Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo XV

Copertina di Non accontentarti dell'infinito
Copertina con AI

Non accontentarti dell'infinito

di @bergadavide

Originale · Classificazione: Esplicito · In corso

52.822 parole · 20 capitoli · 6 letture · aggiornata il 28 ottobre · 1 recensione ›

Avvertenze

Contenuto sessuale esplicito

Tag

F/M · Avventura · Introspettivo · Romantico · Slice of life · Crescita Personale · Destino · Musicale

Note dell'autore e personaggi

Note dell'autore

Davide Bergamaschi

Personaggi originali

Francesco Diciannove anni, lavora in un fast-food e porta ancora il peso di una madre perduta. Cerca se stesso tra musica, silenzi e una sete spirituale che non riesce più a ignorare. In bilico tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente intero. Lucia Voce potente di una band rock emergente, solare e viscerale. Amica d’infanzia e primo grande amore di…

Capitoli

20 capitoli, dal 30 luglio al 28 ottobre

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Riassunto

Riassunto

Genere: Young Adult / New Adult – Romance contemporaneo con elementi mistici e spirituali

Francesco ha diciannove anni, lavora in un fast-food a Pavia e porta ancora addosso il peso di una madre perduta e di un padre assente. Da sempre al suo fianco c’è Lucia: amica d’infanzia, primo grande amore, voce potente di una band rock emergente. Insieme hanno costruito un “noi” che sembrava indistruttibile.

Poi arriva Sofia, una presenza luminosa e misteriosa che apre a Francesco porte interiori che non sapeva di possedere: sogni, segni, una ricerca spirituale che non riesce più a ignorare. Quando Sofia scompare, il vuoto viene riempito da Sole, più grande di lui, psicologa, erede di quello stesso percorso. Con lei Francesco si sente finalmente visto per intero.

Tra concerti, gelosie, aure colorate che iniziano a percepire e promesse che si spezzano, Francesco si ritrova a dover scegliere tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente se stesso.

Una storia di amore e crescita, di musica rock e misticismo, di verità che fanno male e di legami che bruciano. Perché a volte, per trovare la propria strada, bisogna avere il coraggio di lasciare andare ciò che si ama di più.

Capitolo 15

Non puoi imbrogliarmi

3.298 parole, circa 16 minuti

Copertina del capitolo 15

(Brodside - Dead Roses)

Mentre le parole di Lucia sul nostro futuro insieme mi scaldavano ancora il cuore, il trillo del mio telefono ruppe l'incanto. Sullo schermo lampeggiava il nome di Edo.

​«Dove siete...» lessi ad alta voce, con il sorriso ancora stampato in faccia per la complicità riscoperta poco prima.

​Lucia, che nel frattempo s'era avvicinata, mi sussurrò all'orecchio con una vocina leggera: «Digli che arriviamo subito, che stavamo solo finendo di parlare.» Poi, lasciandomi un bacio al sapore di birra sulla guancia: «Vado un attimo in bagno.»

​Prese la sua borsa a tracolla e la giacca di jeans, poi si fermò, indecisa. «Tieni tu, per favore.» Me li porse insieme al suo cellulare. Un gesto banale, forse, ma che in quel momento percepii come un piccolo, prezioso pegno di fiducia ritrovata.

​Annuii, infilando il mio dispositivo nei jeans e sistemando il suo, insieme alla giacca, nella borsetta che appoggiai sul tavolo.

​Mentre aspettavo che tornasse, lo smartphone vibrò per una notifica. Lo tirai fuori e spalancai gli occhi: da un numero sconosciuto mi era arrivato un messaggio WhatsApp.

​Ciao, sono Alyce... È brutto avere sempre ragione! Hai saputo le novità sulla superband degli Skunk? Fammi sapere se la Deusa ha ricevuto l'illuminazione divina da Massimo!

​Corrugai la fronte, stordito e infastidito. Come faceva Alyce a saperlo già? E soprattutto, chi le aveva dato il mio contatto?!

​Fissai la porta del bagno. L'unico anello di congiunzione era Jack. Jack, di solito riservato e muto come un pesce, si era confidato con lei? Un retropensiero sgradevole mi attraversò la mente: cosa sperava di ottenere spifferandole tutto?

