Sulla Sogliadel Canone

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Capitolo XIX

Copertina di Non accontentarti dell'infinito
Copertina con AI

Non accontentarti dell'infinito

di @bergadavide

Originale · Classificazione: Esplicito · In corso

52.822 parole · 20 capitoli · 6 letture · aggiornata il 28 ottobre · 1 recensione ›

Avvertenze

Contenuto sessuale esplicito

Tag

F/M · Avventura · Introspettivo · Romantico · Slice of life · Crescita Personale · Destino · Musicale

Note dell'autore e personaggi

Note dell'autore

Davide Bergamaschi

Personaggi originali

Francesco Diciannove anni, lavora in un fast-food e porta ancora il peso di una madre perduta. Cerca se stesso tra musica, silenzi e una sete spirituale che non riesce più a ignorare. In bilico tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente intero. Lucia Voce potente di una band rock emergente, solare e viscerale. Amica d’infanzia e primo grande amore di…

Capitoli

20 capitoli, dal 30 luglio al 28 ottobre

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Riassunto

Riassunto

Genere: Young Adult / New Adult – Romance contemporaneo con elementi mistici e spirituali

Francesco ha diciannove anni, lavora in un fast-food a Pavia e porta ancora addosso il peso di una madre perduta e di un padre assente. Da sempre al suo fianco c’è Lucia: amica d’infanzia, primo grande amore, voce potente di una band rock emergente. Insieme hanno costruito un “noi” che sembrava indistruttibile.

Poi arriva Sofia, una presenza luminosa e misteriosa che apre a Francesco porte interiori che non sapeva di possedere: sogni, segni, una ricerca spirituale che non riesce più a ignorare. Quando Sofia scompare, il vuoto viene riempito da Sole, più grande di lui, psicologa, erede di quello stesso percorso. Con lei Francesco si sente finalmente visto per intero.

Tra concerti, gelosie, aure colorate che iniziano a percepire e promesse che si spezzano, Francesco si ritrova a dover scegliere tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente se stesso.

Una storia di amore e crescita, di musica rock e misticismo, di verità che fanno male e di legami che bruciano. Perché a volte, per trovare la propria strada, bisogna avere il coraggio di lasciare andare ciò che si ama di più.

Capitolo 19

L'amore è una porta

4.091 parole, circa 20 minuti

Copertina del capitolo 19


Percepii chiaramente l’aura di Lucia mutare.

Il giallo solare a cui ero abituato si ritrasse, lasciando spazio a un blu intenso, profondo, quasi liquido. Non l’avevo mai vista di quel colore. Non sapevo ancora interpretarlo con precisione, ma sentivo che non era rabbia né gelosia pura. Era qualcosa di più quieto e, allo stesso tempo, più pericoloso: una disponibilità al cambiamento, una porta che si stava socchiudendo.

Eppure quell’energia non apparteneva solo a lei.

In quel frammento di caos il patatrac era ormai compiuto.

Entrambe le mani affondavano nella marmellata. Entrambe erano lì, fisicamente e simbolicamente, poggiate sul mio petto. Le dita di Sole, fredde e precise; quelle di Lucia, calde e tremanti. Per un millisecondo si sfiorarono. Solo un contatto leggero, quasi involontario, ma sufficiente a far vibrare l’aria come se qualcuno avesse pizzicato una corda tesa.

Fu Sole a scattare per prima.

Sollevò di colpo le mani, se le strinse in grembo e fece un passo indietro, come se avesse toccato una scossa viva. Un brivido le attraversò le spalle. Per un attimo la sua maschera di calma vacillò. Poi, con la stessa rapidità con cui si era ritratta, recuperò il controllo. Ma Lucia l’aveva già vista. La squadrò da capo a piedi con uno sguardo tagliente, gelido, un avvertimento senza parole che le ordinava di rimettersi al suo posto.

La voce di Lucia arrivò subito dopo, stranamente smorzata, privata della consueta aggressività di superficie:

«Ma invece di dire sciocchezze, non è meglio che chiamiamo qualcuno?»

Sole non alzò il tono. Rispose con quella calma serafica che sapeva irritare più di qualsiasi insulto:

«Non ti agitare. Il peggio è già passato.»

