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← Lo Specchio d'Ossidiana

Creato il 28/05/2026, 22:46 · Aggiornato il 28/05/2026, 22:47

Capitolo 3: III - Zio Tom ha appena cambiato il suo status da Single a In una convivenza complicata con un dio azteco

@jke_scrittricesuipattiniJKE Sui Pattini
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Tezcatlipoca scivolò nell’avvallamento poco lontano, nascondendosi nella rada boscaglia con la calma di un serial killer che aveva appena smembrato una vergine.

Non che ci fosse troppa differenza dalla realtà: aveva “solo” spedito nel mondo dei sogni chiunque si trovasse nel raggio di venti metri, mandando la dogana in tilt totale.

Dal canto mio non potevo fare molto da dentro lo specchio – perché era lì che si trovava la mia coscienza – se non osservare dove stesse andando.

«Ma come? Neanche un Ocelotl?» commentò fermandosi in mezzo al nulla «Ero curioso di vedere se riuscivo a chocar uno. Nel 1500 non ci riuscivo… a proposito, in che xiutl siamo?»

«2025…» risposi guardando verso l’alto «Davvero siete Tezcatlipoca?»

«2025! Mi está diciendo che mi sono perso la fin del youaltiketl?! Bueno da igual, almeno non hanno sacrificato mi in eso tonali» sollevò nuovamente lo specchio come se stesse guardando una videochiamata «Comunque sì, soy l’unico e inimitabile, profesor

«Non ricordavo potesse prendere il controllo di chi è designato per il suo sacrificio» ammisi pensieroso «Appena risolviamo questo inconveniente, vorrei scriverci un paper… il mondo accademico impazzirà.»

Mi guardò confuso: «Non sembrate troppo sorprendido…»

«Diciamo che ci sono già passato» spiegai alzando le spalle. Più che sorpreso ero incuriosito: come avevo fatto a diventare il “recipiente meraviglioso” – Ixiptla Mahuitztic – dello Specchio Fumante? Non era il fatto che avessi letto ciò che c’era scritto all’interno dell’ossidiana. Non solo, quantomeno «Piuttosto, perché il mio corpo è ringiovanito?»

«¡Qué tlajtlanili! Con questo itlakayo si può escapar meglio» riprese a camminare lasciando ciondolare lo specchio, cosa che mi fece venire il mal di mare per qualche minuto «Non ho alcuna intención di farmi mikilis de nuevo. Non prima di aver visto esto nuevo tlaltipaktli, quantomeno.»

Un’improvvisa certezza mi passò lungo la colonna vertebrale della mia coscienza: «Ecco perché mi hanno attaccato! Ci vogliono sacrificare per il Toxcatl

«¡Din din din! Respuesta saueltsi!» roteò il coltellino a serramanico senza alcun motivo apparente «Ma como ho detto, mi sono un po’ stufato di essere sacrificato dopo un xiutl di belle toauimej, teokuitlatl e tlakuali premasticato. Non è d’accordo con mi, profesor

La prospettiva di morire non mi andava troppo a genio, seppur vedere un rituale del genere mi allettava.

Ma un anno rinchiuso in una gabbia dorata era un tempo che un ricercatore non si poteva permettere di perdere, o così almeno la pensavo io.

Avevo altri Campi Mitologici da cercare!

«Dove siamo?» chiesi provando a guardarmi intorno. Per quanto lo specchio fosse convesso, era difficile avere una visuale perimetrale soddisfacente.

«Dovremmo essere ufficialmente in Mēxihcatlahtohcāyōtl, percepisco chiaramente il Chalchiuhatl» uscì dagli alberi solo per trovarsi in una chiazza semi deserta «Anche se non ho yeyekolistli di dove stiamo andando.»

Il mio cervello metabolizzò molto lentamente l’affermazione, prendendosi diversi minuti per concepire ciò che avevo appena sentito: «Come, scusi?»

