Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo XVI

Copertina di Non accontentarti dell'infinito
Copertina con AI

Non accontentarti dell'infinito

di @bergadavide

Originale · Classificazione: Esplicito · In corso

52.822 parole · 20 capitoli · 6 letture · aggiornata il 28 ottobre · 1 recensione ›

Avvertenze

Contenuto sessuale esplicito

Tag

F/M · Avventura · Introspettivo · Romantico · Slice of life · Crescita Personale · Destino · Musicale

Note dell'autore e personaggi

Note dell'autore

Davide Bergamaschi

Personaggi originali

Francesco Diciannove anni, lavora in un fast-food e porta ancora il peso di una madre perduta. Cerca se stesso tra musica, silenzi e una sete spirituale che non riesce più a ignorare. In bilico tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente intero. Lucia Voce potente di una band rock emergente, solare e viscerale. Amica d’infanzia e primo grande amore di…

Capitoli

20 capitoli, dal 30 luglio al 28 ottobre

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Riassunto

Riassunto

Genere: Young Adult / New Adult – Romance contemporaneo con elementi mistici e spirituali

Francesco ha diciannove anni, lavora in un fast-food a Pavia e porta ancora addosso il peso di una madre perduta e di un padre assente. Da sempre al suo fianco c’è Lucia: amica d’infanzia, primo grande amore, voce potente di una band rock emergente. Insieme hanno costruito un “noi” che sembrava indistruttibile.

Poi arriva Sofia, una presenza luminosa e misteriosa che apre a Francesco porte interiori che non sapeva di possedere: sogni, segni, una ricerca spirituale che non riesce più a ignorare. Quando Sofia scompare, il vuoto viene riempito da Sole, più grande di lui, psicologa, erede di quello stesso percorso. Con lei Francesco si sente finalmente visto per intero.

Tra concerti, gelosie, aure colorate che iniziano a percepire e promesse che si spezzano, Francesco si ritrova a dover scegliere tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente se stesso.

Una storia di amore e crescita, di musica rock e misticismo, di verità che fanno male e di legami che bruciano. Perché a volte, per trovare la propria strada, bisogna avere il coraggio di lasciare andare ciò che si ama di più.

Capitolo 16

La violenza della consapevolezza

3.283 parole, circa 16 minuti

Copertina del capitolo 16

La vecchia Panda di mio nonno si muoveva piano nel silenzio della notte pavese. Dopo la camminata da Strada Nuova, l'aria fresca mi aveva riordinato le idee, ma la stanchezza e una sottile tensione continuavano a graffiarmi lo stomaco. Stavo riaccompagnando Lucia a Città Giardino prima di tornare a casa mia.

Nell'abitacolo regnava un silenzio denso. Lucia se ne stava appoggiata allo schienale, con il viso di profilo rivolto al finestrino, a guardare le luci soffuse dei lampioni che sfilavano veloci. Aveva tra le mani il mio telefono, riletto mille volte il messaggio di Alyce e chissà quali pensieri le stavano frullando in testa sul futuro dei Radio Ethiopia, su Jack e su quella proposta capitata tra capo e collo.

Io stringevo il volante con entrambe le mani, rimuginando a mia volta. Le parole di Alyce — "È brutto avere sempre ragione..." — mi rimbombavano nel cervello come un eco fastidioso. Lei lo aveva detto fin dall'inizio: secondo le sue teorie, Massimo, il responsabile del Rock 'n' Roll, prima o poi ci avrebbe provato con Lucia usando la scusa del suo talento smisurato per agganciarla. La storia della cover band degli Skunk Anansie sembrava la perfetta incarnazione di quel sospetto. Non che non credessi nelle capacità di Lucia — la sua voce era una forza della natura e meritava qualsiasi palcoscenico —, ma la figura di Massimo mi trasmetteva una sensazione viscida, un'ansia strisciante che non riuscivo a scrollarmi di dosso. E la domanda restava: come faceva Alyce a saperlo? Che ruolo aveva Jack in tutta quella faccenda?

