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Creato il 31/07/2026, 11:03 · Aggiornato il 31/07/2026, 11:03

Capitolo 3: Come un Tuono

@bergadavideDavide
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La playlist rock in filodiffusione morì di colpo, strozzata a metà di un ritornello. Era il segnale.

Io, Edoardo e Laura ci facemmo largo a spallate nella folla che iniziava già a pressare verso la transenna, riuscendo a conquistare la seconda fila, esattamente al centro.

Laura si voltò verso di me, squadrandomi da capo a piedi con quel suo sorrisetto di sufficienza. «Ehi, Ciccio, ti vedo sempre più sciupato,» mi punzecchiò, puntandomi l'indice contro il petto. «Non sarebbe il caso di fare un po' di sport? Non te lo meriti quel pezzo di figa di Lucia.»

«Sempre un concentrato di simpatia, Laura,» le risposi a tono, sostenendo il suo sguardo senza battere ciglio. Non le diedi la soddisfazione di innervosirmi.

Prima che potesse ribattere, Edoardo intervenne: la abbracciò da dietro, scostandole i capelli biondi e stampandole un bacio sul collo. La tensione di Laura evaporò all'istante; si sciolse contro il petto del mio amico, chiudendo gli occhi e dimenticandosi di me.

Fremevo. Mi sentivo i muscoli tesi, l'elettricità statica nell'aria che mi rizzava i peli sulle braccia.

Di colpo, le luci del locale si spensero.

Un boato di anticipazione si levò dal pubblico, seguito da un silenzio denso, quasi solido. Il buio durò solo una manciata di secondi, poi un singolo occhio di bue, accecante, squarciò l'oscurità puntando dritto sull'asta del microfono.

Lucia emerse dall'ombra. Avanzò a passi lenti, pesanti. Non c'era più traccia della ragazza terrorizzata che avevo stretto nel corridoio dei bagni pochi minuti prima. Afferrò l'asta del microfono con entrambe le mani, abbassò la testa e rimase immobile finché l'intero locale non trattenne il respiro.

Poi alzò lo sguardo, gli occhi verdi ridotti a due fessure feroci.

«Siete qui per il rock?» sbraitò nel microfono, con una voce che raschiava le pareti. «Siete pronti a scatenare l'inferno?!»

Il pubblico rispose con un ruggito assordante. Nello stesso istante, Jack fece esplodere il riff fulminante di Thunderstruck.

Fu uno schiaffo fisico. Il volume era brutale. Il colpo di cassa di Alex mi rimbombò nello sterno, facendo vibrare il pavimento sotto le mie Vans. L'energia di Jack era contagiosa: le sue dita sfrecciavano sul manico della chitarra con una velocità impressionante, il volto contratto in una maschera di pura estasi arrogante. Il concerto era iniziato.

Mentre l'uragano degli AC/DC infuriava, investendomi con un muro di suono, la mia mente scivolò in un istante a una notte di un anno prima. Era il compleanno di Lucia, "da Giuliano", la nostra storica pizzeria di Pavia. Ricordavo il caos che mi divorava la testa in quei giorni: la bocciatura alla maturità, l'umiliazione del lavoro al fast food, le costanti liti con mio padre.

Mi tornò in mente il bagno della pizzeria. L'odore acre di disinfettante mischiato a quello dolce della sua pelle. Avevamo appena finito di scambiarci vecchi ricordi d'infanzia, e lei, scherzando, aveva cercato di tirarmi uno schiaffo, finendo per inciampare e cadermi tra le braccia.

Il frastuono del Rock 'n' Roll svanì per un attimo, sostituito dal ricordo nitido del suo corpo premuto contro il mio. La morbidezza del suo seno, i capelli che mi sfioravano il viso, il calore del suo respiro sul mio collo. La pelle d'oca.

E poi, sussurrata, quella frase che aveva cambiato tutto: "Promettimi che ci sarai sempre a prendermi quando sto per cadere."

Riaprii gli occhi, riportato al presente dalla voce di Lucia che graffiava le note alte. Ripensai alle tempeste che avevamo superato, alle incomprensioni, alle sue gelosie divoranti, all'ombra di Sofia. Lucia era passionale, testarda, a volte sfiancante. Ma l'amore che ci legava era carnale e profondo, nato sui banchi di scuola e sopravvissuto a tutto il resto.

