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Rientro in casa con la pelle ancora elettrica per i baci di Silvia. Vorrei solo chiudermi in camera e restare in quella bolla, ma appena varco la soglia del salotto, l’aria si fa densa, pesante come prima di un nubifragio.
Mio padre è immobile in poltrona. Non mi sente entrare. È ipnotizzato dallo schermo, dove le immagini scorrono nitide, fin troppo. La voce della giornalista è un colpo di martello nel silenzio della casa:
«...ritrovato nel pomeriggio nei pressi del porto industriale. Il corpo, in avanzato stato di decomposizione, apparterrebbe a una giovane donna scomparsa mesi fa. Gli inquirenti non escludono la pista del femminicidio, l'ennesimo in una scia di sangue che non sembra arrestarsi...»
Mio padre scuote la testa, un grugnito di disgusto gli esce tra i denti. Ma io non guardo lui.
Davanti alla TV c'è lei.
È una macchia di distorsione pura, come se il segnale digitale stesse implodendo in quel punto esatto. La sua figura vibra, sfuocata, attraversata da scariche di elettricità statica che fanno ronzare le casse dell'apparecchio. Ha le mani premute forte contro le orecchie, i gomiti stretti contro il petto, e scuote la testa freneticamente. Sembra che quella voce, quelle parole — corpo, porto, femminicidio — le provochino un dolore fisico insopportabile. È come se cercasse di cancellare la notizia, di non farla entrare dentro di sé.
Appena incrocia il mio sguardo, la TV emette un fischio acuto e l’immagine sparisce in un punto bianco.
Corro in camera mia. Mi tremano le mani mentre chiudo la porta. Mi serve ogni grammo di coraggio che ho in corpo, per affrontarla e per non scappare via.
Lei è già lì. Ma è cambiata di nuovo.
L'agitazione dolorosa di un attimo prima è sparita, sepolta sotto una maschera di seduzione inquietante. È distesa sul mio letto, sinuosa, una gamba nuda che spunta dal vestito azzurro e si flette piano. Si appoggia su un gomito, il decolleté in primo piano, e mi guarda con un’intensità che toglie il fiato. Le sue labbra sono socchiuse, invitanti, e i capelli neri sparsi sul cuscino sembrano una trappola di seta. Sta cercando di resettare tutto. Sta cercando di distrarmi con l'unica arma che sa che può mettermi in crisi.
«Dob-dobbiamo» sussurro deglutendo a fatica, mentre mi appoggio alla porta. La voce mi esce roca, ma non distolgo lo sguardo. «Dobbiamo parlare… e non provare a incantarmi stavolta.»
Lei inarca la schiena, un movimento lento che fa scivolare la spallina del vestito ancora più giù, mostrando i seni quasi completamente. Il suo sguardo è una sfida magnetica.
«Dobbiamo parlare del sogno dell'altra notte,» continuo, facendomi forza contro il desiderio e la paura che mi lottano nel petto. «Della pioggia. Di quell'asfalto ghiacciato sotto i tuoi piedi. E di quello che hanno detto al telegiornale poco fa. Eri agitata, ti coprivi le orecchie... Perché? Cosa non vuoi sentire?»
Un brivido mi percorre la schiena. Guardo quella sagoma perfetta e bellissima sul mio letto e poi ripenso alle parole della TV: corpo in decomposizione. Il contrasto mi dà la nausea. Inizio a intuire che dietro quella bellezza eterea ci sia un orrore di sangue e fango, un crimine impronunciabile.
Lo Spettro non risponde. Si limita a sorridere, un sorriso obliquo che promette paradiso e inferno, mentre la luce della stanza inizia a sfarfallare come se il suo silenzio fosse più forte di ogni parola, e mi attira a se sul mio letto.
Le sue braccia mi circondano il collo. Non sento il peso della carne, ma un gelo sottile che mi entra nelle ossa, come se mi fossi immerso in un fosso ghiacciato. Lo Spettro è sopra di me, mi preme contro il materasso, e i suoi capelli neri cadono come un velo scuro ai lati del mio viso, escludendo tutto il resto della stanza. Sento il suo odore — pioggia e fiori appassiti — e le sue labbra sono a un millimetro dalle mie. Il marchio sul collo non brucia più: ora emette un calore pulsante, quasi un piacere distorto che mi intorpidisce il cervello.
