Sulla Sogliadel Canone

Fanfiction e storie originali in italiano: leggere e scrivere

Capitolo XIV

Copertina di Non accontentarti dell'infinito
Copertina con AI

Non accontentarti dell'infinito

di @bergadavide

Originale · Classificazione: Esplicito · In corso

52.822 parole · 20 capitoli · 6 letture · aggiornata il 28 ottobre · 1 recensione ›

Avvertenze

Contenuto sessuale esplicito

Tag

F/M · Avventura · Introspettivo · Romantico · Slice of life · Crescita Personale · Destino · Musicale

Note dell'autore e personaggi

Note dell'autore

Davide Bergamaschi

Personaggi originali

Francesco Diciannove anni, lavora in un fast-food e porta ancora il peso di una madre perduta. Cerca se stesso tra musica, silenzi e una sete spirituale che non riesce più a ignorare. In bilico tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente intero. Lucia Voce potente di una band rock emergente, solare e viscerale. Amica d’infanzia e primo grande amore di…

Capitoli

20 capitoli, dal 30 luglio al 28 ottobre

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Riassunto

Riassunto

Genere: Young Adult / New Adult – Romance contemporaneo con elementi mistici e spirituali

Francesco ha diciannove anni, lavora in un fast-food a Pavia e porta ancora addosso il peso di una madre perduta e di un padre assente. Da sempre al suo fianco c’è Lucia: amica d’infanzia, primo grande amore, voce potente di una band rock emergente. Insieme hanno costruito un “noi” che sembrava indistruttibile.

Poi arriva Sofia, una presenza luminosa e misteriosa che apre a Francesco porte interiori che non sapeva di possedere: sogni, segni, una ricerca spirituale che non riesce più a ignorare. Quando Sofia scompare, il vuoto viene riempito da Sole, più grande di lui, psicologa, erede di quello stesso percorso. Con lei Francesco si sente finalmente visto per intero.

Tra concerti, gelosie, aure colorate che iniziano a percepire e promesse che si spezzano, Francesco si ritrova a dover scegliere tra il legame più importante della sua vita e la possibilità di diventare finalmente se stesso.

Una storia di amore e crescita, di musica rock e misticismo, di verità che fanno male e di legami che bruciano. Perché a volte, per trovare la propria strada, bisogna avere il coraggio di lasciare andare ciò che si ama di più.

Capitolo 14

Chiarimenti

2.279 parole, circa 11 minuti

Copertina del capitolo 14

(Patty Smith - Dancing Barefoot)

​Arrivai nel quartiere di Città Giardino, dove Lucia viveva con sua madre e Antoine, il padre di Sofia.

​Il palazzo era un edificio anni Settanta circondato da un piccolo giardino curato. Mentre parcheggiavo, il telefono vibrò: era un messaggio di Lucia accompagnato da tre cuoricini: "Entra, mamma e Antoine sono a cena fuori...".

​L'ingresso della casa dava direttamente sul cortile privato, al piano terra. Sentii scattare la serratura del cancello elettrico e il cuore prese a battere forte. «Mi sarei mai abituato a quella sensazione prima di vederla?» pensai, per poi contraddirmi subito: «Spero proprio di no».

​Quando Lucia aprì la porta, rimasi senza parole. Indossava un accappatoio di spugna rosa e aveva i capelli ancora umidi che le incorniciavano il viso, segno che era appena uscita dalla doccia. Mi prese per mano con forza e mi tirò dentro la stanza. I suoi occhi erano un fuoco, carichi di passione. Mi baciò con un impeto che mi tolse il respiro; il sapore dolce delle sue labbra mi inebriava, mentre il profumo dello shampoo tra i suoi capelli mi travolgeva.

​Entrammo direttamente nella sua camera da letto, senza scambiare una parola.

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​Osservando la stanza immersa nella penombra, pensai a quanto rispecchiasse la sua personalità. Le pareti erano tappezzate di poster di Patti Smith e copertine dei suoi dischi appese come quadri; in particolare, il mio sguardo si posò su una foto recente della rocker, ormai un po' in là con gli anni, accostata a una frase in primo piano:

​“Le persone che si amano possono essere separate dalle circostanze della vita ma, anche se solo in sogno, la notte appartiene a loro” - Patti Smith

​Una chitarra elettrica era appoggiata in un angolo, pronta per essere suonata. Sul comodino, una pila di libri di poesie e romanzi giaceva accanto a una lampada dalla luce soffusa, mentre un piccolo giradischi troneggiava sulla scrivania, circondato da vinili di ogni genere. Accanto, uno scaffale colmo di CD rock esibiva custodie usurate da innumerevoli ascolti.