Quella serenità calcolata fece infuriare ancora di più Lucia. La squadrò con occhi furenti e sibilò:

«Visto che volevi parlare, andiamo.»

Non aspettò risposta. Girò sui tacchi e uscì dalla stanza sbattendo la porta con una violenza secca, precisa.

Sole mi diede un ultimo sguardo. Non era compassionevole. Era qualcosa di più sottile, di più consapevole. Mi sorrise appena e mi fece l’occhiolino. Un occhiolino leggero, quasi giocoso, che però mi gelò il sangue. Poi raccolse il trench, se lo sistemò sulle spalle con gesti fluidi e seguì Lucia fuori dalla stanza.

La porta si chiuse alle loro spalle con un tonfo sordo.

Rimasero solo il fruscio leggero dei capelli di Sole e il silenzio improvviso che riempì la camera.

Rimasi solo.

Il silenzio piombò addosso pesante, ma non riuscì a placare il subbuglio che mi agitava dentro. Quello che era appena successo non era un semplice cedimento fisico. Liquidarlo come un calo di pressione o un capriccio del corpo sarebbe stato un errore. Ero ben oltre la comprensione ordinaria. I flussi energetici, le aure che si erano scontrate sopra di me, la scossa di quel contatto… tutto mi sfuggiva ancora. E l’assenza di una guida mi faceva sentire pericolosamente disarmato.

Il pensiero corse inevitabilmente a Sofia.

Mentre il caos e i conflitti divampavano intorno a me, alimentati dagli spigoli vivi delle personalità mie, di Lucia e di Sole, mi resi conto di quanto Sofia fosse stata fondamentale in momenti simili. E di quanto la sua assenza, proprio ora, si facesse palpabile. Lei non esacerbava mai i conflitti. Possedeva una grazia innata, una saggezza silenziosa che le permetteva di dire sempre la cosa giusta, nel momento giusto e nel modo corretto, disinnescando ogni tensione senza che nessuno si sentisse ferito o escluso.

Un ricordo preciso affiorò.

Era stata una sera non molto tempo dopo che mi ero messo insieme a Lucia. Ero stato invitato a casa sua — la stessa casa in cui era cresciuta Sofia, dato che erano sorellastre. L’atmosfera quella sera era carica di tensioni sotterranee, di sguardi taglienti e di diffidenze non dette. Eppure Sofia era riuscita a tenere in mano la situazione con una maestria incredibile. Si muoveva tra i rancori e le rigidità altrui con una leggerezza capace di non far arrabbiare nessuno, placando gli animi prima ancora che la tempesta potesse scoppiare.

Confrontando quel ricordo con il presente, capii quanto la strada fosse ancora lunga.

E quanto Sole, per quanto affascinante e potente nella sua calma serafica, non fosse ancora a quel livello di maestria spirituale ed emotiva.

Mentre mi perdevo in queste riflessioni, la maniglia della porta scattò di nuovo.

Lucia rientrò a passo deciso. Il volto era ancora teso, ma l’impeto della sfuriata sembrava essersi parzialmente ricomposto, smorzato forse dal bisogno di controllarsi. Mi guardò con un misto di apprensione e di stanchezza, portandosi dietro il peso di una gelosia che non accennava a spegnersi.

«Tutto bene, amore?» chiesi, la voce ancora un po' incerta, cercando il suo sguardo.

«Come no, tesoro,» rispose lei, un tono di voce che cozzava violentemente con l'appellativo affettuoso. Si avvicinò al letto con un passo leggero e silenzioso, quasi studiato. Si chinò e mi diede un bacio sulla guancia, un contatto rapido e privo di vera partecipazione, più un adempimento formale che un gesto d'amore.

Poi si allontanò, raggiungendo la sedia che Sole aveva lasciato vuota poco prima. Si sedette con un movimento composto, accavallando le gambe con precisione. Appoggiò il gomito sul ginocchio superiore, il mento sorretto dalla mano in un gesto pensieroso, ma il suo sguardo era rivolto di lato, fisso su un punto indefinito della stanza, evitando il mio. La sua postura rigida e lo sguardo distante creavano una barriera invisibile tra noi, rendendo palpabile la tensione e il suo turbamento.

