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Creato il 13/10/2026, 21:29 · Aggiornato il 13/10/2026, 21:30

Capitolo 6: VI - Tanto va il camper al largo, che si bucano le gomme

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
MaturoIn corso

Avvertenze (opera)

  • Abuso (fisico o emotivo o psicologico)
  • Copertina AI
  • Infografica AI
  • Prigionia / Rapimento
  • Sangue
  • Tortura
  • Violenza
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Di tutte le domande che poteva farmi quella era la peggiore.

Non perché non sapessi risponderle, il concetto di per sé era semplice per chi era in una mitologia piuttosto che un’altra, quanto perché questo risvegliava il me professore.

E non potevo permettermelo, non sapendo quello che era successo a Maud!

«Diciamo che è il Tepetl per chi è legato alla Mitologia Celtica» spiegai semplificando all’osso. Il parlare di mitologia mi avrebbe aiutato a non pensarci. In fondo era al sicuro, giusto? «Posso chiederti…»

«Ooh, anche loro hanno una guerra rituale per recuperare sacrifici per gli dèi?» insistette Chasca estasiata. L’idea di trovare culture simili alla sua la emozionava più di quanto mi sarei aspettato.

Ma io avevo altre priorità.

Unii le mani: «No, hanno smesso di fare i sacrifici umani più o meno dall’arrivo del cristianesimo – cosa che ha fatto l’intero Messico tranne voi. Detto ciò, volevo sapere…»

«E allora come fanno a rinnovare il ciclo senza sacrifici umani?»

«Non funziona come la Mitologia Azteca, i sacrifici umani erano fatti per motivi diversi. Comunque stavo dicendo…»

«E come si arriva a questo Ankoun? Bisogna superare prove di forza, corse contro il tempo, trap…»

Le presi le spalle con forza: «Esiste ancora l’ordine dei Tosati?»

Quasi glielo urlai in faccia, le mani che mi tremavano mentre la stringevo in un irrazionale gesto disperato.

Mi allontanai rapido, spaventato da me stesso: «Scusa, io non…»

Mi guardò sorpresa, massaggiandosi la spalla e abbassando appena il tono. L’entusiasmo era improvvisamente sparito, lasciando il posto a una serietà invidiabile per una ragazza della sua età.

«Perché me lo chiedi?» disse cupa.

«Temo abbiano attaccato una persona a cui tengo…» ammisi stringendomi le braccia come se avessi avuto freddo.

«Il “nessuno” che hai chiamato prima?»

Annuii mentre l’ansia si faceva maggiore. Ogni sua risposta andava a confermare i miei sospetti, e anche sapendo che Maud se la sarebbe cavata, immaginarla nelle mani di quell’ordine mi metteva ansia.

Il solo fatto che li avesse incontrati.

La loro stessa esistenza.

Chasca mi strattonò verso il camper, aprendo la portiera e facendomi sedere sui gradini.

«Aspettami qui, vado a prenderti qualcosa da bere» mi disse. Mi aggrappai ai suoi pantaloni a sguardo basso.

«Ti prego, resta…» dissi piano spostandomi più su in modo che potesse starci anche lei.

Mi guardò sorpresa, poi assecondò la mia richesta sedendosi di lato, una gamba sul gradino, l’altra abbandonata sull’asfalto.

«Cosa vuoi sapere?» iniziò senza guardarmi.

«Sono com’erano descritti in passato?» chiesi nervoso.

«Vuoi che sia onesta?» annuii con forza «Forse anche peggio.»

«Perché prendono di mira i cari delle loro prede?»

Il suo silenzio valse più di ogni risposta a voce.

Mi pinzai la radice del naso prendendo un respiro profondo che non funzionò a calmarmi.

Iniziai a singhiozzare, forse per disperazione, forse per lo stress accumulato.

Insomma, stavo viaggiando verso la morte con gente che mi inseguiva per tutto il Messico, senza possibilità di tornare a casa, fingendomi una persona che non esisteva.

Il me studioso mi aveva tenuto in piedi fino a quel momento, il me zio acquisito mi aveva spinto a diventare “prigioniero” di Chasca, ma il me umano, quello reale e profondo, aveva trovato uno spiraglio, una crepa da cui gridare la sua disperazione.

