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Creato il 24/08/2026, 08:36 · Aggiornato il 24/08/2026, 08:36

Capitolo 6: Pausa

@bergadavideDavide
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Il mio cellulare vibrò in tasca all'improvviso, nel bel mezzo del boato della musica. Lo estrassi d'istinto e il display si illuminò nel buio del locale, proiettando una luce fredda e accusatoria sul mio viso.

Proprio in quell'istante, mentre eseguiva i vocalizzi finali della canzone dei Greta Van Fleet, Lucia abbassò il microfono. Nonostante fosse completamente immersa nella performance e madida di sudore, vidi i suoi occhi incrociare i miei sotto i riflettori. Mi fissò con un'espressione che oscillava tra l'interrogativo e il gelido sospetto, proprio mentre io leggevo la notifica a comparsa sullo schermo: un messaggio vocale di Sole.

Beccato... pensai, sentendo un nodo stringermi lo stomaco. Come diavolo aveva fatto a notarmi con tutto quel buio?

Edoardo, ancora avvinghiato a Laura come un'edera al muro, mi diede una spallata che quasi mi fece cadere il telefono.

«Un altro messaggio?» mi urlò nell'orecchio, la voce impastata di birra. «Chi ti scrive a quest'ora?»

Con uno sguardo che era un misto di curiosità e malizia, mi fece capire che non si sarebbe accontentato di una risposta vaga.

«È un vocale di Sole, ma in mezzo a questo casino non si sente...» risposi, cercando di mantenere un tono piatto, mentre una goccia di sudore freddo iniziava a imperlarmi la fronte.

«Non è vero!» esclamò Laura, subito sul pezzo, gli occhi accesi da un guizzo spietato. «Se te lo appoggi all'orecchio si sente benissimo!» Si staccò da Edoardo e mi puntò addosso un sorriso che prometteva guai. «Sarà sicuramente una cosa importante,» aggiunse, picchiettando teatralmente sull'orologio che portava al polso, «per scriverti alle dieci di sabato sera...»

Lasciò la frase in sospeso, lo sguardo che saettava verso il palco. Lucia, nel frattempo, stava sorseggiando dell'acqua da una bottiglietta di plastica mentre Jack, Alyce e Alex chiudevano la coda strumentale di Highway Tune.

«Ciccio, Ciccio!» incalzò Laura, la voce acuta che tagliava l'aria come un rasoio affilato, scuotendo la testa. «Chi mai ti disturba nel bel mezzo del concerto della tua fidanzata? Un'amante segreta? Un'offerta di lavoro irrinunciabile? O forse... il tuo spacciatore di taralli con consegna rapida in monopattino?» Mimò il manubrio del monopattino, gesticolando in modo esagerato.

Edoardo, fino a quel momento complice silenzioso, scoppiò a ridere, rifilandomi una manata sulla spalla con una forza tale da farmi vacillare. Sentii il calore salirmi alle guance. Cercavo disperatamente di inventarmi una scusa plausibile, ma la mia mente andò in cortocircuito. Mi sentivo come in quella puntata di The Big Bang Theory in cui Sheldon cerca di spiegare la fisica quantistica a Penny e finisce per blaterare di gatti e stringhe. Ero intrappolato in un labirinto di imbarazzo cosmico e stavo per balbettare una cazzata monumentale.

«È solo... Sole. Probabilmente è il solito monologo di dieci minuti sui suoi gatti,» cercai di sdrammatizzare, ma la mia voce era raschiata e tradiva un nervosismo evidente.

«Sole?» ripeté Laura, inarcando un sopracciglio perfetto. «E questa tua 'amica' non poteva aspettare domani per mandarti un resoconto sui suoi 'gattini'?» Sottolineò l'ultima parola mimando le virgolette con le dita. «Doveva per forza mandarti quel messaggio di vitale importanza proprio adesso?»

Mi diede una spinta giocosa, ma i suoi occhi non ridevano affatto. «Sospetto... molto sospetto,» sibilò. «Sai,» continuò, avvicinandosi a un millimetro dal mio orecchio, «mi piacerebbe tanto ascoltare quel messaggio... ma sicuramente è una cosa troppo privata

Agitò l'indice davanti al mio naso, facendo no con la testa, lasciandomi intendere che aveva capito perfettamente che stavo nascondendo qualcosa.

Dal palco, un feedback del microfono richiamò l'attenzione di tutti. Lucia si era riavvicinata all'asta, il respiro ancora corto.