​Pochi istanti dopo Lucia riemerse, con il viso rinfrescato e gli occhi che brillavano. «Andiamo?» mi chiese, intrecciando subito le sue dita alle mie.

​Il pensiero del messaggio di Alyce mi punse il cervello, ma decisi di sotterrarlo per il momento: ne avremmo parlato più tardi, a mente fredda.

​Uscimmo dal Broletto, accolti dall'aria frizzante della sera. Edo ci aspettava poco distante, appoggiato al muretto con la solita sigaretta accesa tra le dita. Al suo fianco Laura era curva sullo schermo del telefono, la cima dei capelli castani illuminata dal lampione.

​«Ciao, Edo!» lo salutai con un cenno.

​Sentendo la nostra voce, Laura sollevò lo sguardo. Lucia le si fiondò addosso con un entusiasmo travolgente, stringendola in un abbraccio caloroso, quasi teatrale.

​Ciò che successe nei tre secondi successivi ebbe dell'incredibile. Laura, colta di sorpresa dall'impeto di Lucia, la squadrò da capo a piedi. Il suo sguardo passò dai capelli leggermente scompigliati della mia ragazza al suo viso radioso e rilassato, per poi piantarsi dritto nei miei occhi.

​In quel preciso istante, fu come veder scattare una scintilla invisibile. Tra Lucia e Laura non servirono parole: si innescò una specie di telepatia istantanea, un linguaggio cifrato e ancestrale che viaggiava su frequenze a noi maschi del tutto precluse. Laura sgranò gli occhi e una smorfia di puro, delizioso pettegolezzo le illuminò il volto. Aveva capito. Senza che nessuno avesse aperto bocca, aveva decifrato l'aura di intimità viscerale che emanavamo, leggendo tra le righe esattamente quello che era successo nel pomeriggio.

​Senza neanche darmi il tempo di salutare, Lucia afferrò Laura per un braccio e la trascinò via, quasi strattonandola per qualche metro lungo la piazza.

​«Non dirmi che... Oh mio Dio! Non ci posso credere!» squittì Laura a mezza voce, con un'enfasi drammatica e complice, ancora prima che Lucia avesse effettivamente articolato una sola parola.

​Io ed Edo rimanemmo impalati sul marciapiede, raggelati in una parentesi di pura sospensione della realtà. Fissavamo le nostre ragazze che gesticolavano freneticamente a dieci metri di distanza, ridendo e scambiandosi sguardi d'intesa con una foga quasi mistica. Pareva che la fisica stessa si fosse piegata per farle comunicare per osmosi.

​Edo sfilò lentamente la sigaretta dalle labbra, espellendo un filo di fumo denso. Mi guardò, poi tornò a fissare il duo in lontananza, scuotendo la testa con la lentezza rassegnata di chi ha smesso di cercare di capire l'universo femminile circa tre reincarnazioni fa.

​«Mah... le donne,» mormorai io, incrociando le braccia al petto tra il divertito e l'assoluto sconcerto.

​Edo accennò un sorriso sbieco, dandomi una spallata fraterna. «Già. Regola numero uno della sopravvivenza, Fra: non fare domande, accetta la magia e fingi che sia tutto assolutamente normale.»

​Poi, cambiando discorso: «Andiamo al San Tommaso? Ci aspettano tutti,» propose il mio amico con un'indolenza quasi svogliata.

​Tutti chi? pensai subito. Era da parecchio che non incrociavo la maggior parte della vecchia compagnia, praticamente dalla fine della loro quinta superiore. In quell'anno le nostre strade si erano divise: mentre loro si stavano godendo la nuova routine da universitari, io avevo passato gli ultimi dodici mesi incastrato tra i turni massacranti e l'odore d'olio del fast food.

​«Edo, guarda che io non posso proprio fare tardi,» risposi, cercando di soffocare sul nascere quella sottile nota di amaro che mi saliva in gola. «Domani ho il turno d'apertura, alle sei spaccate devo già essere lì a timbrare.»

