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Creato il 08/09/2026, 12:18 · Aggiornato il 08/09/2026, 12:29

Capitolo 11: Spiaggia

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

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Mi trovavo su una spiaggia dalla sabbia candida e finissima, che ricordava l'atmosfera sospesa di un'isola tropicale. Il sole picchiava forte sulla mia testa. Ero vestito esattamente come la sera prima: jeans stretti, la maglietta nera dei Guns N' Roses con le pistole incrociate tra le rose e le scarpe da ginnastica rosse. Sul mare, il richiamo sordo dei pellicani rompeva il silenzio mentre volavano radenti all'acqua in cerca di pesci. A destra della spiaggia, una torre di cristallo nero s'innalzava verso il cielo come un faro alieno, dominando il paesaggio.

Chinato a terra, raccolsi un pugno di sabbia, facendola scivolare lentamente tra le dita a mo' di clessidra.

Davanti a me, accovacciata in equilibrio sulle punte dei piedi nudi con le dita affondate nel bagnasciuga, c'era Sofia. Indossava un cappello di tela beige cinto da un fiocco rosso che ondeggiava nel vento come una fiamma viva; lo teneva fermo con la mano sinistra per non farselo volare via. Con l'indice della destra, tracciava sulla sabbia umida una scritta, con una elegante calligrafia: "La realtà è una finzione".

Poi sollevò lo sguardo su di me e un grande sorriso le illuminò il volto. I suoi occhi verdi mi fissarono e le pupille, con quel loro caratteristico movimento rotatorio e ipnotico, mi attirarono inesorabilmente nel loro incantesimo.

«Sofia!» pensai attonito, portandomi d'istinto una mano alla bocca. «Quando sei tornata dall'Egitto?» esclamai in un moto di gioia incontrollabile.

Lei si alzò con grazia e si sedette al mio fianco. Indossava un abito leggerissimo di seta marrone che le avvolgeva la silhouette scivolando fino alle caviglie, lasciandole scoperte le spalle pallide. La sua pelle candida risplendeva contro il sole come la luna di notte, mentre i lunghi capelli corvini danzavano nella brezza.

Con quella sua voce cristallina, che risuonò non nell'aria ma direttamente all'interno della mia mente, mi disse: «Francesco, tu non sei solo. Nemmeno quando ti senti solo».

Girandosi verso di me, mi appoggiò la mano piccola e caldissima sul petto. Notai che al polso sfoggiava il braccialetto cordonato di nero con la pietra azzurra al centro, lo stesso identico bracciale che un tempo aveva regalato a me. Sentire di nuovo la sua presenza confortante, che per un anno intero mi era mancata come l'aria, mi sommerse con una scossa di speranza.

Purtroppo, però, era soltanto un sogno. La visione si frantumò e venni strappato a forza da quel paradiso, svegliandomi di soprassalto.

Mi misi a sedere sul letto d'impatto, appoggiando la schiena allo schienale di legno. Il cuore mi martellava nel petto a frequenza cardiaca folle ed ero completamente inzuppato di sudore freddo. Mi guardai attorno nella penombra della stanza, faticando a riconoscere le pareti che mi circondavano. Ci vollero alcuni secondi di smarrimento prima che la memoria ricollegasse i pezzi: ero nell'appartamento di Pavia che era appartenuto a Sofia.

E accanto a me, immersa in un sonno tranquillo, dormiva Lucia.

Ieri notte, avevamo vissuto la nostra prima volta insieme; al rientro dal concerto, tra quelle mura cariche di storia, avevamo finalmente fatto l'amore. Allungai una mano e le accarezzai delicatamente i capelli castani arruffati sul cuscino. Gli occhi mi si riempirono improvvisamente di lacrime, che mi affrettai ad asciugare con il dorso del braccio.

«La realtà è una finzione...» sussurrai al buio della stanza. «Tu non sei solo, anche quando ti senti solo...»

