Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo XVII

Copertina di Non accontentarti dell'infinito
Copertina con AI

Non accontentarti dell'infinito

di @bergadavide

Originale · Classificazione: Esplicito · In corso

52.822 parole · 20 capitoli · 6 letture · aggiornata il 28 ottobre · 1 recensione ›

Avvertenze

Contenuto sessuale esplicito

Tag

F/M · Avventura · Introspettivo · Romantico · Slice of life · Crescita Personale · Destino · Musicale

Note dell'autore e personaggi

Note dell'autore

Davide Bergamaschi

Personaggi originali

Francesco Diciannove anni, lavora in un fast-food e porta ancora il peso di una madre perduta. Cerca se stesso tra musica, silenzi e una sete spirituale che non riesce più a ignorare. In bilico tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente intero. Lucia Voce potente di una band rock emergente, solare e viscerale. Amica d’infanzia e primo grande amore di…

Capitoli

20 capitoli, dal 30 luglio al 28 ottobre

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Riassunto

Riassunto

Genere: Young Adult / New Adult – Romance contemporaneo con elementi mistici e spirituali

Francesco ha diciannove anni, lavora in un fast-food a Pavia e porta ancora addosso il peso di una madre perduta e di un padre assente. Da sempre al suo fianco c’è Lucia: amica d’infanzia, primo grande amore, voce potente di una band rock emergente. Insieme hanno costruito un “noi” che sembrava indistruttibile.

Poi arriva Sofia, una presenza luminosa e misteriosa che apre a Francesco porte interiori che non sapeva di possedere: sogni, segni, una ricerca spirituale che non riesce più a ignorare. Quando Sofia scompare, il vuoto viene riempito da Sole, più grande di lui, psicologa, erede di quello stesso percorso. Con lei Francesco si sente finalmente visto per intero.

Tra concerti, gelosie, aure colorate che iniziano a percepire e promesse che si spezzano, Francesco si ritrova a dover scegliere tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente se stesso.

Una storia di amore e crescita, di musica rock e misticismo, di verità che fanno male e di legami che bruciano. Perché a volte, per trovare la propria strada, bisogna avere il coraggio di lasciare andare ciò che si ama di più.

Capitolo 17

Cio che non ci uccide ci rafforza

3.889 parole, circa 19 minuti

Copertina del capitolo 17

(Because of You - Skuk Anansie)

Il bianco asettico delle pareti del San Matteo era stato il mio orizzonte solo per una lunghissima notte. Dopo la corsa al pronto soccorso, mi avevano tenuto in osservazione nel reparto di cardiologia per tutti gli accertamenti del caso, ma già la mattina seguente ero stato rispedito a casa.

I medici avevano brancolato nel buio, incapaci di trovare una causa clinica plausibile per un episodio del genere in un corpo giovane e apparentemente sano. Alla fine, non sapendo cos'altro diagnosticare, avevano liquidato il tutto come un probabile picco di "stress acuto". La prescrizione, però, era stata categorica: un paio di giorni di riposo assoluto a letto, divieto di affaticarsi e, per evitare qualsiasi tipo di sovraccarico emotivo, niente visite.

Così, la mia camera si era trasformata in una prigione dorata. Non avevo potuto vedere nessuno, nemmeno Lucia.

Certo, in quelle quarant'otto ore avevo ricevuto una marea di chiamate e videochiamate: la mia ragazza, Edoardo, Alex, Jack e, incredibilmente, perfino Alyce si erano fatti sentire per sapere come stavo. Avevo ricevuto persino una breve e strana telefonata da parte di Laura. Dovevo ammetterlo a me stesso: ero stato fortunato, il calore dei miei amici non mi era affatto mancato.

Eppure, in tutto quel tempo passato in isolamento forzato, i pensieri sugli eventi soprannaturali degli ultimi giorni avevano monopolizzato la mia mente.

