Vai al contenuto principale

← Non accontentarti dell'infinito

Creato il 12/09/2026, 09:31 · Aggiornato il 12/09/2026, 09:31

Capitolo 12: Labirinto di specchi

@bergadavideDavide
EsplicitoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Contenuto sessuale esplicito
  • Copertina AI
Scarica EPUB (capitolo)

Tocca un passaggio (o un’immagine) per aprire il filo commenti a fianco. I link nel testo restano cliccabili.

(The end - The Doors)


Incontrai Sole a Milano, alla fermata della metro Crocetta. Ero arrivato in Centrale dopo una mattinata che sembrava un frullatore impazzito: il risveglio confuso accanto a Lucia, il terrore per la caduta di mio nonno dalle scale, e la corsa forsennata per agganciare il treno all'ultimo minuto. Non avevo buttato giù niente e lo stomaco reclamava vendetta. Avevamo appuntamento all'una.


Guardandomi intorno, la vidi

dall'altra parte di Corso di Porta Romana, uscire da una panetteria stringendo due sacchetti di carta unta. 

La mia insegnante di meditazione, ha quasi venticinque anni, sei in più di me, e la differenza si notava. Alta quasi quanto me, le forme morbide avvolte in un trench beige lasciato aperto su una t-shirt dalle geometrie etniche. Ai piedi, un paio di sneakers nere. Ma fu un altro dettaglio ad agganciare il mio sguardo mentre attraversava la strada sventolando una mano: al collo portava una lunga collana nera, con un pendente verde. Identica a quella di Sofia. Un tuffo al cuore mi riportò subito a quella mattina d'agosto a Malpensa.


Mi raggiunse, portando un'ondata di profumo dolce e pane caldo, e mi stampò due baci veloci sulle guance.


«Hai fame?» chiese, sollevando uno dei sacchetti. «Ho preso focaccia prosciutto e formaggio. Sembri uno che ha saltato la colazione.»


«Mi hai letteralmente letto nel pensiero,» sbuffai, allungando le mani verso il pacchetto. «Stavo per svenire.»


Ci sedemmo sulla panchina a pochi passi dalle scale della metro. Le focacce scottavano, l'olio ungeva la carta. Il rumore del traffico milanese era assordante, ma in quell'angolo, con la pancia che finalmente si riempiva, trovai un istante di pace in mezzo al caos che mi portavo dentro.


Mentre masticavo, l'occhio mi cadeva inevitabilmente sulla sua collana. Il pendente rifletteva i rari raggi di quel pallido sole di fine aprile. Sofia. Il suo sorriso indecifrabile, la sua calma.


Cosa diavolo sta facendo, laggiù nel deserto?


Prendemmo il tram diretti in libreria. La vettura sferragliava pesantemente sui binari, incuneandosi nel cuore del centro. Spalla contro spalla, sballottati dalle frenate, guardavamo entrambi fuori dal finestrino la città scorrere via come una pellicola impazzita. Milano sembrava un gigantesco labirinto di specchi pronto a riflettere le mie incertezze.


«Sole,» ruppi il silenzio, approfittando di una brusca frenata che ci fece urtare di nuovo. «Cosa pensi stia davvero facendo Sofia al Cairo?»


Sole staccò lo sguardo dal finestrino e si voltò verso di me. Gli occhi marroni si fecero seri, pensierosi. «Ci ho riflettuto parecchio, Francesco. Credo sia lì per affrontare la terza iniziazione.»


«La terza... cosa?»


«Terza iniziazione. È un passaggio. Un livello di trasformazione interiore in cui ti spogli di tutto. Devi attraversare le tue ombre, fare a pugni con le tue fobie peggiori. Sofia sta cercando l'accesso a un piano di consapevolezza superiore.»


«E per fare a pugni con le proprie fobie bisogna chiudersi in mezzo alla sabbia? Perché proprio il deserto?»