​Edo sbuffò, spegnendo la cicca con un gesto secco della suola. «Ma dai, Fra! Giusto un paio d'ore. C'è un sacco di gente che non vediamo da un'eternità!»

​Guardai Lucia e Laura, ancora immerse in quella chiacchierata animata fatta di gesti ampi e risatine complici. La scena mi strappò un sorriso e mi mise di buonumore, rendendo un po' più sopportabile l'idea che l'indomani, alle sei del mattino, sarei stato ad affogare patatine nell'olio bollente.

​«Lo so, Edo,» ammisi a mezza voce, continuando a osservare le nostre ragazze. «Dai, una birra non ha mai ucciso nessuno...»

​Poi però esitai, frenato da un'ombra di riserva: «Il fatto è che stasera non mi sento molto in vena di sentirvi raccontare le solite storie sull'università».

​Ripensai ad altre serate passate a ingoiare aneddoti su feste, esami e stranezze goliardiche, sentendomi sistematicamente tagliato fuori.

​Ricordandomi della sera del concerto e volendo virare l'attenzione su di lui, chiesi con una nota di curiosità: «E tu, piuttosto? Poi con Laura come avete sistemato la faccenda di andare a Milano da tuo padre?».

​La sua espressione cambiò di colpo: strabuzzò gli occhi e alzò lo sguardo al cielo, lasciando andare un lungo sospiro sconsolato. «Guarda, Fra... non farmi parlare. È stata una serata drammatica.»

​«In che senso drammatica?» chiesi, fermandomi un istante a guardarlo.

​«Nel senso che la conosci Laura, no? Non è capace di stare zitta e men che meno di avere mezze misure. Ha urlato come una pazza!» raccontò Edo, riprendendo a camminare a passo lento. «Mi ha urlato in faccia che non potevo piantarla in asso e lasciarla da sola in casa di punto in bianco, e che per lei Milano è impossibile da raggiungere con i turni sballati che fa al negozio di dischi...»

​Fischiai sottovoce, annuendo. La scena mi si figurò davanti agli occhi con una nitidezza disarmante. Lasciai che il mio amico sfogasse il seguito del racconto.

​«Io però dovevo farle capire le mie ragioni,» continuò lui. «Le ho spiegato che l'università la frequento a Milano e che per me, adesso, è diventato fondamentale stare da mio padre.»

​Lo ascoltai con calma. Conoscevo bene l'impetuosità di Laura, ma sapevo anche che quando Edo si metteva in testa qualcosa diventava un muro di granito, del tutto irremovibile.

​«Beh, hai fatto bene,» gli dissi in tono pacifico. «È più che giusto che tu voglia stare con tuo padre se per lo studio ti è più comodo. E poi, parliamoci chiaro: mica siete sposati, ognuno ha il diritto di gestire le proprie scelte come meglio crede.»

​Edo mi fissò con un'occhiata seria, quasi risentita: «Sì, ma tu devi capire che io amo Laura, Fra! Voglio stare con lei!».

​«E allora come ne siete usciti? Com'è andata a finire?» chiesi curioso.

​«Alla fine abbiamo trovato un accordo: durante la settimana sto a Milano da mio padre per seguire le lezioni e studiare, e nel weekend torno qui a Pavia a stare con lei.»

​Spalancai le palpebre, stupito: «E lei ha accettato?!».

​«Sulle prime ha storto il naso ed è rimasta un po' dubbiosa,» ammise lui con una mezza risata rassegnata, «ma poi ha capito la situazione e ha deciso di accettare la proposta.»

​Addio serate al ponte davanti a casa mia... pensai con una stretta al cuore, rendendomi conto che un altro pezzo della nostra routine si stava sgretolando.

​Da Piazza Vittoria al San Tommaso ci volevano scarsi cinque minuti a piedi tagliando per Strada Nuova. La serata era fresca e piacevole. In giro c'era poca gente: solo qualche gruppetto di ragazzi della nostra età e diverse coppie più adulte che passeggiavano mano nella mano.

​In quel momento, Lucia e Laura rientrarono nel nostro campo visivo, con i volti ancora accesi dal loro fitto scambio di confidenze.