«Credevo avreste cercato solo me, che lei fosse al sicuro… e invece, invece…» dissi singhiozzando.

«Ogni Ordine fa il suo gioco…» disse Chasca piano guardando verso fuori «Hai altri a cui tieni? I tuoi genitori, per esempio?»

I miei genitori erano morti da diverso tempo, compagne o fidanzate non ne avevo mai avute, tra i miei studenti non avevo nessun preferito, il mio migliore amico era morto da ormai sei anni.

Rimaneva solo Maud.

Ed era già una persona di troppo.

«Solo lei…» biascicai provando ad asciugarmi gli occhi. Chasca mi passò un fazzoletto «Grazie…»

Mi soffiai rumorosamente il naso.

«Però è riuscita a scappare, giusto? Ha un qualche “superpotere” Celtico?» chiese pensando di tranquillizzarmi.

«Di-diciamo di sì…» singhiozzai riprendendo un po’ di calma, mi passò un secondo fazzoletto «Per fortuna non è inerme, però…»

«Non si può mai sapere» mi lanciò una mezza occhiata «Hai fatto bene a dirle di nascondersi.»

Mi asciugai gli occhi: «È successo anche a te?»

«No» rispose dondolando appena la gamba «Non alla mia famiglia, quantomeno. Forse perché ero una Teo-amini e non un Ixiptla Mahuitztic» sospirò guardando la luna che spuntava all’orizzonte «O forse perché potevano usarla come scusa per fare del male ad altri Teoyāōquīzqui.»

Rimanemmo in silenzio per un po’, lei ad osservare il cielo, io a soffiarmi il naso e sciugarmi gli occhi.

«Comunque questa Mod dev’essere forte se li ha sconfitti tutti da sola» commentò accarezzandosi il braccio. Notai solo in quel momento che portava uno stranissimo ornamento.

Una barra orizzontale che dalla mano arrivava al gomito, sorretta da due bracciali, uno che le tagliava il palmo e l’altro il braccio.

Risi appena: «Sì scrive m a u d. Comunque sì, è forte» la guardai più sereno «Grazie.»

«Tra sfigati ci si capisce» mi dette un leggero colpo alla gamba «Forza, devo prendere gli ingredienti per cucinarti qualcosa o rischi di arrivare a Tepetl senza energie.»

*** * ***

La spesa fu relativamente veloce: Chasca aveva le idee fin troppo chiare su ciò che ci serviva e io a parte un libro di cultura messicana e averle offerto un gelato non avevo trovato nulla d’interessante.

«Potevi prenderti dei vestiti anziché l’ennesimo libro» brontolò mentre tornavamo sul camper.

«Perché? Questi sono comodi» risposi aiutandola a sistemare la spesa.

«Perché sono di mio fratello. Mi fa strano» mi guardò male, poi mi spinse verso i divanetti «Siediti, non voglio il tuo aiuto.»

«Perché?»

«Perché sei l’Ixiptla Mahuitztic, forse?»

«Ma non sono Tezcatlipoca adesso» mi guardò male «Il Sommo Tezcatlipoca, comunque non sono lui. Una mano posso…»

«Provaci e ti lego finché non è pronto da mangiare.»

Alzai le mani, poi le allungai i polsi: «Fai pure, ma troverò comunque il modo di aiutarti.»

Roteò gli occhi abbassandosi e passandomi dei piatti di carta: «Prendine due, se proprio vuoi renderti utile. Ma che rimanga tra noi, non una parola col Tatloani.»

Mi passai due dita sulle labbra chiudendo e ruotando il polso alla fine. Mi guardò confusa: «Vuol dire “bocca cucita”, non ne parlerò con nessuno.»

Tornò a cucinare: «Ti avviso che non sono brava come mio padre.»

«È lui che cucina al ristorante?» chiesi curioso.

«Lui, mio fratello Jesus e mia sorella Amina» rispose senza staccare gli occhi dai fornelli.

«Una bella famiglia numerosa» feci per alzarmi e lei mi lanciò addosso le posate.

«Sette tra fratelli e sorelle, poi ci sono i miei genitori e i miei nonni» mescolò quella che sembrava una zuppa, annusandone il profumo e aggiungendo un paio d’ingredienti «Non hanno mai capito che sono diventata una Teoyāōquīzqui, anche se gliel’ho detto molteplici volte. A pensarci, forse è meglio così.»