Ripetei quelle parole guardandomi i palmi delle mani, sentendo ancora sotto i polpastrelli la grana calda della sabbia provata poco prima. Poi, un'intuizione mi trapassò il cervello come una freccia: Sofia stava tornando!

Mentre venivo travolto da quel pensiero, Lucia si mosse tra le lenzuola. Si stiracchiò lentamente e aprì i suoi magnifici occhi verdi, puntandoli nei miei.

«Buongiorno, amò,» disse con la voce impastata di sonno. Girandosi su un fianco, aggiunse: «Hai dormito bene?»

«Sì, benissimo,» risposi al volo, sforzandomi di camuffare l'agitazione che mi ruotava dentro. «Ho fatto un sogno parecchio strano, però.»

«Dai? Racconta,» disse lei, mettendosi a sedere sul materasso mentre sbadigliava. Nel farlo, il lenzuolo scivolò via, lasciandola completamente scoperta. Accorgendosi d'essere nuda – stato in cui versavo anch'io – un vampa di timidezza le arrossò istantaneamente le guance e si affrettò a riavvolgersi nelle coperte. Quel gesto di pudore improvviso mi fece scoppiare in una risata liberatoria, della quale avevo un disperato bisogno.

Lei mi sferrò un buffetto giocoso sulla spalla: «Ehi, cos'hai da ridere?!» Poi, cogliendo l'assurdità della scena dopo la notte appena passata, scoppiò a ridere anche lei.

Sorvolando sui dettagli del sogno per evitare di riaprire vecchie ferite, le proposi: «Che ne dici se andiamo a fare colazione? Ho una voglia matta di un cappuccino enorme.»

«Un'idea fantastica,» disse Lucia, scivolando fuori dal letto senza più alcuna vergogna. «Ho una fame da lupi!»

Ammirai la sua figura snella mentre si muoveva nella stanza: era semplicemente splendida.

«Però prima ho assoluto bisogno di andare in bagno e darmi una sistemata!» aggiunse, afferrando lo zainetto con i suoi effetti personali che si era portata da casa. Io, al contrario, non mi ero portato praticamente nulla, eccezion fatta per i preservativi. Mi tornò in mente l'ammonimento malizioso che mi aveva lanciato il giorno prima: «Non è necessario che ti dica come ti devi organizzare... giusto?». Ancora non mi sembrava vero che fosse successo davvero.

Ci vestimmo in fretta e lasciammo l'appartamento, incamminandoci verso il centro. Raggiungemmo un bar accogliente lungo Corso Cavour, già animato dai primi clienti della domenica. L'aroma invitante di caffè espresso e brioche appena sfornate riempiva l'aria mattutina. Ci accomodammo a un tavolino all'aperto, ordinando due cappuccini ben montati e due brioche alla crema.

Mentre sorseggiavamo le bevande calde, i nostri sguardi si incrociarono sopra il tavolo. Lucia mi sorrise con una dolcezza disarmante, allungando le dita per intrecciarle alle mie.

«Ieri sera è stato magico, Fra,» sussurrò, con gli occhi che le brillavano di una felicità autentica. «Non avrei mai potuto desiderare una prima volta migliore.»

«Neanch'io, amore,» risposi, stringendole la mano. «È stato tutto perfetto.»

Ci sporgemmo per scambiarci un bacio al sapore di crema, assaporando l'eco della notte appena trascorsa.

«Non vedo l'ora di ripetere una serata così,» azzardò lei con un sorriso complice.

«Anch'io...» le accarezzai la guancia.

Proprio in quel momento, il mio telefono sul tavolo riprese vita vibrando. Sul display comparve il nome di mio nonno Gianni.

«Francesco, caro,» esordì con la sua solita voce profonda e raschiata dal fumo. «Ho bisogno che tu faccia un salto da me a casa appena puoi. C'è una cosa importante di cui dobbiamo parlare di persona.»

«Certo, nonno,» risposi, avvertendo un leggero nodo allo stomaco. «Arrivo a breve.»