«Le recuerdo che a parte il kampeka in cui mi tenevano prima del tlamanayotl, non conosco minimamente el tlaltipaktli. Figuriamoci adesso che è completamente cambiado» rispose tranquillo «Comunque non se preocupe: se ci dovessero attaccare, assaggeranno cinquecento anni di tlakuepilis tlen chikaualistli – ricarica di energia.»

Sporcò le mie corde vocali con una risata gutturale, poi il mio stomaco brontolò bloccandolo a metà.

«Cosa es questa sensazione de vacío che sento nel ventre?» chiese confuso.

«Si chiama fame, è quando non si mangia da diverso tempo e il corpo richiede un apporto calorico adeguato» spiegai sorpreso «Sul serio non sapete cos’è la fame?»

«Le mie precedenti tlaisxnexrilistli non l’hanno mai avuta…» si fece pensieroso «¿Quindi? Dobbiamo trovare del tlakuali? Chissà cosa cucinano adesso in Mēxihcatlahtohcāyōtl, soy curioso

Si rimise a camminare con passo deciso.

«Almeno sapete dove andare, Sommo Tezcatlipoca?» chiesi indagatore.

Si fermò di colpo: «Eficazmente no, e non saprei nemmeno como trovare el kampeka adatto.»

Mi concentrai sul problema, incrociando le braccia pensieroso.

Non che potessi fare molto altro: il resto del corpo era come se non esistesse, inoltre mi sentivo… piatto. O meglio, leggermente curvo, come se la mia immagine seguisse la linea dell’ossidiana.

«Dovrebbe prendere il telefono dallo zaino» dissi infine.

«¿Un tlen en tlen?» rispose sollevando lo specchio.

«Lo zaino, quella cosa che porta sulle spalle.»

«Oh, cacaxtli senza mecapal! Za-i-no» scandì portandoselo davanti «Bello come nome, lo segno nella mia lista di kamanali extranjeras, assieme a cerveza e burro» lo aprì e guardò dentro «Cosa dovevo buscar

«Il telefono…»

«Quell’itzli rectangular retroilluminata?»

«Precisamente, anche se non è un’ossidiana… comunque, se sblocca lo scer…» mi ritrovai improvvisamente nel mio corpo, con il vento caldo che mi colpiva la pelle e la fisicità tridimensionale.

«Troppo complicato, profesor» disse Tezcatlipoca dallo specchio. Sollevai l’oggetto, vedendolo all’interno dell’ossidiana.

Aveva i miei stessi capelli fulvi e gli occhi color giada che brillavano in contrasto con il nero della pietra, il taglio del volto identico al mio. Non portava gli occhiali, ma in compenso aveva un copricapo da giaguaro e il vestito tipicamente azteco al posto del mio cadente completo beige.

«Ma come…» dissi confuso.

«Qué creía él? che avrei manovrato il nostro itlakayo por siempre?» rispose pulendosi un orecchio con il mignolo «Lei si occupa dei kuesoli modernas, io di golpear i tlateuianimej. Mi sembra un tlapatla relativamente equo.»

Non potendo confutare niente della sua affermazione, sospirai e mi chinai a controllare dentro lo zaino.

Non ci volle molto a trovare il telefono, il fatto che lo perdessi spessi tra appunti e documenti mi aveva insegnato a metterlo sempre in una tasca apposita.

Maud aveva provato a chiamarmi un paio di volte, forse per sentire come stavo.

In effetti l’ultimo mio messaggio era un “sto studiando un reperto straordinario! Quando passi te lo faccio vedere, se non l’ho ancora riconsegnato all’università”.

Probabilmente aveva pensato di disturbarmi e non aveva insistito.

Non le avrei mai e poi mai detto che ero diventato la personificazione di un dio azteco.

Decisi di non richiamarla, aprendo Google Maps e cercando un ristorante in zona.

«Il primo posto disponibile è a quarantatré chilometri da qui…» sospirai guardando la strada «Inoltre non mi riesce a dare le indicazioni a piedi. Dovremo continuare provando a seguire la mappa digitale come una qualsiasi cartina…» guardai in alto, cercando di capire la direzione da prendere «Comunque dobbiamo andare verso sud ovest.»