La calma surreale di quel sogno — la figura luminosa, Sofia e il rito dell'energia incanalata sulla mia fronte — contrastava in modo spaventoso e violento con il ricordo nitido del dolore lancinante al petto, seguito dal panico e dal buio che mi aveva improvvisamente inghiottito. Mi aveva lasciato addosso una sensazione di fragilità costante, un'ombra che non accennava ad andarsene.

Ripensandoci a mente lucida nel silenzio della mia stanza, anche l'episodio della visione delle luci colorate attorno ai miei amici, poche ore prima del collasso, assumeva un peso schiacciante. Era impossibile non pensare che le due cose fossero collegate. In fondo, durante quello strano sogno, Sofia aveva parlato esplicitamente di superare "l'anello invalicabile" della mia stessa coscienza. Non era semplice dare un senso compiuto a ciò che avevo visto e sentito, ma tutto sembrava puntare in un'unica, sconvolgente direzione.

In mezzo a tutto questo caos mentale, sentivo la mancanza di Lucia come un vuoto fisico. I suoi messaggi e le telefonate continue non bastavano a colmare il desiderio di stringerla, di avere la sua voce rassicurante lì accanto a me, vera e tangibile. Sapevo che era presa dai suoi mille impegni, ma speravo con tutto me stesso che quel pomeriggio passasse a trovarmi. Dalle cinque in poi, infatti, sarebbe scaduto ufficialmente il veto dei medici e avrei finalmente potuto ricevere visite.

Proprio in virtù del fatto che quello sarebbe stato il mio ultimo giorno di "confinamento", quella mattina mi ero svegliato con l'umore alle stelle. L'isolamento stava per finire e io non vedevo l'ora di riprendermi la mia vita.

Mentre guardavo un video su YouTube per far passare il tempo, il cellulare mi vibrò tra le mani notificandomi un messaggio WhatsApp di Sole:

"Tutto bene, Francesco? È da domenica pomeriggio che non ti fai sentire. A un certo punto ho temuto davvero che la tua ragazza mi sbranasse viva..."

Seguiva l'emoticon con gli occhi sgranati.

Eh già, pensai tra me e me, non sai neanche quanto ci sei andata vicina...

Senza troppi giri di parole, le digitai una risposta:

"Ciao Sole. Purtroppo non benissimo. Sono chiuso in camera mia da due giorni: domenica notte sono finito al pronto soccorso del San Matteo in cardiologia per un blocco cardiaco. Ora mi hanno mandato a casa, ma sono ancora in isolamento forzato."

Nemmeno un secondo dopo, lo schermo del telefono si illuminò con la sua chiamata. Risposi.

«Come, in cardiologia?!» esclamò Sole. La sua voce era tesa, al limite dello spavento. «Francesco, ma che cosa ti è successo?!»

Le spiegai la cosa per sommi capi, parlandole del picco improvviso di pressione e della tachicardia violenta che mi aveva fatto svenire davanti al letto. Ma lasciai andare volutamente qualche indizio più profondo, facendole capire che dietro quel collasso fisico c'era stato qualcosa di assolutamente non ordinario, un'esperienza sottile che avrei avuto un disperato bisogno di decifrare insieme a lei.

«Sapevo che prima o poi sarebbe successo,» disse Sole, virando all'istante verso quel suo tono calmo, profondo e felpato da guida spirituale, quel ruolo da maestra di meditazione che le era stato solennemente riconosciuto da Sofia in persona. «Certe aperture di coscienza richiedono un prezzo altissimo al corpo fisico se non si è pronti a incanalare l'energia...»

Fece una breve pausa e la sua voce scese di un'ottava, facendosi più calda, intima e smaliziata: «Guarda, io verrei anche lì da te a casa tua adesso... per farti un po' di riequilibrio energetico con le mani. Anzi, per prendermi cura di te a trecentosessanta gradi. Se solo non rischiassi la vita per colpa di Lucia... Ma mi spieghi che diamine le ho fatto domenica? Mi guardava come se volesse staccarmi la testa a morsi!»

Accennai un abbozzo di sorriso, scherzando ma non troppo: «Beh, ad essere sincero, domenica non è che tu abbia fatto molto per metterla a suo agio al nostro incontro...».