La frustrazione e la rabbia di Lucia erano lì, malcelate a fatica, pronte a esplodere. E io, immobile nel mio letto, mi resi conto di quanto fossi totalmente incapace di gestire quella situazione, privo della lucidità e della grazia necessarie per disinnescare la bomba che avevamo in casa. Era chiaro che stesse cercando di elaborare quello che aveva appena sentito da Sole, ma quel suo silenzio teso e ostile faceva presagire che qualcosa di drammatico stava per accadere.

Si alzò dalla sedia come se il solo suo gesto avesse potuto ridurre in cenere il legno su cui era seduta. Fece un passo deciso verso la porta, accorgendosi solo in quel momento che era rimasta appena socchiusa, e la chiuse di scatto con un rumore secco che rimbombò nella stanza, facendomi pensare che da un momento all'altro sarebbe esplosa in un urlo incontrollato.

Invece no. Il silenzio che seguì fu ancora più pesante.

«Sai… cosa mi ha detto Sole, poco fa, fuori dalla stanza?» iniziò Lucia. La sua voce era stranamente controllata, privata del calore e della spontaneità che le erano propri, come se stesse camminando su un filo di rasoio. Fece una pausa; i suoi occhi vagarono verso il libro appoggiato sul comodino, fissandolo con un'espressione indecifrabile, quasi assente.

Poi tornò a guardarmi di lato, senza incrociare il mio sguardo, un muro di freddezza apparente a proteggere una voragine.

«Mi ha confessato che prova dei sentimenti nei tuoi confronti.»

Pronunciò queste parole con un tono stranamente piatto, freddo, come se stesse recitando una frase imparata a memoria, totalmente svuotata di qualsiasi emozione apparente. Era la quintessenza di Sole: un'onestà disarmante, aliena, che calpestava ogni regola non scritta dei rapporti umani.

«Poi però,» continuò, e notai il suo respiro farsi leggermente più corto, le narici appena dilatate, gli occhi che si erano socchiusi in due fessure sottili, cariche di una tensione elettrica pericolosissima, «come se nulla fosse, mi ha tranquillizzato… dicendomi che non ha intenzione di fare nulla. E mi ha detto che me lo ha confessato perché voleva essere onesta nei miei confronti e che non avrebbe fatto nulla di inappropriato.»

Mentre ascoltavo quelle parole, i miei occhi si spalancarono di colpo, tanto da temere che potessero uscirmi dalle orbite per la sorpresa e lo sconcerto. Rimasi immobile, inchiodato al letto, travolto da una rivelazione che non sapevo come decifrare, mentre la bomba era ormai scoppiata nel silenzio della stanza.

«Nulla di appropriato...» ripeté a bassa voce, tra sé e sé.

«Nulla di appropriato!» ripeté guardando verso la finestra.

«Nulla di appropriato!» urlò infine, puntandomi gli occhi nei miei e sbattendo la mano di piatto contro la porta chiusa. «Come se piombare qui, fare allusioni continue su quanto lei sia più figa, più intelligente, più grande e curata di me non sia inappropriato, cazzo, Francesco! E tu l'hai lasciata fare!?»

«Cosa ti ha detto?» sbottai, la voce rotta dal panico. Il mio cuore batteva all'impazzata, rintanando ogni respiro in un angolo stretto del petto.

In quel preciso istante, mentre il silenzio tornava a farsi denso e soffocante nella stanza, ebbi la spaventosa consapevolezza di trovarmi su un precipizio. Sapevo perfettamente che da quel secondo esatto si stava decidendo tutto: il mio futuro con Lucia, il destino della nostra relazione, e persino il mio legame con Sole. Un passo falso, una parola sbagliata, e tutto ciò che avevo costruito sarebbe andato in frantumi, polverizzato da una gelosia cieca e da una verità troppo pesante da sostenere.

Lucia si era chiusa in un silenzio impenetrabile. Il suo sguardo tornò a fissare il libro sul comodino; per un istante ebbi la strana, agghiacciante sensazione che i suoi occhi stessero trafiggendo le pagine, cercando di farlo andare a fuoco. Poi, lentamente, il suo sguardo tornò a posarsi su di me. Un sorriso si disegnò sulle sue labbra, ma era un sorriso strano, rigido, affilato come una lama. Sembrava più una maschera di ghiaccio, l'estremo tentativo forzato di apparire padrona di sé prima del crollo.

