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Creato il 05/09/2026, 13:34 · Aggiornato il 05/09/2026, 13:36

Capitolo 11: Puntata 11 – Beautiful People

@bergadavideDavide
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Copertina AI
  • Violenza
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La sveglia suona alle 07:10, ma è un rumore inutile. Sono sveglio da ore.

Resto immobile sotto le coperte, con gli occhi sbarrati a fissare il soffitto grigio, mentre la mente riavvolge il nastro di ieri sera come un film fuori fuoco. Mi scorre tutto davanti in un montaggio frenetico: il calore della veranda, il sapore di fragola di Silvia che mi ha fatto dimenticare per un istante chi sono, il rumore della musica nel seminterrato e quell’illusione di essere un ragazzo normale in una festa normale.

Poi, il buio. L’incubo delle 3:30 che mi ha strappato il respiro. Adesso non ho più dubbi: non è stato solo un brutto sogno. Quella pioggia gelida, l’asfalto che tagliava i piedi nudi, quel senso di morte imminente… era lei. Sono i suoi ricordi. Lo Spettro mi ha aperto la testa e ci ha riversato dentro il suo terrore, marchiandomi non solo sulla pelle, ma anche dentro la memoria. Sapere che quel dolore è reale, che è accaduto davvero, mi fa sentire come se avessi del piombo nelle vene.

E poi c’è il pensiero che mi martella le tempie: è venerdì.

Dovrebbe essere il giorno più bello, l’inizio della libertà, invece mi sembra l’inizio di un’esecuzione. Mi alzo con le ossa che sembrano fatte di vetro. Ogni movimento è un rischio.

Mi trascino in cucina e il silenzio mi accoglie come uno schiaffo. Papà non c’è. Sul tavolo, accanto alla tazzina sporca di caffè, ha lasciato la bolletta dell’elettricità. La striscia rossa del sollecito sembra il marchio che ho sul collo: un avvertimento di pericolo imminente.

Bzz. Bzz.

Il telefono vibra sul tavolo. Un messaggio dalla banca: Accredito Wallet effettuato.

Subito dopo, un WhatsApp di mio padre:

«André, ho caricato i soldi. Vai in posta appena aprono, prima di andare a scuola. Ho un casino con i fornitori in tabaccheria, se non paghiamo oggi ci staccano tutto. Pensaci tu.»

“Pensaci tu”. Sospiro, guardando il saldo sul telefono. I soldi ci sono, ma mi sento addosso tutto il peso di una casa che non sa più stare in piedi. Era mamma l’architetto di tutto; lei faceva quadrare i numeri e le emozioni. Lui è solo un uomo che scappa dai problemi prima ancora che sorga il sole. Mi tocca andare a pagare la luce per non restare al buio con lo Spettro anche stasera.

Il telefono vibra di nuovo. È Silvia.

Il cuore mi fa un balzo, un riflesso incondizionato che spazza via per un secondo l’odore di caffè stantio e fiori d’arancio marci.

«Buongiorno Andrè! ❤️ Oggi c’è la grande decisione: Spagna o Grecia? Ma prima ho bisogno di una mano…»

Passano tre secondi e arrivano due foto. Silvia è davanti allo specchio della sua camera.

Nella prima indossa una gonna a pieghe scurissima, quasi collegiale. Nella seconda, una versione più corta, azzurro elettrico, che le fascia i fianchi in un modo che mi mozza il fiato.

«Scegli tu: quale ti piace di più? Quella che preferisci la indosserò oggi a scuola. 😉»

Resto a fissare lo schermo. Le sue gambe nella foto sono vive, reali, calde. Sono l’esatto opposto di quelle gambe diafane che stanotte correvano sull’asfalto tagliandosi i piedi nel mio incubo. Silvia mi sta offrendo una scialuppa di salvataggio fatta di seta e desiderio, proprio mentre sto affogando tra un sollecito di pagamento e un ufficio postale.

