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← Lo Specchio d'Ossidiana

Creato il 30/09/2026, 17:57 · Aggiornato il 30/09/2026, 18:07

Capitolo 5: V - Acquario: un incontro fortuito vi condannerà alla disfatta

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

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  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Infografica AI
  • Prigionia / Rapimento
  • Sangue
  • Tortura
  • Violenza
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Qualcuno mi aveva trascinato a fatica lontano dallo scontro. Un movimento lento e non troppo preciso a cui non avevo trovato la forza di reagire.

Chiunque fosse stato mi aveva caricato su per una scaletta di metallo, scivolando poi a terra ansimando per lo sforzo.

Si era allontanato a chiudere quello che sembrava una portiera e mi aveva alzato a sedere, legandomi i polsi dietro a uno spesso tubo di metallo.

Si prese qualche minuto per riprendere fiato, sedendosi accanto a me, poi un tocco delicato mi spostò i capelli dalla fronte dolorante, lo scontro con l’asfalto che si faceva sentire in rivoli collosi e testa pulsante.

Sentii il rumore di una valigetta del pronto soccorso che si apriva, poi il disinfettante freddo e bruciante a contatto con la pelle scorticata.

Mi agitai in uno spasmo istintivo: non volevo realmente reagire – non ne avrei avuto la forza – semplicemente mi ero mosso per quella sensazione che il mio corpo provato riteneva fastidiosa.

Il ghiaccio secco portò un po’ di sollievo, stretto da una fasciatura pulita e ben curata.

 Chiunque mi avesse concesso tanta premura si alzò, rimise a posto la valigetta del pronto soccorso e si allontanò di nuovo, facendo partire quello che sembrava un mezzo di trasporto.

«S…» provai a dire sfruttando gli scossoni per non essere sentito «Som…»

Avevo la gola troppo secca per continuare la frase, ogni muscolo del corpo bruciava di fatica, talmente sollecitato dallo scontro appena avvenuto da non sentire nemmeno le corde sui polsi.

Lo specchio d’ossidiana pesava come un macigno, tirandomi il collo inerte in avanti.

Mi costrinsi a sollevare la testa, provando ad aprire gli occhi gonfi.

Eravamo dentro un camper vecchio stile. Chiunque stesse guidando stava prendendo la strada con cautela, come se non fosse abituato a guidare un mezzo così grande.

O un mezzo in generale.

Rantolai piegando appena le gambe, il più grande errore che potessi fare.

Le ossa lanciarono una fitta di dolore, spegnendomi per alcuni secondi.

Decisi di stenderle di nuovo, causando lo stesso effetto.

Mi sollevai un po’ di più, cercando una stabilità migliore, colpendo in pieno una tavola di legno che mi fece uscire un “auch” sommesso.

Chiunque fosse alla guida sembrò con accorgersene, probabilmente troppo concentrato a non fare un’incidente.

Doveva avermi legato sotto il tavolo, forse per evitare che cadessi lungo il viaggio.

Provai a tirare i polsi, ma le scapole non furono troppo d’accordo.

Qualsiasi movimento che facessi era una fitta lancinante, come se fossi caduto dalla Piramide di Giza, rotolando giù per i gradoni a metà strada.

O meglio, come se mi fossi buttato.

Perché la sensazione non era tanto quella dello schianto accidentale, quando piuttosto un tentativo maldestro di suicidio.

«T…» provai di nuovo a chiamate «Tezca…»

Nessuna risposta, nemmeno un “Ehi, profesor” nel suo solito modo un po’ sopra le righe.

Cos’aveva detto prima di ridarmi il controllo?

Ah, sì, che aveva bisogno di dormire.

Che stesse riposando?

Gli dèi avevano bisogni di riposare?

Di divinità dormienti erano piene tutte le mitologie, dal Serpente del Mondo norreno al Leviatano dell’Apocalisse.

Quando si fosse ripreso gli avrei chiesto cosa volesse dire per un dio dormire: aspettare un evento? Ricaricarsi prima di portare il caos? Dormire come un umano qualsiasi?

