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Creato il 30/07/2026, 03:25 · Aggiornato il 30/07/2026, 03:25

Capitolo 2: Nel bel mezzo di un binario ferroviario

@bergadavideDavide
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Rho (Milano) - Venerdì 26 Aprile 2024, ore 20.30

Quel venerdì sera ci trovavamo a Rho, per l'esattezza al Rock 'n' Roll. Un club storico della scena musicale milanese, uno dei pochi sopravvissuti all'ecatombe di chiusure post-lockdown. Proprio lì, su quel palco, la mia ragazza Lucia si preparava a esibirsi con la sua band: i Radio Ethiopia.

Il RnR è un locale piccolo, dall'anima underground. Ci si va per ascoltare musica dal vivo senza compromessi, un faro per le band emergenti e per chi ha il rock nel sangue. Essendo uno dei pochi baluardi rimasti, riuscire a strappare una data era considerato un mezzo miracolo.

«Sono esigenti, non ti lasciano suonare la prima cosa che ti passa per la testa.»

Me lo aveva ripetuto fino allo sfinimento Lucia, divorata dall'ansia.

Eravamo fidanzati dall'estate precedente, coronamento di una lunga amicizia che ci aveva visti inseparabili fin da bambini. Praticamente siamo cresciuti insieme; sua madre, Manuela, è stata per me una seconda mamma, visto che io la mia l'ho persa da piccolo. Insomma, sulla carta, la nostra era la classica dinamica da commedia americana: lei, il brutto anatroccolo un po' sfigato che fiorisce diventando la ragazza più popolare della scuola – solo che, invece della cheerleader, era diventata la carismatica frontwoman di un gruppo rock. Io, l'eterno indeciso e complessato che, miracolosamente, finisce per mettersi con la ragazza che tutti desiderano. Eravamo un paradosso vivente: la rockstar in erba e l'amico d'infanzia diventato fidanzato.

Il merito di quella serata andava a Jack, chitarrista e leader carismatico del gruppo. Chissà come, era riuscito a piazzare la band su un palco a cinquanta chilometri da Pavia. Era stato un aprile denso: solo la settimana prima avevamo suonato allo Zio Live, vicino a Lodi. Due date di spessore, una in fila all'altra, per una formazione composta da ventenni di provincia.

Da fuori, in quella via Magenta che non diceva nulla, il locale sembrava un pub qualunque: un'insegna di plastica nera su un muro giallo scrostato. Faceva angolo in una zona industriale, invisibile a un occhio distratto. Ma per chi è malato di musica, varcare quella soglia significava entrare in un tempio. Dentro, l'atmosfera ricordava un Hard Rock Café, ma meno patinato e decisamente più sudicio. Strumenti vintage e cimeli pendevano ovunque, mentre i muri neri erano letteralmente tappezzati da locandine di concerti storici: Litfiba, Timoria, un Pino Scotto del '96, intrecciati a nomi giganteschi come AC/DC, Rolling Stones, Metallica e Korn. Per me, era come camminare in un parco giochi.

Quella sera il locale era gremito all'inverosimile. Una fauna eterogenea: biker in pelle consunta, metallari attempati, punk fuori tempo massimo e semplici curiosi. Io ero seduto al tavolo dove avevamo appena cenato con la band, situato su un soppalco di fronte alla cassa. Da lì dominavo la scena, guardando oltre l'ampia vetrata che separava l'area pub dalla zona palco.

«Ok, sentiamo un po',» buttò lì Jack, appoggiandosi allo schienale con il solito mezzo sorriso di sfida, passandosi un tovagliolo per togliere una macchia di maionese. «Secondo voi... chi è il più grande chitarrista rock di tutti i tempi?»

Alex, il batterista, con l'espressione perennemente accigliata di chi sta per pronunciare una verità assoluta, non esitò: «Non ci sono santi. Gente come Page o Hendrix ha scritto la Bibbia. Tecnica, feeling... mostri sacri.»

Di fianco a lui, Alyce, la nuova bassista, si sistemò una ciocca corvina dietro l'orecchio. Sorrise, sfoderando il suo leggero accento inglese: «Oh, andiamo ragazzi! Avete mai veramente ascoltato la classe blues di Mark Knopfler, o l'energia di Bob Marley? C'è molto di più oltre a qualche noioso assolo, lo sapete.» Poi mi lanciò un'occhiata complice, prolungata un secondo di troppo.