«Esto lo lasci fare a mi!» esclamò il dio facendomi tornare nello specchio «Se c’è una cosa che mi riesce bien è seguir al Tonatiuh

E prima che gli potessi dire qualcosa, aveva preso la direzione opposta.

*** * ***

I quarantatré chilometri iniziali si trasformarono quasi subito in centoquindici, per poi tornare, dopo ore di cammino, a un più ragionevole trentasei, e solo quando si decise a far riprendere a me il controllo.

«¡Ay! ¿Cuándo llegamos?» brontolò Tezcatlipoca dallo specchio.

«Ad occhio una decina di minuti» risposi controllando il telefono «Certo che è strano che non mi dia un percorso a piedi… o un qualsiasi percorso.»

Il dio mugugnò pensieroso: «Non ne so mucho di esti specchi moderni, ma potrebbe essere una chikaualistli tlen mopatla di qualche tipo.»

Controllai la barra in alto come un qualsiasi adulto con una figlioccia adolescente: data e ora, batteria quasi scarica, notifiche inesistenti, dati mobili non pervenuti.

«Credo di aver capito perché vi siete perso, Sommo Tezcatlipoca» ammisi. In realtà l’ipotesi più probabile è che non avesse il minimo senso dell’orientamento, ma non potevo dirglielo apertamente, e ingraziarmelo un po’ non avrebbe fatto male a nessuno. Guardai davanti a me «Però si vede una strada, adesso.»

Velocizzai il passo, superando gli ultimi cespugli e uscendo sull’asfalto.

Di fronte si stagliava il nostro obiettivo: un ristorante di pesce chiamato La Jaibita.

Lo stomaco brontolò di nuovo, talmente affamato da farmi sentire il profumo di cibo fin dall’altra parte della strada.

Entrai senza pensarci, aspettando la cameriera.

«Tavolo per uno?» chiese in messicano, poi mi guardò meglio e alzò un sopracciglio.

In effetti avevo un aspetto riprovevole: abito eccessivamente grande con strappi qua e là, polvere e sabbia su tutto il corpo e foglie tra i capelli.

Non mi era minimamente venuto in mente di sistemarmi prima di entrare.

Lo stomaco brontolò di nuovo, trasformandomi alla vista della cameriera nel perfetto fuggitivo.

«Sì, grazie» risposi fingendo sicurezza.

«Prego, da questa parte…» non lo disse troppo convinta, ma ci fece accomodare a un tavolino ben in vista, probabilmente per controllare che non scappassimo senza pagare.

Ci allungò un menù e tornò a prendere le comande degli altri avventori, per lo più camionisti.

«Alzi un po’, profesor, voglio vedere anch’io» disse Tezcatlipoca schiacciandosi contro la superficie dello specchio.

Mi misi in posizione e subito mi trovai gli occhi di tutti addosso, probabilmente per il modo insolito con cui consultavo il menù.

«C’è qualcosa che la ispira, Sommo Tezcatlipoca?» chiesi a bassa voce. Già sembravo strano, se poi mi avessero sentito parlare da solo avrebbero allertato la Guardia National.

Il dio strinse gli occhi, poi brontolò un: «Mi fido di lei, profesor. Pensavo che todavía escribían in Nahuatl, e non ho intenzione de aprender la vostra tlacuilolli extraña

Chiamai la cameriera con un gesto: «Ti chiederei una porzione di pesce fritto e una birra» mi guardò stranita «Una Cola, intendevo una Cola.»

Sospirai mentre si allontanava, poi, nell’attesa, estrassi gli appunti che avevo preso sullo specchio.

«Cosa fa, profesor?» chiese Tezcatlipoca sinceramente incuriosito «Non aveva già letto esos amatl fino all’agotamiento

«Ho bisogno di controllare un paio di cose» ammisi concentrandomi su ciò che avevo scritto in quei due giorni di full immersion antropologica.