«Vorresti che ti credessero?» chiesi.

Ci mise un po’ a rispondere: «Non lo so…» assaggiò la zuppa «Ancora qualche minuto.»

«Il profumo è invitante» commentai mentre lo stomaco brontolava «Ci vorrebbe Tezcatlipoca per…» mi guardò malissimo «Il Sommo Tezcatlipoca.»

«Sarà meglio, altrimenti…»

«Mi leghi, lo so, lo so» mi allungai per prendere il sottopentola su cui appoggiò la piccola casseruola «Pozol?»

«Lo conosci?» chiese sorpresa sedendosi a sua volta e pregando il dio del mais.

«Nel sito non era raro che lo cucinassero» spiegai aspettando che finisse per mangiare.

«Nel sito?» chiese confusa.

«Quello archeologico dove…» mi fermai, ricordandomi di essere un ragazzo del liceo «Dove mio padre sta studiando la cultura azteca» presi una cucchiaiata «Comunque così buono non lo avevo ancora mai mangiato.»

«Grazie, anche se mi scoccia che non lo assaggi il Supremo Tezcatlipoca» brontolò arrossendo «Sicuro che stia ancora dormendo?»

Controllai lo specchio: «Sì, e non credo che si riprenderà ancora per molto.»

Si fece pensierosa: «La situazione è più grave del previsto, allora. Lungo la strada bisognerà trovare un sacrificio idoneo…»

«Senza offesa, ma eviterei» mi bastava già la mia di vita in pericolo.

«Ma se porto un Ixiptla Mahuitztic difettoso non aumenterò mai di grado» sospirò tenendosi il cucchiaio in bocca nervosa «Già sono rimasta solo io, se poi non riesco…»

La guardai confuso: «Ma davvero sei rimasta l’unica?»

Strinse le labbra offesa: «Non sono cose che ti riguardano, extranjero» mi riempì di nuovo il piatto senza che glielo chiedessi «Comunque sì, sono rimata solo io: nessun altro Teoyāōquīzqui o Tlamacazqui, solo io.»

«Solo tu…» osservai la zuppa, girandoci dentro il cucchiaio «Posso chiederti il perché?»

«No» si prese l’ultimo mestolo prima di mettere la pentola a lavare «Ma se proprio lo vuoi sapere, c’entra il mio Tlamacazcayotl.»

«Ouh…» abbassai lo sguardo, intuendo cosa potesse essere successo «Se non ne vuoi parlare ti capisco.»

«Grazie» finì velocemente la sua porzione e andò a pulire la pentola.

«Lo so che non bisognerebbe chiederlo a una donna… ma quanti anni hai?» domandai.

S’irrigidì: «V-ventuno, perché?»

«Ne dimostri molti meno» spiegai. Avevo l’impressione che stesse mentendo, ma decisi di assecondarla.

«Me lo dicono spesso» evitò il mio sguardo mentre prendeva via i piatti e li buttava nella pattumiera «Ci fermeremo qui per la notte, ripartendo domani mattina presto.»

«Va bene.»

Si sedette accanto a me appoggiando lo spago da cucina sul tavolo: «E ti lego prima di andare a letto.»

«Se temi che scappi…» alzai le spalle preparando i polsi.

«Ho detto prima di andare a letto» mi si appoggiò contro stringendo le gambe al petto «È ancora presto.»

La guardai confuso: «Cosa stai facendo?»

«Passo la mia energia al Supremo Tezcatlipoca» rispose senza guardarmi. Ero abbastanza sicuro non funzionasse così, ma decisi di assecondarla «Non sembra di essere appoggiata a un liceale, comunque.»

«In che senso, scusa?» chiesi alzando un sopracciglio.

«Non so, sembra di stare appoggiata a mio padre» mi si strinse di più «Essere l’ultima di sette fratelli è una sfiga enorme, ma ci sono delle cose positive, tipo essere la cocca della famiglia.»

«Allora perché vuoi morire?»

Mi dette una leggera testata sulla spalla: «Non sono cose che ti riguardano… Oscar» chiuse gli occhi, rilassando il corpo.