«Knopfler? Marley?» sbuffò Jack, alzando gli occhi al cielo come davanti a un'eresia. «Ma che paragoni fai, Alyce? Qui si parla di gente che ti stacca la faccia con un assolo! Eddie Van Halen, Slash, Nuno Bettencourt. Quelli sono fottuti chitarristi.»

Lucia, seduta al mio fianco, mi strinse la mano sotto il tavolo. La sua presa era così ferrea che sentii le nocche scricchiolare. Aveva la fronte aggrottata; del dibattito sui mostri sacri della chitarra non le importava nulla, era paralizzata dal panico pre-concerto. Ricambiai la stretta, massaggiandole il dorso per infonderle calma, anche se l'elettricità dell'attesa stava contagiando pure me.

«E tu, Frà?» mi incalzò Jack, notando il mio silenzio. «Chi incoroni?»

Mi schiarii la voce, consapevole di avere gli occhi di tutti addosso. «Per me non c'è partita: Brian May. E non è solo per il suono della Red Special che ti arriva allo stomaco. Ha scritto riff e melodie che sono leggenda pura. Non è un chitarrista, è un mago: fa cantare lo strumento, lo fa piangere, lo fa esplodere.»

Ci fu un attimo di quiete. Persino Jack sembrò soppesare l'argomentazione. Alex annuì, riconoscendo la fondatezza della scelta, e Alyce mi sorrise apertamente.

A rompere l'incantesimo fu di nuovo Jack. Si sporse in avanti sul tavolo, gli occhi che brillavano di un'energia febbrile. «Sapete che vi dico? Che non me ne frega un cazzo di chi sia il più grande. Perché stasera noi faremo vibrare questo fottuto buco fino alle fondamenta. L'energia che scarichi, la passione... il resto sono stronzate per intellettuali.» Scoppiò a ridere e mi diede una manata sulla spalla che quasi mi fece rovesciare la birra.

Improvvisamente, la tensione ebbe la meglio su Lucia. Scattò in piedi e mi trascinò via verso i bagni, un rituale di sfogo che si ripeteva a ogni data. Mentre mi tirava per il braccio, sentii le risate sguaiate di Jack e Alex alle nostre spalle, coperte dal richiamo stizzito di Alyce: «Ma dai, sul serio?! Ci risiamo...»

«E se non fossi all'altezza?» sussurrò Lucia non appena fummo nel piccolo corridoio dietro il bancone. I suoi occhi erano velati dal panico.

Le sfiorai le labbra con l'indice, zittendola dolcemente. «Lucia, non pensarci.» Attorno a noi, i clienti facevano la spola, lanciandoci sguardi divertiti. «Sarai straordinaria. Come sempre.»

«Jack dice che qui sono esigenti...» balbettò lei, aggrappandosi a quell'unica frase.

La strinsi in un abbraccio solido. «Sai benissimo che appena sali su quei gradini ti trasformi.»

Lei affondò il viso nell'incavo della mia spalla, mordicchiandomi nervosamente il collo. Il suo profumo di rose, aspro e dolciastro allo stesso tempo, mi invase le narici.

«Ti ricordi la settimana scorsa a Lodi?» le sussurrai all'orecchio, mentre i suoi leggeri morsi si trasformavano in succhiotti sulla mia pelle. Con un movimento fluido, la spinsi delicatamente con la schiena contro il muro del corridoio.

Lei spalancò gli occhi verdi, in cui ora baluginava una scintilla di desiderio. «Mmh... mi piace quando fai il duro,» mormorò, mordendosi il labbro inferiore.

«Dicevo,» ripresi, cercando di mantenere un tono fermo nonostante il cuore mi martellasse nel petto, «eri terrorizzata anche lì. E sul palco sei stata impeccabile.» Le accarezzai la guancia. «Spaccherai anche stasera, cazzo!» alzai leggermente la voce, per bucare la sua corazza di insicurezza.

«Grazie.» Lucia si rilassò, appoggiando le mani al muro dietro la schiena e inclinandosi leggermente in avanti. «Sai sempre come tranquillizzarmi.»

