Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo XVIII

Copertina di Non accontentarti dell'infinito
Copertina con AI

Non accontentarti dell'infinito

di @bergadavide

Originale · Classificazione: Esplicito · In corso

52.822 parole · 20 capitoli · 6 letture · aggiornata il 28 ottobre · 1 recensione ›

Avvertenze

Contenuto sessuale esplicito

Tag

F/M · Avventura · Introspettivo · Romantico · Slice of life · Crescita Personale · Destino · Musicale

Note dell'autore e personaggi

Note dell'autore

Davide Bergamaschi

Personaggi originali

Francesco Diciannove anni, lavora in un fast-food e porta ancora il peso di una madre perduta. Cerca se stesso tra musica, silenzi e una sete spirituale che non riesce più a ignorare. In bilico tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente intero. Lucia Voce potente di una band rock emergente, solare e viscerale. Amica d’infanzia e primo grande amore di…

Capitoli

20 capitoli, dal 30 luglio al 28 ottobre

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Riassunto

Riassunto

Genere: Young Adult / New Adult – Romance contemporaneo con elementi mistici e spirituali

Francesco ha diciannove anni, lavora in un fast-food a Pavia e porta ancora addosso il peso di una madre perduta e di un padre assente. Da sempre al suo fianco c’è Lucia: amica d’infanzia, primo grande amore, voce potente di una band rock emergente. Insieme hanno costruito un “noi” che sembrava indistruttibile.

Poi arriva Sofia, una presenza luminosa e misteriosa che apre a Francesco porte interiori che non sapeva di possedere: sogni, segni, una ricerca spirituale che non riesce più a ignorare. Quando Sofia scompare, il vuoto viene riempito da Sole, più grande di lui, psicologa, erede di quello stesso percorso. Con lei Francesco si sente finalmente visto per intero.

Tra concerti, gelosie, aure colorate che iniziano a percepire e promesse che si spezzano, Francesco si ritrova a dover scegliere tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente se stesso.

Una storia di amore e crescita, di musica rock e misticismo, di verità che fanno male e di legami che bruciano. Perché a volte, per trovare la propria strada, bisogna avere il coraggio di lasciare andare ciò che si ama di più.

Capitolo 18

Ciò che non dici ti comanda

4.876 parole, circa 24 minuti

Copertina del capitolo 18

La mattina seguente mi svegliai con una sensazione di leggerezza che non provavo da giorni. Ero ancora confinato in camera mia, ma il solo pensiero che quello fosse l'ultimo giorno di "isolamento forzato" mi riempiva di energia. Fuori dalla finestra il sole splendeva e io stavo già programmando la serata e i giorni a venire: lunedì sarei finalmente tornato al lavoro al fast food, ma prima mi aspettava un lungo weekend. Lucia avrebbe suonato la sera stessa alla Stazione Centrale, per una serata dal vivo in un locale nei paraggi, e io non vedevo l'ora di vederla sul palco e godermi un po' di musica insieme agli altri.

Me ne stavo tranquillo a fare i fatti miei, steso sul letto a scorrere il telefono e a rimettere insieme i pezzi dei miei pensieri, quando un colpo secco alla porta annunciò l'ingresso di mio padre.

Entrò in stanza indossando già la giacca, con il solito atteggiamento sbrigativo di chi ha sempre un piede fuori dalla porta.

«Ho appena parlato al telefono con il cardiologo del San Matteo,» esordì senza troppi fronzoli, appoggiandosi allo stipite della porta. «Ha visionato gli ultimi referti degli esami di martedì. Dice che i valori sono rientrati nella norma e che, per quanto lo riguarda, sei ufficialmente fuori pericolo. Da domani puoi riprendere la tua vita normale e tornare al lavoro.»

Un sospiro di sollievo mi liberò il torace. «Perfetto. Un'ottima notizia.»

«Sì, beh... cerca comunque di non fare stupidaggini e di non affaticarti,» continuò lui, aggiustandosi i polsini della camicia con fare distratto. Poi il suo tono di voce si fece più basso, quasi formale: «Senti, Francesco... io avevo programmato di partire per Hong Kong domani pomeriggio da Malpensa. Alcuni clienti insistono perché vada di persona a controllare delle pratiche. Contavo sul fatto che ti saresti ripreso rapidamente, e visto che il medico ha dato il via libera, confermo il volo. Sarò via per un paio di settimane. È un viaggio di lavoro importante e non posso proprio rimandarlo.»

