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Creato il 31/07/2026, 11:04 · Aggiornato il 31/07/2026, 11:04

Capitolo 4: L'inganno della realtà

@bergadavideDavide
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Il palco fu inghiottito da una gelida luce blu elettrico. Le prime note di Plug in Baby serpeggiarono nell'aria, cariche di una tensione improvvisa e misteriosa. Jack corse al centro della scena calandosi nei panni di Matt Bellamy: imbracciò la chitarra con un'aura di concentrazione assoluta, scatenando un assolo iniziale distorto, potente, eseguito con una maestria quasi soprannaturale.

Il riff mi colpì dritto al petto come un pugno, facendomi vibrare ogni singola cellula del corpo. Poi la voce di Lucia fendette l'aria. Un falsetto acuto, tagliente, che mi fece venire la pelle d'oca. Aggrappata con entrambe le mani all'asta del microfono sul lato sinistro del palco, cantava con disperazione di un amore tossico, ossessivo, di una dipendenza capace di divorarti da dentro. Dietro di lei, Alyce si sbracciava con il suo basso gigantesco, mentre Jack continuava a dominare il centro della scena.

Mentre Alex picchiava sui tamburi come un martello e il basso pulsava come un cuore in tachicardia, sentii l'energia propagarsi nel locale. Eravamo tutti connessi da quella musica, in balia della vulnerabilità e della fragilità della vita.

Tuttavia, mentre la folla esultava, io sprofondavo.

Le parole enigmatiche dei Muse si insinuarono nella mia testa come un tarlo. Sebbene la mia relazione con Lucia fosse oggettivamente felice, oscurata solo dalle mie paturnie mentali, non potei fare a meno di tracciare un parallelismo. Lei era solare, magnetica, il vero epicentro attorno al quale ruotava la mia esistenza nell'ultimo anno. Aveva una traiettoria nitida, sapeva esattamente chi era e cosa voleva.

E io? Chi ero senza di lei?

La vertigine mi colpì all'improvviso. Mi domandai se fossi un individuo definito, o se mi stessi riducendo a essere solo un'estensione della coppia. Portai istintivamente la mano destra al polso; la pietra azzurra incastonata nel mio braccialetto sembrò vibrare debolmente a contatto con la pelle, in sincrono con i battiti del mio cuore. Sentivo di star perdendo dei pezzi.

La quiete faticosamente conquistata l'estate scorsa si stava sgretolando. Lo scioglimento del nostro gruppo di meditazione aveva lasciato un baratro, e praticare da solo non bastava più per ancorarmi alla realtà. Aver spalancato certe porte dell'inconscio senza più una guida mi lasciava in balia del caos. Persino Sole, il mese precedente, mi aveva confidato di voler iniziare un percorso triennale per approfondire la connessione con la propria anima, intraprendendo una strada tutta sua.

Senza alcun supporto, mi sentivo cieco.

Fu in quel momento che la voce di Sofia tornò a rimbombarmi nella mente, vivida come se mi stesse sussurrando all'orecchio: "Ascolta il tuo cuore. Tu non sei quello che pensi di essere, non farti ingannare dalle apparenze, cerca il buono, il bello e il vero!". Quanto desideravo il conforto e la spietata saggezza della sua presenza.

Decisi che dovevo assolutamente parlarne con Sole. L'indomani l'avrei accompagnata alla libreria in Duomo, a Milano, proprio come mi aveva proposto poco prima per messaggio. Forse anche lei stava attraversando un periodo di disorientamento simile al mio, e in quel momento era l'unica persona in grado di comprenderlo e darmi il consiglio di cui avevo un disperato bisogno.

"Tu sei l'unica cosa che voglio, l'unica cosa di cui ho bisogno," cantò Lucia a squarciagola nel ritornello, mettendo in scena il grido disperato di un uomo terrorizzato all'idea di perdere chi ama. Forse mi sentivo così vicino a quel testo perché in cuor mio avevo idealizzato la mia ragazza, innalzandola su un piedistallo da cui non poteva scendere.

La canzone si concluse con un'esplosione di suoni epica. Il locale cadde in un istante di silenzio assoluto, prima di esplodere in urla e applausi.

Con gli occhi inumiditi dall'emozione, mi unii al boato del coro.

Edoardo si voltò verso di me. Da buon amico, intuì immediatamente il mio stato d'animo. Con una strana espressione sul viso, mi si avvicinò: «Fra, tutto a posto? Andiamo a berci una birra?».

Annuii grato, sollevato di essere stato trascinato fuori dalla mia testa.

Sul palco, Lucia sorrideva radiosa al microfono: «Grazie, grazie, grazie! Siete un pubblico meraviglioso!». Si spostò verso Jack. «Fate un grande applauso al nostro Jack, un mezzo genio della chitarra!». Il boato del Rock 'n' Roll fu assordante.

Mentre io ed Edoardo ci facevamo largo tra i corpi sudati per dirigerci verso l'ingresso dell'area ristorante, incrociai lo sguardo di Lucia e mimai il gesto di sollevare un boccale. Lei annuì, facendomi un pollice in su. Laura, invece, decise di rimanere piantata lì in prima fila, proprio sotto il palco, lanciandomi un'occhiata acuta, dritta negli occhi, erigendosi a guardia protettiva della sua migliore amica prima di voltarsi di nuovo verso la band.