«Oh, andiamo, Francesco!» infierì Sole, rincarando pesantemente la dose con una risatina provocatoria. «Ho solo cercato di essere affettuosa! Lei è schizzata come una vipera solo perché ti ho abbracciato e perché tra noi c'è una sintonia che la acceca. Riconoscerei quella fame di possesso tra mille: era pronta a saltarmi alla gola davanti a tutti alla stazione!»

«Il punto è più complicato, Sole,» la interrompei, cercando di riprendere un tono più composto per arginare quella derivata pericolosa. «Lucia è gelosissima della nostra amicizia, soprattutto per via di tutto quello che abbiamo condiviso nella meditazione. È un lato della mia vita che lei non vive con me, un percorso intimo che abbiamo fatto noi due. Credo che questo la faccia sentire esclusa, in difetto, come se ci fosse una parte profonda di me che le è del tutto inaccessibile.»

Seguì un secondo di silenzio al telefono. Quando Sole tornò a parlare, il suo tono era intriso di una sottile malizia, un doppio senso continuo celato dietro una finta comprensione psicologica.

«Capisco...» mormorò con voce vellutata. «Quindi non è per qualcosa che le ho fatto io, ma per l'intimità che avverte tra noi due. L'energia che ci scambiamo... Quella vibrazione profonda che la trafigge perché sa che non potrà mai toccarla con le sue sole mani. Poverina... in fondo la capisco, deve essere frustrante sentirsi al di fuori di un legame così... speciale.»

«Sole, per favore...» sospirai, avvertendo il terreno scivolare sotto i piedi. «Lei è la mia ragazza e la amo. Solamente ha delle reazioni stizzite quando si sente minacciata.»

«Sì, me ne sono accorta ampiamente domenica...» punse lei, facendosi improvvisamente più seria e diretta. Poi la sua voce si raddolcì, tornando calda e avvolgente: «Comunque, Francesco... io pretendo di vederti. Voglio venirti a trovare lì in camera tua. Non solo per chiarire questa storia, ma perché mi hai fatto morire di spavento per il tuo cuore. E ho bisogno di toccare con mano come stai.»

«Apprezzo tantissimo il pensiero, Sole. Davvero,» risposi subito, frenando il colpo con tono neutrale. «Però è meglio di no. Fino a stasera i medici mi hanno ordinato riposo assoluto e niente visite. E poi Lucia potrebbe passare da un momento all'altro... Non voglio creare altri casini. È meglio aspettare la settimana prossima, quando sarò in piedi e le acque si saranno calmate. Ci prendiamo un caffè fuori con calma.»

Dall'altra parte del filo calò un gelo improvviso. Sentii Sole inspirare ed espirare lentamente, visibilmente ferita e contrariata dal mio rifiuto.

«Ah. Ho capito,» disse, e nella sua voce la maschera della maestra di meditazione scivolò via, lasciando emergere una nota di amara delusione e stizza malcelata. «Quindi mi stai cacciando indietro per paura delle sue scenate? Dopo quello che ti è successo al cuore? Credevo che il lavoro spirituale che stiamo facendo — il compito che Sofia ci ha affidato — avesse la priorità su queste gelosie da ragazzini. Mi spiace constatare che preferisci soffocare certi flussi energetici pur di far felice lei...»

«Non sto soffocando niente, Sole, sto solo cercando di gestire la mia vita senza far soffrire nessuno,» cercai di rassicurarla, sentendomi in colpa.

Sole lasciò andare un sospiro teatrale, ma la sua voce tornò a farsi felpata, languida, quasi una promessa bisbigliata all'orecchio: «Va bene, Francesco. Fai come credi. L'importante è che tu ti rimetta. Ma sappi che io ti sono vicina... molto più vicina di quanto tu riesca a percepire. In tutti i sensi. E certe connessioni non le fermi chiudendo una porta di casa.»

Fece una brevissima pausa, lasciando fluttuare quell'allusione pesante nell'aria.