Sorrido, un gesto involontario che mi riga il viso stanco. Digito veloce:

«La 2. Decisamente la 2. Ci vediamo a scuola, devo passare in posta a pagare la luce prima… 😅»

Prendo la bolletta, infilo lo zaino e chiudo la porta di casa dietro di me. Appena sono sul pianerottolo, infilo le cuffie bluetooth. Ho bisogno di isolarmi, di non sentire il rumore del mondo che non capisce. Faccio partire “Better to Have Lost in Love (Than Never to Have Loved at All)” degli Eurythmics. La voce di Annie Lennox entra dritta nel cervello con quel ritmo sintetico, freddo e bellissimo. Beautiful People.

Mentre cammino verso la posta, sento il marchio che pulsa a tempo con il basso della canzone.

Per ora, l’unico obiettivo è non farci staccare la corrente.

Prendo la bolletta dal mobiletto dell’ingresso – quella rosa shocking con il logo della luce che sembra urlare “pagami o resti al buio” – la infilo nello zaino insieme al quaderno di matematica e al pacchetto di fazzoletti che uso più per asciugarmi le lacrime che per il naso. Chiudo la porta di casa dietro di me con un tonfo sordo, il clic della serratura che mi fa sempre l’effetto di una ghigliottina leggera, mentre le note mi avvolgono come una coperta di metallo, gelida ma confortante.

Scendo le scale – primo piano, secondo, terzo – e esco dal portone. Via Donatori di Sangue è ancora silenziosa a quest’ora: qualche anziano che porta fuori il cane, una signora con la spesa che cammina lenta, il rumore lontano di un motorino che parte. Giro a destra, direzione via dell’Ardenza Mare, scendendo piano verso il mare. Il percorso è breve, una decina di minuti: supero le villette basse con i balconi stretti, i garage aperti con motorini smontati, i panni stesi che sbattono piano nel Libeccio leggero. Passo davanti al piccolo bar tabaccheria dove papà lavora, ma non mi fermo – non oggi. L’aria sa di salsedine mista a gas di scarico e caffè da lontano.

Arrivo in via Luigi Settembrini. L’ufficio postale è lì, al civico 31: un edificio squadrato anni ’70, intonaco chiaro un po’ scrostato dal salmastro, vetrata grande con le scritte gialle Poste Italiane che si illuminano ancora debolmente. La zona è viva ma tranquilla: edicola all’angolo, panificio che apre le saracinesche, qualche macchina parcheggiata male. Tutti conoscono tutti, qui ad Ardenza: è un quartiere dove le facce si ripetono, i saluti si fanno con un cenno del capo, e i pettegolezzi girano più veloci del vento.

Entro. Coda di quattro persone. Mi metto in fila. La signora davanti a me si gira, mi riconosce subito.

«Andrea! Ciao caro. Come stai?»

Sorrido tirato. «Bene, grazie signora Pina.»

Lei annuisce, ma il suo sguardo è quello di chi sa. Sa di mamma Serena, l’infermiera con il camice azzurro che sorrideva sempre, che curava i bambini del quartiere senza chiedere niente, che era una personalità qui: dolce, presente, ben voluta da tutti. Sa anche di mio padre: Marco, il tabaccaio che dopo la morte si è chiuso tutto dentro, che parla poco, che vive di routine e calcetto. Sa che io sono rimasto solo con lui, e che non è la stessa cosa.

Quando arriva il mio turno, l’impiegata allo sportello – una signora sulla cinquantina con occhiali spessi – mi fa passare avanti senza che lo chieda.

«Vai, Andrea, che devi andare a scuola. Dai, veloce.»

Le porgo la bolletta. Lei la prende, la legge, mi guarda un attimo con quell’aria di compatimento che ormai conosco a memoria: non è pietà cattiva, è solo il modo in cui il quartiere mi guarda da quando mamma non c’è più. Pagamento ok, bancomat funziona al primo colpo (miracolo), ricevuta in mano.