Ma per quanto quel groviglio musicale e personale mi preoccupasse, la vera voragine nella mia testa era un'altra.

Le aure.

Ripensavo a quello che era successo solo mezz'ora prima: la testa mi pulsava ancora leggermente. La luce gialla e il verde rassicurante attorno ad Edo, la vampata vibrante di giallo e rosso vivo attorno a Lucia, quel rosso scuro, denso e pesante di Laura... e poi quel mare caotico e soffocante di colori che mi aveva investito appena varcata la soglia del San Tommaso.

Non poteva essere stata un'illusione ottica. Non era la stanchezza, né un calo di pressione. Era stato tutto troppo netto, troppo tridimensionale, troppo reale. E la cosa più spaventosa non era solo il vederle, ma quella certezza interiore, quasi istintiva, con cui decifravo il significato di ogni sfumatura: passione, creatività, egoismo, tensione.

Guardai di traverso Lucia. Il suo profilo era dolce, illuminato a tratti dai fari delle auto provenienti dal senso opposto. Un desiderio fortissimo di confidarmi con lei mi attraversò il petto, ma lo soffocai sul nascere. Non posso parlarle di questo, mi dissi con amarezza. Lucia era già gelosa, già sul chi vive per la mia vita spirituale, costantemente preoccupata che ci fosse una parte di me che non poteva condividere. Se le avessi detto che avevo iniziato a vedere campi energetici colorati attorno alle persone, avrebbe pensato che stessi perdendo la testa, o peggio, che stavo scivolando in un mondo da cui lei si sentiva esclusa.

No, con Lucia dovevo proteggere la normalità. Ma la pressione dentro di me era troppa: non potevo tenere un peso del genere tutto per me. Dovevo parlarne con qualcuno.

E, come al solito quando la realtà ordinaria sembrava creparsi per mostrare qualcosa di invisibile, quel "qualcuno" non poteva che essere una sola persona: Sole.

Parcheggiai nella stradina a fondo chiuso a fianco del palazzo di Lucia. Lei mi riconsegnò il telefono, ancora silenziosa e persa nei suoi pensieri; i suoi grandi occhi verdi erano una promessa in cui mi persi completamente, travolto da un amore smisurato per lei.

Guardai le sue labbra carnose e perfette, che avevo sempre ammirato, sentendomi al settimo cielo all'idea di avere al mio fianco una ragazza così bella, dolce ed energica. Ci baciammo con un'intensità travolgente per diversi minuti, finché lei, staccandosi a fatica da me, disse: «È ora che vada, prima che arrivi il momento in cui non riesco più a contenermi e finiamo per fare qualcosa di sconveniente in macchina...», ridendo e dandomi un leggero buffetto sulle labbra.

«Guarda che non mi dispiacerebbe affatto,» le risposi sorridendo.

Lei lasciò andare un sospiro e ammise che la pensava esattamente come me, ma che per quella sera era decisamente meglio andare a dormire.

Da casa di Lucia a casa mia ci volevano appena cinque minuti di macchina; la città era deserta, immersa in un silenzio spettrale.

Mentre salivo le scale del palazzo, pensai con una stretta al petto che quella sera la casa sarebbe stata insolitamente affollata: c'erano sia mio nonno che mio padre. Faticavo a ricordare l'ultima volta che si erano ritrovati sotto lo stesso tetto. Attraversando l'ingresso, scorsi mio padre in cucina mentre beveva un bicchiere d'acqua. Aveva un'aria stanca, segnata; con ogni probabilità era lì solo perché preoccupato per la salute del nonno, altrimenti a quell'ora sarebbe stato già in volo verso chissà quale angolo di mondo, distante anni luce da me.

Ci scambiammo un saluto freddo, formale, due estranei capitati per caso nello stesso corridoio. Speravo di svignarmela senza dover affrontare alcun tipo di conversazione, ma proprio mentre stavo per imboccare le scale verso la mia camera, la sua voce mi bloccò alle spalle.