Resto lì, immobile, incastrato tra il desiderio e l’orrore, finché un suono stridulo non rompe l'incantesimo.
Il mio telefono vibra sulla scrivania. Una, due, tre volte.
Lo Spettro si irrigidisce, ma non mi molla. Le sue mani, bianche come il marmo, si stringono sulle mie spalle. Con uno sforzo immane, allungo un braccio e afferro il cellulare. La luce dello schermo mi acceca.
C’è un messaggio vocale di Francesca. Lo avvio con il pollice che trema.
«André... dobbiamo parlare stasera. Dimmi se puoi al solito posto alle 21, non deve saperlo per forza la Moretti... ti aspetto lì, vieni.»
Mentre la voce di Francesca sfuma, lo sguardo mi cade sull'orario in alto a destra.
19:15.
Il cuore mi manca un colpo. Sento una goccia di sudore freddo colare lungo la schiena. Quando sono entrato in camera erano le 17:45.
Novanta minuti.
Cos'è successo veramente qui dentro? Come sono passati novanta minuti se a me sono sembrati solo pochi istanti? Guardo lo Spettro sopra di me: lei mi sorride, quel sorriso obliquo che ora mi terrorizza. Mi ha rubato il tempo. Mi ha trascinato nel suo limbo, cancellando un'ora e mezza della mia vita mentre mi teneva tra le braccia.
Tre colpi secchi alla porta mi fanno quasi sobbalzare dal letto.
«Andrea? È pronto da mangiare. Sono passati novanta minuti da quando ti sei chiuso lì dentro, muoviti che si fredda tutto!»
La voce di mio padre arriva come un'ancora di salvezza da un mondo che non riconosco più. Lo Spettro svanisce in un battito di ciglia, lasciandomi solo il freddo tra le lenzuola e un vuoto pneumatico nello stomaco.
«Arrivo, Pa'!» urlo, ma la mia voce sembra quella di uno sconosciuto.
Mi alzo a fatica, barcollando. Guardo lo schermo del telefono. Francesca mi aspetta al solito posto. Alle 21:00. Tra meno di due ore.
Mentre mi asciugo il sudore dalla fronte, il messaggio continua a rimbombarmi in testa: non deve saperlo per forza la Moretti.
Cosa sa Francesca? E soprattutto, cosa mi ha fatto lo Spettro mentre non ero cosciente?
Infilo il telefono in tasca e apro la porta. Odore di sugo e normalità.
In camera mia l’aria è diventata irrespirabile. Mentre cerco freneticamente una camicia pulita nel disordine dell’armadio, lei mi ronza attorno. Non è più la figura statica e seducente di prima; si muove a scatti, nervosa, fluttuando da un angolo all'altro della stanza come un animale in gabbia.
«Sei sicuro di andare?» sibila, la voce che gratta contro le pareti del mio cranio. «E se Silvia lo viene a sapere? Pensi che le piacerà sapere che corri da quella bionda appena fischia?»
Non rispondo. Mi infilo la camicia, ignorando il brivido gelido che mi percorre la schiena ogni volta che mi passa vicino.
«Sei sicuro di voler tornare lì?» insiste, parandosi davanti allo specchio e deformando il mio riflesso. «Al posto dove andavi con tua mamma... non hai paura che la nostalgia ti mangi vivo? Guardami, cazzo, André!»
Urla, e per un istante le luci della stanza sfarfallano violentemente.
«Quella ragazzina di merda non vale un mignolo del mio piede! Lei è viva, è vuota, è niente! Io sono... io sono tutto quello che hai!»
Mi fermo. Le nocche sono bianche mentre stringo il bordo del comò. La rabbia, quella vera, quella che tenevo sepolta sotto il lutto e la paura, esplode all'improvviso. Mi giro di scatto verso il punto in cui la sua sagoma vibra nell'aria.
«Tu dai qualcosa a me, io do qualcosa a te,» le dico in un soffio carico di veleno. «Prima, davanti alla TV, non hai voluto dirmi niente. Ti sei chiusa, sei scappata. Finché non ti apri con me, finché non mi dici chi sei e cosa ti è successo, io non ti ascolto più. Faccio quello che voglio della mia vita, hai capito? Sono io quello che respira, non tu.»