Mentre riattaccavo, anche il cellulare di Lucia iniziò a squillare con insistenza. Lo afferrò dal tavolo e sul display vidi chiaramente il nome Jack. Il suo viso, fino a un secondo prima rilassato e sognante, si contrasse in un'espressione di sorpresa.

Rispose subito: «Jack? Dimmi... Cosa?! Adesso?»

Dall'altoparlante della capsula si percepiva la voce concitata del chitarrista che parlava a macchinetta. Lucia ascoltò per qualche secondo, sgranando gli occhi.

«Ho capito, ho capito!» s'intromise lei. «Marco è ancora in zona e vuole definire subito la bozza per le date a Milano prima di ripartire? Va bene, arrivo subito in sala prove. Dammi quindici minuti.»

Agganciò la chiamata e si voltò verso di me con un misto di euforia e dispiacere. «Amore, devo volare! Jack dice che dobbiamo trovarci subito in sala prove: Marco, il direttore artistico del Rock 'n' Roll, è passato prima di tornare a Milano e vuole mettere nero su bianco l'accordo per il mini-tour! Non possiamo farci scappare un'occasione del genere!»

«Tranquilla, vai pure!» risposi, cercando di rassicurarla con un sorriso. «Tanto anch'io devo scappare da mio nonno.»

«Sei un tesoro!» si chinò, stampandomi un bacio al volo sulla guancia. «Ci sentiamo appena finisco, ok?»

«Certo, in bocca al lupo!»

Lucia afferrò lo zaino e si allontanò a passo svelto lungo Corso Cavour, svanendo tra i passanti.

Rimasi solo al tavolino con i miei pensieri. Se da un lato provavo un pizzico di sollievo all'idea di avere un margine di manovra libero per andare a Milano da Sole senza dover inventare scuse contorte con Lucia, dall'altro la chiamata improvvisa di nonno Gianni e il ricordo del sogno mi infondevano una strana sensazione di urgenza.

Mentre ero immerso in queste riflessioni, muovendo sbadatamente il braccio sul tavolino, urtai con il gomito la tazzina del mio cappuccino. Il liquido scuro e caldo si rovesciò sul piano metallico, spandendosi in una macchia irregolare.

Istintivamente afferrai un tovagliolino di carta per ripulire il disastro, ma mi bloccai a metà gesto, con gli occhi piantati sulla chiazza.

Tra le venature di schiuma bianca e caffè, vidi chiaramente delinearsi una forma familiare: una spirale, un vortice perfetto. In quel pattern circolare riconobbi il movimento ipnotico, unico e inconfondibile delle pupille verde smeraldo di Sofia.

Il cuore mi si arrestò per un battito intero. Non poteva essere una banale coincidenza.

«Me lo sto immaginando?» pensai, incapace di staccare gli occhi da quella figura. La spirale sembrava quasi pulsare di vita propria sul tavolo, come se stesse tentando di trasmettermi un messaggio in codice. Un brivido gelido mi percorse la schiena lungo la colonna vertebrale.

«Sofia...» mormorai a fior di labbra. Cosa stai cercando di dirmi?

Poi, proprio mentre la fissavo, la macchia tornò a essere semplice schiuma di latte rovesciata, priva di qualsiasi forma definita. Ma l'avevo vista. L'avevo vista troppo chiaramente per liquidarla come una semplice allucinazione.

Cosa significava quel vortice? Era un avvertimento? Un segnale di pericolo imminente? O un indizio per guidarmi in quello che stava per accadere?

Mi sentii d'un tratto in uno stato di allerta totale, come se fossi stato paracadutato al centro di un gioco di cui nessuno mi aveva fornito le regole. Il sogno della spiaggia, il cappello col fiocco rosso, la scritta sulla sabbia, la telefonata del nonno, l'urgenza di Jack... tutto sembrava legato da un filo invisibile. I tasselli di un puzzle che dovevo decifrare a tutti i costi.