Aspettai che dormisse pesantemente prima di prenderla di peso e portarla a letto.

La coprii con cautela per non disturbarla, poi andai a sollevare le tende e accendere il motore del camper.

Il navigatore impostato su Laredo.

*** * ***

Ero stato meschino, lo so.

Non avrei dovuto approfittare del suo sonno per andare dove mi pareva con un’età per cui non avrei potuto guidare in Messico.

Ma la necessità fa l’uomo ladro, e io avevo un disperato bisogno di tornare a casa mia, o almeno vedere se c’era ancora.

Per fortuna, Chasca dormì per tutto il viaggio, girandosi di tanto in tanto e stringendosi ancora di più sotto le coperte.

Non ci credevo avesse ventun anni, ma chiederle un documento sarebbe stato controproducente, soprattutto quando si sarebbe svegliata scoprendo che avevo guidato il camper in tutt’altra direzione rispetto a dove voleva andare.

Guardai l’ora: le tre e dodici.

Erano ufficialmente passate ventiquattrore da quando ero diventato il recipiente di Tezcatlipoca, e lui non si era ancora svegliato.

Sinceramente iniziavo a preoccuparmi: se qualcuno ci avesse attaccato in quel momento, tra Chasca addormentata e lo Specchio Fumante in criostasi credo che avrei alzato le mani e mi sarei arreso.

Soprattutto se ad assaltarci fossero stati i Guerrieri Tosati.

Ma perché ero così terrorizzato da quell’ordine?

Tutto stava nei miei studi, ma non solo in quelli, anche nelle parole di Chasca su di loro.

Partiamo da una nozione meramente storico-archeologica: i Coāchicqueh si chiamavano così perché si erano “scorticati” di ogni inibizione, questo voleva dire che non si facevano scrupoli di alcun tipo per arrivare al loro obiettivo.

Se già allora erano i “pazzi invasati” da cui stare alla larga e adesso erano pure peggio, beh… capite bene la mia preoccupazione, soprattutto per chi mi stava intorno.

Osservai la strada deserta prima di controllare il navigatore.

Stavo procedendo stranamente bene, senza traffico e con la strada perfettamente dritta.

Ancora poco e saremmo arriva alla dogana.

E da lì?

L’idea era quella di sconfinare e tornare a Laredo, ma come fare? I documenti non erano validi, presumibilmente eravamo tutti e due minorenni – io no, ma… insomma, ci siamo capiti – e non avevamo alcun permesso per andare in America.

L’opzione migliore era lasciare il camper prima della dogana e proseguire a piedi, entrando, di fatto, illegalmente in un paese dove avevo la residenza.

Il tutto lasciando Chasca da sola in un posto completamente diverso rispetto a dove si era addormentata.

Il mio istinto da zio acquisito me lo impediva, per cui decisi di fermarmi in una piazzola di sosta e aspettare quantomeno che venisse giorno. Le avrei lasciato un biglietto di addio e gratitudine e me ne sarei tornato al mio amato studio.

Devastato dai Guerrieri Giaguaro.

E coi Guerrieri Tosati pronti ad assalirmi.

Okay, forse non era l’idea migliore tornare a casa.

Decisi di sedermi al tavolo, guardando i miei appunti per l’ennesima volta, cercando di capire perché Tezcatlipoca non si fosse ancora svegliato. Se solo fossi riuscito a parlare di nuovo con lui, avrei potuto chiedergli di aggiornarmi i documenti.

Nel mio periodo “Taliesin” – in cui io e il bardo non ci parlavamo direttamente – quando c’era bisogno di discutere con lui, bevevo la Birra di Miach. La mia coscienza si addormentava, mentre lui poteva elaborare analisi con gli altri presenti.

Che dovessi fare la stessa cosa?

In effetti Tezcatlipoca aveva preso il controllo del mio corpo quando il mio cervello aveva smesso di ricevere ossigeno e la mia coscienza era entrata in pausa per qualche secondo.

Controllai nello zaino.

Quando lo avevo sollevato avevo sentito un peso insolito. Alla stregua di un mazzo di chiavi, nulla di più, per cui non avevo indagato.

Ma adesso quella cosa che mi ero portato dietro mi serviva… forse.

Tasca esterna, in mezzo a disinfettante per mani e fazzolettini, c’era una fiala color ambra.