Mi stava pure venendo l’idea per un paper a riguardo: “Gli dèi sono più umani di quanto non si pensi? Analisi dell’esperienza personale con il mitologico”

Mi scappò una risata soddisfatta, soffocata dalla fatica. Vedevo buio, percependo solo gli scossoni del camper in movimento.

Ero svenuto? Per quanto ero svenuto? Era veramente così rilevante il fatto che fossi svenuto?

Decisi di assecondare il mio corpo, lasciando cadere la testa in avanti.

In fondo un po’ di riposo avrebbe fatto bene anche a me.

*** * ***

Mi svegliai con qualcuno che mi fasciava di nuovo la testa con cura, il camper fermo non sapevo nemmeno io dove.

La vista era leggermente annebbiata, probabilmente perché avevo perso gli occhiali durante il tragitto, ma una cosa la stavo vedendo molto bene: una maglietta verde giada eccessivamente grande da cui si poteva vedere tutto!

Tirai un calcio ad allontanare la ragazzina davanti a me.

«Ehi, è così che mi ringrazi, extranjero?» rispose Chasca infastidita avvicinandosi nuovamente.

Decisi di chiudere gli occhi finché non avesse finito l’operazione, stupendomi del fatto che lo Specchio Fumante non avesse preso il controllo.

Che stesse ancora dormendo?

La sentì infilarmi gli occhiali sul naso, mettersi in ginocchio davanti a me e sistemare la valigetta del pronto soccorso.

Decisi di aprire gli occhi.

«Dove siamo?» chiesi mantenendo una calma quasi innaturale.

«Non è un’informazione che devi sapere, extranjero» rispose fredda, poi guardò lo specchio stringendo appena le labbra «Comunque siamo sulla strada per Anáhuac, se vuoi informare il Supremo Tezcatlipoca» si alzò in piedi, facendo un po’ di stretching alle gambe «Una volta lì, farò rifornimento di viveri e ripartiremo verso Monclova» passò alle torsioni con una naturalezza sorprendente «Il resto del viaggio è un segreto militare dei Guerrieri Aquila.»

«Ma non lo sei solo tu…?» mi mollò un calcio allo stomaco prima di tirarmi violentemente i capelli.

«Non mi faccio insultare da uno extranjero» commentò aspra prima di lasciarmi andare e dandomi le spalle «Spero solo che il Supremo Tezcatlipoca stia bene. Se dovesse aver cambiato ricettacolo sarei costretta a ucciderti.»

Avevo come l’impressione che non lo avrebbe mai fatto.

Mi ricordava un po’ Maud, sfacciata e irruenta, ma in fondo una brava persona. L’unica differenza era che diventava docile di fronte allo Specchio Fumante: la mia figlioccia lo avrebbe preso a cazzotti indipendentemente che fosse stato un dio o un umano.

La studiai mentre si allontanava a controllare i dintorni: era ben definita ma non molto alta, i capelli lasciati liberi sulla schiena. Aveva legato le ciocche laterali in due treccine, unite assieme dietro la testa da un semplice elastico di piume colorate.

«Devi andare in bagno?» brontolò senza guardarmi.

«Sarebbe meglio…» dissi. Si avvicinò nuovamente, liberandomi i polsi senza dire una parola «Grazie.»

«È momentaneo, dopo ti lego di nuovo.»

Non obiettai, dal suo punto di vista era una scelta più che sensata.

Mi alzai e i muscoli bruciarono rigidi per gli sforzi di qualche ora prima, cosa che la spinse, con un sospiro infastidito, ad aiutarmi a raggiungere il bagno.

«Hai fame, extranjero?» chiese appoggiata alla porta.

«No, grazie» risposi «La cucina della tua famiglia mi ha riempito a sufficienza.»

«Sete?»

«Quello sì» la sentii preparare un bicchiere d’acqua, appoggiandolo sulla cucina.

Uscii dal bagno e bevvi avidamente, scoprendomi più assetato del previsto.

«Ancora?» annuii accettando un secondo bicchiere.

Appoggiò il contenitore dentro al lavandino senza staccarmi gli occhi di dosso, poi abbassò nuovamente lo sguardo annodandosi appena le dita: «Vuoi farti una doccia? Non che m’importi, ma che lo Ixiptla Mahuitztic del Supremo Tezcatipoca sia così lercio mi dà fastidio.»

