere sarà così forte da cancellare ogni fitta del marchio, ogni ricordo del lutto. Mi vedo finalmente “pieno”, guarito da quella fame d’aria che mi porto dietro da un anno.
Sento il mio corpo reagire a quei pensieri, un battito sordo che accelera nelle vene. Sono un ragazzo di diciassette anni che ha appena scoperto che la felicità ha il sapore di un bacio in fiorentino stretto.
Apro gli occhi, col fiato corto.
Lo Spettro è ancora lì. Non si è mossa di un millimetro. È così vicina che potrei contare i fiori bianchi sul suo vestito azzurro, se solo la luce fosse più forte. Mi guarda con un’intensità che toglie il fiato, come se stesse leggendo ogni mia singola fantasia, come se si stesse nutrendo del mio desiderio per Silvia.
C’è qualcosa di profondamente tragico e malvagio nel suo sguardo. È come se mi dicesse: «Sogna pure, Andrea. Immagina pure la sua pelle. Ma non dimenticare che sono io quella che dorme con te ogni notte. Sono io quella che possiede il tuo tempo rubato.»
Allungo una mano verso il lato vuoto del letto, quasi a voler scacciare l’ombra, ma le mie dita attraversano solo un vuoto gelido. Lei sorride. Un sorriso obliquo, complice, come se fossimo due amanti che condividono un segreto terribile.
Mi giro dall’altra parte, dandole le spalle, stringendo il cuscino contro il petto come se fosse Silvia. Cerco di tornare in Grecia, tra il sole e la vita. Ma dietro di me, sento il materasso che sembra cedere leggermente sotto un peso che non dovrebbe esistere.
Lei è lì. E so che resterà a guardarmi sognare un’altra ragazza per tutta la notte, custode silenziosa di un desiderio che non potrà mai essere del tutto mio.