Estrassi il telefono dalla tasca e digitai a raffica un messaggio per Sole. Dovevo vederla, raccontarle ogni dettaglio del sogno e di quella macchia sul tavolo. Tra tutti, era l'unica che avrebbe potuto aiutarmi a fare chiarezza.

«Sole, oggi dobbiamo assolutamente parlare. Mi è successa una cosa che ha del pazzesco», scrissi con le dita che mi tremavano sulla tastiera, premendo invio.

Mentre attendevo la sua risposta, mi sentii come sospeso sull'orlo di un precipizio, lanciato a tutta velocità su un treno senza freni. Proprio come la sera prima durante il concerto. La spirale sul tavolo si era riassorbita, ma il messaggio che mi aveva lasciato era fin troppo chiaro.

Parcheggiai la Panda di nonno Gianni nello spiazzo di Piazzale San Giuseppe. Il nostro palazzo, con quella facciata dall'intonaco cotto dal tempo e sbiadito dagli anni, sorgeva a pochi passi, proprio di fronte allo storico ponte della Necchi. Fissai quel profilo di ferro e cemento: quante sere d'estate ci avevamo passato io ed Edoardo, appoggiati alla ringhiera a scambiarci confidenze, sogni sbilenchi e paure taciute. Le ristrutturazioni degli ultimi anni lo avevano stravolto, rendendolo quasi irriconoscibile, eppure, nell'aria della mattina, il fantasma di quelle chiacchierate era più vivo che mai.

Davanti al pesante portone in ferro battuto, mentre trafficavo tra le tasche dei jeans stretti e ancora leggermente umidi di sudore, il telefono mi vibrò nel palmo della mano sinistra.

Era Sole:

"Francesco, tutto bene? Ho fatto un sogno assurdo stanotte... Fammi indovinare: c'entra per caso Sofia?"

Il cuore mi si arrestò nel petto per un battito intero. Un brivido viscerale mi percorse la schiena: eravamo connessi, legati da un filo invisibile e sottile che ci tirava entrambi dentro la stessa storia.

Le dita mi tremavano mentre digitavo la risposta:

"Sì, c'entra Sofia. Non dirmi che hai sognato la stessa cosa anche tu?"

Premetti invio e spinsi il portone, che protestò con un lungo cigolio familiare, ed entrai nell'androne.

Salii le scale fino al terzo piano. L'androne era come sempre specchiato e silenzioso, con i gradini di marmo bianco incorniciati dal lungo tappeto rosso che correva ininterrotto dal piano terra fino alla cima. Un contrasto cromatico quasi solenne, che quella mattina sembrava guidarmi verso un'esecuzione.

«Nonno! Sono tornato! Che succ...» urlai varcando la soglia, prima ancora di essermi tolto le scarpe.

Ma la mia voce si spense in gola. Dalla cucina arrivavano voci concitate, e tra queste ne riconobbi una che non avrebbe dovuto trovarsi lì per nessun motivo: quella di mio padre, Massimo.

«Papà, non mi devi fare questi scherzi! Da quanto tempo ti ha detto il neurologo che soffri di problemi d'equilibrio?!» tuonava la sua voce, sferzante di rabbia e apprensione.

Mio padre? Ma non era a Londra per lavoro? pensai, con il sangue che si congelava nelle vene.

Mi precipitai nel corridoio, il cuore che batteva un ritmo frenetico contro le costole. «Nonno! Papà! Che sta succedendo?» esclamai fermandomi sulla soglia della cucina.

La scena che mi si parò davanti mi trapassò lo stomaco. Nonno Gianni era seduto sulla sedia in capotavola, ricurvo, con il viso segnato da lievi lividi giallognoli e graffi violacei sulle tempie. Le braccia scoperte mostravano contusioni estese. Mio padre gli stava accanto, in piedi, i tratti del volto contratti in un'inconsueta maschera di terrore panico.

«Nonno... cosa ti è successo?!» chiesi, fiondandomi al suo fianco.