Mi guardai addosso e in effetti facevo pietà: polvere e schegge di vetro e legno un po’ dappertutto, graffi e strappi soprattutto sulle braccia, foglie tra i capelli increspati, per non parlare del nauseabondo odore di sudore a causa delle battaglie e le ore passate a camminare.

C’era da dire che in appena una mattinata ero fuggito da due tentativi di rapimento, avevo superato il confine illegalmente e mi ero perso nel deserto messicano.

Per quel che mi era successo ero ridotto anche bene.

«Sarebbe meglio, in effetti» ammisi aprendo la doccia di fronte al bagno «Però non ho nulla per lavarmi.»

«L’ho notato» disse con una certa stizza «Puoi usare i prodotti che ci sono dentro. Non è molto, ma finché non arriviamo a Tepetl ti dovrai accontentare.»

«È più di quanto potessi chiedere» le sorrisi.

«N-non lo faccio per te, sia chiaro, ma non ho intenzione di attirare l’ira del Supremo Tezcatlipoca. O del Tatloani» si girò stizzita verso la zona notte «Ti preparo dei vestiti, quelli di mio fratello dovrebbero andarti bene.»

La guardai confuso: «Ti fidi? Davvero?»

«Sei ridotto abbastanza male da non scappare» rispose evasiva.

E quello era vero, ma non lo escludevo completamente. Voleva pur sempre portarmi sull’altare sacrificale a farmi strappare il cuore, fuggire alla prima occasione era una scelta da valutare concretamente.

Mi svestii rapidamente, entrando in doccia e accendendo l’acqua. Il primo impatto fu glaciale, migliorando a poco a poco: non era l’acqua fumante di una casa, ma era comunque meglio di quanto mi aspettassi.

«Sei gentile. Per volermi morto, intendo» dissi da dentro togliendomi per bene tutto lo sporco. Una sensazione di benessere mi travolse ogni muscolo indolenzito: avevo sedici anni, ma una doccia era pur sempre una doccia.

Sospirai di sollievo dimenticandomi quello che le avevo detto.

«Il rituale prevede che il sacrificio venga trattato come un dio. Ogni Ordine fa le sue scelte, tutto qui» rispose bussando appena alla porta «Ti lascio l’accappatoio e i vestiti sulla cucina» percepì un certo disgusto e confusione «Ma perché porti dei vestiti così grandi? Sono scomodi se vuoi scappare.»

«Meglio per voi, no?»

«In effetti, anche se non capisco…» si appoggiò contro la porta, sedendosi a terra «Perché scappate? Voi Ixiptla Mahuitztic, intendo. Dovrebbe essere un onore essere scelti.»

«Perché tu lo vorresti essere?» chiesi serio «Rapito, torturato, segregato, il tutto sapendo che finirà con la morte?»

Rimase in silenzio un po’, poi disse: «Forse sarebbe meglio.»

La sentii alzarsi, allontanandosi verso la parte davanti del mezzo.

La sua risposta mi aveva lasciato sinceramente spiazzato.

Cosa poteva mai spingere una ragazza così giovane a dire una cosa del genere? In quel modo, soprattutto.

Non come se fosse un gesto nobile, quanto piuttosto una liberazione.

Mi finii di lavare, recuperando l’accappatoio senza uscire subito e asciugandomi velocemente.

Chasca aveva abbassato le tende del camper, nascondendo l’interno a chiunque fosse fuori dal mezzo. Non ero sicuro lo avesse fatto per decoro, ma non dissi nulla, recuperando i vestiti e sedendomi sul letto.

Un paio di jeans, scarpe da ginnastica sobrie e camicia bianca a maniche corte.

«Ti va bene?» chiese rimanendo seduta sul sedile del guidatore. Mi guardava dallo specchietto retrovisore, tenendosi strette le gambe al petto.

«Non è proprio quello a cui sono abituato, ma per scappare è decisamente più comodo» ammisi sistemando la cravatta con lo specchio d’ossidiana. Con la calma avevo fatto in modo che sembrasse un oggetto ornamentale fatto apposta, una bella pietra sopra al nodo.