«Domani lavori. Me l'ha detto il nonno,» esordì, chiudendo lo sportello del frigorifero con un colpo secco.

Pensai con amara tenerezza a mio nonno, che ricordava a memoria tutti i miei orari e le mie scadenze, a differenza di mio padre che a malapena sapeva cosa stessi facendo della mia vita.

«Quando la smetti con questo lavoro da quattro soldi e ti decidi a programmare seriamente il tuo futuro?» aggiunse, squadrandomi di traverso con uno sguardo intriso di disprezzo e insopportazione.

Quel suo tono da giudice supremo, esibito da un uomo che non c'era mai stato, fece scattare una scintilla di rabbia sopita. Lo fissai, lasciando uscire una risata amara: «Rinfrescati la memoria... Se non sbaglio, l'anno scorso sei stato proprio tu a trovarmi quel posto al fast food. E adesso mi fai la morale perché ci vado?».

«Francesco!» tuonò lui, alzando la voce al limite dell'urlo. «Non prendermi per il culo! Ti ricordo che sono tuo padre!».

Fece una pausa, respirando affannosamente per cercare di domare lo scatto d'ira. Abbassò leggermente il tono, ma le sue parole rimasero piene di veleno: «L'anno scorso serviva a darti una regolata, per farti capire che non potevi prendere la scuola come un gioco. E infatti è servito, visto che alla fine ti sei diplomato... Ma adesso basta con queste pagliacciate! Devi trovarti una strada vera. Come ho fatto io alla tua età. Come avrebbe voluto tua madre!».

Il nome di mia madre calò come una lama affilata nell'aria della cucina. Non ne parlavamo mai. Che fosse proprio lui — un fantasma sempre in viaggio, un uomo che aveva eretto un muro di distanza siderale tra sé e noi — a tirare in ballo il suo ricordo per farmi sentire sbagliato, mi fece salire un odioso sangue alla testa.

La rabbia e l'incomprensione reciproca eressero un muro insormontabile. La frustrazione mi serrò la gola, rendendo inutile qualsiasi parola. Non gli risposi. Lo fissai negli occhi con un disprezzo gelido, poi gli girai le spalle e me ne andai verso la mia stanza, lasciandolo solo in cucina a parlare al vuoto, senza degnarlo nemmeno di un buonanotte.

Salendo le scale verso la mia camera, nel mio appartamento — o meglio, in quello spazio enorme nato dall'unione di due appartamenti contigui, l'ennesimo schiaffo della disponibilità economica di mio padre per colmare i suoi vuoti — sentii il telefono vibrare nella tasca.

Risposi. Era Lucia. Intorno a lei non c'era nessun frastuono, solo il silenzio ovattato di camera sua.

«Ehi,.» esordì lei con un sussurro morbido. «Sono già sotto le coperte, ma mi rigiravo nel letto. Non riuscivo proprio a dormire senza prima sentirti e darti la buonanotte.»

«Ciao, piccola,» risposi. Cercai di ammorbidire il tono, ma la tensione dell'incontro in cucina con mio padre mi teneva ancora i nervi a fior di pelle, serrandomi la gola.

Lucia, che ormai mi leggeva dentro come un libro aperto, se ne accorse in un istante. «Ehi... che succede, Fra? Hai una voce strana, piena di amarezza. Stai male per il capogiro di prima?»

Mi buttai sul letto, passandomi una mano stanca sul viso. «No, fisicamente sto bene. È solo che... ho incrociato mio padre in cucina. Solita solfa, il lavoro al fast food, il mio futuro, e per chiudere in bellezza ha pure avuto il coraggio di tirare in ballo mia madre. È stato un mezzo litigio e me ne sono andato via. Ma davvero, amò... non ho nessuna voglia di parlarne adesso.»

La sentii sospirare dolcemente dall'altro capo del telefono. Sapeva esattamente quando non era il caso di forzare la mano. «Mi dispiace, amore mio. Quell'uomo è davvero un disastro...» Fece una piccola pausa, poi il suo tono di voce cambiò, facendosi più frizzante e leggero, con il chiaro intento di tirarmi fuori da quel buco nero. «Allora sai che facciamo? Provo a distrarti un po' io. Senti qua: un paio di minuti fa mi ha chiamata Laura dal San Tommaso...»