Lei si incazza. Lo sento dalla pressione che aumenta nelle orecchie, da un sibilo acuto che fa vibrare i vetri delle finestre. Poi, con una fiammata di freddo che mi toglie il fiato, scompare nel nulla. Mi lascia solo, tremante e madido di sudore.
Il telefono vibra sul letto. È Silvia.
“André non mi hai più risposto prima, cosa stai facendo di bello? ❤️”
Mi sento un verme. Le dita esitano sulla tastiera, poi digito una bugia che mi scava lo stomaco:
“Scusa piccola, mio padre mi ha fatto una sfuriata epica perché sono sempre fuori. Mi ha tolto le chiavi, sono chiuso in camera in punizione per stasera. Ci sentiamo domani, promesso.”
Chiudo la chat prima di poter vedere la sua risposta. Mi vesto a caso, infilando la prima giacca che trovo. Esco in corridoio e incrocio mio padre.
«Vai?» mi chiede. Annuisco soltanto. Lui sa che vado da Francesca. Per lui, la figlia di Elena è famiglia, è normalità, è quello che vorrebbe per me. Non immagina che sto andando incontro a un'altra tempesta.
Infilo le cuffie. Il mondo esterno si spegne sotto le note malinconiche del sintetizzatore.
«I was bruised and battered, I couldn't tell what I felt...»
Bruce Springsteen inizia a cantare la solitudine di chi cammina senza meta, e io esco di casa. Salgo sullo scooter e punto verso il lungomare. Il Libeccio mi schiaffeggia il viso, ma nelle orecchie ho solo le strade di Philadelphia e nel cuore il terrore di quello che Francesca sta per dirmi al "Cristallo".
Arrivo al Cristallo che il pezzo di Springsteen sta sfumando nelle orecchie. Parcheggio il monopattino a noleggio sul marciapiede, tra i motorini dei "fighetti" della Livorno bene. Il locale è un tripudio di luci blu neon che rimbalzano sui bicchieri e musica lounge che ti martella la testa. Odore di gin, profumi costosi e quel salmastro che non ti abbandona mai.
La vedo subito. È seduta al nostro tavolino, quello in fondo alla veranda, protetto dal gelsomino.
Francesca è... fotonica. Indossa un top di seta nera che le scivola addosso come acqua e dei pantaloni bianchi che gridano "soldi". I capelli biondo freddo le ricadono sulle spalle perfettamente lisci. Mi studia mentre sorseggia un drink trasparente.
«Sei in ritardo, dé,» esclama, con quel tono strascicato che sa di comando. «S’era detto alle nove, no alle nove e un quarto. Ma ti s’è fuso l’orologio o t’ha trattenuto la Moretti?»
Mi siedo davanti a lei, cercando di sembrare disinvolto. «Mio padre, Franci. S’è messo a fa’ la predica, lo sai com’è fatto quando parte col filippico.»
Lei poggia il bicchiere e si sporge in avanti. La luce blu del neon le rende gli occhi due pezzi di ghiaccio azzurro.
«Senti, per oggi... a scuola. Mi s’è chiusa la vena, ok? Ma deh, vederti lì a sbavare dietro a quella... Andrea, io un ce l’ho con la Silvia, per carità. La rispetto, ognuno fa le sue scelte. Però andiamo, lo sanno tutti che è una vera stronza, una che usa le persone e poi le butta. Mi faceva fatica vederti finire nel frullatore.»
Non rispondo subito, ma stavolta non abbasso lo sguardo. Lei sospira e il viso le si addolcisce all’improvviso. Cambia marcia.
«Ma lo vedi dove siamo?» sussurra, indicando il bancone. «Ti ricordi quando s’aveva cinque anni e si veniva qui con le mamme? Te eri un disastro, dé. Una volta ti s’è rovesciato tutto il cono al cioccolato sopra il vestitino bianco che m’aveva preso la mia.»
Sorrido, nonostante tutto. Il ricordo affiora nitido. «Boia, è vero! Tua madre s'incazzò come una vipera perché era seta pura, e la mia rideva come una matta mentre cercava di pulirti col tovagliolino di carta imbevuto di seltz... faceva un casino peggio di prima!»