​«Allora?» chiese Lucia, prendendomi sottobraccio con un sorriso dolcissimo. «Andiamo a salutare gli altri?» Mi diede un'affettuosa spettinata ai capelli; era visibilmente euforica e io non me la sentivo proprio di rovinarle la serata.

​Laura, come al suo solito, mi squadrò di traverso mentre prendeva Edoardo sotto braccio: «Guarda che se sei troppo stanco è meglio che te ne vada a letto... come fai domani mattina a servire panini con quelle occhiaie?» infierì con la sua solita voce rauca, sorridendo sorniona.

​Lucia le diede una spintarella scherzosa: «Ma lascialo stare una buona volta!», ridendo, mentre Edo cercava quasi di farsi invisibile per non finire nel mezzo.

​La fissai a mia volta, raccogliendo il guanto di sfida: «E tu? Non sei preoccupata di crollare dal sonno domani mattina al negozio di dischi?».

​Edo strattonò delicatamente Laura, che stava già prendendo la rincorsa per rispondermi: «Su, state buoni, bimbi...».

​«Sì, sì, come no...» mormorò lei a mezza voce dietro le spalle di Edoardo, convinta che non la sentissi. Lucia intanto scosse la testa divertita, divisa tra la sorpresa e una punta di sottile orgoglio per la mia risposta.

​Poi, all'improvviso, il mondo intorno a me sembrò perdere densità.

​Dietro la figura di Edoardo, vidi... attraverso il suo corpo. Una tenue ma nitidissima luminescenza rosso vivo iniziò a mescolarsi con un'ombra di viola scuro, densa e cupa, sgradevole alla vista, che si sovrapponeva al campo fluido giallo e blu avvolto attorno alla sagoma del mio amico.

​Una fitta lancinante mi trapassò la tempia, così intensa da farmi barcollare per un istante, perdere l'equilibrio e rischiare di crollare.

​Lì per lì cercai di bollare l'episodio come un capogiro inspiegabile. Scossi la testa, sforzandomi con ogni fibra di fare finta di niente... sempre che fosse davvero possibile ignorare una visione simile.

​Mentre ci incamminavamo verso Strada Nuova, Edo continuava a scherzare sulla reazione di Laura, gesticolando animatamente. Si girò di scatto verso di me lanciando una delle sue risate contagiose, di quelle che gli facevano arricciare il naso e stringere gli occhi. Fu in quell'istante, mentre la luce fioca dei lampioni lo illuminava di profilo, che la Percezione tornò a farsi viva, ancora più nitida.

​Non era un'ombra e nemmeno il riverbero dei lampioni. Era un vero e proprio alone: un'intensa sfumatura ambrata, vibrante e luminosa, che gli avvolgeva la nuca e i capelli. Sbattei le palpebre più volte, convinto che si trattasse di un'illusione ottica, uno scherzo del buio unito alla stanchezza accumulata.

​«Tutto ok, Fra?» mi chiese Edo, notando che mi ero bloccato di colpo.

​«Sì, sì... tutto a posto,» risposi al volo, cercando di liquidare la cosa. Giallo dorato? Mi tornò in mente qualche spunto letto tempo prima su internet, storie di persone capaci di percepire... le aure. Impossibile, pensai, archiviando il fenomeno come un momentaneo annebbiamento della vista.

​Riprendemmo a camminare e cercai di rifugiarmi nella conversazione tra Lucia e Laura. Le due stavano discutendo animatamente per un messaggio arrivato sul telefono di Laura.

​«Assurdo, Lucy! Ma come si permette quella racchia di scrivermi una roba del genere?!» esclamò Laura, mostrandole lo schermo.

​Lucia, con la sua solita pazienza, cercava di smorzare i toni: «Ma sì, Laury, lascia perdere...». La chiamava così solo quando finivano nei loro interminabili dibattiti. Nonostante Laura fosse più grande, era quasi sempre la mia ragazza a farla ragionare.

​Poi, mentre attraversavamo la strada, un rider di Deliveroo ci sfrecciò accanto a tutta velocità, sfiorando le ragazze per un pelo. In quel momento, la visione esplose con una nitidezza spaventosa.