«Stammi bene, eh?» dice piano mentre mi saluta.

Esco.

E lei è lì.

Silvia.

Appoggiata al monopattino nero opaco con gli adesivi glitterati, braccia incrociate, gonna azzurra che le fascia i fianchi e le gambe nude che brillano sotto la luce grigia del mattino. Sorride, quel sorriso predatore e dolce insieme che mi fa mancare il fiato.

«Sorpresa!.»

Il marchio pulsa una volta, forte, come un avvertimento.

Ma io sorrido lo stesso.

Salgo e lei come ieri sera mi lascia guidare, non prima d’esserci scambiati un bacio veloce.

La giornata è appena cominciata, ed è cominciata benissimo!

La seconda ora è quella della Conti.

Letteratura italiana, ma oggi niente Saffo. È l’ora dell’assemblea di classe – o meglio, quella che dovrebbe esserlo. Entro in aula con le cuffie ancora nelle orecchie, anche se ho tolto la musica da un pezzo. Mi siedo all’ultimo banco, vicino alla finestra, sperando di sparire.

La Conti entra, posa la borsa sulla cattedra con quel suo sospiro teatrale, guarda l’orologio e dice: «Ragazze, assemblea per la gita. Valenti coordina come rappresentante, io faccio da arbitro. Cercate di non ammazzarvi.»

Poi si siede sull’ultima sedia libera in fondo, apre un libro e si mette comoda. Finché non volano sedie, lei resta fuori.

La Valenti si alza per prima.

Capelli biondi perfetti, voce calma ma tagliente. È la regina delle discoteche, la fighetta che vuole solo brillare: «Propongo la Spagna. Barcellona, Costa Brava, magari un paio di giorni a Ibiza. È moderna, divertente, c’è movida, spiagge, si può andare a ballare la sera. È quello che vogliamo tutte dopo un anno chiuse qui dentro. È la scelta più smart. Chi è d’accordo?»

La Moretti, seduta al suo posto due banchi avanti a me, si alza in piedi. La gonna azzurra vibra mentre sfida la Valenti con lo sguardo. Usa la cultura come uno scudo e come un insulto.

«Smart? Vorrai dire banale, Valenti. Dopo un anno di Omero e Saffo, io dico Grecia: Atene e Delfi. È il viaggio perfetto per un classico. Templi, arte, storia viva. La Spagna è solo alcol e rumore. Vogliamo davvero sprecare così la gita?»

La Valenti si gira di scatto, gli occhi azzurro ghiaccio che si restringono.

«Grecia? Ma per favore, Moretti. Tu non sai nemmeno dove sia Delfi. Lo sappiamo tutti perché vuoi la Grecia. Vuoi fare la profonda per farti notare da Roli.» Poi, con un sorriso velenoso, lancia l’affondo davanti a tutta la classe: «Anzi, diciamo le cose come stanno: tu speri che la Grecia sia abbastanza romantica perché lui finalmente ti scopi, visto che è l’unico che non ti sei ancora portata a letto.»

Il silenzio in classe diventa di piombo. La Moretti diventa rossa, ma non di imbarazzo. È rabbia pura, umiliazione trasformata in fiamme perché l’offesa è stata lanciata davanti ai miei occhi, colpendola nel punto più vulnerabile.

«Come ti permetti, troia?» urla la Moretti, scattando in piedi e facendo quasi volare il banco, pronta a saltare addosso alla Valenti per picchiarla. Ma io la prendo al volo abbracciandola, tra gli sguardi delle nostre compagne.

Un colpo secco rimbomba nell’aula. La Conti ha sbattuto il libro sulla cattedra e si è alzata in piedi.

«MORETTI! VALENTI! Al vostro posto. Subito!» grida la professoressa. «Fine delle buffonate. Si vota, ora.»