Cercai di intervenire, di aggrapparmi a qualsiasi argomento per rompere quel silenzio opprimente e difendermi, ma lei mi interruppe con un gesto rapido e deciso. Portò l'indice della mano destra alle labbra, un imperativo silenzioso, assoluto, che mi bloccò sul nascere, lasciandomi in ostaggio del terrore.

«Sai, Francesco,» continuò Lucia, la sua voce ora più ferma, quasi tagliente, intrisa di una disperazione lucida che faceva male. Si sporse leggermente e prese la mia mano, stringendola con una forza inaspettata, quasi dolorosa, come se aggrapparsi a me fosse l'unico modo per non annegare. «Speravo con tutto il cuore di non rivivere il travaglio vissuto l'anno scorso…» Il suo sguardo si fece intensissimo, fisso nei miei occhi, privo di qualsiasi filtro. «E anche se non ho intenzione di perderti, perché prima, quando stavi male,» la sua presa si fece leggermente meno rigida, tradendo un tremito improvviso, «mi sono resa conto di quanto sei importante per me e quanto ti amo!»

Pronunciò quelle ultime parole con una nota di urgenza disperata, quasi a voler convincere prima di tutto se stessa, aggrappandosi a un residuo di certezza che le stava franando sotto i piedi.

Ma il suo sguardo non si addolcì; rimase teso, quasi accusatorio, carico di tutta la frustrazione di chi sa di non poter competere.

«Ma vedi…» disse, lasciando improvvisamente la mia mano con uno scatto, come se quel contatto le avesse bruciato la pelle, ricordandole l'intrusione di un'altra. Fece un cenno vago, sprezzante, verso la porta chiusa alle sue spalle, «se una ragazza, una donna fatta…» corresse il tiro con un amaro sarcasmo generazionale, «come Sole, viene a dirmi una cosa come quella che ho appena sentito…»

In quel momento, notai che il sole del pomeriggio, che fino a poco prima illuminava la stanza, cominciava lentamente a calare. La luce che filtrava dalla finestra si faceva progressivamente più fioca, tingendo l'aria di tonalità cupe e ombre lunghe che tagliavano la stanza a metà, rispecchiando il buio che ci stava piombando addosso. Il suo sguardo vagò per un istante verso quella porta, come se potesse ancora percepire la presenza ingombrante di Sole al di là del legno, una rivale adulta, consapevole, che occupava nella mia mente e nella mia evoluzione spirituale uno spazio che a vent'anni lei, semplicemente, non poteva colmare.

«…vuol dire che non è un capriccio,» riprese, la sua voce che si alzava di tono, spezzata da un'emozione trattenuta a fatica, «vuol dire che ha già fatto dei passi che io non posso controllare, che ha già coltivato quel sentimento dentro di sé, dandogli radici profonde. E se ha avuto la faccia tosta di confessarlo a me, significa che si sente abbastanza forte, abbastanza sicura da potermelo sbattere in faccia, certa che tu non abbia fatto nulla per fermarla! Non credi?!»

La sua voce si alzò ancora di più sull'ultima frase, e con un gesto improvviso e carico di frustrazione, sbatté un palmo sulla sua coscia destra incrociata sulla sinistra, il suono secco che ruppe il silenzio e lasciò un leggero segno rosso sulla sua pelle.

«Tu, tu non hai nulla da dirmi a riguardo?!» esclamò Lucia, la voce ora intrisa di un dolore palpabile, un'implorazione disperata che tagliava l'aria. «Cosa c'è stato tra di voi? Ti prego, dimmi la verità... non ce la faccio più a combattere da sola. Ho bisogno che tu faccia un passo verso di me, che tu mi dia una mano a reggere questo peso, perché così crollo!»

La domanda, carica di sottintesi e di una sofferenza che cercava disperatamente una risposta, ruppe il silenzio teso.

Poi si ammutolì di nuovo, fissandomi con un'intensità che mi fece gelare il sangue nelle vene. Da quando Lucia aveva acquisito quella fermezza, quello sguardo così diretto e accusatorio? La stanza fu nuovamente pervasa da un silenzio pesante, denso di non detto, un silenzio che sembrava amplificare il battito del mio cuore.