Sentii la solita, sottile punta di amarezza farsi strada dentro di me, anche se ormai ci ero abituato. Mio padre era fatto così: presente solo nei momenti di stretta emergenza, per poi sparire di nuovo dietro i suoi impegni internazionali non appena le acque si calmavano.

«Capisco, papà. Non preoccuparti,» risposi mantenendo un tono neutro, senza lasciar trasparire la delusione.

Lui mi squadrò per un istante, come per accertarsi che non avessi intenzione di fare polemica, poi annuì. «Ti chiamerò ogni tanto per sapere come va. E mi raccomando: stai attento al nonno. Anche se dice di stare bene, l'ho visto molto provato in questi giorni... l'ansia per il tuo ricovero non gli ha fatto bene. Stagli vicino.»

«Lo farò.»

Senza aggiungere altro, mi diede un cenno d'intesa con la testa, si voltò e si congedò, lasciandomi solo con il silenzio della mia stanza e con la consapevolezza che, per l'ennesima volta, sarei stato io a dover mandare avanti le cose.

Passarono circa venti minuti da quando mio padre aveva lasciato la stanza. Ero rimasto sdraiato sul letto, con il cellulare tra le mani, cercando disperatamente su internet qualsiasi informazione sensata sulla "percezione delle aure" — perché, a quanto pareva, era proprio così che si chiamava la mia nuova e assurda condizione.

La noia e la confusione stavano prendendo il sopravvento, quando il silenzio dell'appartamento fu rotto da un parlottare sommesso proveniente dal corridoio. Riconobbi subito il borbottio sorpreso di nonno Gianni, mescolato a una voce femminile incredibilmente familiare che gli rispondeva con tono suadente.

Un istante dopo, venni travolto da una sensazione inattesa. Seppur si chiamasse Sole, il suo arrivo ebbe l'impatto improvviso di un temporale estivo.

Un'aura verde, intensa e vibrante, cominciò a farsi strada nella mia percezione ben prima che la porta si aprisse. Erano giorni che quella mia insolita e spaventosa capacità visiva sembrava essersi sopita, ma l'energia che stavo percependo in quel momento era di una natura completamente diversa da quelle deboli e fugaci che avevo scorto la sera al San Tommaso. Era incredibilmente più potente, densa e con un'estensione di gran lunga maggiore rispetto a quelle dei miei amici. E, con una chiarezza che mi spiazzò, seppi senza ombra di dubbio a chi apparteneva.

Ma come? pensai, sentendo una vena di panico pulsarmi nel collo. Non le avevo detto chiaramente ieri al telefono di non farsi vedere? Non eravamo d'accordo che ci saremmo sentiti la settimana prossima con calma? Perché diavolo è qui?! L'ansia innescò un improvviso e catastrofico flusso mentale. E se per sbaglio fosse capitata Lucia proprio adesso? Cosa diavolo sarebbe successo?

Insieme al panico, la testa cominciò a dolermi, un fastidio sordo e pesante, molto simile ai postumi di una sbronza colossale. In contemporanea, iniziò a prudermi in modo insistente un punto preciso al centro della fronte, proprio tra le sopracciglia: quello che — grazie alle mie recenti ricerche e agli insegnamenti passati nella meditazione — sapevo chiamarsi "terzo occhio".

Il parlottare nel corridoio si fermò. La porta della mia stanza si aprì, spinta da nonno Gianni che si fece da parte, e la vidi.

Sole era lì sulla soglia. Il suo sorriso era sereno, disarmante, e la sua presenza fu come una ventata d'aria fresca. La sua aura verde, così luminosa e avvolgente, parve saturare l'aria dell'intera stanza in un istante, portando con sé un'inaspettata sensazione di calma e vitalità che placò di colpo il mio mal di testa.

Alla fine, rilassai le spalle e tirai un sospiro di sollievo: malgrado la sua totale sfacciataggine nell'ignorare i miei divieti, per fortuna aveva scelto il momento perfetto per la sua irruzione. La stanza era insolitamente tranquilla, mio padre se n'era andato, e non c'era nessun altro visitatore nei paraggi pronto a scatenare l'inferno.

Vidi affiorare un sorriso enigmatico sul volto di nonno Gianni mentre si congedava, indietreggiando verso il corridoio.