Francesca scoppia a ridere, una risata cristallina che mi disarma. «Sì! E quella volta alla rotonda, con le bici?»
«Oh, lì m'hai ammazzato,» intervengo io, stavolta ridendo di gusto. «Io andavo tutto impacciato perché m'avevano appena tolto le rotelle e tremavo come una foglia, e te sei sbucata a cannone dalla pineta e m'hai centrato in pieno!»
«Siamo finiti per terra a ridere come degli imbecilli,» continua lei, prendendomi una mano sul tavolino. La sua pelle è calda, rassicurante. «E in terza elementare? Alla gita allo zoo?»
«Il tipo della sezione B,» dico io, anticipandola. «Quello col testone che faceva il bulletto.»
«Esatto! Voleva per forza toccarmi il sedere... Ti ricordi che facesti? Gli andasti muso contro muso, anche se era il doppio di te. Mi dicesti: "Lei non si tocca".»
Mi fissa negli occhi, stringendo la presa. «Eri il mio cavaliere, Andrea. Da dove siamo passati a questo? Da quando quella lì è diventata più importante di tutto quello che siamo stati noi?»
Sento il marchio sul collo che inizia a pizzicare. Ma stavolta non è il gelo dello Spettro. È il calore della nostalgia, un senso di colpa che mi chiude la gola. Mi sento un traditore a essere qui, ma mi sentivo un traditore anche a stare con Silvia.
«Franci... lo sai che per me sei speciale,» biascico, lasciandomi trascinare dal suo profumo.
Lei sorride. Ha vinto. Lo sa.
«Allora dimostramelo, dé. Sabato c’è la festa da ghingo, dopo la gita. Non ci andare con lei. Vieni con me. Come ai vecchi tempi.»
Proprio mentre sto per rispondere, la musica lounge del locale ha un sussulto. Un gracchiare improvviso, un rumore di statico elettrico che mi gela il sangue. Il marchio sul collo esplode in una fitta rovente. Lei è qui. E non le piace per niente quello che sta succedendo.
Il gracchiare delle casse mi riporta bruscamente alla realtà. Il gelo del marchio mi ricorda chi ho alle spalle, mentre il calore della mano di Francesca cerca di tenermi legato al passato. Prendo un respiro profondo e le scosto la mano, piano, ma con fermezza.
«Franci, basta,» dico, e la mia voce non è più quella del ragazzino che le rovesciava il gelato addosso. «È stato bello, davvero. Ma non siamo più a quella gita allo zoo.»
Lei inarca un sopracciglio, sorpresa dal mio tono. Il suo sorriso si incrina appena.
«Senti,» continuo, abbandonando il livornese per un italiano che mi serve a mettere distanza, «io adesso sto con Silvia. E il fatto che tu faccia tutto questo proprio ora... un po' mi puzza. Quante volte te l'ho chiesto, Franci? Quante volte ho sperato che tra noi ci fosse qualcosa di più di una gita in bici? Non mi hai mai degnato di uno sguardo che non fosse di sufficienza. Mi tenevi lì, come il tuo cavaliere di scorta.»
Francesca si irrigidisce. La luce blu del neon le rende il viso una maschera di porcellana fredda.
«Tu rimarrai sempre parte della mia storia, della mia vita. Sei la figlia di Elena, sei cresciuta con me. Ma ora le cose sono cambiate. Io sto con la Moretti. E se devo andare a una festa, o in Grecia, o ovunque... ci vado con lei. Mi sembra di averlo già dimostrato in classe oggi, no?»
Il silenzio che segue è pesante come il piombo. La musica lounge sembra un ronzio fastidioso in sottofondo. Francesca mi fissa per interminabili secondi, poi scoppia in una risata breve, secca, priva di ogni traccia di divertimento.
«La Grecia, Andrea? Davvero?» si sporge verso di me, gli occhi ridotti a due fessure. «Tu pensi che un voto per una gita valga quanto anni di vita passati insieme? Sei così ingenuo da credere che basti "stare" con una come la Moretti per cancellare chi sei?»
Fa una pausa drammatica, poi sferra il colpo basso, quello che sa che mi manderà al tappeto.