La luce del sole che continuava la sua lenta discesa proiettava ombre lunghe e inquietanti sul suo viso, accentuando i suoi lineamenti tesi, la linea severa della bocca, la profondità dello sguardo interrogativo e ferito. In quel silenzio carico di tensione, sentivo il peso delle sue domande inespresse, il bisogno di verità che emanava da lei come un'onda.

Il mio primo istinto fu quello di tenderle la mano, di stringerla, di sommergerla di promesse rassicuranti, di negare ogni cosa per quieto vivere. Ma un'improvvisa e potente sensazione di déjà vu mi assalì, un ricordo vivido di dinamiche passate, di parole dette e non mantenute, che mi provocò un'ondata di nausea.

Capii all'istante che le mie solite rassicurazioni non sarebbero state sufficienti, anzi, sarebbero state vuote e dannose. Per poterle fare promesse sincere, promesse che avrei potuto mantenere, dovevo prima fare chiarezza dentro di me, capire veramente cosa provavo e affrontare la questione con Sole, senza ulteriori ambiguità.

«Voglio essere il più sincero possibile con te, Lucia,» dichiarai, la decisione di aprirmi completamente presa di getto, cercando in quella trasparenza un'ancora di salvezza.

Il suo viso, fino a un istante prima teso e carico di un'attesa inquieta, si contrasse in una maschera di rabbia pura. 

Con un movimento fulmineo, si alzò dalla sedia, diretta verso la porta come una furia, lasciando che la sedia cadesse all'indietro con un tonfo sordo, un presagio inquietante che chiudeva ogni via di fuga.

La maniglia scattò con un rumore metallico, ma la porta non si aprì.

«Lucia, ti devo dire la verità,» implorai, la voce che mi tremava in gola, spezzando l'aria greve della stanza.

Lei si bloccò. Le sue spalle sussultarono. Poi si girò di scatto, il corpo teso come una corda di violino, gli occhi che brillavano di un'ira incontenibile, due fari di rabbia lucida puntati su di me.

«Sincero, adesso? Ottimo!» sibilò, la voce carica di un sarcasmo feroce che le deformava i lineamenti. «Allora vuota il sacco! Sofia e l'anno scorso! Quel giorno al bar di papà! E i vostri sguardi complici a casa mia, durante la grigliata? Non sono cieca, Francesco, te l'ho ripetuto mille volte!» Le sue mani si stringevano l'una contro l'altra, le nocche sbiancate dalla tensione nervosa. «E quella gita a Milano con Sole, senza dirmi una parola? E questa novità che le piaci… sbucata dal niente?!» Il suo dito indice picchiettava la gamba con rabbia, un ritmo nervoso e accusatorio. «Mi avevi giurato sincerità! Forza, allora! Sentiamo cosa diavolo hai da dire per giustificare tutto questo!»

La sua voce tremava di rabbia e di dolore, un misto esplosivo che mi inchiodò al letto. Eppure, in quel caos emotivo, come una boccata d'aria fresca per un asfissiato, un'intuizione limpidissima mi invase la mente: 'L’Amore è una porta'. Sentii l'urgenza assoluta di raccontarle ogni cosa, di non omettere più nemmeno una virgola, ma la vastità di ciò che dovevo dirle mi paralizzava. Da dove cominciare a demolire il castello di silenzi che avevo costruito?

«Siediti,» le dissi, indicando la sedia rovesciata con un tono grave, svuotato da ogni difesa.

Lei mi fissò, il respiro corto, ma obbedì in silenzio. Tirò su la sedia e vi si lasciò cadere, rigida, sulla difensiva.

«Ricordi quando l'anno scorso mi hai presentato Sofia al fast food?» esordii, cercando disperatamente i suoi occhi. «E ti ricordi quella strana storia del braccialetto? Che diceva di averlo ricevuto dal Bodhisattva di un Guru morto quarant'anni prima?»

Lucia annuì appena, gli occhi ancora velati di sospetto.

Mi imposi la calma. «Beh... quell'incontro non fu del tutto casuale. Lei capì subito chi fossi. Lesse qualcosa in me, e me lo spiegò. Poi... ricordi quando mi hai mandato quel vocale per il tuo compleanno, chiedendomi di raggiungerti alla pizzeria da Giuliano?»