«Ora ti devo salutare che sono al lavoro,» concluse con un'esitazione studiata, ammorbidendo la voce in un sussurro intimo: «Un abbraccio... fortissimo, Fra. Pensami.»

«Anche a te, Sole. A presto,» risposi a fatica.

Chiusi la chiamata e mi lasciai cadere all'indietro sui cuscini, con il cuore che aveva ripreso a battere un po' troppo forte. Se Lucia avesse ascoltato anche solo una parola di quella telefonata, tornare all'ospedale sarebbe improvvisamente diventato molto più sicuro per me…

Avevo passato tutto il pomeriggio a contare i minuti che mi separavano dalle cinque, l'ora in cui finalmente sarebbe scaduto il veto dei medici e avrei potuto ricevere visite. E proprio mentre stavo controllando l'orologio del cellulare, con il cuore che accelerava per l'attesa, la porta della mia camera si aprì.

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A fare da apripista fu mio nonno Gianni, che mi lanciò un'occhiata complice ed entusiasta prima di farsi da parte: «Ecco qui i tuoi visitatori, Fra!».

La prima a varcare la soglia fu proprio lei: non stava più nella pelle, e io condividevo secondo per secondo la sua stessa emozione.

Si fece avanti Lucia, bella come il sole. Quanto mi erano mancati i suoi fantastici occhi verdi e quei capelli castani a caschetto che le incorniciavano quel viso stupendo! Il suo sorriso, non appena mi vide, illuminò la stanza come un raggio di luce improvviso. Indossava un paio di jeans scuri, una camicetta di seta viola e un cardigan leggero color crema. Ai piedi portava delle scarpe da ginnastica in pelle bianca e al collo la sottile catenina d'argento con il piccolo ciondolo a forma di luna che le avevo regalato a San Valentino.

Accanto a lei c'era Laura, con un'espressione in bilico tra la finta preoccupazione e un guizzo di malcelato divertimento. I suoi capelli viola, raccolti in due codini disordinati, spiccavano sotto il chiodo di pelle nera borchiato. Indossava una canottiera nera che lasciava intravedere il tatuaggio colorato di una tigre sul petto, jeans attillati strappati sulle ginocchia e anfibi neri. Le mani erano cariche di anelli argentati e diversi braccialetti di cuoio le fasciavano i polsi.

Edoardo, vestito con il solito giubbotto di jeans, pantaloni scuri e camicia bianca, aveva i capelli visibilmente più corti e un volto che esprimeva una sincera apprensione.

«Francesco!» esclamò Lucia, correndomi incontro per abbracciarmi delicatamente mentre me ne stavo sul letto, attenta a non premere troppo sul mio torace ancora dolorante. Il suo profumo mi inebriò e il tocco delle sue labbra sulla mia guancia fu come una scossa di vita. «Come stai? È stato difficilissimo starti lontana in tutti questi giorni!»

«Piccola...» sussurrai, stringendola a mia volta. Sentire il suo calore e la sua presenza reale era la migliore medicina possibile.

«Mi dispiace così tanto non essere potuta venire prima,» disse con gli occhi lucidi e la voce incrinata dall'emozione. «Tra l'università e le prove con la band sono riuscita a liberarmi solo oggi! Scusami!»

«Lo so, non preoccuparti,» la interruppi, accarezzandole dolcemente una guancia. Sapevo bene quanto fosse incastrata tra i suoi impegni. «E poi tanto prima di oggi pomeriggio non mi avrebbero fatto vedere nessuno. Mio padre ha fatto da guardiano del faro e i medici avevano vietato le visite a chiunque!»

«Ehi, bello addormentato!» esclamò Laura, avvicinandosi al letto con un sorriso sbarazzino mentre stringeva la mano di Edoardo. «Finalmente ti sei degnato di concederci udienza! Ci hai fatto prendere un bello spavento, lo sai?»

Edo le cinse la vita con un braccio, stringendola a sé con uno sguardo innamorato, poi mi diede un cinque leggero: «Lo sapevo già domenica sera, quando quando hai fatto quelka strana scena al San Tommaso, che non eri per niente in forma...».