Silvia torna al suo posto e si siede, con le mani che tremano sul legno del banco, lo sguardo fisso davanti a sé. La Valenti sorride, sa di averla colpita dove fa più male.

«Chi vota per la Spagna?» dice la Conti.

Le mani scattano in alto. È la scelta facile, quella che fa contente tutte. La Boni, la Giani, la Ricci, la Ferretti… le vedo alzarsi una dopo l’altra. Conto venti mani.

«E chi vota per la Grecia?»

La Moretti alza la sua, solitaria. Altre quattro ragazze la seguono, forse quelle più stanche della dittatura della Valenti.

Io esito un secondo. Sento il freddo dello Spettro che mi sfiora la nuca, un avvertimento gelido. Poi alzo la mano.

«Roli vota Grecia,» annota la Conti.

La Moretti si volta un istante verso di me. È ancora scossa per l’insulto della Valenti, ma vedere che ho votato per la sua idea la lascia senza fiato. La Valenti, invece, mi fissa con le labbra bianche dalla rabbia: ho votato contro di lei, contro la sua Spagna “perfetta”.

«Spagna vince 20 a 5,» dichiara la Conti chiudendo il registro. «Andremo a Barcellona. Fine dell’assemblea.»

La Valenti non dice niente, ma sento il suo odio bruciarmi la schiena.

La guerra è appena iniziata, e Barcellona sarà il campo di battaglia finale.

Passa anche la seconda ora con la Conti. Poesia greca, stavolta. Dovrei concentrarmi sui versi di Alceo, ma le parole sul libro sono solo macchie d’inchiostro che danzano sotto i miei occhi stanchi. Lo Spettro non mi ha mollato un secondo. È rimasta lì, rannicchiata nell’angolo più buio vicino all’armadio dei dizionari, con quel vestitino blu che sembrava assorbire la poca luce dell’aula.

«Grecia…» sussurra. La sua voce non passa dalle orecchie, mi fiorisce direttamente dentro il cranio come un soffio di ghiaccio. «È per questo che hai votato con lei? Perché speri che tra le rovine del Partenone lei ti porti a letto? Magari è la volta buona che perdi quella tua fastidiosa verginità…».

Sento il sangue salirmi al volto per l’imbarazzo e la rabbia, ma non posso risponderle senza sembrare pazzo davanti a ventiquattro ragazze.

«Comunque, Spagna o Grecia, per me non fa differenza,» continua lei, scivolando lungo la parete come un’ombra liquida fino ad arrivare dietro le mie spalle. «Con quella puttanella avrai la tua occasione anche a Barcellona. E io sarò lì, Andrea. Proprio sopra di voi. Sarò il freddo che vi toglierà il fiato nel momento più bello. Vi guarderò finché non implorerete pietà.».

Ride. È un suono stridente, simile a un’unghia che gratta su una lavagna, che mi fa vibrare i denti fin nelle radici. Svanisce nel nulla proprio mentre la campanella squarcia il silenzio, lasciandomi con un senso di nausea e il marchio sul collo che scotta come se fosse stato appena inciso.»

Suona la campanella.

Sì cambia aula. Nelle ultime due ore ci aspetta matematica con la Bonsignori. Il corridoio diventa istantaneamente un ammasso informe di zaini che sbattono, risate stridule e urla che rimbalzano sulle pareti di linoleum. La classe si mette in moto in massa, un fiume di ventiquattro ragazze che trascina via tutto. Il compito sulle funzioni incombe come una ghigliottina in fondo al corridoio, ma per me le x e le y sono l’ultimo dei pensieri: ho ancora nelle orecchie la risata sporca dello Spettro.

Mi alzo a fatica, sentendo il peso del mondo sulle spalle. Infilo il quaderno nello zaino con gesti meccanici, pronto a farmi trascinare dalla corrente, quando qualcuno blocca il mio movimento.