«Beh... vi lascio soli», borbottò. Calcò in modo fin troppo evidente su quell'ultima parola, con un tono malizioso che conoscevo a memoria, alludendo al fatto di "stare attenti" a quello che stavamo per fare, immaginandosi chissà quali scenari.

Mentre la porta si chiudeva, Sole prese tranquillamente possesso di camera mia, guardandosi intorno con estrema naturalezza. Averla lì, all'interno del mio rifugio personale, era la cosa più strana e surreale che potessi mai immaginare nella mia vita.

Quella mattina emanava un'eleganza discreta ma raffinata. Sapevo che lavorava come psicologa in uno studio del centro, il che spiegava perfettamente quell'abbigliamento tanto professionale. Indossava il trench color cammello che le avevo già visto addosso a Milano; appena entrata, con un gesto fluido se lo sfilò e lo depose con cura sullo schienale della sedia. Portava una camicia di seta bianca, sbottonata sul collo con una studiata noncuranza che lasciava intravedere il décolleté, abbinata a una gonna nera dal taglio impeccabile. A completare il tutto, un paio di calze bianche velate e scarpe color panna dal tacco basso.

Da quando aveva varcato la soglia non aveva smesso di fissarmi un solo istante, in perfetto silenzio. I suoi capelli biondi erano elegantemente raccolti sulla nuca da una molletta. Appena si accomodò sulla sedia di fianco al mio letto, con un sospiro e un gesto spontaneo di liberazione se la sfilò, lasciando che la cascata della sua chioma le ricadesse morbida sulle spalle.

Rimasi per un attimo ipnotizzato dalla naturalezza di quel gesto, fissandola con l'espressione da ebete di chi non ha la minima idea di come gestire la situazione. Ero nel mio letto, probabilmente con un'aria stropicciata e i capelli per aria, mentre lei si era accomodata nella mia stanza con la stessa imperturbabile eleganza con cui avrebbe preso il tè a Buckingham Palace.

Appoggiò la borsetta nera sulle ginocchia e vi pescò all'interno, estraendo un libro dalla copertina decisamente consunta. Mi guardò con un'espressione indecifrabile, in perfetto equilibrio tra il serio e il faceto.

Porgendomi il volume con un gesto lento e studiato, inclinò la testa. «Buongiorno, Francesco,» disse, avvicinando la sedia di qualche centimetro al mio letto e invadendo il mio spazio vitale con una disinvoltura disarmante. I suoi occhi marroni, profondi come pozzi, mi scrutavano con una dolce, quasi clinica, preoccupazione. «Come stai?»

Poi, notando la mia palese espressione di sgomento, anticipò la mia obiezione: «Lo so,» esordì, fissandomi intensamente. «So bene che eravamo rimasti d'accordo che ci saremmo sentiti nei prossimi giorni, ma ho deciso di farti visita prima!» Aggiunse un'espressione divertita, come se avesse appena confessato di aver mangiato una fetta di torta fuori pasto, non di essersi intrufolata in casa mia eludendo ogni norma di buon senso.

«Buongiorno, Sole...» risposi, prendendo il libro con estrema cautela, quasi temessi potesse mordere. «Mi sorprendi. Non ti facevo il tipo di ragazza avvezza al rischio... estremo,» tentai di scherzare, ma la voce mi uscì più incerta del previsto.

In effetti, non le avevo ancora detto che il medico mi aveva appena dato il via libera: lei si era presentata a casa mia sfidando la sorte, il nonno, e l'eventuale presenza della mia fidanzata, con una sfacciataggine che rasentava il genio.

Ignorando il mio avvertimento con una scrollata di spalle del tutto noncurante, Sole indicò la copertina del libro. Fu in quel momento che notai, per la prima volta, lo smalto rosso, laccato e perfetto, delle sue unghie.

«Ti ho portato questo: Dal sé inferiore al sé superiore di Angela M. La Sala Batà. Credo possa esserti utile in questo periodo di... riposo forzato. Sai,» aggiunse, picchiettando l'indice sulla copertina vissuta, «è un testo che aiuta a riconoscere le maschere che indossiamo, quelle paure e insicurezze che ci fanno credere di essere meno di quello che siamo in realtà.»

Aveva tenuto per tutto il tempo gli occhi fissi sulla copertina del libro. Quando finì di parlare li sollevò lentamente, piantandoli dritti nei miei. In quell'istante la stanza sembrò congelarsi in una bolla di irrealtà, sospesa fuori dal tempo. Il suo era uno sguardo d'intesa denso e impossibile da ignorare, un'allusione tutt'altro che velata a quel nostro assurdo viaggio in treno di ritorno da Milano, quando avevamo parlato proprio delle immagini karmiche e delle illusioni che ci costruiamo addosso.