​Sulla scrivania spiccava Seventh Heaven, il libro di poesie di Patti Smith che le avevo regalato l'anno scorso per il suo compleanno.

​Era aperto sulla poesia Città di stelle, con le pagine ormai segnate dall'uso. Ricordavo bene quel componimento e quanto me ne avesse parlato.

​«Sai», mi ripeteva sempre Lucia, «per cantare una cover davvero bene, devi sentire cosa provava l'autore. Con le poesie è uguale!».

​E così, grazie alle sue infinite disquisizioni, conoscevo a fondo il senso di quel testo.

​Per Patti Smith la città descritta nella poesia era come un sogno, un luogo di architetture scintillanti e lune luminose, ma soprattutto il palcoscenico di una relazione intensa e sfaccettata con questo "neo boy".

​«Una metropoli ambivalente,» mi spiegava, dove amore e nascita convivevano con un senso di isolamento e valori distorti, un'immagine potente che culminava in quella "radiosa epidemia", tanto contraddittoria quanto evocativa.

​La finestra aperta lasciava entrare l'aria fresca della sera e il brusio lontano della città.

​Lucia si sfilò l'accappatoio, mostrando la sua figura completamente nuda.

​Feci per avvicinarmi, ma mi anticipò sfilandomi il giubbotto e la maglietta, senza mai staccare lo sguardo dal mio. Le sue mani si muovevano con urgenza, come un uragano sulla mia pelle, e i suoi baci erano bollenti. Mi spogliai in fretta e furia mentre continuava a baciarmi, sentendo le sue dita tremare leggermente per l'emozione.

​Finalmente nudo, la spinsi sul letto gettandomi sopra di lei, avvolgendola in un abbraccio tenero e passionale. Le nostre mani si cercavano e si stringevano, mentre i respiri si fondevano in una melodia silenziosa. Non c'era bisogno di parole, solo della dolcezza dei nostri corpi che si univano in un'intimità profonda.

​Ancora nudi sul materasso, incapaci di smettere di baciarci, lei mi prese il viso tra le mani, fissandomi con uno sguardo fermo: «Adesso ho voglia di una birra ghiacciata. Portami in birreria!».

​La guardai stupito da quella richiesta improvvisa, ma sorrisi: «Certo! Come la signora desidera!».

​Mi alzai facendo un inchino teatrale: «Andiamo al Broletto?».

​«Portami dove vuoi, basta che possa bere!» rispose la mia ragazza ridacchiando, mentre i suoi occhi verdi mi fissavano pieni di ironia.

​Mentre si rivestiva con la stessa tuta grigia del pomeriggio, tirò fuori dall'armadio un giubbottino di jeans: «Che dici, lo metto? Ti piace?».

​Feci segno di sì con il pollice, ma qualcosa non mi tornava. Quella richiesta improvvisa e l'espressione strana nei suoi occhi mi misero in allerta.

​«Tutto bene, piccola?» le chiesi con tono investigativo mentre salivamo in macchina. «Stai pensando ancora a quello che è successo oggi?».

​Sentendo le mie parole, si voltò e mi strinse forte in un abbraccio.

​«No, Francesco, anzi... non vedevo l'ora di vederti!». Aveva il tono di chi deve dare una notizia bomba: «Ho una novità bellissima da dirti, ma voglio farlo davanti a una birra, e voglio che tu sia il primo a saperlo...», disse euforica, fissandomi negli occhi mentre finiva di abbottonarsi la giacca.

​Più tardi ci saremmo visti con Edo, Laura e gli altri, ma per il momento eravamo soli, e io avevo bisogno di quell'intimità. Credevo che avremmo riparlato della scenata alla stazione, e invece il mondo aveva di nuovo cambiato rotta.

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​Raggiungemmo Piazza Vittoria e ci sedemmo al Broletto, una birreria in stile irlandese con un bancone in legno imponente all'ingresso. A quell'ora il locale era quasi deserto e le luci soffuse creavano un'atmosfera raccolta, ma percepivo una tensione sotterranea tra di noi. Ci accomodammo in una saletta laterale mentre nell'aria risuonava il potente assolo di Gary Moore in Still Got the Blues.

​Lucia prese un lungo sorso dalla sua birra media chiara, poi ruppe il silenzio battendo entrambe le mani sul tavolo: «Francesco», esordì con gli occhi che sprizzavano gioia, «stamattina in sala prove, con Jack... è successo qualcosa di incredibile».