Sul palco, i Radio Ethiopia stavano macinando chilometri.

Alex picchiava sui tamburi con una forza animalesca, i muscoli delle braccia tesi, il sudore che già gli colava sulle tempie. Il suo ritmo era un maglio implacabile. Alyce, alla sua destra, teneva il tempo con una precisione chirurgica. Oscillava i fianchi creando un groove denso, irresistibile, e nel frattempo scansionava il pubblico con lo sguardo: mandava baci, sorrideva sfrontata, a caccia di "carne fresca".

Ma Lucia... Lucia era un uragano.

I capelli castani le frustavano il viso a ogni movimento. Si muoveva con una sensualità selvaggia, padrona assoluta di quei pochi metri quadrati di legno. La sua voce era un mix perfetto di miele e vetro rotto, riempiva il locale senza la minima sbavatura. Cantava aggrappata al microfono, a tratti chiudendo gli occhi, totalmente fusa con il suono. Ero ipnotizzato.

Laura mi tirò la manica della maglietta, sporgendosi verso il mio orecchio per sovrastare il caos. «È da un po' che non li sento,» mi urlò, «ma cazzo se sono migliorati!»

«Sì!» le urlai di rimando, avvicinandomi a mia volta. «Soprattutto Jack! Si è fatto un culo così. Ha appena finito una masterclass con Richie Sambora!»

Laura sgranò gli occhi, sorpresa, mentre Edoardo si sporgeva verso di noi, stringendo la presa sui fianchi della sua ragazza. Sapevo quanto Edo fosse geloso, e Laura adorava tenerlo sulle spine, ma in quel momento eravamo tutti uniti dall'adrenalina che ci arrivava dal palco.

Il brano raggiunse il climax. I fari strobo iniziarono a pulsare all'impazzata, frammentando i movimenti della band in scatti nevrotici. Il pubblico, che all'inizio era rimasto a braccia conserte in un atteggiamento di attesa tipico dei rock club milanesi, aveva iniziato a saltare. Thunderstruck si chiuse con un colpo di piatti simultaneo che fece fischiare le orecchie a tutti, seguito da un boato di pura approvazione.

Lucia, con il petto che si alzava e si abbassava rapidamente, si avvicinò al microfono. Sorrideva, il volto lucido.

«Siamo i Radio Ethiopia!» urlò, e la sua voce rimbombò potente. «E come diceva la dea del punk, Patti Smith: ricordatevi sempre di usare la vostra cazzo di voce! Non lasciate che nessuno vi dica di stare zitti!»

Alzò il pugno al cielo. Un'onda di applausi molto più convinti scrosciò nel locale, accompagnata da urla d'approvazione e qualche fischio d'esaltazione.

Se questo è l'inizio, pensai, sentendo l'orgoglio gonfiarsi nel petto, stasera buttano giù il locale.

Senza concedere al pubblico il tempo di respirare, il palco sprofondò di nuovo nel buio.

Solo il basso di Alyce iniziò a pulsare. Un giro grave, lento, sensuale. Le prime note di Whole Lotta Love strisciarono nell'aria come fumo denso.

Quando i fari si riaccesero, Jack imbracciava la chitarra a gambe divaricate, posseduto dallo spirito di Jimmy Page. Il suono che tirò fuori dalle corde era sporco, distorto, proveniente da chissà quale dimensione sotterranea. Alex lasciò andare un colpo secco sul rullante, potente e primordiale, scatenando il riff. Alyce si mordeva il labbro inferiore, gli occhi chiusi, accarezzando le corde spesse del suo strumento in un'estasi evidente.

Lucia afferrò il microfono. Non cantava: sussurrava, ansimava, prometteva.

Iniziò a narrare la canzone calando su di noi un'aura di tensione erotica che ammutolì le prime file. Era precisa, tagliente. La sua voce scavava nell'anima, risvegliando fame e desiderio. Durante l'assolo di Jack – un'esplosione di virtuosismo che fece gridare i più puristi – Lucia indietreggiò verso la batteria.