Mentre parlava, la sua compostezza professionale si scaldò, lasciando trasparire una passione genuina per l'argomento. Chinò la testa per guardare il volume e i capelli le ricaddero in avanti, incorniciandole il viso perfetto; si rialzò a fissarmi, se li sistemò dietro l'orecchio con un movimento fluido e continuò: «L'idea dell'autrice è quella di prendere per mano il lettore, attraverso varie lezioni, per aiutarlo a superare quelle illusioni.»

Fece un piccolo sospiro. Aveva parlato in fretta, quasi senza prendere fiato. «Ci sono molto legata,» confessò, abbassando appena il tono. «Me lo ha consigliato Sofia i primi anni in cui ci conoscemmo, quindi...»

Ecco il gancio, pensai. Stava puntando ancora una volta il dito sulla nostra "guru" per incatenarmi. Ebbi la chiara sensazione di essere appena scivolato in una trappola sottile, tessuta con un'eleganza disarmante proprio in mezzo alla mia camera da letto, giocando su fili invisibili che ci legavano entrambi.

E il problema era che funzionò terribilmente bene.

Grazie a quella mia nuova, bizzarra sensibilità, non mi limitai ad ascoltare le sue parole: sentii fisicamente l'emozione che voleva trasmettermi. Percepii l'importanza monumentale che quel libro aveva per lei, ma allo stesso tempo avvertii la gioia sincera di poterlo condividere con me.

La poesia del momento, però, fu subito spezzata dal suo innato senso del controllo.

«Quindi... appena lo finisci me lo ridai, eh?» concluse, sfoderando un sorriso malizioso e perentorio che non ammetteva repliche.

«Sole…» esordii, passandomi una mano tra i capelli e schiarendomi la voce nel patetico tentativo di riprendere il controllo della situazione. «Tu… cioè, ti rendi conto che presentarti qui, in camera mia, è… potenzialmente un rischio enorme, vero? Se per caso fosse passata…»

Incespicai, faticando persino a pronunciare il nome di Lucia ad alta voce. Volevo fare quello severo, farle capire quanto fosse stata inopportuna, ma balbettavo come un ragazzino alla prima cotta e il sorriso ebete che mi stava nascendo sulle labbra tradiva spudoratamente quanto, in realtà, fossi felice di vederla.

«Lo so,» rispose lei, accavallando le gambe con una lentezza calcolata e pacifica. «Affronterò le eventuali conseguenze. In fondo non sto facendo assolutamente nulla di male, giusto? Sto solo… facendo visita a un caro amico in convalescenza.» Inclinò leggermente la testa, fissandomi con finta innocenza. «A proposito, visto che sei confinato a letto, pensavo fossi ancora un malato in attesa di esiti incerti. Invece ti trovo in gran forma.»

«Ehm, in realtà sì... cioè, lo sono,» risposi, cercando di recuperare un po' di contegno. «Il cardiologo ha appena chiamato mio padre. Non hanno capito bene cosa ci fosse che non andava nel mio corpo sano, ma a quanto pare i valori sono rientrati. Sono ufficialmente fuori pericolo.»

Feci un mezzo sorriso, scrollando le spalle e arrendendomi all'evidenza che fosse inutile cercare di fare il duro con lei. «Ma lasciamo stare i referti medici... la verità è che sono lo stesso molto felice di vederti! Però dimmi,» aggiunsi, cercando di ritrovare un tono più fermo, «come mai questa visita kamikaze? Non eravamo rimasti che ci saremmo sentiti con calma nei prossimi giorni?»

Sole guardò per un istante il pavimento, colpita dalla mia risposta. Poi rialzò la testa, fissandomi mentre si sistemava con entrambe le mani i capelli biondi appena sciolti.

«Ho finito presto al lavoro e ho pensato di passare per un breve saluto,» disse con un sorriso che voleva apparire del tutto casuale, «ma ora che ci siamo... dai, raccontami tutto. Come stai davvero e che cosa ti è successo?»