Un po’ pacchiana, forse, ma sempre meglio della collana strana che avevo improvvisato a Laredo.

«Non avevo un completo come il tuo da darti, è la cosa più simile che ho trovato…» spiegò senza voltarsi, poi indicò il sedile del passeggero «Vieni a sederti, non voglio che il Supremo Tezcatlipoca si svegli legato a terra.»

Annuii accomodandomi, poi feci per allacciarmi la cintura.

«Ehi, non così in fretta!» esclamò alzandosi e srotolando dello spago da cucina «Solo perché ti ho aiutato non vuol dire che mi fidi» alzai le mani e le allungai i polsi «Dietro.»

«Non ti fidi proprio, vedo.»

«Semplicemente passerà più inosservato» spiegò senza stringere troppo.

«Dici?» mi sistemai un po’ meglio sul sedile. Non le avrei mai detto che era più scomodo che sotto il tavolo, anche perché non mi dispiaceva starle di fianco a parlare.

«In un film lo facevano» annuì allacciandomi la cintura, mettendomi una coperta addosso e un cappellino calato sugli occhi.

«Molto inosservato, in effetti» commentai.

Mi guardò malissimo, alzando nuovamente le tende e preparandosi alla guida.

«Basta che dormi e funzionerà benissimo» disse secca.

«Sarebbe la terza volta in dodici ore» spiegai «È anche vero che stanotte sono stato sveglio fino alle tre e mi sono alzato alle cinque…» sbadigliai. Decisamente il corpo di un sedicenne non era abituato ai ritmi di un ultraquarantenne.

O semplicemente avevo corso così tanto in così poche ore da sentire la stanchezza accumulata.

«Di chi è questo camper?» chiesi cercando di rimanere sveglio.

Trovavo tutta quella situazione stranamente rilassante: il suo modo di guidare insicuro, la premura che mi dedicava, quel sottile velo di tristezza che le offuscava costantemente gli occhi.

Per quanto il suo obiettivo fosse sacrificarmi, non mi sembrava corretto abbandonarla.

«Non sono cose che uno extranjero deve sapere» brontolò rimanendo concentrata sulla strada.

«È dei tuoi genitori?» chiesi alzando appena la testa per osservarla.

Strinse le mani sul volante: «Non distrarmi o mi fermo e ti lego di nuovo sotto il tavolo.»

Decisi di far cadere l’argomento, poi mi sorse un dubbio: «Ma tu puoi guidare?»

La vidi impallidire, poi disse: «C-certo che posso…»

Accettai la risposta tornando a incassarmi nelle spalle.

Avere una coperta addosso era così protettivo, ci sapeva fare per essere una Guerriera.

«Comunque te la cavi bene» dissi senza un apparente motivo «A guidare, intendo.»

Ci mise qualche minuto prima di rispondere, brontolando un sommesso: «Grazie.»

Rimanemmo in silenzio un po’, cullati dalla radio accesa a basso volume.

Probabilmente mi addormentai per qualche minuto, annoiato o effettivamente stanco.

«Ti ho recuperato lo zaino, comunque» disse facendomi riprendere all’improvviso. Non stavo ancora sognando, tanto che per un attimo pensai che fosse un’allucinazione «Quando quei trogloditi degli Ocelotl ci hanno attaccati, intendo.»

Mi voltai, guardandola estasiato.

Quella ragazza aveva salvato i miei appunti prima di me!

Se mai fossi tornato adulto le avrei proposto di diventare mia studentessa.

«Grazie» dissi sinceramente grato.

«Mi sembrava che ci tenessi… e comunque l’ho fatto per il Supremo Tezcatlipoca» mi lanciò un’occhiata veloce «Certo che ti sei portato tanta roba inutile per essere un sacrificio in fuga: chi si porta i documenti di suo padre, dico io!»

Corrugai la fronte confuso.

Perché mi sarei dovuto portare i documenti di mio padre? E poi non ce li avevo nemmeno a Laredo! Che intendesse gli appunti di antropologia?

«Quali documenti?» chiesi confuso.