«Ciao Laura, ciao Edo,» risposi, notando quella loro nuova, affettuosa complicità. Era davvero bello vederli così uniti. «Non avete idea di quanto ci si possa annoiare a stare reclusi per due giorni a letto in camera propria!»

Edo fece un cenno con la testa, scoppiando a ridere nel suo solito modo rumoroso.

Rimanemmo qualche secondo in silenzio, assaporando semplicemente il fatto di essere di nuovo tutti insieme.

«Beh, quindi...» ruppe il ghiaccio Laura. «Come stai davvero? Quando ti rimetti del tutto? Perché...» e diede una spinta scherzosa a Lucia, «...questa qui non si sopporta più! Vedi di riprenderti in fretta e di occupartene tu, è stata insopportabile in questi giorni!»

Lucia perse l'equilibrio per la spinta e finì per sedersi proprio sul bordo del mio letto. Ridacchiando, le lanciò un'occhiataccia: «Sei sempre la solita esagerata...». Poi mi prese la mano, intrecciando le sue dita alle mie.

Spiegai loro che ero ufficialmente fuori pericolo, che i medici non avevano trovato una spiegazione clinica per quel collasso, ma che da domani avrei potuto riprendere lentamente la mia routine e tornare al lavoro al fast food. Lucia lasciò andare un lungo sospiro di sollievo; non smetteva di fissarmi negli occhi e non mi mollava la mano, scatenando puntualmente le battutine di Laura.

Infine, per distrarmi, Lucia iniziò a raccontarmi le ultime novità, cercando di tenersi sulle cose leggere. Mi spiegò che con la band stavano rivedendo la scaletta, virando su sonorità più decisamente grunge e inserendo in prova pezzi di gruppi come Nirvana e Pearl Jam…il tutto senza fare il minimo riferimento al discorso di Alyce, al suo strano messaggio, o all'idea di Jack di creare una cover band degli Skunk Anansie su consiglio di Marco.

La porta si aprì e mio padre fece il suo ingresso. Rimasi letteralmente a bocca aperta: non sapevo nemmeno che fosse ancora in casa, ero convinto che fosse già andato al lavoro o chissà dove. O magari era appena rientrato? Con lui non si sapeva mai. Ma la vera sorpresa fu vederlo reggere tra le mani un grande vassoio carico di bicchieri, succhi di frutta e un cestino pieno di brioches ancora calde. Per quanto riuscissi a ricordare, non gli avevo mai visto fare gli "onori di casa" in quel modo.

Il suo sguardo si posò subito su di me, con il sollievo chiaramente dipinto sul volto, per poi spostarsi sui miei tre amici raccolti attorno al letto.

«Francesco,» esordì posando il vassoio sul lettino accanto alla scrivania, «non sapevo avessi visite.»

«Papà...» risposi, con un pizzico di inevitabile imbarazzo. «Lei è Laura, una mia amica, e gli altri due non c'è neanche bisogno che te li presenti.»

Mio padre si bloccò per un istante. Il suo sguardo passò da Laura a Lucia ed Edoardo, e un piccolo lampo di sincera sorpresa gli attraversò gli occhi. Poi, un sorriso insolitamente caloroso gli illuminò il viso.

«Ah, ma certo! Ciao Lucia, ciao Edoardo! Ma quanto siete cresciuti!» esclamò, abbassando la mano ben al di sotto della cintura per indicare quanto fossero piccoli l'ultima volta che li aveva visti. «È davvero un grande piacere rivedervi!»

Calò un breve momento di silenzio. Gli occhi di mio padre rimbalzarono da Lucia a me, con un'espressione interrogativa e una nota di sottile curiosità.

Sentendomi salire un leggero rossore sulle guance, mi schiarii la voce: «Papà... volevo dirti che... ecco, Lucia e io stiamo insieme.»