«Laura? E che voleva?» chiesi, iniziando a togliermi le scarpe.

«Aggiornarmi sul gossip dell'anno, ovviamente! Indovina chi si è appena presentato al locale insieme, mano nella mano?»

«Non ne ho idea, sparala.»

«Alex e Alessia!» esclamò Lucia, con una nota di puro entusiasmo nella voce.

«Alessia chi?» chiesi, aggrottando la fronte, del tutto spaesato.

«Ma la Baroni, Fra! Si sono messi insieme!» rispose lei, come se fosse la cosa più logica del mondo. «Laura mi ha raccontato che sono arrivati insieme stasera, tutti sorridenti e appiccicati. A quanto pare è una cosa recentissima, stanno uscendo da un paio di settimane ma l'avevano tenuto nascosto. Non è carino? Io non me lo sarei mai aspettato!»

Finalmente misi a fuoco l'immagine di Alessia Baroni. La notizia, così assurda e inaspettata, riuscì effettivamente a strapparmi un sorriso sincero, allentando il nodo di rabbia che avevo nello stomaco. «Alex e la Baroni? Ah, davvero incredibile. Beh, sono contento per loro... Ma ti dirò una cosa: conoscendoli, secondo me lì sotto c'è lo zampino proprio di Laura. Chissà come li ha incastrati.»

Lucia scoppiò a ridere di gusto. «Probabilissimo! Ma almeno ha funzionato. Dai, domani quando ci vediamo gli faremo i nostri auguri. Volevo solo raccontartelo per farti sorridere un po'.»

«E ci sei riuscita. Grazie, piccola,» mormorai, sentendo il respiro farsi finalmente più regolare. «Sei il mio rifugio.»

«E tu il mio. Riposati, okay? Cerca di cancellare tuo padre dalla testa e dormi.»

«Lo farò. Mi manchi già.»

«Anche tu, tantissimo. A domani. Ti amo!»

«Anch'io ti amo. Ciao, amore.»

Chiusi la chiamata e appoggiai il telefono sul comodino. Alex e la Baroni... chi l'avrebbe mai detto. Sorrisi tra me e me nel buio della stanza, scuotendo la testa divertito, prima di lasciarmi sprofondare nei cuscini.

Mi misi a letto, ma il sonno tardava ad arrivare. Le aure colorate, la strana fitta alla tempia, il pungente messaggio di Alyce e la necessità impellente di confidarmi con Sole: era tutto un turbinio febbrile di pensieri che si accavallavano senza tregua. Poi, lentamente, ero scivolato in un dormiveglia agitato, che ben presto mutò in qualcosa di completamente diverso.

Mi ritrovai nella mia stanza, ma non era esattamente come la ricordavo. C'era una quiete irreale, un'aria densa e carica di attesa. I miei poster musicali sembravano vibrare impercettibilmente, mentre le copertine dei dischi emanavano una luce soffusa e propria. Un profumo delicato, un misto di incenso e terra umida, fluttuava nell'aria; un odore che percepivo come intimamente familiare, pur non riuscendo a collocarlo nei miei ricordi.

Ero seduto sul letto, anziché steso come al solito. Avevo le gambe incrociate nella posizione del loto — una postura che da sveglio non sarei mai riuscito ad assumere — ed ero avvolto in una tunica di lino grezzo di un colore indefinito, a metà tra il grigio e il beige. I miei capelli sembravano più lunghi, tirati indietro in modo ordinato, e il mio viso era attraversato da una serenità assoluta. Anche a occhi chiusi percepivo la presenza degli oggetti intorno a me, guidato da una sorta di sesto senso.