​Il cuore mi accelerò, colto da un improvviso presentimento, e istintivamente portai una mano al braccialetto sul polso destro. «Cosa è successo?».

​«Massimo, il responsabile del Rock 'n' Roll, ha fatto una proposta a Jack: vuole formare una cover band degli Skunk Anansie... ma vuole solo me e lui dei Radio Ethiopia!», annunciò quasi urlando, per poi aggiungere con un tono più dolce: «Insomma, solo noi due». Era talmente entusiasta che non stava nella pelle.

​Le sue parole mi fecero gelare. I dubbi insinuati da Alyce la sera prima tornarono a galla amplificati da un dettaglio che proprio non mi tornava. «Aspetta un attimo... Solo voi due? E soprattutto: Jack ha accettato?», chiesi, aggrottando la fronte. «Non ha senso. È stato lui il primo a fare mille storie per suonare gli Skunk Anansie, ci è voluto un anno intero e le insistenze di tutti per fargli digerire pezzi come Charlie Big Potato — che poi ieri sera ha avuto quel successo pazzesco! Com'è possibile che adesso sia d'accordo a fare un intero progetto su di loro?».

​L'entusiasmo di Lucia si incrinò leggermente, lasciando spazio a un velo di confusione. «Beh, insomma... a quanto pare Massimo è riuscito a convincerlo. O comunque ne stanno discutendo: stamattina in sala prove Jack mi ha preso da parte proprio per questo, dicendomi che voleva prima confrontarsi con me sul da farsi, prima di dare una risposta definitiva a Massimo...». Intanto, Lucia prese a giocherellare nervosamente con la cordina del cappuccio della felpa.

​Cercai di mantenere la calma, anche se la cosa puzzava lontano un miglio. «Però capisci che la cosa è strana... E poi c'è quel Massimo, che a me continua a non convincere per niente».

​Lucia sospirò pesantemente. «Francesco, non ricominciare con le tue paranoie. Massimo è il direttore artistico di un locale importante, è un professionista, non si comporterebbe mai in modo inappropriato solo per... insomma, hai capito».

​«Spero tu abbia ragione», risposi stringendole la mano. «Voglio solo che tu stia in guardia. Tra l'altro, se Jack ha dei dubbi, forse un motivo c'è».

​«Ci penserò», risposi lei, visibilmente raffreddata nel suo entusiasmo. «Ma di certo non permetterò che i tuoi sospetti o le tue gelosie mi impediscano di valutare un'occasione del genere».

​«Mi preoccupo per te perché ti amo e sei la cosa più importante della mia vita», dissi, cauto.

​Lucia mi regalò un sorriso stanco. «Lo so, e ti ringrazio. Ma le mie decisioni artistiche devo prenderle da sola».

​«Certo, e io ti sosterrò qualunque cosa tu decida».

​Seguì un momento di silenzio, rotto improvvisamente da lei: «A proposito, cambiando discorso... non ti sembra che Sole oggi pomeriggio si sia comportata da stronza patentata con me? Capisco che non le sto simpatica, ma sono pur sempre la tua ragazza, che diamine!», esclamò dando un pugno leggero sul tavolo.

​Qui la situazione precipita, pensai tra me e me.

​«Mi dispiace», dissi afferrandole la mano. «Le parlerò e le chiarirò che non può permettersi di trattarti così!».

​«Non è colpa tua», replicò lei stringendomi le dita. «È solo che... mi sento sempre messa da parte quando c'era Sole. Come se ci fosse un segreto tra voi due».

​«Non c'è nessun segreto. Parliamo solo di cose spirituali... cose che tu non capiresti».

​Lucia mi lanciò uno sguardo di sfida: «E perché mai non dovrei capirle?».

​«Perché... sono argomenti complicati, che richiedono una certa apertura mentale».

​«E tu pensi che io non sia aperta mentalmente?».

​«No, non intendevo questo! Intendo dire che richiedono tempo per essere assimilati».

​«E tu hai tempo per Sole ma non per me?».

​«Non è così», risposi sentendomi stringere il cuore in una morsa di colpa. «Ti amo, Lucia. Sei la persona più importante».

​«Allora dimostramelo», disse con gli occhi lucidi di pianto. «Dimostrami che posso fidarmi di te».

​«Te lo prometto», risposi stringendole forte la mano. «Te lo dimostrerò».