Mi guardò fissa, inclinando la testa in quel suo modo particolare. Indossava una minigonna nera a balze, calze a rete strappate ad arte, stivaletti pesanti e una canottiera bianca che non nascondeva il reggiseno scuro. A vederla così, il panico lasciava il posto a una sensualità prepotente.

Ma poi, il suo sguardo scivolò altrove, oscurandosi. «Ma...» esordì, la voce improvvisamente fredda, «ci ripensi mai?»

Istintivamente, la mia mano sinistra andò a cercare il braccialetto di perle nere che portavo al polso destro, il pollice che accarezzava la pietra azzurra incastonata al centro. Sapevo esattamente dove voleva arrivare.

«A cosa?» risposi, vigliaccamente vago.

«A Sofia, ovviamente! Francesco, non fare il finto tonto, ho visto la tua reazione.» Indicò la mia mano sul bracciale. «Manca anche a me. L'ho sentita un paio di volte dopo che è partita, poi è sparita nel nulla. Perfino Antoine è disperato.»

Ci risiamo, pensai.

Sofia era la sorellastra di Lucia. L'avevo conosciuta l'estate prima, durante le due settimane in cui si era fermata a Pavia dopo quattro anni in giro per il mondo. Era stata una tempesta tropicale che aveva ridisegnato la mappa della mia esistenza. A diciannove anni – contro i suoi venticinque – mi ero trovato davanti a una creatura dalla bellezza eterea e disarmante, con quegli immensi occhi verde rubino in cui sembravano ruotare intere galassie. Non era stata solo un'infatuazione; Sofia era stata la mia guru, la scintilla che mi aveva introdotto alla meditazione, agli Yoga Sutra e agli insegnamenti di Nisargadatta Maharaj.

Era stata lei a farmi riemergere dal dolore per la perdita di mia madre e dalla frustrazione per la bocciatura a scuola. Paradossalmente, era stata proprio la sua saggezza spietata a spingermi a dichiararmi a Lucia, insegnandomi il coraggio e l'onestà. Le dovevo tutto. Come potevo dimenticarla?

Ma Lucia non aveva mai digerito l'ombra di sua sorella. E io, per quieto vivere, avevo omesso la reale profondità del legame spirituale che si era creato con Sofia. Un vuoto, una piccola bugia per omissione, che ogni tanto riaffiorava, scatenando la naturale insicurezza di Lucia.

Feci per aprire bocca, ma lei mi precedette, indurendo i lineamenti. «Lasciamo perdere, dai. Torna dagli altri, io vado in bagno.» Mi voltò le spalle, piccata.

Tornai al tavolo con l'umore a terra. Mentre mi sedevo tra Jack e Alyce, fu proprio Jack ad accogliermi a braccia aperte: «Finalmente! Stavo per venire a dividervi con una secchiata d'acqua gelata.» Si passò una mano sulla frangia arancione; indossava una camicia rossa a scacchi smanicata, pantaloncini cargo e l'immancabile piastrina militare al collo.

«C'mon, lascialo stare. È normale alla loro età,» intervenne Alyce. Appoggiò con naturalezza una mano piccola e fredda sulla mia coscia. Sorrise beffarda, gli occhi azzurri fissi sul vistoso segno rosso che Lucia mi aveva appena lasciato sul collo.

Cercai di coprirlo goffamente con una mano, ma Alyce non demorse. «Sai, Francesco,» sussurrò con la sua solita cantilena anglo-italiana, «certe volte mi domando se tu sei il suo ragazzo, o il suo cagnolino.»

«Piantala, Alyce,» intervenne Jack in mia difesa. «C'ero anch'io l'anno scorso quando si è dichiarato. Quando serve, il ragazzo ha le palle.»

«Speriamo,» ribatté lei, senza togliere la mano dalla mia gamba. «Lucia è figa da far girare la testa. Chissà cosa succederebbe se un produttore la notasse e decidesse di portartela via...» Puntò l'indice proprio verso il mio collo.

«Basta con queste cazzate, si suona tra poco!» ringhiò Jack.

Alex, di fronte a noi, sembrava vivere in un mondo a parte, isolato dalle sue cuffie, chiuso in un silenzio impenetrabile. Alyce, vestita con un abitino nero fin troppo succinto per le temperature di fine aprile, si sporse verso di me. I codini corvini le ondeggiarono ai lati del viso. «Francesco... your girl... she's got a lot of passion, eh?» mormorò, ammiccando pesantemente.