Il volto di mio padre si espanse in un sorriso ancora più grande. «Dici sul serio? Ma questa è una bellissima notizia, Francesco!» Si voltò verso Lucia con uno sguardo colmo di affetto: «Sono davvero felicissimo! Ti confesso che, vedendovi crescere fianco a fianco, è sempre stata una mia speranza segreta che prima o poi vi sareste messi insieme. Mi ricordo ancora quando scorrazzavate per il cortile del palazzo... o di quando alle medie portavo Francesco a casa tua a studiare. Siete sempre stati inseparabili fin da piccoli!».

Lucia, con un sorriso dolce, accennò ad allungargli la mano per salutarlo, ma mio padre la sorprese stringendola in un abbraccio spontaneo. Quando si staccò, lei, un po' rossa in viso, aggiunse: «Sì... beh... è circa un anno che stiamo insieme.»

Mio padre si voltò verso di me con un finto tono di rimprovero, anche se un sorriso traditore gli increspava gli angoli della bocca: «Un anno! E tu non mi hai detto niente, signorino?». Poi il suo sguardo si addolcì riappoggiandosi su Lucia: «Però... già un anno!».

Notando poi Laura, la guardò con fare interrogativo. La ragazza di Edoardo si fece avanti senza alcun timore, presentandosi con la sua solita grinta: «Salve, io sono Laura, un'amica di Lucia. Lavoro al negozio di dischi in centro.»

Mio padre, che conosceva a memoria quel negozio, la riconobbe immediatamente: «Ma certo! Ti ho vista parecchie volte dietro la cassa. Hai un ottimo gusto nel consigliare la musica!».

Un pensiero mi attraversò fulmineo la mente: mio padre andava spesso in quel negozio a comprarmi dei dischi, tutte le volte che diceva che sarebbe tornato a casa dal lavoro prima di sparire di nuovo per i suoi viaggi.

Anche Laura accennò un sorriso sornione: «Ah, ma certo! Lei è quel signore che passa spesso a fare scorta di vinili!».

Mio padre ridacchiò, poi si rivolse ad Edoardo: «E tu, Edo? Come stai? Alla fine sei davvero andato a fare Economia a Milano? Tuo padre come sta? È un sacco che non lo vedo...».

Mio padre, essendo sempre all'estero, era del tutto all'oscuro della separazione dei genitori del mio amico e aveva appena fatto una gaffe clamorosa. Lo sguardo di Edoardo si incrinò per un millisecondo, ma, riprendendosi con grande maturità, ricambiò il sorriso senza far pesare la cosa: «Io tutto bene, e anche mio padre sta benone. Da un paio di settimane si è trasferito a Milano, proprio nella casa dove sto io per l'università... E sì, sono riuscito ad entrare a Economia! È un po' tosta, ma procede bene». Nel dirlo sfiorò la mano di Laura, che gli si era avvicinata per sostenerlo.

«Lo immagino,» rispose mio padre annuendo con un sorriso complice, ripensando a tutte le ore che io ed Edoardo avevamo passato a studiare e a cazzeggiare insieme negli anni.

Laura si intromise con la sua solita ironia pungente: «Comunque siamo qui per assicurarci che questo scansafatiche si rimetta in piedi al più presto!».

Mio padre la guardò sorpreso e divertito: Laura era la solita uragano, impossibile che passasse inosservata. Poi, cambiando discorso, si rivolse direttamente a Lucia: «E tu, Lucia, che progetti hai per il futuro? Francesco, sai com'è... al momento non sembra avere le idee chiarissime.»

La domanda la colse un secondo alla sprovvista, ma Lucia rispose con assoluta fermezza: «Beh, la mia passione più grande è la musica: canto in una band e spero un giorno di farne la mia professione. Ma oltre a questo voglio seguire le orme di mia madre, che è una chef. Amo cucinare e ho intenzione di studiare per diventare chef anch'io.» Poi, avvicinandosi a me e prendendomi la mano di fronte a suo padre, aggiunse guardandolo dritto negli occhi: «In ogni caso, Francesco si impegna tantissimo nel suo lavoro al fast food e tutti i suoi colleghi gli vogliono un gran bene.»

