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Ero in piedi, appoggiato al bancone d'acciaio lucido e freddo sotto i palmi delle mani. Fissavo la lunga fila di erogatori, tra cui riconobbi quello della Erdinger che avevo appena finito di bere. C'era pure la Guinness che aveva preso Edo, la Kilkenny e altre marche che non conoscevo.
I due baristi chiacchieravano con il fare consumato di chi conosce bene il mestiere, mentre un paio di ragazze con il grembiulino del Rock 'n' Roll andavano e venivano portando vassoi carichi di pinte tintinnanti. Dietro di loro, sul muro nero, una scritta a pennarello bianco recitava: "Il rock è la forma d'arte più concettualmente avanzata della storia". Non potevo essere più d'accordo.
Rivolsi tristemente l'attenzione al mio boccale ormai vuoto. Era già il secondo, ma decisi di prenderne un terzo, stavolta in plastica, così da potermelo portare davanti al palco.
In attesa di essere servito, mi voltai a osservare la piccola stanza a vetri che custodiva le botti di birra: un labirinto di tubi e valvole illuminato da una sinistra luce blu elettrica. L'odore di luppolo, acre e pungente, si mescolava all'aria densa del locale. C'era un brusio costante di voci, risate, gente che si spingeva per passare.
Il mio sguardo scivolò oltre il vetro che divideva le sale. Il suono era perfettamente nitido: stavano suonando Smoke on the Water.
Sul palco erano tutti concentrati. Lucia cantava in ginocchio, stringendo il microfono al petto, ma il più indemoniato di tutti era Alex. Si lanciò in un assolo furioso. Le bacchette danzavano frenetiche sui tamburi; il charleston si apriva e si chiudeva con un ritmo ossessivo, mentre la cassa martellava un beat incalzante. Gli altri si limitarono a fargli da sottofondo, lasciandogli il campo. I colpi si susseguirono rapidi, precisi, creando un dialogo impazzito tra tamburi e piatti in un crescendo che sembrò non avere fine. Era un uragano di note che rimbalzava sulle pareti e infiammava il pubblico. Il sudore gli imperlava la fronte e il volto era contratto in una smorfia di pura intensità.
Sotto al palco vidi Laura sbracciarsi e saltare in preda all'euforia. Dovevo ammetterlo: nell'ultimo anno, complice un colore di capelli più normale, era diventata davvero carina. Peccato che, a giudicare dai due scambi avuti quella sera e dallo sguardo tagliente che mi aveva appena riservato, il suo carattere ostile nei miei confronti non fosse cambiato di una virgola.
La canzone si chiuse con l'iconico riff che aveva reso il pezzo dei Deep Purple una hit immortale. L'energia sprigionata aveva avvolto tutti in un'ondata di pura adrenalina.
Lucia, rialzandosi, si girò verso il fondo del palco e indicò Alex, stravolto ma sorridente.
«Alla batteria, il nostro metronomo, il cuore pulsante del nostro groove... Alex!» gridò con voce roca.
La folla ruggì e lui, per tutta risposta, fece esplodere un rullante rapido e potente che fece tremare il pavimento. Si asciugò la fronte con un asciugamano, bevve un lungo sorso di birra e poi, con un cenno del capo, fece intendere a Jack di essere pronto per il prossimo brano.
Di fronte a me, sopra il bancone, un grosso televisore mandava a rotazione video musicali in muto. In quel momento c'erano i Nirvana con Come as You Are.
Sotto lo schermo, un tavolo rotondo occupato da sei ragazze era diventato un focolaio di chiacchiere. Erano le stesse che poco prima ci fissavano con curiosità. Una bionda, proprio quella con la canottiera dei Mötley Crüe, si sporse verso l'amica urlando per sovrastare il caos: «Ma hai visto quella con i leggings leopardati? Sembra uscita da un video degli anni Ottanta... Non che ci sia niente di male, eh, però...»
A fianco a loro, altre due si scambiavano commenti velenosi. «E quel tipo laggiù, con la maglietta dei Ramones? Secondo me sta cercando di fare colpo, ma è totalmente fuori luogo.»
«Sì, esatto!» rispose l'altra, annuendo con enfasi e afferrandole l'avambraccio. «E hai visto quella coi capelli rosa? Secondo me è un'influencer, guarda come si fa i selfie!»
Un'altra coppia scoppiò a ridere indicando la pista. «Ma guarda come balla quel tipo, sembra un robot!»
In quel momento, Edoardo sbucò dal bagno con espressione impaziente. «Andiamo, sennò ci perdiamo il meglio! È da un po' che non li sento e devo dire che sono migliorati un sacco!»
Mi voltai verso di lui, recuperando la birra nel bicchiere di plastica che il barista mi aveva appena allungato. «Sì, ci sono,» risposi.