Una sagoma si ferma proprio davanti al mio banco. Alzo lo sguardo.

È Silvia.

È ferma, in piedi, mentre tutto il resto della classe le scorre ai lati come acqua intorno a uno scoglio. Mi guarda, e per un secondo il caos del corridoio svanisce.»

Non ha la solita grinta.

Ha gli occhi bassi, puntati sulle punte delle scarpe, e si tortura le dita con un nervosismo che non le appartiene. Aspetta che le altre si allontanino, che il rumore delle compagne — la Boni e la Giani che ridono forte — diventi un’eco lontana.

«Andrè…» sussurra. La voce le trema appena.

Mi volto piano. La vedo così fragile che per un attimo il freddo dello Spettro sembra quasi retrocedere.

Appoggio una mano sulle sue che si fermano finalmente: «Dimmi, Silvia.»

Lei solleva lo sguardo, ma non riesce a reggerlo. Lo sposta subito di lato. «Quello che ha detto quella stronza della Valenti prima… in assemblea…» Fa un respiro profondo. «Non è vero. Non mi sono fatta scopare da chiunque. Non sono quella che lei vuole far credere.»

Le sue mani riprendono a muoversi. È l’immagine della vergogna, un sentimento che su di lei sembra un vestito di tre taglie più piccolo.

«Ehi,» dico io, abbassando la voce, cercando di creare una bolla solo per noi due. «Guardami.»

Dolcemente le alzo il mento con una mano e la guardo negli occhi.

Sono lucidi.

«Non credo ad una sola parola della Valenti,» continuo. «Sappiamo come è fatta. Voleva solo colpirti perché l’avevi messa in difficoltà sulla Grecia. Non mi interessa quello che dice lei. Davvero!»

Silvia accenna un sorriso amaro, stringendo le labbra. «Sì, ma l’ha detto davanti a te. Mi ha fatto passare per una…» Si interrompe, deglutendo il resto della frase.

«Per me conta solo quello che dici tu,» la interrompo io. «E quello che dice la Valenti vale zero!»

Lei tira su col naso, raddrizzando un po’ le spalle. Mi lancia un’occhiata rapida, poi si guarda intorno per assicurarsi che siamo rimasti soli.

«Si però…Voglio riparlarne meglio,» dice quasi in un soffio. «Ma non qui. Non con queste intorno che spiano anche come respiri. Parliamone fuori, dopo scuola. In privato.»

Annuisco. Il pensiero di stare da solo con lei mi fa scattare un battito irregolare nel petto.

«Va bene. Dopo scuola. Non vedo l’ora!»

«Promesso?» chiede lei, cercando una conferma che sembra vitale.

«Promesso.»

Lei mi sfiora appena la mano — un tocco elettrico — poi si volta e si avvia verso l’aula di matematica. La seguo con lo sguardo, sentendo il marchio sul collo che ricomincia a pulsare. Non è dolore stavolta, è un avvertimento gelido.

Dopo scuola – Parco SMS (Parco Pertini), 15:05

Ci buttiamo sulle altalene arrugginite, quelle dove da piccoli facevamo a gara a chi spaccava il cielo. Ora cigolano da morire sotto il nostro peso, ma chi se ne frega. C’è un sole di marzo che spacca, il Libeccio porta l’odore del mare e della pineta fin qui. In fondo al prato dei ragazzini urlano dietro a un pallone, ma per noi è come se ci fosse il muto.

Silvia dondola piano, le scarpe che grattano sulla ghiaia. Ha ancora la gonna azzurra di stamattina, ma ora, così vicini, mi sembra tutto più… reale. Io stringo le catene così forte che ho le nocche bianche.

«Allora…» attacca lei, fissando il vuoto. «Quello che ha sparato la Valenti oggi… mi ha fatto salire il crimine, però… non è che siano tutte cavolate.»

La guardo. Sto zitto. Aspetto.