«Il deserto spoglia,» rispose lei, con un tono calmo e didattico. «È purificazione pura, isolamento. Lì non hai distrazioni, sei costretto ad ascoltare il silenzio e, di conseguenza, te stesso. Simboleggia l'inconscio senza filtri.» Fece una pausa, poi un sorriso sbieco le piegò le labbra mentre si scostava un ciuffo biondo dal viso. «Poi, detto tra noi... è anche un classico intramontabile. Una specie di 'moda' per chi cerca l'illuminazione. Ci andavano persino i musicisti negli anni '70. I Doors, Hendrix, perfino i Nirvana molto dopo... si infilavano nei canyon per trovare ispirazione.»


«Sì, ma Sofia cosa deve fare, all'atto pratico?» insistetti, sentendo la gola secca.


«Non ho i dettagli del rituale. So solo che è pericoloso. Richiede una tempra d'acciaio e un coraggio folle. Sofia è forte, ma è pur sempre una prova estrema.»


Annuii, deglutendo a vuoto. L'ansia mista a curiosità per quella famosa libreria esoterica mi teneva sui carboni ardenti.


Sole, decifrando il mio mutismo, mi posò una mano calda sulla spalla. «Tranquillo. Vedrai che il posto ti piacerà. Recupero un paio di testi che mi hanno assegnato e usciamo. Roba veloce.»


Il tram emise uno stridio metallico, arrestandosi in Piazza del Duomo. La cattedrale ci piombò addosso in tutta la sua maestosità gotica, le guglie che bucavano il cielo grigio. Un brivido freddo mi risalì lungo la spina dorsale.


«È in un vicolo qui dietro,» spiegò Sole, guidandomi giù dal mezzo. «Nell'ambiente è un'istituzione.»


Ci infilammo in via dell'Unione. Il passaggio era stretto, quasi soffocante. L'insegna della libreria era vecchia, i colori stinti, ma varcare quella soglia fu come attraversare un portale verso un altro secolo.


L'aria era densa. Puzzava di carta antica, rilegature in pelle e un incenso pungente che grattava in gola. Il piano terra era invaso da una quantità irragionevole di amuleti, mazzi di tarocchi, cristalli grezzi e statuette impolverate. La gente si muoveva in un silenzio quasi religioso.


Dietro la cassa, due ragazzi ci accolsero con un cenno.


«Ciao, serve aiuto?» chiese lui.


«Sì, grazie. Cerco dei testi di Alice Bailey,» rispose Sole, sfoderando un foglietto. «Sono per il corso per terapisti esoterici, me li hanno assegnati come studio.»


La ragazza accanto alla cassa si illuminò, scambiando un'occhiata d'intesa con il collega. «Ah, certo! Conosciamo la scuola. Per la Bailey dovete salire al secondo piano.» Indicò una scala a chiocciola strettissima, stipata di sculture in ottone.


Arrivati al piano superiore, mi ritrovai davanti a una parete intera di tomi pesanti. Ne riconobbi parecchi. «Sofia aveva un sacco di questi libri,» mi sfuggì. «Li ho visti stanotte. Ero nella sua vecchia casa in centro, a dormire con Lucia.»


Lo dissi con leggerezza, sbadatamente, ma colsi il lampo nello sguardo di Sole. Un guizzo rapido, scuro, che sparì prima di poterlo decifrare.


«Ah. Hai passato la notte con Lucia? Un grande passo,» commentò, cercando di mantenere il tono casuale, ma la voce risultò un'ottava più alta. C'era della tensione? Della gelosia, forse? Decisi di fare finta di niente.


Sole si schiarì la gola e cambiò marcia, inginocchiandosi davanti allo scaffale più basso. «Sofia era... un pianeta a sé, comunque.»


«In che senso?» chiesi, spiazzato dal salto logico.