​Ci fu un momento di silenzio, denso dell'emozione appena sfiorata. Poi Lucia si sporse oltre il tavolo e mi baciò: un bacio che sapeva di desiderio trattenuto e di una tacita, testarda promessa di ricostruzione.

​Quando le nostre labbra si separarono di un soffio, i suoi occhi brillarono di una luce divertita, accompagnati da un sorriso furbo e sbilenco. «Ti ricordi in terza media?» esordì con un tono leggero, quasi stesse presentando un numero da cabaret. «Quando eri completamente cotto di Claudia... quella con i capelli lunghi, biondi e gli occhioni azzurri da cerbiatta?».

​Un lampo attraversò la mia memoria: Claudia, la "reginetta" irraggiungibile, e io, un perfetto e patetico idiota ai suoi piedi. Un sorriso autoironico mi scivolò sulle labbra. «Come potrei dimenticarla? Per me era un'ossessione patologica!».

​«Tragicomica, direi!» ribatté Lucia, scoppiando a ridere. «Io la vedevo come una bambola di porcellana snob e algida, e tu le sbavavi dietro come un cagnolino affamato. Ti trattava a pesci in faccia, e puntualmente tornavi da me con la faccia lunga fino a terra. E io ero lì a riempirti la testa di fesserie pur di farti dimenticare quel miraggio biondo. La cosa incredibile è che tu mi ascoltavi sul serio... e pensare che stavi passando l'inferno per la perdita di tua madre». La sua voce si ammorbidì di colpo, facendosi più dolce. «Eri lì, a sorbirti le mie elucubrazioni senza battere ciglio».

​La guardai, e un'ondata di calore e tenerezza mi invase il petto. «Tu eri l'unica che non mi guardava come se fossi un caso umano da salvare a tutti i costi, Lucia. Il mondo là fuori mi sembrava un campo ostile, ma con te... con te stavo bene. Non importavano Claudia, il dolore o tutto il resto. Con te ero al sicuro».

​«Beh, ti dirò, per me era lo stesso!» ammise lei, stringendomi la mano con forza. «A scuola tutti mi bullizzavano perché ero un po' bruttina e introversa, ma tu no. Anche se mi trattavi praticamente come un compagno di squadra maschiaccio...» i nostri occhi si incrociarono in un lampo di intesa divertita «...pensa che io ero segretamente persa di te! Cotta marcia! Per te ero solo l'amica logorroica a cui scaricavi le disperazioni quando "Sua Maestà" Claudia ti scaricava. Probabilmente all'epoca non mi vedevi nemmeno».

​«Eri molto più di questo, Lucia. Eri l'unico porto sicuro in mezzo alla tempesta».

​«Beh, meglio tardi che mai, no?» replicò lei con un sorrisetto malizioso, prima di cambiare bruscamente registro e scoppiare a ridere. «Comunque, vogliamo parlare di quando, appena due anni fa, ti sei pure dichiarato a quella santa donna di Claudia? E per giunta il giorno del mio compleanno!». Batté una mano aperta sul tavolo, piegandosi in due dalle risate.

​«Non me lo ricordare, per pietà... ci ho messo una settimana solo per smaltire la sbornia e la figura di merda...» risposi io alzando le mani al cielo in segno di resa.

​«E poi, diciamocelo, alla fine anche la "bambola di ceramica" si è tolta la maschera. Ti ricordi alla festa della birra di Lardirago? Io sul palco con la band a spaccare tutto, e lei lì, seduta a un tavolo con le amiche, a sbadigliare con quell'aria da snob annoiata».

​Come potevo dimenticare quella sera? Un sospiro di sollievo mi liberò il petto. «Sì, me la ricordo eccome. Quella volta era accompagnata da quel ragazzo di colore... come si chiamava?».

​«Zaci!» esclamammo in coro.

​«Ecco, esatto! Quella sera finalmente l'ho vista per quello che è sempre stata: una persona superficiale e vuota».

​Lucia mi mollò un leggero pugno sulla spalla, ridendo di gusto. «Appunto! Guarda dove eravamo e guarda dove siamo adesso. E guarda quello che abbiamo costruito! Te lo dico sempre: devi smetterla di fare drammi per ogni sciocchezza e guardare le cose con più positività». Fece una pausa, illuminata da un entusiasmo contagioso: «Quindi bando alle lamentele e pensiamo solo a dare il meglio!», concluse sfoggiando un sorriso smagliante.

​In quel preciso istante, il telefono vibrò sul tavolo. Diedi un'occhiata allo schermo: Edoardo.

​«Dove siete...»

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