Davanti a me, una figura luminosa riempiva lo spazio. Era così accecante che non riuscivo a fissarla direttamente. A giudicare dalla corporatura imponente e dai tratti del volto, sembrava un uomo di origini orientali. Aveva lunghi capelli neri, ben curati e pettinati all'indietro, raccolti in un'elaborata coda. Indossava una lunga veste, ma la luminescenza che emanava mi impediva di distinguerne il colore o il tessuto. Irradiava una luce calda e rassicurante, come un sole al tramonto, e la sua presenza vibrava di un'energia densa e amorevole. Era seduto nella mia stessa posizione.

Al mio fianco, inaspettatamente, c'era Sofia. Anche lei era avvolta da una luce particolare, più argentea, quasi lunare. Indossava un abito marrone cinto da una fascia bianca e il suo tipico sorriso enigmatico era incredibilmente più dolce del solito, mentre i lunghi capelli le ricadevano morbidi sulle spalle.

La voce di Sofia ruppe il silenzio. Fu un sussurro leggero, che sembrava risuonare direttamente dentro di me: «Finalmente ci incontriamo, Francesco. Questo è un luogo che conosci, ma che non sempre riesci a raggiungere». Fece una breve pausa, e sentii il peso benevolo del suo sguardo posarsi su di me. Nel sogno, il mio cuore batteva forte, non per la paura, ma per un'emozione profonda, un senso di riconoscimento primordiale. «Molto tempo è dovuto passare prima che la tua consapevolezza raggiungesse il livello necessario per organizzare questa celebrazione. Era fondamentale che tu fossi pronto ad ascoltare in un modo nuovo».

Il mio sguardo interiore fu nuovamente attratto dalla figura luminosa di fronte a noi. L'uomo non parlava, ma la sua sola presenza emanava un'onda di saggezza che mi avvolgeva completamente. Sentivo che le parole non erano necessarie: la vera comprensione stava avvenendo a un livello molto più profondo.

«Ora è il momento, Francesco,» continuò Sofia, con una voce carica di dolce fermezza, «di superare l'anello invalicabile della tua stessa coscienza. In te c'è molto di più di quello che credi di essere».

La scena cambiò di colpo, come se il tempo avesse fatto un salto in avanti.

Eravamo in una casa diversa, eppure istintivamente familiare. L'arredamento era semplice e antico. L'aria profumava di frutta fresca e di incenso che bruciava al mio fianco. Ero a petto nudo, sempre seduto nella posizione del loto, ma questa volta su un tappeto finemente decorato in rosso e oro, forse persiano o indiano. Sofia era in ginocchio di fronte a me. I suoi capelli erano ora raccolti in una lunga treccia e gli occhi erano pesantemente truccati, incorniciando iridi di un verde intenso screziato di rubino.

Davanti a lei c'era una piccola ciotola contenente un liquido nero e denso. Iniziò a cantilenare una litania che conoscevo bene, e io mi unii spontaneamente a lei nel recitare quella giaculatoria. La figura luminosa di prima attendeva immobile alle sue spalle. Senza mai interrompere il canto, Sofia immerse due dita nella ciotola e iniziò a tracciare strani simboli sul mio petto, sulla mia fronte e sulle mie braccia. Quando ebbe terminato, sospese la litania e si fece da parte, lasciando spazio all'essere di luce.

L'uomo luminoso fece un gesto lento e calmo. Tese una mano, e tra le sue dita si materializzò una strana asta di un colore cangiante, che sembrava pulsare di luce propria. Con infinita delicatezza, ne appoggiò l'estremità proprio al centro della mia fronte.

Un'energia potente ma non violenta mi invase. Fu come un'onda calda che dilatava la mia coscienza, spalancando nuove stanze nella mia mente onirica. Fui travolto da frammenti di immagini, sensazioni mai provate e dalla comprensione intuitiva di legami invisibili.

«Ci rivedremo presto, Francesco,» sussurrò Sofia, con il sorriso ora più nitido. «Continua a cercare, a sentire. Le risposte che cerchi sono più vicine di quanto tu creda».