«Io mi fermo a questa altezza, devo guidare,» disse Edoardo, indicando Laura dall'altra parte del vetro. «Ci vediamo sotto al palco.»
Oltrepassai la vetrata e il boato del locale mi investì. Lucia si avvicinò all'asta del microfono con un sorriso malizioso.
«Ragazzi, siete stati fantastici!» urlò. «La prossima canzone sarà cantata dal nostro Jack!»
Il chitarrista le diede il cambio al microfono sfoderando il suo solito sorriso da spaccone e annunciò che avremmo fatto un viaggio intorno al mondo: Around the World dei Red Hot Chili Peppers.
Un brivido mi percorse la schiena. Stringendo il bicchiere, mi feci largo tra la calca per raggiungere la prima fila, cercando di non rovesciare la birra, che si era già dimezzata solo per la fatica di spingere.
Sentii Alyce dare il via alla canzone con quell'inconfondibile intro di basso. Poi, un urlo lacerante squarciò l'aria. Un ruggito primordiale che mi fece sobbalzare. Jack! Non avrei mai immaginato che avesse una voce così potente, così selvaggia. Era come se un'altra persona avesse preso possesso del suo corpo.
In realtà, me lo aveva anticipato lei.
Il ricordo mi riportò al giorno prima. Eravamo avvinghiati sul mio letto quando Lucia mi aveva sussurrato all'orecchio: "Domani, al Rock 'n' Roll, Jack canterà una canzone. Sarà una sorpresa!". Me lo aveva detto con un sorriso malizioso. Poi, improvvisamente, si era fatta seria, scivolando via dal mio abbraccio per sedersi sul bordo del materasso. I suoi occhi, persi in pensieri lontani, avevano indugiato nel vuoto per un istante prima di posarsi nuovamente su di me. Si era alzata con un movimento fluido, frugando nello zainetto.
"Piccola, tutto bene?" le avevo chiesto, colto di sorpresa.
Si era voltata con un sorriso a trentadue denti e mi aveva mostrato un mazzo di chiavi legato a un pezzo di legno. "Sono le chiavi dell'appartamento di Sofia. Antoine me le ha date un po' di tempo fa... avevo deciso che te ne avrei parlato al momento giusto."
Non capivo dove volesse arrivare.
Lei si era avvicinata, appoggiando le mani sul materasso e chinandosi fino a sfiorarmi il naso col suo. "Amo, domani sera, dopo il concerto, passiamo la notte insieme? Ci penso da un po' e credo sia arrivato il momento. Che ne dici?"
Mi aveva lanciato quello sguardo da bambina, dolce e implorante, che mi rendeva sempre vulnerabile. Finalmente avevo colto la sfumatura e mi ero agitato sul cuscino. "Vuoi dire che è arrivato il momento per..."
Non mi aveva lasciato finire la frase. Mi era saltata addosso, avvolgendomi in un abbraccio e baciandomi con foga. "Sì, Francesco, intendo proprio quello!" Mi aveva fatto l'occhiolino, dandomi un buffetto sulla guancia, poi mi aveva messo una mano sul petto, respingendomi leggermente all'indietro. "Quindi, organizzati. Capito? E credo di non doverti spiegare in che modo devi organizzarti..." mi aveva sussurrato all'orecchio. Il suo respiro caldo mi aveva accarezzato il lobo.
Un brivido misto a eccitazione e trepidazione mi aveva percorso la schiena.
Il ricordo sfumò, spazzato via dall'urto del presente. L'urlo di Jack aveva scatenato un'esplosione di energia. La folla si muoveva compatta verso la transenna. Laura, in prima fila, agitava la testa al ritmo del basso, completamente fusa con la musica. Sentii l'adrenalina scorrermi nelle vene: volevo godermi lo spettacolo da vicino.
Alyce, nel suo vestitino nero corto e scollato, dominava la linea ritmica con una sensualità magnetica. Le dita scivolavano sulle corde con una precisione impressionante, come se lo spirito di Flea fosse sceso su di lei.
Jack si lanciò nella parte rappata iniziale macinando sillabe con una velocità sbalorditiva. Rimasi a bocca aperta: l'imitazione di Anthony Kiedis era spaventosa. Subito dopo, sempre lui, innescò il riff tagliente del brano. Alex picchiava sui tamburi, ricreando alla perfezione il tiro funk di quella perla estratta da Californication.
Ripercorrere la storia della musica grazie alla competenza tecnica della band della mia ragazza era una delle cose che adoravo di più. Mi ero scoperto un ricercatore appassionato di ogni brano che decidevano di reinterpretare. Mentre Jack teneva le strofe rappate, Lucia si limitava a curare le armonizzazioni e i cori in sottofondo. Il mix era letale. Chissà quanto avevano provato per raggiungere quella perfezione.