«Sì…» rispose lei, inarcando un sopracciglio. «E quindi?»

«E quindi… quella sera, prima che tu mi trovassi, incontrai Sofia. Mi stava aspettando fuori, sotto i tendoni. Mi disse che doveva andare, che quella serata era solo per noi. Ma prima di sparire mi disse una cosa strana: 'Fai la cosa giusta, so che ne sei capace'».

Lucia aggrottò la fronte, disorientata. «Cosa c'entra questo con… con te e Sole? O con noi?»

«C'entra che lei sapeva,» dissi, un sorriso amaro che mi sfiorava le labbra. «Ti ricordi la rissa di Edoardo? Quando mi inventai quel post su Instagram per spaventare quei ragazzi? Era come se lei sapesse già che sarebbe successo qualcosa, come se avesse una sorta di premonizione su di me e su quello che dovevo affrontare per sbloccarmi. E non fu l'unica volta. Al tuo concerto… sulla canzone di Jovanotti, Il primo battito, quando ti sei dichiarata davanti a tutti. Lei era lì, Lucia.»

«Era lì?» sussurrò, la voce che si incrinava, perdendo parte della sua rabbia. «Faceva il tifo per me?»

«Sì. Ma non solo per te. Per noi. Mi disse che dovevo essere pronto per quello che sarebbe successo da lì a poco. Che lei sarebbe stata al mio fianco per sostenermi. Diceva sempre che dovevo lasciarmi andare, che eri speciale e meritavi di sapere quello che provavo per te.»

«Sì, e poi sei scappato…» mormorò lei, portandosi una mano davanti alla bocca. Un velo di tristezza profonda le spense lo sguardo.

«Sì. Ero un vigliacco, non avevo retto la tensione,» sospirai, il petto che mi doleva al ricordo. «Ma quella stessa notte feci un sogno. Vidi mia madre. Indossava lo stesso identico braccialetto di Sofia. E… ascoltai il consiglio che mi arrivava dal cuore. Venni da te, di notte, e mi dichiarai. Ti ricordi le minacce di Laura? 'Fai del male alla mia amica e ti ammazzo'…» Cercai di sdrammatizzare con una risata spezzata, ma cadde nel vuoto. La tensione nella stanza era troppo densa.

«Me lo ricordo,» rispose Lucia, seria, gli occhi fissi sui miei.

«La mattina dopo… prima del nostro primo incontro da fidanzati al bar di tuo padre… io incontrai Sofia all'Area Vull.» Abbassai lo sguardo, sapendo che stavo per sferrare il colpo più duro. «E lì… le raccontai il sogno. Lei mi spiegò tutta la storia del braccialetto, il suo vero significato spirituale, e si offrì di aiutarmi a superare il mio dolore profondo.»

Il silenzio piombò tra noi, freddo e tagliente. Lucia si irrigidì.

«Quindi… tu hai raccontato del sogno di tua madre a lei… e non a me?» La sua voce era ridotta a un filo, ma era carica di un risentimento sordo, ferito.

«Ero confuso, Lucia. Spaventato. Lei sembrava l'unica in grado di capire il significato energetico di quel sogno… mi dispiace da morire non avertelo detto subito.»

«Certo…» sussurrò lei, incrociando le braccia al petto, come per proteggersi.

«Fammi finire, ti prego,» la implorai. «Prima della grigliata dai tuoi… io non sapevo che ci sarebbe stata anche lei. Dopo il lavoro, Sofia è venuta a casa mia. E lì… ho accettato di diventare il suo allievo.»

Con un gesto lento, mi scostai la manica e le mostrai il polso. «E lei mi diede questo.»

Lucia fissò il braccialetto. Il suo volto perse colore. L'espressione di rabbia si sciolse in un misto di sconcerto e dolore purissimo, la realizzazione fisica di un legame che l'aveva sempre esclusa.

«Mi disse che gli eventi della vita non sono casuali e che tutto è scritto per la nostra evoluzione. Per questo ero così teso nel vederla quella sera da te. Ma anche in quell'occasione… mi ribadì che era felice per noi. Che ci amavamo. Che l'amore era una luce in questo mondo martoriato dall'avidità.» Feci una pausa, sentendo il cuore rimbombarmi nelle orecchie. «Mi diceva sempre di essere sincero con te. Di dirti tutto. Sono io che sono stato un codardo, terrorizzato dall'idea che non avresti mai potuto capire, o peggio, che mi avresti lasciato.»