Le due figure si fusero per un istante, e la loro luce combinata inondò la stanza di un bagliore dorato. Poi, lentamente, il sogno iniziò a svanire, lasciandomi intriso di una quiete profonda e di una nuova consapevolezza. Come se un seme fosse appena stato piantato nel nucleo stesso del mio essere.

Aprii gli occhi di scatto.

Ero incredulo. Ricordavo ogni minimo dettaglio di quel sogno, vivido come un frammento di vita reale. La luce fioca della sveglia segnava le 3:40 del mattino. Ero stranamente calmo, madido di sudore freddo, ma con la mente di una lucidità spaventosa. Mi sentivo diverso. Qualcosa dentro di me si era assestato, sintonizzandosi su una frequenza del tutto nuova. Mi alzai a fatica a sedere, guardando la mia stanza con occhi diversi, avvertendo la netta sensazione di poter percepire le trame sottili della realtà che fino a poche ore prima mi sfuggivano.

Poi, all'improvviso, arrivò il dolore.

Una fitta lancinante al petto mi mozzò il respiro. Il cuore esplose in una corsa all'impazzata, pompando con una forza e una velocità innaturali, sbattendo contro le costole come un uccello terrorizzato in gabbia. La stanza iniziò a girare vertiginosamente e le tempie presero a pulsare con violenza. La calma ascetica del risveglio fu spazzata via da un'ondata di puro panico fisico, una scossa elettrica devastante che mi mandò in cortocircuito il corpo.

Un'opprimente sensazione di schiacciamento al torace mi piegò in avanti. Il respiro si fece corto, un rantolo affannoso come se avessi appena corso una maratona in apnea. Il sudore freddo mi bagnò la fronte e le mani iniziarono a tremare senza controllo.

Con un ultimo, disperato sforzo, cercai di chiamare aiuto. Faticavo persino a riempire i polmoni, ma ci misi tutto me stesso.

«Papà...» urlai. La mia stessa voce mi suonò estranea, distorta. «Non... non mi sento bene... il cuore... fa un male cane...» La frase mi morì in gola, stroncata da un colpo di tosse secca che mi fece accartocciare su me stesso.

Sentii la voce di mio padre gridare dal corridoio, concitata e carica di terrore. Un'ultima, violenta ondata di vertigine mi inchiodò al materasso; il dolore al petto divenne insopportabile, finché la vista non si riempì di macchie nere, inghiottendomi nel buio.

Il suono confuso di voci in lontananza e il bip ritmico e monotono di un macchinario mi trascinarono lentamente a galla. Aprii gli occhi, sentendo le palpebre pesanti e aride come carta vetrata. Mi ritrovai in un ambiente asettico, immerso in una fredda luce al neon. Il monitor accanto al letto tracciava una linea verde irregolare. Ero in ospedale.

La figura di mio padre si materializzò al mio fianco. Aveva il volto stravolto dalla preoccupazione, invecchiato di dieci anni per il sonno spezzato e lo spavento. Non appena mi vide aprire gli occhi, un lampo di sollievo gli attraversò lo sguardo.

«Francesco! Come... come ti senti?» esclamò. La sua voce tremava, un misto di profonda apprensione e involontario rimprovero. «Ti ho trovato riverso davanti al letto, eri privo di sensi! Avevi la pressione alle stelle... I medici dicono che è stato un episodio serio, ti hanno ricoverato in cardiologia per farti tutti gli accertamenti». Si passò una mano tremante sul viso, sospirando pesantemente: «Anche se... mi hanno appena detto che non riescono a trovare una causa clinica plausibile per quello che ti è successo».

Il ricordo del sogno — l'immensa quiete, i simboli, la figura luminosa — mi attraversò la mente come un lampo, stridendo ferocemente con il caos clinico e fisico in cui mi trovavo. La strana ondata di energia scatenata da quell'asta luminosa sulla mia fronte aveva lasciato una cicatrice tangibile nel mio sistema nervoso. Era il segno violento di un'esperienza che la medicina non avrebbe mai potuto diagnosticare, ma di cui ogni singolo, folle dettaglio era ormai impresso a fuoco nella mia coscienza.

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