«Sono caduto...» mormorò il nonno con una voce flebile, raschiata. «Ho perso l'equilibrio ieri pomeriggio... pochi minuti dopo che sei uscito per andare a prendere Lucia.» Notai con orrore che la sua mano destra tremava e che faticava a sollevare il braccio, mentre con la sinistra si teneva la tempia.

Mi voltai verso mio padre: «Papà, ma tu eri in Inghilterra! Chi ti ha avvisato? Come sei arrivato qui?»

«Mi hanno chiamato ieri sera tardi direttamente dal pronto soccorso!» spiegò mio padre, la voce rotta da una stanchezza rabbiosa. «Ho preso il primo volo all'alba e mi sono precipitato.»

«Sono solo inciampato sul tappeto dell'ingresso,» borbottò il nonno, evitando accuratamente i miei occhi e fissando il pavimento. «Non è niente di grave, non dovete fare questo dramma...»

Mio padre lasciò andare un sospiro pesante, passandosi entrambe le mani sul viso stremato. «Papà, smettila di mentire! Francesco, tuo nonno non è caduto in casa. È ruzzolato giù dalle scale della palazzina. Ha rischiato di spezzarsi il collo! Per fortuna il vicino del secondo piano l'ha trovato svenuto sul pianerottolo e ha chiamato un'ambulanza, altrimenti a quest'ora non so cosa staremmo piangendo!»

Un gelo paralizzante mi penetrò nelle ossa. «Dalle scale?! Ma come... come è potuto succedere?!» la mia voce salì di tono, acuta, incrinata dalla paura.

«Non lo so, cece...» sussurrò il nonno, scuotendo il capo con rassegnazione. «Mi è venuto un giramento di testa fortissimo mentre risalivo col pane. Tutto ha iniziato a girare...»

Mi inginocchiai sul pavimento di graniglia davanti a lui, prendendogli la mano destra. Era fredda. «Nonno, adesso ti devi sdraiare. Queste contusioni non sono uno scherzo, devi riposare.»

Nonostante le sue deboli proteste, io e mio padre lo sorreggemmo con delicatezza sotto le ascelle, accompagnandolo a passo lento nella sua camera da letto per farlo coricare sotto le coperte.

Quando tornammo in cucina, mio padre si lasciò cadere pesantemente su una delle sedie attorno al tavolo di formica. Rimanemmo soli. Io restai in piedi dall'altro lato del tavolo, le mani piantate sul piano di ceramica bianca, a fissarlo.

«Francesco... dobbiamo parlare,» esordì mio padre, con uno sguardo cupo, scavato. «Al nonno è stata diagnosticata una brutta forma di labirintite sei mesi fa. Nata da una sofferenza cervicale, ma peggiorata drasticamente per via di un deterioramento progressivo del sistema nervoso. È questo che gli fa perdere l'orientamento all'improvviso.»

Mentre cercavo di digerire quel macigno, il petto mi si strinse in una morsa asfissiante. Mio padre ed io non avevamo mai avuto un vero dialogo: dalla morte di mia madre si era rifugiato nel lavoro, trasformandosi in una presenza fantasma, sempre in viaggio per il mondo. Ma vederlo lì, vulnerabile e spaventato, sgretolò ogni mia difesa.

«Non me ne ha mai accennato...» mormorai, tirando un pugno sordo sul tavolo. La paura viscerale di perdere anche lui, l'ultimo punto fermo della mia infanzia, mi attanagliò le viscere.

«Lo posso capire, Francesco,» rispose mio padre, e per la prima volta c'era una nota di pura empatia nella sua voce. «Non voleva caricarti di un altro peso. Sai com'è fatto... soprattutto dopo quello che abbiamo passato con la mamma.»

«Avrebbe dovuto dirmelo!» sbottai, con la gola chiusa da un nodo doloroso. «Abitiamo insieme, avrei potuto stare attento, aiutarlo!» Sentii le lacrime spingere dietro le palpebre e respirai a fondo per ricacciarle indietro.