Mio padre, colpito dalla fermezza con cui la mia ragazza mi aveva difeso, strabuzzò leggermente gli occhi e si grattò la nuca. «Quindi cantante e chef... una combinazione decisamente interessante,» ammise annuendo.

Lucia gli sorrise con dolcezza, per nulla intimorita: «Spero proprio di riuscire a fare entrambe le cose, signor Massimo. E intanto grazie per le brioches!».

Rimanemmo ancora un po' insieme, immersi in un'atmosfera serena e rilassata: era esattamente la boccata d'aria fresca di cui avevo un disperato bisogno per dimenticare il peso di quella giornata. Laura ed Edoardo si scambiavano sguardi complici e carichi d'affetto, mentre mio padre tentava di mantenere un tono cordiale, snocciolando battute di circostanza e vecchi ricordi di quando eravamo bambini.

Poi arrivò il momento dei saluti.

Lucia mi strinse forte a sé sul letto, facendo attenzione a non farmi male, e mi sussurrò all'orecchio che ci saremmo visti l'indomani. Laura mi diede una pacca affettuosa sulla spalla con un sorriso sbarazzino, mentre Edoardo mi strinse la mano infondendomi coraggio con lo sguardo. Mio padre li riaccompagnò all'ingresso con un cenno formale, lasciando che fosse il nonno a scortarli fuori dal palazzo.

Quando la porta di casa si chiuse, la bolla di calore si dissolse all'istante.

Mio padre rientrò nella mia stanza. Non c'era più traccia del padrone di casa premuroso che aveva portato il vassoio con la colazione. Si avvicinò con passo lento e si stuzzicò il labbro, squadrandomi con quell'aria di superiorità e distacco che gli apparteneva da sempre.

«Lucia sembra una brava ragazza,» esordì, spezzando il silenzio con una voce piatta. «È... molto bella, Francesco. Ma soprattutto mi sembra fin troppo determinata. Ha già perfettamente chiaro cosa vuole fare della sua vita. A differenza tua, a quanto pare.»

Lo fissai dritto negli occhi, sentendo un'ondata di rabbia calda risalirmi lungo il collo. La sua frecciatina gratuita era un pugno allo stomaco.

«Almeno lei c'è,» ribattei a denti stretti, senza nascondere l'astio. «Ha dei progetti e sa come stare vicina alle persone che ama. Non sparisce per mesi interi lasciando gli altri a cavarsela da soli.»

Il richiamo nemmeno troppo velato alla sua costante assenza da quando era morta mia madre lo fece irrigidire. Per un istante la sua maschera si incrinò, rivelando un guizzo di stizza, ma si affrettò a riprendere il controllo con un sorriso cinico, di quelli che ti feriscono più di un insulto.

«Non fare il martire, Francesco. Io ho sempre lavorato anche per fare in modo che tu potessi permetterti il lusso di non combinare niente,» disse con un tono di fredda condiscendenza. Fece una breve pausa, prima di scagliare l'ultimo affondo mentre si avviava verso la porta: «In ogni caso ti conviene darti una svegliata. Una ragazza come Lucia, con quell'energia e con le sue ambizioni, non resterà per sempre accanto a uno che si accontenta di fare il cameriere in un fast food. Sinceramente... mi chiedo cosa ci trovi in te. Riposati, che ti fa bene.»

Uscì dalla stanza, lasciando la porta socchiusa.

Rimasi solo, nel silenzio pesante della mia camera. Le sue parole, pronunciate con quella disarmante freddezza, mi rimbombavano dentro come un martello. Lucia era davvero una forza della natura, piena di talento e di futuro. Edoardo stava costruendo la sua strada. Io, invece... mi sentivo un fantasma incastrato in un presente precario, sospeso tra la nostalgia di un passato che non c'era più e la minaccia di un futuro del tutto incerto.

E la violenza di quella nuova consapevolezza — la visione delle aure, la responsabilità del sogno con Sofia, la rottura di una realtà ordinaria che ora mi chiedeva di essere ascoltata — mi pesava addosso sul torace molto più del dolore al cuore, come un macigno impossibile da scrollarsi di dosso.


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