Vai al contenuto principale

← Non accontentarti dell'infinito

Creato il 24/08/2026, 08:39 · Aggiornato il 24/08/2026, 08:39

Capitolo 7: La leggerezza che spacca i ponti

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

La pausa si era dissolta in un soffio. I Radio Ethiopia avevano ripreso possesso dei loro strumenti, ma l'energia sul palco era cambiata.

Lucia si era riavvicinata al microfono, lanciando un'occhiata di fuoco verso il nostro tavolino. Era evidente che il veleno instillato da Laura pochi minuti prima – con quel suo ghigno e le parole sussurrate all'orecchio – avesse fatto breccia. L'istinto di protezione della sua migliore amica aveva fatto il suo lavoro, accendendo in Lucia un campanello d'allarme che non riusciva più a spegnere.

Si schiarì la voce, stringendo l'asta con un'energia quasi aggressiva, e si rivolse alla folla con un sorriso tirato: «Questa canzone è dedicata a tutti gli amici... e alle amiche... che sanno aspettare il momento giusto per farsi sentire.»

Il pubblico esplose in un boato di approvazione, mentre io mi sentii sprofondare.

Laura, riapparsa al mio fianco dopo aver controllato il palco con uno sguardo di trionfo silenzioso, mi diede una pacca sulla spalla. «Vedi, Ciccio? Anche Lucia ha capito l'antifona,» sibilò con soddisfazione. «Ora, se permetti, vorrei godermi il resto del concerto senza interruzioni.»

Ero un equilibrista sospeso su una corda tesa, dilaniato dal terrore che Sole avesse registrato qualcosa di compromettente e che la bomba stesse per esplodere tra le mie mani.

Intorno a noi, il locale era un inferno di decibel e sudore. L'aria densa sapeva di luppolo, birra rovesciata e pelle surriscaldata.

Le luci si spensero di colpo, inghiottendo il locale in un buio denso di aspettativa. Un istante dopo, un riff di chitarra elettrica tagliente come una lama squarciò il silenzio: Jack, senza concedere un attimo di tregua, diede fuoco alle polveri con Panama dei Van Halen.

Le sue dita correvano sulla tastiera a una velocità impressionante, riproducendo note affilate e pulite che resero omaggio al virtuosismo di Eddie. Alyce, con il suo basso, martellava un groove corposo e sensuale che faceva tremare la suola delle scarpe, ricalcando lo stile inconfondibile di Michael Anthony. Alex, dietro i fusti, scatenò una tempesta di colpi secchi e devastanti, un vero e proprio terremoto ritmico.

Sul palco, Lucia si era riappropriata della scena. Con un ghigno malizioso, dominava il microfono interpretando David Lee Roth con una grinta feroce e un carisma magnetico. Si muoveva sinuosa, aizzando la folla con gesti sfrontati. Durante il bridge, quando il testo evocava il rombo dei motori, Jack replicò fedelmente il suono urlante della Lamborghini di Eddie Van Halen azzerando il selettore dei pickup e grattando le corde, un dettaglio di classe che mandò la prima fila in estasi.

La band viaggiava a mille, un rullo compressore di pura adrenalina rock.

Nel caos di quel muro di suono, cercai una via di fuga.

«Edo, sicuro che non vuoi un'altra birra?» chiesi, strattonandogli un braccio per distrarlo.

Il mio amico si voltò di scatto, perplesso. Teneva ancora stretta per mano Laura, che, totalmente rapita dall'esecuzione sferragliante del pezzo, ci stava appena badando. «Ultimamente bevi parecchio, Frà...» mi guardò storto, passandosi una mano tra i capelli madidi di sudore. Poi scosse la testa. «Comunque no, te l'ho detto, tocca a me guidare. Ma tu continua pure, se vuoi.»

«Mi sa che seguo il tuo consiglio...» mormorai, voltandomi a guardare Lucia, che intanto confabulava a gesti con Alex e Jack per decidere la mossa successiva.

Proprio in quel momento, Laura si staccò da Edoardo con un sorrisetto mefistofelico. «Vado un attimo in bagno,» annunciò, piantandomi gli occhi addosso. «Non fate casini in mia assenza, mi raccomando.»

Fu l'attimo fuggente. Lucia era distratta dal service e Laura era fuori tiri. Mi voltai verso Edoardo, sapendo di poter contare sulla sua complicità cameratesca. «Edo, devo ascoltare quel vocale urgente. Mi copri?»

Lui capì al volo. Senza scomporsi, mi fece l'occhiolino, fece un passo avanti e si piantò letteralmente davanti a me, allargando le spalle per schermirmi dalla vista di chiunque potesse arrivare dal locale.

Tirai fuori il telefono, misi le cuffiette con un gesto maldestro e feci partire la riproduzione. La voce di Sole mi esplose nelle orecchie:

«Ciao di nuovo, scusami se ti disturbo sabato sera a quest'ora, ma non riesco a dormire...»

C'era una strana inflessione nella sua voce, un'esitazione pesante, come se stesse lottando per pronunciare parole che le costavano una fatica immane.

«Oggi, come ti dicevo, ho fatto questa lezione sull'integrazione della personalità...»

Subito la mia mente fece un salto all'indietro: nel messaggio precedente aveva parlato di "Psicologia dello Yoga", eppure adesso la definizione era cambiata.

«... ed è stata un'esperienza trasformativa, qualcosa che ti cambia la vita, insomma...»

Continuava a faticare a respirare, le pause tra una frase e l'altra erano cariche di un'intensità soffocante.

«... mi ha fatto riflettere su molte cose della mia vita e su come le affronto. E ho capito che devo prendermi la responsabilità anche delle mie emozioni, e non è facile, sai?»