Il disagio fu spezzato dall'arrivo provvidenziale di Lucia, accompagnata dai nostri amici Edoardo e Laura, che non si facevano vedere a un concerto da mesi. Alyce ritirò la mano, ma non l'espressione furba.

Lucia e Laura puntarono dritte al bancone delle birre, ignorandoci e immergendosi istantaneamente in uno dei loro fittissimi conciliaboli. Laura era la migliore amica di Lucia: più grande di noi, lavorava in un negozio di dischi, lingua tagliente e atteggiamento protettivo. Tra me e lei non correva esattamente buon sangue. Edoardo, il mio migliore amico dai tempi dell'asilo, si era recentemente trasferito da lei; da quando convivevano, aveva un'aria molto più serena.

«Ciao Fra,» mi salutò Edoardo, disinvolto come sempre. Alyce fece un cenno, lui ricambiò appena, fiutando l'aria tesa. «Mi accompagni a fumare prima che inizino?»

«Certo,» balzai in piedi, sollevato.

«A dopo...» mi sussurrò Alyce alla schiena.

Mentre superavamo il bancone, Lucia mi venne incontro, stampandomi un bacio sulla guancia. «Scusa per prima, amo.»

«Non preoccuparti, piccola. Ti amo,» le risposi all'orecchio, prima di seguire Edoardo all'uscita.

Non appena varcai la soglia del locale e l'aria fresca mi investì il viso, il telefono vibrò.

Era un messaggio di Sole: "Ciao Francesco, come stai? Pensavo a te... oggi ho fatto la lezione 'Psicologia dello Yoga', molto interessante!"

Storsi il naso. Sole aveva preso il posto di Sofia come mia istruttrice di meditazione. Da quando aveva iniziato una scuola per diventare "terapeuta esoterica", il nostro rapporto era cambiato. Era diventata più invadente, come se le sue parole nascondessero sempre un sottotesto che mi sfuggiva.

Il telefono vibrò di nuovo. "Avrei voglia di parlarne con qualcuno... domani pomeriggio devo andare in libreria in Duomo, potremmo ritagliarci un momento? Sono cose che non posso condividere con nessun altro. Hai voglia di accompagnarmi?"

Bloccai lo schermo. Mi sentivo come un treno fermo a uno snodo ferroviario, davanti a mille binari che andavano in direzioni opposte. Non volevo stravolgere nulla; stavo bene così. Avevo superato la maturità, stavo con la ragazza che amavo, guidavo la vecchia Panda di nonno Gianni. La vita mi sorrideva.

Edoardo era appoggiato al muro scrostato fuori dal locale, la luce giallognola di un lampione che gli allungava l'ombra. Espirò una nuvola densa di fumo, gettando un'occhiata curiosa all'interno. «Fra, ma chi è quella tipa al tavolo?» chiese, riferendosi ad Alyce.

«La nuova bassista. Suona con loro da un paio di mesi,» risposi, dando un calcio a un sasso.

«Ci prova con te in un modo imbarazzante. E Lucia non le ha ancora staccato la testa?»

«Lucia è ancora troppo concentrata sulla gelosia per Sofia,» sbottai. «Anche se è sparita da un anno.»

«Giusto! L'anno scorso per quella lì avevi perso la testa.» A Edoardo, Sofia non era mai andata a genio.

«Non esagerare,» mentii spudoratamente. «Non mi vado a cercare altre rogne, tantomeno con una come Alyce.»

Edoardo schiacciò il mozzicone sotto la suola. «Amico, non fare lo struzzo. Hai visto la mano sulla coscia. Se non vuoi problemi, mettile dei paletti, o Lucia prima o poi se ne accorgerà e farà una strage.»

Sospirai, passandomi una mano sul viso. Aveva ragione.

«Comunque, Lucia sta bene?» cambiò discorso Edoardo, facendosi serio.

«È terrorizzata all'idea di non essere all'altezza.»

«Ma se sul palco diventa un animale!» rise lui.

«Lo so. Ma lei non ci crede.»

Edoardo annuì, dando un'occhiata all'orologio. «Dai, rientriamo. La musica sta per iniziare.» Mi diede una pacca sulla spalla e ci tuffammo di nuovo nella bolgia del Rock 'n' Roll.

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