«Lo so,» ammise mio padre, alzandosi per posarmi una mano pesante sulla spalla. «Ma adesso la priorità è che si riposi. Gli ho già fissato una visita specialistica per la settimana prossima.»

«Grazie, papà...» sussurrai.

Mentre parlavo, il mio sguardo scivolò quasi per caso sulla credenza all'ingresso della cucina, dove sostava una piccola cornice d'argento. Era la foto di mia madre: ritratta vent'anni prima, sorridente mentre correva su un prato inseguendo me bambino. Un brivido elettrico mi scosse la spina dorsale. Non ci avevo mai fatto caso con tanta nitidezza, ma la somiglianza con Sofia era impressionante... e al suo polso destro, bene in vista nella foto, spiccava lo stesso identico bracciale con la pietra azzurra che ora portavo io.

Mio padre notò la mia distrazione, e la sua espressione mutò di colpo, facendosi di nuovo rigida e inquisitoria.

«A proposito, Francesco... dove sei stato tutta la notte?» chiese, con tono d'autorità. «Non eri a casa quando sono arrivato.»

«Sono stato... fuori,» risposi evasivo, cercando di ricompormi. «Sono andato al concerto di Lucia a Rho. Si è fatto tardissimo e mi sono fermato da Edoardo. È stato proprio lui a insistere: “Ormai è notte fonda, dove vuoi andare a quest'ora? Resta qui, buttati sul divano e domani te ne torni con calma”.» Mentii spudoratamente, schermandomi dietro il suo nome e riportando una frase verosimile per rendere il racconto privo di falle.

«Edoardo?» Per un istante la rigidità di mio padre sembrò ammorbidirsi, cedendo il passo a un barlume di sorpresa. «Ah, sì... Edoardo. Quanto tempo che non lo vedo. Come sta?»

«Bene, sta bene...» farfugliai.

Ma l'illusione di averla passata liscia durò un attimo. La ruga sulla sua fronte si riaggrottò subito e il tono tornò severo. «Questo però non cambia le cose, Francesco. Sapere che eri con lui non ti autorizza a sparire senza dire una parola! Devi avvertirmi quando non torni la notte. Non sei più un bambino, e questa casa ha delle regole.»

«Hai ragione, scusami...» ammisi, mantenendo il profilo basso per non alimentarne la rabbia. «Comunque oggi pomeriggio devo andare a Milano. Ho un impegno con un'amica.»

«A Milano?!» ripeté mio padre, di nuovo sull'orlo dell'irritazione. «E chi sarebbe questa amica? Lucia lo sa?»

«Si chiama Sole,» risposi, avvertendo un forte vampo di calore sulle guance. «È un'amica di vecchia data. Ci eravamo persi di vista e ci siamo ritrovati di recente.» Ogni frase che pronunciavo sembrava una trappola che mi scavavo da solo.

Mio padre mi squadrò a lungo, poi lasciò andare un lungo sospiro scontento. «Visto che vi siete messi d'accordo non ti fermo, ma pretendo che tu mi tenga informato sui tuoi spostamenti. Siamo intesi?»

«Certo, papà. Ti chiamo non appena arrivo in stazione a Milano.»

Dopo averlo salutato, corsi in bagno per una doccia gelida e velocissima. Afferrai lo zaino, infilai le chiavi in tasca e uscii di casa, incamminandomi a passo svelto verso la stazione di Pavia.

Mentre camminavo sotto il sole primaverile, la mia mente era un vortice fuori controllo: il sogno della spiaggia, la spirale di caffè sul tavolo, la fuga improvvisa di Lucia, la labirintite taciuta del nonno, la foto di mia madre col bracciale... e adesso Sole che mi aspettava a Milano.

Tutto sembrava intrecciarsi in un unico grande disegno, come se un filo invisibile e spietato stesse muovendo le pedine della mia vita verso una resa dei conti inevitabile.

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