«Ragazzi! Dieci minuti di pausa e torniamo a spaccare tutto!» urlò, scatenando un applauso scrosciante.

I Radio Ethiopia iniziarono a scollegare i jack e ad appoggiare gli strumenti.

Lucia non perse un secondo. Scese i tre gradini del palco con un balzo e si fiondò verso di me come un'assatanata. Mi saltò letteralmente in braccio, avvolgendomi il collo con le braccia e stringendomi i fianchi con le gambe. Ero al settimo cielo. Sapeva di sudore, di adrenalina pura e di quel suo inconfondibile profumo di rosa. La strinsi forte, barcollando leggermente per l'impatto, e ci spostammo verso un piccolo tavolino rotondo alto, a ridosso della vetrata, per non farci travolgere dalla folla che andava verso il bar.

«Allora?! Come sta andando?» mi chiese, gli occhi verdi che brillavano di un'eccitazione febbrile. Poi, il sorriso le si piegò in una mezza smorfia curiosa. «T'ho visto che maneggiavi il cellulare... Mi stavi facendo delle foto, dì la verità!»

Non ebbi il cuore di dirle come stavano realmente le cose. Aveva appena dominato il palco, era bellissima, e non volevo rovinare quel momento perfetto.

«No, amore... erano solo dei messaggi dal vecchio gruppo di meditazione,» mentii, scegliendo la via che mi sembrava meno dannosa.

Fu un errore. La parola "meditazione" evocò istantaneamente il fantasma di Sofia. Vidi lo sguardo di Lucia rabbuiarsi per una frazione di secondo, un'ombra passeggera che le indurì i lineamenti. Ma l'adrenalina del concerto era troppa per permettere alla gelosia di prendere il sopravvento; deglutì a vuoto e si forzò di mantenere il sorriso, stampandomi un bacio umido sulla guancia.

A un paio di metri da noi, Jack aveva appena finito di confabulare con Alex dietro i tamburi, probabilmente per fare una modifica alla scaletta. Si passò un asciugamano sul collo e scese dal palco. Fece per dirigersi al bancone delle birre, ma venne intercettato dallo sguardo di Laura.

La tensione nell'aria divenne improvvisamente densa.

Loro due erano stati insieme per un sacco di tempo. Una storia lunga e tormentata, finita nel peggiore dei modi quando Laura, dopo mesi di crisi, lo aveva tradito proprio con Edoardo, mettendosi definitivamente con lui. Il fatto che fossimo tutti lì, a un metro di distanza, era un miracolo di diplomazia giovanile, ma i fantasmi non scompaiono mai del tutto.

Laura lo guardò fisso, accennando un sorriso sincero. «Stasera stai spaccando, Jack,» gli disse, la voce priva di quel sarcasmo che aveva usato con me un attimo prima.

Jack si fermò, l'asciugamano appoggiato su una spalla. La squadrò per un istante, gli occhi velati da un'ombra indecifrabile, poi il suo solito sorriso strafottente prese il sopravvento. Le batté una mano sulla spalla.

«Grazie, La',» rispose, usando il nomignolo intimo con cui la chiamava quando stavano insieme.

In quel preciso istante, Edoardo si fece avanti. Si posizionò al fianco di Laura, avvolgendole possessivamente la vita con un braccio e intrecciando le dita con le sue, in una chiara marcatura del territorio.

«Davvero, amico,» intervenne Edoardo, gonfiando il petto. «Stai tirando fuori dei suoni pazzeschi. Complimenti.»

Jack abbassò lo sguardo sulle loro mani intrecciate, fece un mezzo sorriso tirato e annuì. «Ci si prova, Edo. Vado a farmi una birra prima che mi si secchi la gola,» tagliò corto, dileguandosi verso il pub.

Nel frattempo, Alyce non aveva nemmeno lasciato l'area del palco. Si era seduta sul bordo di legno, le gambe incrociate coperte dalle calze a rete strappate, ed era già circondata. Tre ragazzi sui quarant'anni, chiodi di pelle e l'aria da chi passava le domeniche ai raduni Harley-Davidson, le ronzavano attorno come mosche sul miele, provandoci spudoratamente.

Lei si stava godendo ogni singolo secondo di quell'attenzione, facendo la smorfiosa.

«Dimmi un po', ragazzina,» esordì uno dei tre, un tipo con il pizzetto curato e una pinta di birra in mano, sporgendosi verso di lei. «Ma quel bestione di basso lo sai suonare davvero, o te lo sei messo a tracolla solo per farci impazzire?»