​Attorno a Lucia vidi distintamente due correnti cromatiche fondersi in un'aura brillante: una tonalità solare e dorata, pulsante di energia creativa, e un rosso vivo, intenso come una fiamma, che irradiava passione e vitalità pura. I colori danzavano in armonia attorno a lei, specchio perfetto della sua anima artistica.

​Attorno a Laura, al contrario, scorsi un alone più denso e opaco, venato di un cremisi scuro e cupo, che trasudava una forza ostinata, tratti di rabbia trattenuta e una marcata vena di egoismo.

​Ma la cosa che mi terrorizzò di più, oltre alla vista di quelle frequenze cromatiche attorno ai miei amici, fu un altro pensiero: come diavolo facevo a conoscere — o a percepire istintivamente — il significato profondo di quei colori?

​Mi sentii travolto da un senso di disorientamento, ma anche da una strana attrazione. Non era più una suggestione: stavo vedendo qualcosa di reale. I colori riflettevano fedelmente la personalità di chi avevo davanti: il giallo per l'intelligenza vivida e l'estro di Edo, l'intreccio di oro e rosso vivo per l'energia travolgente di Lucia, quel rosso cupo e pesante per il carattere spigoloso di Laura...

​Feci un enorme sforzo per non darlo a vedere e continuai a camminare. Ma dentro di me quel piccolo seme di sbigottimento era ormai germogliato in una consapevolezza sconcertante: stavo davvero vedendo le loro aure. E la serata, già carica di tensioni, si era appena trasformata in un enigma ancora più fitto e... colorato.

​Oltrepassammo la Cupola Arnaboldi e arrivammo a pochi passi dall'ingresso del San Tommaso.

​Non appena varcata la soglia, fui investito da una scarica violenta di suoni, odori di birra e fritto... e colori.

​Fu come se qualcuno avesse acceso mille luci stroboscopiche invisibili a occhio nudo. Ogni singola persona nel locale era avvolta da un alone cangiante e vibrante. Non si trattava più delle velature leggere percepite in strada, ma di masse cromatiche dense, a tratti accecanti, a tratti torbide e melmose. Una marea di rosso in tutte le sue declinazioni pulsava attorno alla folla, mescolandosi a un arancione irrequieto e a un giallo febbrile. Vedevo bagliori di verde — alcuni brillanti, altri del tutto spenti — e qua e là chiazze di un blu che oscillava dal limpido al cupo. Erano accostamenti che la mia mente percepiva come profondamente dissonanti, carichi di tensione, sbarrati da venature di grigio plumbeo e, in qualche caso, da un nero denso e vischioso che mi rovesciò lo stomaco dal disagio.

​Vicino all'ingresso scorsi il tavolo con il gruppo di volti familiari di cui parlava Edo. Lucia, non appena li vide, mi prese per mano con un sorriso radioso e mi trascinò verso di loro.

​«Ragazzi!» esclamà entusiasta, buttandosi ad abbracciare i presenti.

​Cercai di accennare un saluto, ma l'impatto con quella massa di aure sovrapposte, così caotiche e opprimenti, continuava a martellarmi i senses. Era un sovraccarico percettivo insopportabile. Il cuore prese a battere a raffica, la testa iniziò a girare e una forte nausea mi salì alla gola. Era decisamente troppo.

​«Ehi, ciao Fra!» mi salutarono in coro.

​Mi portai una mano alla fronte, sentendola bagnata di sudore freddo. «Ciao...» mormorai con la voce incrinata. «Scusate... mi è venuto un mal di testa improvviso. Fortissimo.»

​Lucia si voltò di scatto, preoccupata, e mi strinse l'avambraccio. «Ma come? Siamo appena arrivati! Stai male?»

​«Sì... sì, perdonami,» risposi, sforzandomi di mantenere un minimo di lucidità. «Credo sia meglio se me ne torno a casa. Non mi sento per niente bene e non voglio rovinarti la serata. Tanto... tanto tra poco sarei dovuto andare comunque per via del turno di domani.»

​La guardai negli occhi, cercando di trasmetterle tutta la mia sincerità e il desiderio genuino che rimanesse a divertirsi. Mi avvicinai e la baciai sulle labbra: un bacio più intenso del solito, quasi per farmi perdonare quell'improvvisa ritirata.