Mentre pronunciava quelle parole in modo così disinvolto, percepii qualcosa di anomalo. All'interno della sua splendida aura verde comparve improvvisamente una sottile striatura rossastra, un lampo cromatico che mi diede l'immediata, tagliente impressione che stesse mentendo su quel "finire presto". Tuttavia, distratto com'ero dalla sua vicinanza, decisi di non dare troppo peso a quella mia nuova, bizzarra percezione.

Mi ero spostato, sedendomi sul bordo del materasso con le gambe penzoloni, proprio di fronte a lei. In quel momento Sole allungò una mano, appoggiandola delicatamente sul mio braccio: il suo tocco fu un'esplosione di calore puro, un'energia avvolgente che non avrei esagerato a definire profondamente curativa.

A quel punto cedetti e le raccontai tutto. Del malessere improvviso, innescato da uno strano sogno in cui erano apparse Sofia e una figura luminosa indecifrabile. E poi, ovviamente, delle visioni.

Mentre parlavo, la distanza tra noi sembrò annullarsi. Sole si sporse in avanti e, con una naturalezza disarmante, mi cinse in un abbraccio delicato. Fu un tocco breve, ma ebbe il potere immediato di sciogliere i nodi della mia tensione. Mi sentii subito più leggero, come se la sua sola vicinanza fosse in grado di dissipare le ombre che mi ronzavano in testa. Tuttavia, notai un dettaglio: quando le descrissi il sogno e l'entità luminosa, per una frazione di secondo la sua maschera di imperturbabilità vacillò e le sue pupille si spalancarono per lo stupore. Durò un attimo, ma lo vidi.

Si ritrasse dolcemente, sistemandosi meglio sulla sedia. Accavallò le gambe con un fruscio di seta, un movimento lento, felino e calcolato al millimetro, che attirò la mia attenzione molto più del dovuto, accendendo nell'aria una tensione inequivocabile. Stava giocando a fare la professionista matura, sì, ma con il chiaro intento di non farmi dimenticare che era anche una donna bellissima, perfettamente padrona del gioco.

«Quindi... queste esperienze, esattamente, come ti hanno fatto sentire?» mi chiese, sfoderando il repertorio da manuale della psicologa perfetta, appoggiando il mento sulle mani intrecciate.

Non riuscii a trattenere un mezzo sorriso per quella posa così smaccatamente studiata. Lei se ne accorse all'istante e mi rispose con un'occhiata languida e divertita, sollevando un sopracciglio in una muta provocazione.

«Fisicamente… beh, sono ancora qui,» risposi, allungando il braccio per posare il suo libro sul comodino. Con quella copertina consunta sembrava davvero un reperto uscito da un film muto in bianco e nero. «Ma la testa… la testa è un po' un caos.»

«Lo immagino,» mormorò lei. La sua voce era un sussurro vellutato, suadente. «Eri molto turbato l'ultima volta che ci siamo sentiti. Raccontami tutto con calma. Sono qui per questo.»

Mi guardava con indulgenza, ma io sapevo che c'era di più. Lei capiva esattamente di cosa stessi parlando. Non era solo la strizzacervelli che ascoltava i deliri di un paziente; era una guida spirituale che riconosceva i chiari sintomi di un risveglio interiore, ma lo faceva con l'atteggiamento di una gatta che si lecca i baffi di fronte al suo gomitolo preferito.

Così vuotai il sacco. Le descrissi nei minimi dettagli i colori intensi e vibranti che avevo iniziato a scorgere intorno a Edoardo, Lucia e Laura. Le spiegai la strana, inquietante consapevolezza che mi era esplosa dentro la sera in cui eravamo stati al San Tommaso, la sensazione di poter decodificare le loro dinamiche nascoste, come se ognuno avesse un ruolo e un'energia specifica e visibile. Infine, le parlai di nuovo della notte precedente: la stanza diversa ma familiare, le presenze luminose, la densità dell'energia che mi aveva attraversato.

Sole ascoltava in silenzio, annuendo lentamente. Le sopracciglia leggermente aggrottate tradivano una concentrazione assoluta, ma i suoi occhi scuri non si staccarono mai, nemmeno per un istante, dai miei. Mi scrutava con una profondità magnetica, la stessa attenzione famelica che si dedica a un enigma particolarmente intricato... o alla preda, un istante prima dell'affondo.