Mentre il suono mi avvolgeva, riflettei sul significato di Around the World: un inno alla vita, un invito a esplorare il mondo senza la paura di uscire dalla propria zona di comfort.
La guardai. Con quella minigonna di pelle a balze e la canottiera bianca aderente che le metteva in risalto le forme, Lucia era una bomba sexy. Tutte le volte mi incantavo a pensare che lei fosse la mia ragazza. Gli altri là sotto potevano solo desiderarla, ma a fine serata era con me che sarebbe tornata a casa.
Finito il pezzo, Jack si avvicinò ad Alyce, che era ancora piegata sul suo strumento, e le cinse le spalle con un braccio.
«Gente! Facciamo un bell'applauso alla nostra Alyce!»
I quattro ragazzi appoggiati alla transenna, ormai suoi fan sfegatati, esplosero in cori e ululati all'indirizzo della bassista, che li ringraziò mandando loro un bacio con le dita.
Senza concedere tregua, la band aggredì il brano successivo. Lucia, con un sorriso complice, mi cercò con lo sguardo; non appena mi individuò nella calca sotto il palco, mi mandò un bacio coprendo il microfono con la mano.
"Ti stai divertendo?" mimò con le labbra.
Io le risposi sollevando il pollice, e lei mi regalò un sorriso trionfante.
Le prime note di Highway Tune dei Greta Van Fleet scatenarono l'ennesimo boato di approvazione.
«Preparatevi a scatenarvi!» urlò Jack.
Alyce squadrò il pubblico con aria sbarazzina. Ogni suo ammiccamento generava ondate di "ooooh!" tra i ragazzi della prima fila. Il suo basso nero scintillò sotto i fari mentre le dita disegnavano il riff inconfondibile della rock band americana. Jack, la testa china sulla tastiera della chitarra e la frangia arancione sugli occhi, entrò in una sorta di trance agonistica. Indossava una camicia a quadretti rossi mezza sbottonata che gli scopriva il petto.
Lucia afferrò il microfono ed emulò alla perfezione l'estensione vocale di Josh Kiszka, dominando la scena.
Il locale era un mare di corpi in movimento. Le luci stroboscopiche frammentavano l'aria.
Era incredibile, pensai, come una canzone dei Greta Van Fleet, pur essendo così recente, suonasse maledettamente radicata nell'epoca dei Led Zeppelin o degli Who. Highway Tune trasudava quel fascino anni Settanta che avrebbe fatto impazzire mio nonno Gianni. Quanti pomeriggi avevamo passato a parlare di blues, mentre mi insegnava che tutto il rock moderno derivava da lì. Forse era questo il vero potere della musica: annullare le distanze temporali e connetterci a un'eredità immortale.
"You are my midnight, so sweet, so fine, so nice..." cantò Lucia nel ritornello, avvinghiata all'asta. "All mine, mine mine, mine mine, oooh woman!"
A pochi metri di distanza, guardai Edoardo e Laura. Lui la stringeva forte da dietro, le braccia attorno ai suoi fianchi. Erano proprio belli insieme.
Poi, come se avesse percepito il peso del mio sguardo, Laura voltò di scatto la testa. Mi fissò con il suo solito cipiglio severo. Non le ero mai andato a genio e me lo aveva ripetuto in faccia più di una volta.
Mi tornò in mente una sera di un anno prima, sul marciapiede davanti a casa di Lucia, subito dopo il disastro che avevo combinato al bistrot. Lucia mi aveva fatto una dichiarazione d'amore pubblica davanti a tutti, e io, invece di essere felice, ero scappato dal locale come un codardo in preda al panico.
"Ascolta bene, imbecille," mi aveva urlato Laura in faccia, furibonda. "Hai fatto soffrire la mia migliore amica. Se le fai del male un'altra volta, giuro su Dio che te ne pentirai amaramente. Non m'importa quanto tu sia confuso o spaventato. Lei ti ha aperto il suo cuore e tu l'hai calpestato!"
Quella sera era pure il compleanno di Lucia. Allora eravamo "solo" migliori amici, inseparabili fin dalle elementari, ma io ero riuscito a rovinare tutto a causa della mia indecisione cronica. Laura, da amica feroce e leale qual era, non me lo aveva mai perdonato. E la bugia che avevo appena mandato a Sole tramite messaggio sembrava confermare tutti i suoi sospetti.
Sul palco, i Radio Ethiopia stavano macinando energia pura. Eravamo solo a metà concerto, il meglio doveva ancora venire.
Il brano si chiuse schiantandosi contro un muro di applausi e urla sguaiate.
Nello stesso identico i
stante, nella tasca dei miei pantaloni, il cellulare vibrò.