​«Tu resta, amò. Divertiti con gli altri, ci vediamo domani.»

​Lucia esitò per un istante, divisa tra la preoccupazione per me e la voglia di godersi la serata. Poco distante, Laura sfoggiò un sorriso appena accennato — quasi imperceptible, ma che non mi sfuggì affatto —, che tradiva quanto la mia dipartita le fosse in fondo gradita. Edoardo, al contrario, pareva sinceramente dispiaciuto.

​«Dai, Fra, ti accompagno io fino alla macchina,» s'intromise subito Edo, alzandosi di scatto dalla sedia.

​Ma Lucia lo bloccò prima ancora che potesse fare un passo. «Ma figurati! Col cavolo che te ne vai da solo o che lasci il tavolo, Edo. Ci penso io al mio ragazzo!» esclamà con quella sua solita carica vitale ed energica, senza ammettere repliche. Quando Lucia decideva di fare una cosa, era impossibile farle cambiare idea: non avrebbe mai delegato ad altri quello che sentiva di dover fare lei.

​Mi prese con decisione per mano, salutò gli altri con un cenno e mi guidò verso la porta d'uscita del locale.

​Mentre ci lasciavamo il tavolo e le masse cromatiche del San Tommaso alle spalle, l'aria fresca della notte mi investì il viso, dandomi un immediato senso di sollievo. Ci incamminammo lungo Strada Nuova verso il parcheggio della Panda di nonno. Lucia mi cinse la vita con un braccio, un po' per tenermi stretto e un po' per sorreggermi, dato il mio passo ancora un po' incerto per via del capogiro.

​Il silenzio della strada e il calore del suo corpo contro il mio mi diedero il coraggio di rompere il ghiaccio su una questione che mi stava tarlando il cervello.

​«Amò... prima, mentre eri andata in bagno al Broletto, mi è successa una cosa strana,» esordii a mezza voce. «Mi è arrivato un messaggio sul telefono. Da Alyce.»

​Lucia si irrigidì all'istante. Si bloccò in mezzo al marciapiede, strabuzzando gli occhi verdi che al buio parvero quasi brillare di una gelosia immediata e furente. «Come scusa?!» sbottò, alzando la voce. «E Alyce come fa ad avere il tuo numero di telefono?!»

​«Te lo giuro su quello che ho di più caro, non ne ho la minima idea!» esclamai alzando le mani in segno di resa. «Ma il punto non è questo...»

​«E allora qual è il punto?!» incalzò lei, visibilmente irritata e con le braccia incrociate sul petto.

​«Il punto è che Alyce mi ha scritto perché sa già tutto. Sa del progetto di Massimo per formare la cover band degli Skunk Anansie.»

​A quelle parole, Lucia raggelò. Si allontanò di un passo da me e mi piantò gli occhi negli stessi, cercandovi una spiegazione. «Tu... tu credi che Jack glielo abbia detto prima ancora di parlarne con me?»

​«Questo sono io che lo chiedo a te,» risposi sinceramente.

​Lucia abbassò lo sguardo sui propri anfibi, rimanendo in silenzio per qualche secondo, palesemente perplessa. «Questa è una cosa molto strana... Jack è una tomba, di solito non parla mai di queste cose con nessuno. A meno che...»

​«A meno che cosa?» la stimolai.

​«A meno che Jack non abbia nessuna intenzione di accettare,» disse la mia ragazza, rialzando gli occhi e confermando esattamente il pensiero che si era fatto strada nella mia testa. «Jack è legatissimo ai Radio Ethiopia, la band è la sua creatura. Credo che fare un progetto parallelo solo io e lui, col rischio di spaccare il gruppo, non sia proprio nelle sue corde.»

​Fece un sospiro e mi allungò la mano: «Dammi un attimo il cellulare, fammi vedere cosa ti ha scritto esattamente quella lì.»

​Le porsi il telefono con la schermata di WhatsApp ancora aperta su quel messaggio, e riprendemmo a camminare fianco a fianco sotto i lampioni di Strada Nuova, mentre lei leggeva attentamente ogni singola parola.

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