La guardai negli occhi, spogliato di ogni segreto, crudo e disarmato.

«Questa è la verità, Lucia. Tutta la verità.»

Lucia era esterrefatta. «Avevo intuito qualcosa, ma non potevo immaginare una cosa del genere!» sbottò. Allungò una mano e mi diede un colpo sulla spalla, un gesto a metà tra la rabbia e la disperazione. «Ma cazzo, Francesco... cazzo! Perché non ti sei confidato con me?!»

Non riuscivo a capire fino in fondo cosa le stesse passando per la testa.

«Perché quella sera alla festa della birra non mi hai detto tutto?!» incalzò, la voce che si incrinava. «Mi ricordo che ci avevi provato. "Lei è la mia Guru, mi aiuta a capire...", mi dicesti. Ma non era tutto! Me lo sentivo che c'era dell'altro. Ti avrei capito! Lo sai quanto cazzo ti amo, no?!» Fece una pausa, puntandomi l'indice contro, il petto che si alzava e si abbassava per il respiro corto.

«Lo so, Lucia… lo so,» riuscii a dire. La mia voce era roca, graffiata dal senso di colpa. «E hai ragione. Avrei dovuto dirti tutto. Quella sera alla festa… avevo iniziato, è vero. Ma poi… mi sono bloccato. Avevo paura. Paura che non mi avresti creduto, paura che mi avresti preso per pazzo…»

«Pazzo?» Sgranò gli occhi, incredula, prima di alzarli al cielo con esasperazione. «Francesco, hai davvero pensato che ti avrei lasciato solo per una storia del genere? Dopo tutto quello che avevamo già passato?»

«Non lo so… ero confuso. Sofia… sembrava avere tutte le risposte, sembrava capire il mio dolore per la mamma. Mi sentivo fragile e lei mi offriva una guida. È stato grazie al suo supporto se sono riuscito a sbloccarmi e a dichiararmi a te.»

Cercai le parole giuste per spiegarle la vulnerabilità tremenda di quel periodo. «Ma la verità è che… la persona di cui avevo davvero bisogno eri tu. E io… io ti ho tenuta all'oscuro. Ho avuto il terrore di rovinare quello che avevamo appena iniziato a costruire, paura di perderti.»

«E invece cosa hai fatto?» chiese, la voce improvvisamente spezzata, svuotata dalla rabbia. «Tenendomi all'oscuro… non credi di averlo rovinato lo stesso?» Le lacrime iniziarono a rigarle il viso in silenzio. Il suo tono si fece meno accusatorio, intriso di una malinconia profonda. «Mi hai fatto sentire stupida, Francesco. Come se ci fosse un segreto enorme tra noi e io fossi l'unica a non saperlo.»

«Lo so, amore mio… e mi dispiace così tanto.» Mi sporsi lentamente verso di lei, e questa volta non si ritrasse. Le presi delicatamente le mani tra le mie. Erano di ghiaccio. «Non volevo farti sentire così. Credevo, ingenuamente, di proteggerti. Di proteggerci da qualcosa che nemmeno io capivo fino in fondo. Ma la verità è che ero io quello spaventato. Spaventato dal dolore, dal senso di inadeguatezza… e ho cercato risposte nel modo sbagliato.»

Lei mi strinse debolmente le mani, un minuscolo, prezioso segno di apertura.

«Lo so, Francesco… so quanto è stato difficile per te l'anno scorso,» sussurrò, la voce piena di una comprensione che faceva quasi più male del suo rancore. «Ho visto quanto stavi male… e forse… forse avrei dovuto insistere di più per capire cosa ti succedesse davvero.»

Abbassò lo sguardo, sfuggendo al mio, e un sospiro pesante le sfuggì dalle labbra. Poi, però, i suoi muscoli si tesero di nuovo. Rialzò la testa e il suo sguardo tornò a farsi tagliente e serio.

«Però…» disse, sfilando lentamente le mani dalle mie. «C'è ancora Sole. Mi ha detto quelle cose… e tu sei andato a Milano con lei senza dirmi niente. Cosa mi dici di questo?»

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