«Carta d’identità, patente… mica mi dirai che Tomàs Pearsen sei tu!»

Sbiancai, ricordando quello che mi aveva detto lo Specchio Fumante. Distolsi lo sguardo tornando sul paesaggio circostante: «Devo aver preso i suoi per sbaglio.»

«Comprensibile» accese l’aria condizionata «Cos’è successo al Supremo Tezcatlipoca?»

«Credo stia dormendo» ammisi abbassando lo sguardo sullo specchio, con la coperta non lo vedevo, e prima avevo notato solo il glifo in controluce, nulla di più.

«Perché sta dormendo?» chiese Chasca alzando un sopracciglio verso la strada.

«Credo perché ha usato troppa energia contro i Guerrieri Giaguaro.»

Rimase in silenzio per un po’: «Sul serio? Non me lo aspettavo… ma immagino che dopo cinquecento anni sia a corto di energia» annuì risoluta «Bisognerà fare un sacrificio per ricaricarlo prima di iniziare il Texcatl.»

Le avrei voluto chiedere se il fatto dell’energia fosse solo una sua convinzione o se tutti gli ordini credessero ciò, ma probabilmente mi sarei esposto troppo.

Decisi di tacere, infossandomi ulteriormente sotto la coperta. Chasca l’aveva incastrata in modo che non scivolasse durante il viaggio.

«Sai perché sono diventato l’Ixiptla Mahuitztic?» chiesi senza un reale motivo.

«Perché sei uno extranjero di bell’aspetto, ovvio» rispose come se fosse normale «Il Supremo Tezcatlipoca sceglie sempre sacrifici molto belli e che non siano Aztechi. O Mesoamericani in generale.»

Mi pentii di essermi fatto legare in quel modo: bramavo il mio taccuino più di ogni altra cosa!

Mi appuntai mentalmente di prendere nota appena mi fosse stato possibile.

«Però sono cinquecento anni che non si vede, giusto?»

Annuì cupa: «Anche se ci sono stati altri Xochiyāōyōtl, questo è il primo per lui da quando è una pratica “illegale”. O così almeno mi hanno raccontato.»

«Perché? Non hai mai partecipato?»

Si chiuse offesa: «Non sono cose che ti riguardano, extranjero.»

«Avrei anche un nome…»

«E quale? I documenti che hai con te sono di tuo padre.»

Non aveva torto, dovevo trovare un nome convincente che non fosse il mio.

Iniziai a ragionare a riguardo, stupendomi di non averci mai pensato fino a quel momento.

Avere un figlio non era mai stato nei miei piani, sempre se tesi e monografie etnografiche non si potessero definire “figli”.

Ma se fossi stato veramente padre, in effetti, come lo avrei chiamato? Che significato gli avrei dato? Cosa avrei voluto che mi ricordasse?

Ad ognuna di queste domande avevo una e una sola risposta.

«Oscar» dissi con un sorriso triste involontario «Oscar Pearsen.»

«Oscar…» ripeté, poi scosse la testa «Comunque per me resterai “el extranjero”: io sono una Teoyāōquīzqui e tu l’Ixiptla Mahuitztic che porterò al Tatloani» mi lanciò una nuova occhiata furtiva «Non dormi ancora?»

«Perché dovrei?» non rispose «Avevi messo qualcosa nell’acqua?»

«Forse…» brontolò «Insomma, è così che si fa coi sacrifici non collaborativi.»

«Lo dici come se non lo fossi…»

«Dormi e forse cambierò idea a riguardo.»

Decisi di assecondarla, provando a prendere sonno.

Questa cosa del figlio mi ronzava in testa più di quando avrei mai pensato.

Sul serio fino alla soglia dei cinquanta non c’avevo pensato?

Non che avessi avuto relazioni abbastanza durature per pensarci. Maud era arrivata nella mia vita quando aveva dodici anni, ma avevo assunto il ruolo di zio e mentore, non certo di padre.

Ne aveva già avuto uno, non avevo alcun diritto di esserlo io.

«La tua famiglia non saranno preoccupata per te?» chiesi.

«Dormi» rispose aspra.

«Temo che mio padre lo sia…» ironico dato che io ero “mio padre” in quel momento.