Alyce scoppiò in una risata cristallina, gettando indietro la testa e facendo ondeggiare i codini corvini.

«Oh, lo so suonare benissimo, darling,» rispose, accentuando di proposito la sua cadenza inglese. «Farvi impazzire è solo un piacevole effetto collaterale.»

I tre scoppiarono a ridere, dandosi gomitate complici.

«Con quell'accento potresti suonare anche un citofono e ti applaudiribbero,» intervenne il secondo, un uomo rasato con le braccia coperte di tatuaggi sbiaditi. «Sei di Londra?»

«Manchester,» lo corresse lei, sfiorandosi il labbro inferiore con l'indice, in un gesto calcolatissimo. «Ma l'Italia mi sta piacendo molto. Soprattutto... il calore del pubblico.»

Gli lanciò un'occhiata provocante da sotto le ciglia.

«Beh, se dopo il concerto ti va di farti un giro vero per Milano...» rilanciò il primo, facendo tintinnare il bicchiere contro l'anello che portava al pollice, «...ti portiamo a bere roba seria. Niente ragazzini stasera.»

Alyce fece finta di pensarci, dondolando le gambe a vuoto. «Mmh... I do like older boys,» sussurrò con voce roca. «Ma se volete portarmi fuori, dovrete prima urlare molto forte sotto il palco durante la seconda parte del set. Fatemi sentire che ci tenete, boys

I tre quarantenni sorrisero, completamente inebetiti, annuendo come adolescenti alla prima cotta. Alyce mi lanciò un'occhiata fugace sopra le loro teste, facendomi l'occhiolino, conscia del potere assoluto che stava esercitando.

L'equilibrio era appeso a un filo. Ed eravamo solo a metà serata.

Mentre Alyce continuava il suo show personale a pochi passi di distanza, Laura comparve silenziosamente alle spalle di Lucia. Le cinse la vita con le braccia, appoggiando il mento sulla sua spalla, e le sussurrò qualcosa all'orecchio. Non riuscii a cogliere le parole, ma vidi Lucia irrigidirsi per una frazione di secondo e lanciare un'occhiata sfuggente verso la tasca dei miei pantaloni, dove avevo rintanato il cellulare. Il mio stomaco fece un'ennesima capriola.

Prima che potessi abbozzare una reazione, Jack ci raggiunse al tavolino rotondo, stringendo una pinta di birra scura.

«Brindisi?» propose, sollevando il bicchiere verso di me ed Edoardo, che nel frattempo si era staccato da Laura per venirmi vicino.

Feci tintinnare il mio bicchiere di plastica contro il suo vetro, grato di poter cambiare aria. «Jack, stasera stai facendo paura,» gli dissi, sincero. «Lo stage con Sambora ti ha cambiato, eh?»

Edoardo aggrottò la fronte, sollevando a sua volta la Guinness. «Con Billy Corgan?» ci fece eco, sorpreso.

Jack prese un sorso, poi abbassò il boccale. Guardò Edoardo di sbieco, con un'espressione indecifrabile negli occhi.

«Sì, amico,» rispose, scandendo bene le parole con un tono di voce improvvisamente piatto. «Quest'inverno sono stato a Dublino da un mio amico, Rohan. Ci sono rimasto quattro mesi. Stava passando un momento di merda: si era appena lasciato con la sua tipa, la cantante del suo gruppo, i Dublin Shake.» Fece una pausa calcolata, piantando lo sguardo in quello di Edoardo. «L'ha scoperta a tradirlo con il batterista.»

L'aria attorno al tavolino si fece immediatamente gelida.

L'allusione al triangolo tra lui, Laura ed Edoardo dell'estate precedente era così lampante e affilata da tagliare il respiro. Edoardo si irrigidì, serrando la mascella, il boccale bloccato a mezz'aria. Era evidente che per Jack la storia non fosse ancora del tutto archiviata e che la ferita bruciasse, ma tirare la stoccata in quel modo era il suo metodo contorto per dettare le regole del gioco.

Poi, con un'alzata di spalle, Jack spezzò la tensione, tornando a sfoderare il suo solito sorriso da spaccone. Non ci era passato sopra, ma almeno stavano provando a stare nella stessa stanza senza scannarsi.