«Io non sono una che la dà al primo che passa, ok? Non sono la tipa che dice lei. Ma… sì, non sono più vergine. E lo sai chi è stato l’ultimo.»

Annuisco. «Marco Mastagni.»

Lei storce la bocca, come se avesse mangiato un limone. «Politecnico. Beccato l’anno scorso a un party in via Borra. Faceva il gentile, quello profondo. Abbiamo fatto… sì, vabbè, hai capito. Un paio di volte. Poi è ghostato male. Classico.»

Silenzio. Solo il gnic-gnac delle altalene.

«Per me invece…» dico alla fine, con la voce che mi trema un po’, «tu sei la prima. Non ho mai… cioè, baci sì, ma mai andato oltre. Mai fatto sul serio.»

Lei si gira di botto. Ha gli occhi sbarrati. «Ma dici sul serio?»

«Giuro.» Mi stringo nelle spalle. «Ci pensi, ovvio. Ma… non so. Paura di fare una figura di merda, credo. Di non essere all’altezza. E poi dopo mamma… mi sono spento. Non riuscivo a connettermi con nessuno.»

Silvia pianta i piedi a terra. L’altalena si ferma. Mi fissa come se mi stesse scannerizzando l’anima. Capisce che sono impacciato, che sotto questa corazza da “bello e tenebroso” sono un disastro di nervi.

«Vieni con me,» dice all’improvviso, alzandosi. Mi prende per mano. «Ti faccio vedere un posto. Lontano da questi mocciosi che urlano.»

Mi trascina dietro una collinetta di pini, in una zona del parco dove l’erba è più alta e le siepi formano un muro. C’è una panchina di legno scrostata, mezza nascosta dall’ombra dei lecci. È il suo rifugio.

Ci sediamo e, prima che io possa dire “a”, lei è già addosso. Mi spinge contro lo schienale, le sue mani mi prendono il viso e le labbra mi assaltano. Non è il bacio timido di ieri. È fuoco. Sento il profumo di fragola farsi intenso, sento il calore delle sue gambe sotto la gonna azzurra che premono contro le mie. La lingua, il respiro spezzato… mi gira la testa. Provo a starle dietro, le mie mani scendono sui suoi fianchi, cerco di stringerla di più, forse con troppa foga.

Lei si stacca di colpo, a un centimetro dalla mia bocca. Sorride, ma ha il fiato corto.

«Ehi… piano, campione,» sussurra, mettendomi una mano sul petto per tenermi a distanza. «Abbiamo tutto il tempo del mondo. Non serve correre come se non ci fosse un domani.»

Io resto lì, col cuore che mi batte nelle orecchie e un senso di vuoto improvviso. Mi sento un idiota, come se avessi sbagliato mossa.

«Facciamo un passo alla volta, okay?» continua lei, accarezzandomi la guancia con il pollice. «Voglio che sia giusto. Per entrambi.»

Annuisco, cercando di riprendere il controllo del respiro. Capisco che ha ragione, che lei sta proteggendo me tanto quanto se stessa. Ma proprio in quel momento di dolcezza, il collo esplode.

Il marchio brucia. Una fitta gelida e rovente insieme, come se qualcuno mi stesse piantando un chiodo di ghiaccio nella carotide. Mi irrigidisco, il sorriso mi muore in gola.

Oltre la spalla di Silvia, nell’ombra fitta tra due tronchi d’albero, vedo un lembo di tessuto azzurro pallido sparire. Non è la sua gonna. Sono i fiori bianchi del vestito dello Spettro.

«Pari?» sibila una voce nella mia testa, gelida come la morte. «Non sarai mai pari a nessuno, Andrea. Tu appartieni a me.»

Il sole cala, il parco si svuota. Restiamo lì sulla panchina, con le mani intrecciate, ma io so che la tregua è finita. Stasera, nel buio della mia stanza, dovrò pagare il conto.

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