Trasse un volume spesso e ingiallito intitolato Lettere sulla meditazione occulta. «Vedi, io sto comprando questa roba perché ho un elenco. Ho degli insegnanti, un gruppo di studio. Ho la strada spianata, per quanto il percorso resti faticoso. Sofia no.» Afferrò un altro tomo, Iniziazione Umana e Solare. «Sofia era un'autodidatta pura. Pescava sui libri, sì, ma il grosso del suo sapere derivava dal lavoro spirituale diretto. Dal suo collegamento vivo con Nisargadatta.» Si tirò su, aggrappandosi al mio braccio per fare leva, e mi piantò gli occhi in faccia. «Stiamo parlando di un Maestro morto quarant'anni fa, Francesco. Riuscire a mantenere un ponte del genere significa operare a frequenze inaccessibili per noi comuni mortali.» Non mi lasciò il braccio. La sua vicinanza era disarmante. «Tu che ne pensi?»


L'attacco frontale mi ammutolì. Il calore della sua mano sul mio avambraccio mi mandava in confusione. «Io... non lo so,» ammisi, abbassando lo sguardo. «Sono solo in balia degli eventi. E vorrei capirci qualcosa.»


Il suo sorriso fu lento, quasi felino. «Siamo sulla stessa barca, allora. E le risposte le cercheremo insieme.»


Aggiunse alla pila La luce dell'anima e scendemmo a pagare.


Usciti di nuovo alla luce, l'aria fredda mi aiutò a riprendere fiato.


«Mai provato i panzerotti da Luini?» mi chiese, infilando i libri nella borsa.


«Solo per sentito dire.»


«Gravissimo errore da riparare immediatamente. È un'istituzione.»


Ci accodammo alla fila perenne davanti al locale, fianco a fianco, in un'atmosfera rumorosa e allegra. Appena affondai i denti nella pasta fritta, il ripieno di pomodoro e mozzarella rovente minacciò di ustionarmi, ma ne valeva la pena.


«Mmm, spettacolo!» mugugnai, cercando di non sbrodolarmi.


«Te l'avevo detto. Ma bando alle ciance,» si fece seria all'improvviso, appoggiandosi al muro di fronte. «Mentre mangiamo, raccontami il sogno. Tutto. Quello su Sofia.»


Le spiegai tutto, cercando di essere preciso. La voce ovattata di Sofia, il timbro inquietante, il messaggio in codice che mi aveva lasciato addosso una sensazione di gelo. E poi, il dettaglio assurdo della mattina: il gorgo inspiegabile dentro la tazza di cappuccino.


Ascoltò senza mai interrompermi, lo sguardo fisso sulla punta delle sue scarpe.


«Ne ho fatto uno anche io,» disse infine, abbassando la voce, quasi temesse di essere ascoltata dai passanti. «Ero nel deserto. C'era Sofia, in mezzo a dune altissime. Sembrava splendida, ma allo stesso tempo... provata. Consumata. Mi ha detto che sta per tornare, ma che la strada è durissima.»


Il panzerotto mi perse improvvisamente sapore. «Quindi sta davvero tornando?»


«Sì. Ma non ho idea delle tempistiche, né del modo.»


«E la storia del vortice nel latte?»


Sole alzò gli occhi, limpidi e seri. «È un'interferenza. Un segno che lei sta 'bussando'. Sta forzando una comunicazione, cercando di agganciarti a distanza.»


L'idea di essere un "ricevitore" per le frequenze psichiche di Sofia nel deserto mi faceva girare la testa. «E noi che dovremmo fare?»


«Stare all'erta. Ascoltare tutto. I sogni, i deja-vu, i piccoli incidenti del quotidiano. Niente è casuale adesso.»


Il telefono in tasca vibrò, rompendo la bolla di tensione in cui eravamo finiti. Lo sfilai. Il nome di Lucia lampeggiava sullo schermo. Notai con la coda dell'occhio che Sole allungava il collo per spiare il display; appena lesse il nome, arricciò le labbra in una smorfia veloce.


«Devo rispondere,» mi scusai, allontanandomi verso il cordolo del marciapiede. Sole annuì secca.


«Ehi,» risposi, infilandomi un dito nell'orecchio per isolare il rumore della strada.


«Ciao Fra,» esordì Lucia. «Tutto bene?»


«Tutto ok. Sono in giro con Sole, siamo appena usciti da una libreria esoterica in centro.»