Superammo la cassa del pub. Sentendo il bisogno di sfogarmi, confessai a Edoardo il mio senso di smarrimento e i dubbi che mi stavano divorando. Feci però enorme attenzione a non nominare mai né Sofia, né tantomeno lo scambio di messaggi appena avuto con Sole. Non riuscivo a essere sincero fino in fondo: tutto ciò che riguardava il mio percorso spirituale e la meditazione era uno spazio troppo intimo persino per Lucia, figuriamoci per lui.

«Allora, amico mio,» esordì Edoardo dandomi una sonora pacca sulla spalla, «a giudicare dalla tua espressione, mi sa che hai bisogno di una bella dose di birra. E magari anche di qualche battuta scadente per alleggerire l'atmosfera!» Sbottò in una grossa risata.

Ci accostammo alla piccola cassa di fianco al lungo bancone. Edoardo pagò e ordinò una Guinness media per sé e una Erdinger per me, poi, gettoni alla mano, ci spostammo a farci spillare da bere.

«Senti,» riprese lui con tono leggero, guardandomi fisso, «secondo me ti sei preso male ascoltando il testo di Plug in Baby!». Non aspettò nemmeno una mia risposta. «Non prenderla troppo sul serio! In fondo, i Muse sono famosi per le loro canzoni drammatiche e piene di paranoia. Se li ascoltassimo troppo, finiremmo tutti per credere che gli alieni ci stanno invadendo!».

Abbozzai un sorriso sghembo.

«E poi, dai,» insistette, battendo un pugno sul legno del bancone, «Lucia ti ama alla follia! Se non fosse così, non potrebbe mai stare con un paranoico come te!».

Si piegò in due dalle risate. Poi, tanto rapidamente quanto si era acceso, si fece improvvisamente serio. «Fatti meno menate e goditi di più il momento... Non è che c'entra ancora la tipa stramba dell'anno scorso? Come si chiamava? Ah, sì... Sofia,» aggiunse con fare apertamente accusatorio.

Sgranai gli occhi, colto in flagrante, ma mascherai il colpo alla perfezione. «Edo, Sofia è via da un anno ormai. Come può c'entrare qualcosa?» mentii cercando di risultare il più convincente possibile. «Di' la verità, tu non l'hai mai sopportata, eh?».

Lui alzò i palmi a mo' di difesa, palesemente colpito nell'orgoglio. «Sì, lo ammetto, non l'ho mai potuta vedere! Aveva quell'aria da professorina 'so-tutto-io' che non mi è mai andata giù!».

Quella confessione rabbiosa ebbe il potere di farmi tornare il buonumore. Galvanizzato dall'aver allentato la mia tensione, Edoardo rincarò la dose esibendosi in una serie di imitazioni esilaranti dei membri della band, riuscendo finalmente a farmi ridere di gusto.

«Vedi?» concluse sollevando il boccale. «La vita è troppo breve per prendersi sul serio. Quindi, facciamo un altro giro. E stavolta offri tu!».

«Mi sa che hai ragione, Edo,» ammisi sentendomi un po' più sereno. Andai alla cassa e tornai con altri due gettoni per farmi spillare due birre identiche alle precedenti.

Edoardo era al settimo cielo. «Alziamo questi bicchieri e brindiamo alla musica, all'amicizia e alla bellezza di avere due gran fighe come ragazze!».

Ci scambiammo il cinque incrociando i boccali, proprio come due membri di una gang newyorkese.

Mi sentivo un po' meglio.

«Ehi, guarda lì,» mormorò Edoardo poco dopo, indicando con un cenno del mento. «Sembra che abbiamo delle ammiratrici. Se non fossi così innamorato di Laura, ti giuro che le inviterei a bere con noi. Il bello è afferrare la vita momento per momento, non piangersi addosso.» Si sistemò la frangetta con fare piacione, passandomi un braccio attorno al collo.

Scossi la testa, ridendo. Però aveva ragione: dal gruppo poco distante, una ragazza bionda molto carina, con indosso una maglietta dei Mötley Crüe, mi stava fissando con insistenza.

Edoardo spostò lo sguardo oltre il vetro che divideva l'area pub dalla zona palco, cercando la sagoma di Laura. «Fra, sono proprio cotto!» mi confessò. «'Sti mesi di convivenza sono stati una favola. E poi... il sesso! Non ti dico!».

Avvampai per l'imbarazzo. Edoardo, come al solito, non aveva alcun filtro e non riusciva a tenersi un solo segreto.

I Radio Ethiopia stavano già suonando a metà di Smoke on the Water. Non avevo mai amato quel brano in modo particolare, così decisi che andava benissimo restare dov'ero, protetto dall'angolo del bancone, a finire di bere.

Improvvisamente, Edoardo annunciò di dover andare in bagno; visto che l'attenzione di tutti era riversata sul concerto, era il momento tattico migliore.

Rimasto finalmente solo, mi accertai che nessuno mi stesse guardando. Sfilai lo smartphone dalla tasca e aprii la notifica di Sole.

Digitai rapidamente: "Che bello sentirti, Sole. Ci vengo volentieri domani con te in libreria! Come ci mettiamo d'accordo?".

Premetti invio. Due secondi dopo, ricevetti un cuore in risposta.

Poi, subito sotto, comparve un nuovo messaggio: "Ci sentiamo nel pomeriggio! Che io sono già da quelle parti, visto che faccio lezione a Desio. A domani...".

Fissai quei tre puntini di sospensione che non furono seguiti da nient'altro. Infilai il telefono in tasca mentre i tamburi di Alex continuavano a far tremare l

e pareti, isolato nella mia stessa bugia.

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