A quel punto, tutto cambiò. L'aria nella stanza si fece più densa, quasi elettrica; i pensieri rallentarono, i respiri si sincronizzarono e persino le nostre posizioni sul letto si fecero meno rigide, come se un confine invisibile fosse appena stato superato. Era diventato a tutti gli effetti un discorso tra allievo e maestra. E, per quanto cercasse di mantenere un contegno professionale, era evidente che Sole ci godesse terribilmente a vestire quei panni, assaporando ogni singolo istante di quel potere che esercitava su di me.

Partì ad analizzare il sogno con piglio sicuro: «Francesco, da quello che mi hai raccontato, credo proprio che tu abbia avuto una sorta di iniziazione, e che Sofia fosse presente in qualità di guida. È un evento straordinario, una grande espansione di coscienza!» Con un tono entusiasta che tradiva tutto il suo coinvolgimento, aggiunse: «In alcune tradizioni, esperienze come questa sono viste come veri e propri passaggi iniziatici, momenti di risveglio spirituale fulmineo. Ed è assolutamente normale che il tuo corpo abbia accusato il contraccolpo di un flusso energetico di tale portata. Ovviamente, prendi la mia analisi con il beneficio del dubbio: non ho dati tangibili per confermare scientificamente la mia ipotesi...»

La guardai, profondamente colpito dalla sua sapienza. Nonostante io non avessi alcuna conoscenza tecnica in materia, sentivo istintivamente che ogni sua parola era vera, risuonando dentro di me come l'eco di un ricordo lontanissimo.

«Invece, per ciò che riguarda la visione delle aure,» disse infine, riprendendo quel timbro di voce calmo e ponderato, da vera psicologa e guida spirituale insieme, «quello che descrivi corrisponde esattamente a ciò che le persone altamente sensibili riescono a percepire. Sono campi energetici che circondano ogni essere vivente, riflettendo fedelmente il loro stato emotivo, mentale e spirituale. Un po' come l'atmosfera sottile che si crea in determinati momenti di intimità o tensione.»

«Ma… come faccio a vederle così, di punto in bianco?» chiesi, ancora incredulo, passandomi una mano sulla fronte. «E soprattutto, come faccio a interpretarle? È come cercare di decifrare un linguaggio completamente sconosciuto.»

«A volte, eventi traumatici o shock fisici fungono da catalizzatore, risvegliando in noi capacità sensoriali rimaste latenti per anni,» spiegò Sole con sicurezza. «Il maestro Patanjali negli Yoga Sutra definisce questa particolare facoltà come una forma di chiaroveggenza inferiore, che si manifesta in noi in concomitanza con un ampliamento della consapevolezza. Ovviamente il discorso teorico è molto più vasto e complesso di così, ma te la faccio in parole povere...»

Ogni volta che Sole partiva in quinta con queste spiegazioni esoteriche, con quel suo tono così sicuro e affascinante, io facevo fatica a seguirla lucidamente. E fu proprio in quel momento, mentre la ascoltavo incantato, che la vidi distintamente: intorno alla sua testa, la sua aura si espanse di colpo, tingendosi di un giallo potente e vibrante, aconfermare tutto quello che mi stava dicendo. Era cone se la sua sola vicinanza, mi stesse dando la possibilità di sperimentare meglio quella nuova forma di percezione.

Lei continuò imperterrita a parlare strappandomi dai miei pensieri, 

«Quanto all'interpretazione, all'inizio è qualcosa di profondamente personale e intuitivo. Le sensazioni di pancia che provi associandole ai colori sono fondamentali. Col tempo, potresti affinare questa percezione, proprio come si fa quando si impara una nuova lingua o una nuova abilità.»

Mentre Sole continuava a parlare, sentii un immenso senso di sollievo invadermi il petto. Non ero pazzo. C'era una spiegazione logica, per quanto straordinaria e fuori dall'ordinario potesse sembrare. Era una sensazione incredibilmente liberatoria, come risolvere d'un tratto un problema che mi tormentava da giorni.

Stavamo discutendo ancora dei dettagli di quelle visioni, immersi in quell'atmosfera sospesa e quasi surreale, quando la porta della stanza non si limitò ad aprirsi: fu letteralmente spalancata.

A differenza di Sole, che era stata elegantemente scortata all'interno da nonno Gianni, Lucia si era presentata del tutto da sola, irrompendo in camera con la violenza di un temporale estivo. Subito dietro di lei, visibilmente trafelato per aver cercato di rincorrerla, era spuntato il nonno, che mi aveva lanciato un sorriso di scusa come per dire: non sono riuscito a bloccarla. La sua fu un'entrata a gamba tesa, con l'incedere tagliente e fulmineo di un investigatore privato che avesse appena colto due fedifredi in flagrante nel bel mezzo di un tradimento.