Si piegò leggermente in avanti, rallentando il viaggio: «Sei figlio unico?»

«Sì…»

«Allora sarà preoccupato.»

«Dovrei chiamarlo?»

«Forse…» si grattò dietro la testa con un sospiro «Insomma, se dovesse chiamare la Guardia National sarebbe un casino.»

«Più che loro penso contatterebbe i Federali.»

Si accigliò: «Non vivi in Messico?»

«No! Vivo in Texas, a Laredo» alzai appena la testa «Non lo sapevi?»

«Ti pare che lo sapessi?! Ti ho visto al ristorante per la prima volta da quando è iniziato lo Xochiyāōyōtl.»

Rimasi un attimo in silenzio: «In che senso? Non vi scambiate informazioni tra di voi?»

«Mi sembra ovvio di no! Ogni Ordine fa i propri interessi, non divulgano cose come aspetto o epicentro del grido.»

«E allora perché mi hai attaccato?»

Mi indicò il petto con uno scatto della testa: «Ho visto lo specchio e ho dedotto che fossi tu ad aver attivato il Tzatziliztli.»

Mi sollevai un po’ di più: «Mi stai dicendo che ti ho incontrato per caso? Pensavo mi stessi cercando come gli altri.»

«Mi sei piombato in casa, ovvio che ne ho approfittato!» rispose infastidita «Ora smetti di fare domande inutili e dormi. Tanto non abbiamo molta strada prima di raggiungere Anáhuac.»

Feci per replicare, ma mi trattenni notando che stava cercando una zona di sosta.

Con Tezcatlipoca ancora addormentato, era meglio assecondarla. Anche ipotizzando mi ribellassi, mi avrebbe battuto senza problemi.

Ne ero certo.

Inspirai, rilassando i muscoli per quanto possibile, concentrandomi sulla coperta e la radio in sottofondo.

Chiusi gli occhi, spegnendo temporaneamente ogni pensiero.

Dormire, dormire.

Dovevo dormire.

Magari mi sarei risvegliato a Laredo.

*** * ***

«Solo tu potevi attivare una maledizione azteca» disse il ragazzo davanti a me. Capelli biondi e occhi blu petrolio, passava lo sguardo dallo specchio a me ridendo divertito «Lascia questo genere di cose a noi archeologi.»

«Oscar?» chiesi confuso. Il mondo era distorto, come essere in Alice nel paese delle Meraviglie. Sedie volanti, scale al contrario «Non è possibile, tu sei…»

«Morto? Lo hai detto anche prima…» spiegò alzano le spalle «Ma come puoi vedere sono vivo, anzi vivissimo!»

Scossi la testa: «Ma no, tu sei morto, ero al tuo funerale, poi Moud…»

Mi dette un colpetto sulla fronte.

«Auch! Ma che…!» provai a spostarmi, ma sentivo il corpo stranamente rigido. Non paralizzato, quanto piuttosto… spento.

«Svegliati» mi dette un nuovo colpo sulla fronte mentre la sua voce si faceva più femminile e brusca «Ehi, extranjero, svegliati!»

Aprii gli occhi a fatica.

Chiasca mi stava davanti, le tendine del camper abbassate.

Mi dette un terzo colpo sulla fronte.

«Auch!» brontolai confuso.

«Oh, finalmente!» esclamò offesa «Siamo arrivati.»

«Dove?» biascicai prendendo consapevolezza di aver sognato fino a quel momento.

«Ad Anáhuac, ovvio» rispose piccata «Sistemati che ti faccio prendere un po’ d’aria.»

Mi alzai stiracchiandomi, poi mi guardai i polsi liberi. La guardai ancora confuso dal sonno.

«Temporaneo.»

«Immaginavo…» aspettai che si spostasse per mettermi in piedi e barcollare verso il bagno per lavarmi la faccia.

Mi fermai sullo specchio, cercando un mio riflesso in abiti aztechi, ma non trovai nulla.

Tezcatlipoca stava ancora dormendo? Doveva essere veramente distrutto…

Tornai nel camper un po’ più sveglio, guardando il sole che calava fuori dai finestrini.