«Ah. E che avete preso di bello?»


«I testi della Bailey. Più o meno la stessa roba che c'era ieri sui comodini di Sofia.»


Dall'altra parte cadde un silenzio pesantissimo. Sentivo il suo respiro attraverso lo speaker.


«Capisco,» disse infine, con un tono che somigliava a una porta sbattuta. «Buon proseguimento di ricerca, allora. A dopo.» E riattaccò.


Rimasi a fissare lo schermo nero per qualche secondo. Un nodo mi si strinse nello stomaco. Mi voltai e tornai da Sole, che mi scrutava con un'espressione impenetrabile, quasi di sfida.


«Tutto bene?» chiese, con un velo di freddezza.


«Sì. Voleva solo sapere come procedeva.»


«Certo,» commentò lei, scostando un sassolino con la scarpa. «Come no.»


L'aria tra noi era diventata di colpo densa e appiccicosa. C'era un elefante nella stanza grande quanto il Duomo, e io ero schiacciato in mezzo.


«Sole,» tentai, esasperato da quella guerra fredda strisciante. «C'è qualche problema?»


Mi fulminò. «Nessun problema. Trovo solo un po' patetico che debba chiamarti esattamente nel momento in cui sai che sei fuori con me.» Incrociò le braccia sul petto. «È il classico giochetto per marcare il territorio.»


«Ma figurati, era solo una telefonata...»


«Sì, Francesco. Certo.» Il sarcasmo le colava dalla voce.


Cercai disperatamente una via di fuga verbale. Il mio sguardo si aggrappò alla collana etnica. «È…bellissima quella pietra,» dissi, indicando il ciondolo verde per deviare il colpo.


Sole abbassò gli occhi sul pendente e l'ostilità sembrò evaporare, sostituita da una morbidezza improvvisa. Portò due dita a sfiorare l'uovo verde.


«È Septaria,» mormorò, con la voce che si incrinava un po'. «Sofia me l'ha messa al collo quella mattina, a Malpensa. Ricordi?»


«Come potrei dimenticarlo. C'eravamo tutti: io, Lucia, Manuela... suo padre Antoine. È stata una mazzata vederla partire.»


«Mi spiegò che questa pietra incamera l'energia in eccesso e la rilascia quando ti serve riequilibrare l'aura. Apperteneva a sua nonna, l'aveva presa in un monastero himalayano in Tibet.» Accarezzò le perle di legno scuro. «Mi disse che tenendola addosso, non saremmo mai state davvero separate.» Sorrise amaramente. «È tutto ciò che mi resta fisicamente di lei.»


La tensione di prima era del tutto svanita, sostituita da una condivisione intima e malinconica del nostro lutto emotivo.


«È un bel modo per sentirla vicina,» le dissi, raddolcendo il tono.


I suoi occhi si riempirono di lacrime all'istante. Senza preavviso, mi si buttò al collo. Mi strinse forte, nascondendo il viso nell'incavo della mia spalla. Sentii tutto il suo corpo premere contro il mio, un contatto elettrico, sbagliato e disorientante. Le sue lacrime mi bagnarono il collo.


L'istinto di protezione lottava contro il buonsenso. Se Lucia vede una scena del genere, sono un uomo morto.


Misi le mani sui suoi fianchi e, gentilmente ma senza ammettere repliche, la scostai.


Lei fece un passo indietro. Aveva gli occhi lucidi, ma nel fondo delle pupille guizzava un'ombra di pura malizia.


«Scusa, mi sono lasciata trasportare,» sussurrò, con il fiato corto. Poi sollevò la mano e, con il pollice, mi asciugò lentamente la lacrima dal collo. La sua pelle scottava.


«In fondo, tu sei impegnato con Lucia,» aggiunse, la voce ridotta a un soffio denso di significati non detti. «Chissà cosa avrebbe pensato, a vederci così...»


Commenti

I commenti sui singoli passaggi si aprono dal fumetto accanto al testo; qui sotto trovi solo i commenti al capitolo intero.

Caricamento…