Ma fu nella sezione centrale, la parte psichedelica, che accadde la magia.

Il ritmo di Alex rallentò. Jack iniziò a far gemere la chitarra usando l'eco. Lucia avanzò di nuovo verso il bordo del palco, salì con gli anfibi sulla cassa spia, svettando sopra di noi. Con un'espressione trasognata e gli occhi spiritati, iniziò a modulare quel celebre "Ah... ah... oh...", ondeggiando con il bacino. Era ipnotica, pura lussuria in musica.

Edoardo mi diede una forte gomitata nel fianco. Mi fece l'occhiolino, poi si chinò sul mio orecchio. «Amico,» sghignazzò, «avrai il tuo bel da fare per tenerla lontana dai fan a fine serata...»

Seguii il suo sguardo: i tre ragazzi alla mia destra, appoggiati alla transenna, la stavano letteralmente spogliando con gli occhi, le bocche semiaperte.

Sentii una morsa allo stomaco, un misto di gelosia istintiva e un possesso viscerale. Spinsi via Edoardo con una spallata, simulando una sicurezza strafottente che in realtà era solo di facciata. Dentro di me sapevo che la nostra relazione non era mai stata così solida, ma vederla desiderata da tutti quegli sconosciuti mi faceva bruciare il sangue.

Quando il riff esplose di nuovo in tutta la sua violenza per il finale, il pubblico andò fuori di testa. La canzone finì in un crescendo caotico, schiantandosi contro un muro di applausi e grida sguaiate. I ragazzi della band si guardarono, sorridendo feroci, consapevoli di avere il locale in pugno.

«Grazie!» ansimò Lucia, i capelli ormai appiccicati al viso. «Questa era per i giganti. Ma adesso... adesso facciamo sul serio.»

Il colpo di rullante di Alex, trasformato improvvisamente nel sosia di Mikkey Dee, fu come uno sparo. Jack spazzò via ogni indugio e aggredì la chitarra. L'incipit di Rock You Like a Hurricane squarciò l'aria.

Non c'era più niente di mistico o psichedelico: era solo fottuto, puro, selvaggio hard rock.

Il locale si trasformò in una bolgia. Le teste iniziarono a muoversi a tempo, i pugni fendettero l'aria. Alyce faceva vibrare il basso picchiando sulle corde, i codini corvini che frustavano l'aria; un gruppetto di ragazzi in pelle, proprio di fronte a lei, si sgolava per attirare la sua attenzione, e lei, per tutta risposta, gli lanciò un bacio plateale, strizzando l'occhio.

Lucia azzannò il capolavoro degli Scorpions senza pietà. Voce potente, altissima, capace di sovrastare il muro di distorsione.

L'interazione con il pubblico divenne totale. Durante il suo assolo, Jack fece due passi in avanti, sporgendosi oltre il limite del palco e spingendo il manico della chitarra quasi sulle teste della prima fila, che esplose in un boato di esaltazione. Lucia, cogliendo la frenesia, girò il microfono verso la sala durante il ritornello, incitando la folla.

Il Rock 'n' Roll cantò all'unisono, sovrastando quasi l'impianto audio. Here I am... rock you like a hurricane!

Ero lì, pressato tra corpi sudati, e non potevo smettere di guardare Jack. Aveva ragione Laura: il suo miglioramento nell'ultimo anno era stato spaventoso. Suonava con una fame e una pulizia che non appartenevano a un ventenne di provincia. Tutta la band, quella sera, era in stato di grazia.

L'ultimo accordo risuonò a lungo, tenuto in piedi dai piatti di Alex. Prima ancora che il feedback della chitarra sfumasse, Alex si alzò in piedi dietro i tamburi e lanciò le sue bacchette nel pubblico. Due ragazze accanto a me si tuffarono per prenderle al volo, urlando come pazze.

Lucia tornò al microfono. Era madida di sudore, il trucco leggermente colato sotto gli occhi, e non era mai stata così bella.

«Siete stati fantastici!» urlò, godendosi la tempesta di applausi che la investiva. «Questa era Hurricane... ma stasera, il vero uragano siete stati voi!»

Il ruggito del Rock 'n' Roll fece

tremare il pavimento. La serata era appena iniziata.

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