Mi brillarono gli occhi, era proprio la Birra di Miach!

Taliesin era tornato nel ciclo delle rinascite, non si sarebbe mai potuto svegliare se l’avessi presa, ma Tezcalipoca magari sì.

La studiai bramoso, poi sospirai.

Quel “magari” era una variabile molto pericolosa da gestire: se non avesse funzionato? Se avesse funzionato troppo bene impedendomi di riavere il mio corpo? Se avessi richiamato Taliesin dalla quarta morte, diventando un trio in un monolocale su gambe?

In quel caso io sarei stato sparato in un coma involontario e quei due…

Rimisi la fiala a posto, stendendomi sul tavolo affranto.

Non sapevo minimamente dove sbattere la testa!

Che dovessi rileggere il glifo nello specchio?

Aveva senso, ma perché allora ero rimasto un ragazzino? Non sarei dovuto tornare adulto come se si fosse annullata la maledizione?

Certo che anziché tentare un cocktail esplosivo Celtico-Azteco, il recitare di nuovo la “formula” poteva avere un suo senso.

«Tés…» iniziai.

Un rumore inatteso mi interruppe, poi il fischio di una gomma che si sgonfiava attirò la mia attenzione.

Ci era appena esplosa una gomma?

Nel mezzo del nulla?

Da fermi?!

Qualsiasi persona con un minimo di buon senso non solo non sarebbe scesa a controllare, ma si sarebbe barricata all’interno del mezzo in attesa di un assalto di qualche tipo.

E così feci, inizialmente.

Attesi un’ora senza dire niente o fare alcun rumore, concentrandomi solo su ciò che sentivo provenire da fuori e approfittandone per ricaricare la torcia a dinamo.

A parte il vento, non c’era molto altro. Forse qualche ramo e dei cespugli rotolanti.

Non era da escludere che fosse stato un animale: un colpo d’artigli, un lancio fortuito di una pietra, le ipotesi si sprecavano.

E poi non potevo lasciare Chasca a piedi prima di andarmene, no?

Decisi di scendere, lasciando la portiera aperta e avvicinandomi lentamente alla ruota incriminata con la torcia.

La posteriore sinistra era terribilmente afflosciata al suolo.

Mi accovacciai per valutare il danno, scoprendo uno squarcio nella parte bassa della gomma. Netto e pulito, decisamente non un animale o una pietra.

Eppure lì non c’era nessuno a parte noi.

Cercai in giro, trovando una lametta da cutter. Solo la lametta, niente impugnatura.

Possibile che il vento l’avesse fatta volare sulla gomma squarciandola?

Insomma, quante probabilità c’erano che…

«Ehi, tutto bene?» mi chiese qualcuno alle spalle. Portava un profumo eccessivamente forte, di quelli acri da donna di una certa età.

«Non troppo…» risposi concentrato sul capire le dinamiche dello squarcio, oltre al mal di testa che quel profumo di stava causando «Abbiamo forato in un modo alquanto insolito…»

«Sul serio? Vediamo se posso darti una mano…»

Mi scostai appena, voltandomi di tre quarti.

Il più grosso errore della mia fuga.

La luce di una torcia mi colpì in pieno gli occhi, costringendomi a schermarmi con le mani.

Sembrava una di quelle della polizia, col manico in acciaio lungo e fascio abbagliante.

«A me sembra proprio di sì, invece» abbassò la luce nel momento esatto in cui mi stavo abituando, portandomi a uno sbalzo tale da vedere tutto buio.

Sollevai velocemente la torcia, trovando un distintivo appuntato su una divisa della polizia.

Una divisa strana, color verde giada, e anche il distintivo aveva un non so che di familiare ma che non c’entrava con la polizia.

Mi tornò la torcia sugli occhi.

«Ma pensa…» disse l’“agente” che mi stava di fronte «Volevo estorcere delle informazioni a quella Cuicapani – inetta – di Chasca, e invece trovo l’Ixiptla Mahuitztic di Tezcatlipoca. Dev’essere la mia serata fortunata.»

Note di capitolo

-Prossimo Capitolo-

-"Domani smetto", poi ti fai catturare dall'ennesimo caso umano-

Ci leggiamo presto, ciao ciao! -w-

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