«Comunque, belli...» riprese, distogliendo lo sguardo da Edoardo e rivolgendosi di nuovo a me, ignorando il gelo appena calato. «Ho fatto questo stage con Sambora che passava da quelle parti. Ho imparato molto quell'inverno. Io e Rohan abbiamo messo su un duo acustico e abbiamo girato un po' l'Irlanda suonando nei pub. È servito a schiarirmi le idee.»

La tensione lasciata dalla frecciatina di Jack aleggiava ancora nell'aria, densa e pungente, quando Alyce decise che era il momento di prendersi la scena.

Liquidò con un sorriso sbrigativo i tre quarantenni che le ronzavano attorno e, con un balzo agile, saltò giù dal bordo del palco. Nel farlo, il vestitino nero già pericolosamente scollato si sollevò di scatto, svelando per un istante un lampo inequivocabile di mutandine bianche. Un dettaglio che non passò inosservato a mezza prima fila, e di cui lei era perfettamente e diabolicamente consapevole.

Avanzò dritta verso il nostro tavolino e, dando deliberatamente le spalle a Edoardo in una chiara mossa di dominanza, mi si piazzò davanti. Allungò una mano pallida, mi sfilò il bicchiere di plastica dalle dita con una naturalezza disarmante e ne bevve un lungo sorso.

«Fra, ti vedo strano stasera. Tutto ok?» mi chiese, piantandomi i suoi grandi occhi azzurri in faccia.

Invece di risponderle, il mio sguardo scivolò d'istinto oltre le sue spalle, cercando Lucia. Era a pochi metri di distanza, intrappolata in una fitta conversazione con Laura. Come al suo solito, Laura era esagitata: mulinava le mani in aria, indicava il vuoto, il viso contratto in un'espressione severa e accusatoria. Lucia cercava di calmarla, appoggiandole le mani sulle braccia. Era un teatrino che avevo visto e rivisto un milione di volte nel corso della nostra vita, ma stavolta c'era qualcosa di profondamente diverso. L'intervento feroce di Laura stava inequivocabilmente avendo la meglio. Potevo vederlo dalla postura della mia ragazza: l'euforia e l'adrenalina del concerto stavano evaporando, lasciando il posto a una maschera di tensione e delusione.

Alyce seguì la traiettoria del mio sguardo. Afferrò la situazione in un millisecondo.

Fece un cenno con la testa verso di loro. «Guai in paradiso, darling?» mormorò, con una finta compassione che mascherava a malapena il divertimento.

«No,» tagliai corto, piccato. Le strappai quasi di mano il mio bicchiere per riprendermelo, cercando di sviare subito l'attenzione. «Vedo piuttosto che, come al solito, hai una fila di ragazzi che ti muoiono dietro.»

Lei non fece una piega. Si avvicinò ancora di un passo, invadendo il mio spazio personale. «Peccato che non siano i ragazzi giusti,» sussurrò. Mi fece l'occhiolino e mi appoggiò una mano calda sulla spalla, accarezzandomi la maglietta con il pollice.

A quel punto Edoardo, che non sopportava di essere ignorato e moriva dalla voglia di scrollarsi di dosso il gelo lasciato da Jack, si fece avanti sfoderando il suo solito sorriso sfrontato.

«Piacere, Alyce. Io sono Edo,» le disse, intromettendosi. «Non credo che ci abbiano mai presentato ufficialmente.»

Alyce si voltò lentamente verso di lui. Lo squadrò da capo a piedi, affilando gli occhi come un predatore che valuta distrattamente una preda secondaria. Poi, all'improvviso, si sporse in avanti e gli stampò due baci sonori sulle guance, vicinissima alla bocca.

«Piacere, sono Alyce,» gli fece il verso, con voce suadente. «Un bel ragazzo hot come te dove l'avevano tenuto nascosto?»

Scoppiò in una risata cristallina e sfacciata. Non aveva minimamente paura di Laura o di Lucia; sapeva esattamente l'effetto che faceva su ogni essere maschile che respirasse e le piaceva ribadirlo, segnando il territorio con un'arroganza quasi maschile.

Edoardo accusò il colpo, palesemente lusingato ma anche colto in contropiede da quell'attacco frontale.

Prima che potesse replicare o che la situazione degenerasse ulteriormente, la voce di Alex rimbombò dal palco, sovrastando il brusio del locale. Il batterista era rimasto seduto per tutto il tempo dietro i fusti, a provare colpi a vuoto con le cuffie calate sulle orecchie.

«Ragazzi, muovete il culo!» urlò sbracciandosi, con una bacchetta stretta nel pugno. «La pausa è finita, è ora di risalire!»

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