Sole era sempre stata una figura impenetrabile, algida e riservata per tutto il tempo in cui l'avevo vissuta come istruttrice di meditazione. Quella vulnerabilità improvvisa stonavano con tutto ciò che conoscevo di lei, ma il vocale continuava, inesorabile.

«Soprattutto quando... quando ti rendi conto che certe persone, certe connessioni, ti toccano nel profondo. Non so se mi spiego. È come se... come se qualcosa dentro di me si fosse risvegliato, qualcosa che avevo tenuto nascosto per troppo tempo. E tu, Francesco... tu, beh, tu hai un ruolo in tutto questo. Non so bene come dirtelo, ma la tua presenza, il tuo modo di essere... mi hanno fatto capire molte cose. Forse troppe. Forse dovrei smetterla di parlare, è tardi e probabilmente sto dicendo cose senza senso. Ma volevo che tu sapessi... che apprezzo molto la nostra amicizia, e che... mi fai sentire... capita. Ecco, questo. Mi fai sentire capita. Buonanotte, Francesco.»

Bloccai lo schermo con un colpo secco, portandomi una mano alla fronte, totalmente esterrefatto.

Come diavolo avrei fatto ad affrontarla l'indomani in libreria? E se l'avesse saputo Lucia? Si sarebbe scatenato il finimondo. Già digerire la mia vicinanza a Sole le costava fatica; se avesse letto nero su bianco quelle frasi, la nostra storia sarebbe andata in frantumi in un microsecondo.

L'espressione sul mio viso doveva essere un quadro clinico di puro terrore. Edoardo, voltandosi appena con la coda dell'occhio, mi squadrò con un sopracciglio alzato e un ghigno divertito.

«Allora, Frà? Che ti ha detto l'amica dei gattini?» bisbigliò ironico. «Ti ha svelato i segreti dell'universo? Ti ha invitato a un ritiro spirituale in cima all'Himalaya? O ti ha confessato di essere una spia aliena sotto copertura?»

Rimasi impalato, lo sguardo perso nel vuoto, incapace di spiccicare mezza parola. Edoardo mi scosse leggermente per una spalla. «Ehi, terra chiama Francesco! Ci sei? Ti sei teletrasportato su un altro pianeta? Sputa il rospo, che ti ha mandato di così sconvolgente?»

Quando finalmente accennai a biascicare un suono, Edoardo mi interruppe ridendo: «Aspetta, fammi indovinare. Ti ha detto che ti vede come un fratello? Che ti apprezza come amico del cuore?»

La mia faccia si fece ancora più cupa e smarrita. Edoardo scoppiò a ridere di gusto, poi, illuminato da un improvviso lampo di genio, sgranò gli occhi: «No... non dirmi che ti ha confessato che le piaci?!»

Lo guardai sbigottito, annichilito dalla sua spaventosa capacità di leggere tra le righe.

«Quasi...» riuscii a raschiare via dalla gola, con la voce ridotta a un filo.

In quel preciso istante, sollevai lo sguardo verso il palco. Lucia aveva interrotto le sue comunicazioni con la band. Aveva le braccia lungo i fianchi, il microfono stretto nella mano e gli occhi fissi dritti su di me, un'espressione intensamente incuriosita e tagliente. Fece un impercettibile cenno con la testa, chiedendomi mimando il labiale se fosse tutto ok.

Ma come diavolo fa a vedere tutto quello che faccio mentre è sotto quei riflettori?! pensai, preso dal panico più totale.

«Alle ragazze non sfugge mai un cazzo, te lo dico sempre, Fra...» sibilò Edoardo, facendosi improvvisamente serio. «Adesso che intendi fare?»

Non feci in tempo a replicare. Una sagoma bionda sbucò rapidissima dall'area dei servizi.

«Figata, non c'era coda, ho fatto in un attimo!» esclamò Laura, riafferrando con forza il braccio di Edoardo e aggrappandosi a lui come se nulla fosse.

Sul palco, notando che non le avevo ancora fatto mezzo cenno di risposta, Lucia corrugò la fronte. Con un'alzata di sopracciglio, mi chiese silenziosamente: Che diavolo sta succedendo laggiù?

Preso alla sprovvista, feci un gesto ampio, teatrale, e le mandai un bacio volante, simulando una sfacciata e inesistente tranquillità.

Per un attimo funzionò. Lucia sembrò rassicurata da quel gesto plateale e abbozzò un grande sorriso, allentando la tensione sulle spalle.

Laura, tuttavia, non era minimamente nata ieri. Con lo sguardo che saettava con fare inquisitorio tra me e la mia ragazza sul palco, piantò gli occhi in quelli di Edoardo. «Dimmi la verità: ha ascoltato quel cazzo di messaggio, vero?»

Edoardo, dimostrando un savoir-faire insospettabile, non si scompose di un millimetro. Le stampò un bacio sonoro sulla guancia e la strinse possessivamente a sé. «Non metterci il carico anche tu adesso, amore. Pensiamo solo a goderci il concerto.»

Laura sospirò, emettendo un verso di resa divertita e decidendo di accantonare l'interrogatorio... per il momento.

Mentre la guardavo, mi tornò in mente un vecchio adagio di mio nonno Gianni: L'acqua cheta che spacca i ponti. Calzava a pennello su di lei.

Dal palco, intanto, le prime note di chitarra di Jack spazzarono via ogni residuo di silenzio. L'inconfondibile riff d'attacco di You Give Love a Bad Name dei Bon Jovi esplodé nell'impianto, facendo vibrare i bicchieri sul bancone.

Fantastico, pensai amaramente, mentre la batteria di Alex mi martellava le tempie. Chiunque abbia scritto questa scaletta ha sicuramente dei seri superpoteri divinatori.

Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…