«Lo sanno tutti, Andrea. Lo sanno tutti che lei ha già perso la verginità con mezza Livorno. E tu? Tu sei lì, tutto impacciato, a farti intenerire dai suoi sguardi da vittima. Ma lo capisci che per lei sei solo un passatempo? Un modo per sentirsi "pulita" dopo essere passata tra le mani di Mastagni e di tutti gli altri?»
Mi sento mancare il respiro. È come se mi avesse tirato un pugno allo stomaco.
«Mentre tu sogni la Grecia e il grande amore, lei pensa a quanto sei facile da manipolare perché non hai mai toccato una donna in vita tua. Ti ha già raccontato di com'è stato con gli altri sei? O aspetta che tu faccia la figura dell'idiota per riderti alle spalle con le sue amiche?»
Il marchio sul collo brucia in modo insopportabile. Lo Spettro ora non è più geloso: è eccitato. Sento la sua vibrazione maligna nutrirsi del mio dubbio, del veleno che Francesca mi sta iniettando nelle vene.
«Non parlare di lei così,» sibilo, ma la mia voce è debole.
«Io parlo come voglio, perché ti conosco meglio di chiunque altro,» conclude lei, alzandosi e lasciando una banconota da venti sul tavolo con un gesto di sdegno. «Buona fortuna con la tua "scelta", Andrea. Spero solo che quando ti sveglierai dal letargo, non sia troppo tardi per tornare a casa. Perché stavolta, il "solito posto" potrebbe non esserci più.»
Gira i tacchi e si allontana tra i tavoli, la schiena dritta e il passo sicuro di chi sa di aver lasciato una ferita aperta. Resto lì da solo, col profumo di gelsomino che sa di funerale e le parole di Francesca che girano come avvoltoi nella mia testa: sei solo un passatempo.
Lascio il Cristallo con le parole di Francesca che mi rimbombano in testa come colpi di martello. Non riesco a tornare a casa; ho bisogno di aria, di sale, di quel vuoto che solo il Tirreno sa riempire. Alle 22:30 la Terrazza Mascagni è un deserto di marmo bianco e nero sotto una luna che sembra un osso lavato dal mare. Mi siedo sulla spalletta, i piedi a penzoloni nel buio, e faccio partire In My Blood di Shawn Mendes. Il ritmo mi martella il petto, riportandomi a un anno fa, a quella notte in cui tutto è cambiato, rivedo il viso di mamma. Lei è lì, a pochi metri da me. Fluttua sopra le onde che si infrangono sulla battigia, i piedi nudi che sfiorano la schiuma senza mai bagnarsi. Mi fissa con quelle pupille nere come l'abisso, immobile, come se stesse aspettando di vedere se le ferite di Francesca mi abbiano finalmente spezzato.
All'improvviso il telefono vibra. È Silvia. Rispondo senza fiato, e la sua voce arriva come una scossa elettrica che attraversa la distorsione dello Spettro. «Andrè... un lo so mica, ma stasera t'avevo proprio qui, tra i pensieri,» sussurra, e io sento un brivido che non è gelo, ma una connessione strana, quasi telepatica, che mi mozza il respiro. Ma poi lei si interrompe. Sente il boato ritmico del mare che entra nel microfono, quel rumore di onde che non dovrebbe esserci se fossi davvero chiuso in camera. «Ma dove cavolo sei, Andrè? Ma che è codesto rumore?» sbotta, passando istantaneamente al livornese più stretto.
«Sono scappato di casa, Silvia,» mento a metà, mentre guardo lo Spettro inclinare la testa con un sorriso obliquo e crudele. «Sono alla Terrazza. Ho litigato di nuovo con mio padre, un ce la facevo più a stare lì dentro». Sento il suo respiro farsi pesante dall'altra parte del filo. La sua agitazione scioglie ogni posa da seduttrice, lasciando solo la ragazza di scoglio che è dentro di lei. «Resta lì, un ti muovere di un millimetro, mi senti? Aspettami, arrivo subito!» grida quasi, con una foga verace che mi scalda il sangue. Riattacca, e io rimango lì, sospeso tra la musica nelle orecchie e il silenzio dello Spettro che continua a fluttuare sull'acqua, pronta a vedere cosa succederà quando la ragazza con la gonna azzurra arriverà a reclamare ciò che resta della mia anima.