«Ho dovuto prendere la strada lunga per evitare un posto di blocco degli Otontin, per cui ci abbiamo messo un po’ più del previsto» spiegò senza che glielo chiedessi «Il Supremo Tezcatlipoca?»

«Ancora nulla» ammisi mentre apriva la portiera del camper.

Scese guardandosi attorno, poi mi prese il braccio, trascinandomi fuori.

L’aria fresca della sera fu un toccasana, facendomi riprendere dal sonno e dal viaggio.

Ero ufficialmente via da più di dodici ore, e dubitavo che i vicini non si fossero accorti del disastro a casa mia… a meno che i Guerrieri Serpente o chi per loro non avesse messo a posto.

Perché era ovvio che i Guerrieri Giaguaro non avessero messo a posto.

Non feci in tempo ad apprezzare quel breve momento di libertà che Chasca mi lanciò il telefono.

«Te l’ho caricato» disse rude «Chiama tuo padre e digli che stai bene. Non ho voglia di occuparmi anche della Guardia National o di chi che sia.»

Controllai le notifiche, non che ne avessi molte.

Qualche studente che chiedeva consigli per una tesi, un collega che mi domandava come stesse procedendo la ricerca sullo specchio, quindici chiamate perse di Maud.

Mi venne un colpo e, senza pensarci la richiamai.

«Tutto bene? È successo qualcosa?» chiesi preoccupato senza aspettare che dicesse “Ehi, cretino!”. Perché “pronto” non me lo avrebbe mai detto dopo quindici tentativi di chiamata.

«A me lo chiedi?!» rispose arrabbiata «Mi scrivi di venire a Laredo e la casa è distrutta! Provo a chiamarti e non mi rispondi! Per non parlare di quei tipi strani che hanno provato a catturarmi» sospirò nervosa «Non è che hai pestato i piedi a qualche organizzazione malavitosa?»

«È… complicato» cercai di metabolizzare ciò che mi aveva appena detto «Aspetta, hanno cercato di catturati? Chi? Ti sei fatta male?»

«Gente strana con magliette verdi e capelli rasati» rispose evasiva «E comunque si sono fatti di più male loro, non si aspettavano che li potessi scagliare dall’altra parte della strada» probabilmente mi sentì ansimare nel microfono «Ehi, uncail, tutto a posto?»

Non era tutto a posto.

Non era affatto tutto a posto.

«Nasconditi nell’Ankoun e rimani lì finché non te lo dico, okay?» dissi provando a riprendere la calma. Notai lo sguardo confuso di Chasca e mi girai dall’altra parte parlando più piano «Non tornare a Laredo per alcun motivo. O a Boston. O in qualsiasi posto nelle Americhe.»

«Ma dove sei adesso? Se hai bisogno ti vengo a…»

«Maud, ti prego…» cercai di non sembrare disperato, fingendo un autocontrollo che malauguratamente stavo perdendo «Risolverò tutto, ma rimani al sicuro, d’accordo?»

«Sai che non mi fido se me lo dici così, vero?» rispose lasciando trasparire una certa apprensione «Se avessi bisogno di qualsiasi cosa – ma proprio qualsiasi – dimmelo e verrò subito dal primo tombino disponibile. Me lo prometti?»

«Sì, promesso» annuii «Ma anche tu non metterti nei guai, d’accordo? Ci sentiamo presto, promesso.»

Chiusi la chiamata e un peso enorme mi prese il petto, un macigno che mi trascinava in profondità.

Perché in fondo fino a quel momento tutta quella situazione aveva riguardato me, solamente me, ma se erano arrivati a cercare Maud…

Strinsi lo specchio tra le dita, pregando che Tezcatipoca riprendesse a parlarmi.

Un segno, un rivolo di energia.

E invece nulla, il silenzio più totale.

«Chi era?» chiese Chasca alle mie spalle facendomi trasalire.

«Nessuno…» risposi molto poco convincente. Mi guardò eloquente, cosa che mi mise ancora più in agitazione «S-sul serio, nessuno…»

«Beh, se è così… però una cosa me la puoi dire» mi guardò innocentemente curiosa «Cos’è un Ankoun?»

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