La sua presenza fisica era l'opposto speculare di quella di Sole: dove l'altra era algida, felina, misurata e avvolta in un'eleganza professionale e studiata, Lucia traboccava di un'energia grezza, irruenta e viscerale. Riempiva lo spazio con il movimento, con la giovinezza, con una fisicità dinamica che azzerava istantaneamente la quiete accademica della stanza.

Sulla soglia, piantata con le mani sui fianchi e lo sguardo che oscillava tra lo stupore e una gelida folgorazione, c'era lei. Indossava una tuta sportiva grigia e un paio di sneakers, con i capelli castani raccolti in una coda di cavallo scompigliata, reduce evidente da qualche corsa o da una sessione di prove estenuanti.

Non appena i suoi occhi si posarono su Sole, comodamente seduta accanto al mio letto in quella vicinanza sospetta, il sorriso di sorpresa sul suo volto si congelò di colpo. E fu in quell'istante esatto che la mia nuova percezione visiva colpì duramente: l'aura di Lucia esplose davanti ai miei occhi in un tripudio caotico e potentissimo. C'era il giallo dell'energia vitale, il rosso della passione e della rabbia improvvisa, ma soprattutto un violetto denso e cupo, solcato da striature nere e taglienti che vibravano all'impazzata non appena fissava Sole.


«Francesco! Ciao, Sole!… non sapevo avessi visite...» Il suo tono era cordiale, ma percepivo una leggera nota di fastidio, come quando si incontra qualcuno di non gradito, inaspettatamente. 

«Ciao Lucia,» rispose Sole con un sorriso aperto, alzandosi dalla sedia. «Sono venuta a trovare Francesco. Stavo giusto per andare.» 

Ma Lucia non sembrò intenzionata a lasciarla andare così facilmente. «Oh, no, resta pure. Immagino che a Francesco dato l'isolamento forzato, faccia piacere ricevere viste…anzi, già che ci siamo, volevo scusarmi con te per quello che è successo l'altro giorno in stazione…mi accorgo di aver esagerato.» disse in tono piatto, senza guardare la mia amica. Si avvicinò al mio letto, passandole davanti, con noncuranza e mi diede un bacio sulla guancia. Poi sottovoce al mio orecchio disse, “ Non ce la facevo più a starti lontana, appena uscita dalla sala prove ho letto il tuo messaggio e sono corsa qui! ”,sottovoce, in effetti era molto sudata. Poi si rivolse di nuovo a Sole, che nel frattempo aveva fatto un passo indietro, verso la porta «Sai, Sole, Francesco, mi parla sempre molto di te.» con una nota di sarcasmo. 

Lucia era comparsa nella mia stanza, proprio mentre io e Sole eravamo più vicini. 

Mentre Sole nel vederla non si era scomposta di un millimetro, io invece, avevo fatto un salto nel letto, come se fossi stato colto a fare chissà cosa. 

Sole con voce calma e riflessiva, rispose alle finte scuse di prima, “non ti devi scusare, domenica in stazione, nemmeno io sono stata tanto cordiale nei tuoi confronti, anzi tutt'altro.” 

Poi riallacciandosi all'ultima frase della mia ragazza, “Davvero…” disse Sole con un sorriso aperto, minimizzando la frecciatina di Lucia, mentre indossava l’impermeabile, pronta ad andarsene. 

Ma Lucia, sembrava volerla trattenere, la cosa mi stava un po' preoccupando, «Resta! Sarai appena arrivata?!” Ribadì, guardando distrattamente l'ora all'orologio al polso, in modo leggermente acido, sedendosi poi sul letto appoggiando una mano sulla mia coscia distrattamente, quasi a rimarcare il possesso. “Siediti pure, “ indicando verso la sedia dalla quale si era appena alzata Sole “ facciamo 4 chiacchiere, così ci conosciamo meglio, Francesco, mi dice sempre che sei una fantastica insegnante di meditazione! ” con una nota di sarcasmo, mentre distrattamente mi accarezzava la gamba. Non era vero non gliela avevo mai detta qualcosa… 

Sole ricambiò il sorriso, ma i suoi occhi incontrarono i miei per un breve istante, come a cercare una conferma. 

L'atmosfera nella stanza si fece improvvisamente più densa. C'era una sottile corrente di tensione. Era come una… partita a scacchi silenziosa, l'aria carica di aspettativa. Così Sole accettò la sfida sedendosi sulla stessa sedia dalla quale si era appena alzata, togliendosi il trench e piegandolo con cura sulle sue gambe. 

“Faccio del mio meglio nel seguire i miei allievi e Francesco è davvero portato nella meditazione. Anche lui, mi ha parlato molto di te, Lucia,» disse Sole con un tono neutro ma gentile. Lucia annuì, stringendomi la mano, che nel frattempo le avevo allungato, io intrecciai le mie dita alle sue, cercando di trasmettere, quanto tenessi a lei. 

“Naturalmente visto che sono la sua ragazza...” Nel dire ‘ragazza’ la fissò negli occhi, adesso scoppia l'inferno pensai, sentendo il cuore battermi all'impazzata. “Ti avrà raccontato di tutte le mie qualità e di quanto io sia una persona… interessante, e paziente, Anche se a volte la pazienza sai…tende a scemare» mentre accarezzava distrattamente il libro con un dito. 

«Mi ha raccontato, solo cose vere,» rispose Sole, non raccogliendo il guanto di sfida della mia ragazza. «E sai, l'importante è che ognuno trovi la sua… dimensione ideale.» 

Il silenzio che seguì fu breve ma intenso. Potevo sentire il battito accelerato del mio cuore. Non sapevo cosa aspettarmi. Sapevo che Lucia era gelosa, che la presenza di Sole nella mia vita, per quanto platonica, aveva sempre rappresentato un piccolo motivo di insicurezza per lei. Era come temere una mossa a sorpresa in un gioco delicato. 

«Sole mi stava raccontando delle… delle sue ricerche,» dissi, cercando di alleggerire la tensione, indicando il libro sul comodino con la copertina che ora mi sembrava emanare un'aura di mistero. «Mi ha portato anche questo. Un libro per rimettermi in pari con gli studi sullo Yoga, una lettura molto interessante! » 

“Si, certamente,» commentò Lucia, lanciando un'occhiata fugace al titolo. «Sempre letture… impegnative. Spero non ti distraggano troppo da… cose più leggere.» C'era una punta di sarcasmo velato nella sua voce. 

Sole mantenne la sua calma. «Ognuno ha i propri interessi, Lucia. E la comprensione di sé stessi e del mondo che ci circonda può passare attraverso molteplici vie, proprio come ci sono diversi modi per… interpretare la realtà.» adesso l'attacco velato era stato di Sole, strano pensai, di solito non ama dare frecciatine… 

Lo scontro era appena iniziato, un confronto silenzioso fatto di sguardi e parole misurate, ma la cui posta in gioco sentivo essere molto più alta di una semplice conversazione tra due donne. Il mio malessere fisico sembrava quasi svanire di fronte all'ansia di quello che stava per accadere, un'ansia simile a quella prima di un evento importante. 

“Si la realtà, concetto interessante…Mi sembra di ricordare distrattamente che per 

Platone, la realtà autentica non risiede nel mondo che percepiamo con i nostri sensi, ma in un mondo sovrasensibile dove risiedono le idee.” Disse sfidandola apertamente, in una gara di logica, temetti subito il peggio! 

Gli occhi di Sole impercettibilmente si allargarono per lo stupore, anche se fu la frazione di un secondo, e il verde puro della sua immensa aurea se paragonata a quella della mia ragazza anche della mia, si venò per il battito di ciglia di un lieve rosso cupo. Fui spinto a guardare l'aura della testa della mia ragazza d'un giallo brillante quasi fosse il sole, e una fitta mi colpì la tempia, e mi portai una mano al petto emettendo un “Agh”, e agitandomi nel letto in preda al dolore, quella ennesima visione delle auree era stato troppo da sopportare, il dolore al petto era tornato potente. 

Il mio improvviso malore, spaventò a morte le due ragazze, che in un lampo erano su di me' dimentiche della loro sfida con i coltelli tra i denti. 

Sentì le mani calde di Sole sulla mia fronte, avevano davvero un effetto calmante, il dolore lancinante si era attenuato lasciando spazio a un torpore stanco. Sentii la sua voce, bassa e ferma, rivolta a Lucia: "Io e te, dobbiamo parlare." Lucia, con le mani tremanti, mi accarezzava il volto, sentivo trasparire dal suo gesto la sua preoccupazione.


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