Il primo problema era stato trovare il giusto ordine dei vari glifi, snodando la matassa di forme che componevano un “banalissimo” quadrato dagli angoli smussati.

La scrittura Nahuatl non era orizzontale o verticale, era… complicata.

C’erano diversi modi per leggere un testo azteco, dal piegare la pergamena al seguire dei binari o delle impronte.

Capite bene che un glifo in controluce nero su nero non è la cosa più semplice da interpretare, poi avevo trovato l’ordine e, nell’impeto della scoperta, avevo letto la seguente formula.

Téscatl Popóca

Popóca Nekuámetl

Nekuámetl Ki-uíka

Ki-uíka Nestlaualístli

Ácto Nestlaualístli

Ácto Sciú-itl

Jancuíc Sciú-itl

Jancuíc Tonatíu

Tonatiuh Tèzcatl

In termini puramente occidentali, dunque, il testo doveva suonare più o meno così:

Lo specchio fumoso della discordia fumosa porta il primo sacrificio del primo anno nuovo e il nuovo sole “riflesso” nello specchio.

Siete confusi?

Tutto normale per i meno esperti.

Si trattava di un codice circolare, come un serpente che si morde la coda.

Ma a parte ciò, c’erano tutti i segnali che leggerlo ad alta voce fosse la cosa più sbagliata da fare, ma, come detto prima, io ero talmente stanco ed euforico che decantarlo fu la reazione più… naturale.

O quantomeno accademicamente umana.

Feci in tempo a spostare gli appunti mentre arrivava l’ordine che mi ritrovai nuovamente nello specchio.

«Non le dispiace, vero, profesor? In fondo el itlakayo è lo mismo» disse Tezcatlipoca con l’acquolina in bocca «Tlakuali moderna non premasticato, mi sembra de soñar…»

«Nessuna obiezione, però le chiederei di prendermi “Società Azteca” dallo zaino, Sommo» dissi guardando verso l’alto.

«Uno dei libros che pesa come una texkali?» chiese con la bocca piena.

Prendeva il pesce fritto con le mani, gustandoselo come un bambino la prima volta che assaggiava un cibo nuovo, il che confermò la mia teoria: per lui le posate erano un concetto sconosciuto.

«Precisamente» annuii prima di rabbrividire «Però si pulisca le mani, per favore» lo vidi guardarsi attorno «C’è un tovagliolo vicino al piatto, può usare quello.»

Prese il pezzo di carta e lo studiò confuso: «Usate gli amuxtli per pulirvi in quest’epoca?»

«Cos… no!» esclamai «Si chiama tovagliolo di carta, dopo l’utilizzo va buttato.»

Lo guardò ancora più confuso, poi alzò le spalle e si tolse l’olio dalle dita.

«Tlauel tlasosolojli» commentò cercando nello zaino «Certo che si è portato parecchie cosas inútiles, profesor …» recuperò il libro e lo appoggiò sul tavolo «Lo vede bien

«Lo vedrei anche meglio se fosse aperto» ammisi «Può andare alla pagina degli Ordini Militari?»

«Esto e miak tlamantli per chi mi ha liberato» voltò le pagine abbastanza a caso «Mi dica lei quando ci siamo, profesor

«Qui!» esclamai prima che superasse il punto «Le lettere in alto si leggono “Militar Orders”, poi…»

«Le ho già dije che non voglio aprender la vostra tlacuilolli extraña» commentò tornando a mangiare.

Corrugai la fronte: «Scusi, ma se non capisce l’inglese come ha fatto a prendere il libro giusto?»

«C’era un machiyotl sul bordo, l’ho deduje da eso» guardò verso il libro «Se ha bisogno di traducciones dal Nahuatl sono a sua disposición

«Grazie» dissi iniziando a studiare il testo.

La società azteca presentava sei ordini militari, anche se i più famosi erano Giaguaro e Aquila. A seguire si trovavano – non necessariamente in ordine d’importanza – Coyote, Serpente, Farfalla e Tosato.

Venivano definiti in base al numero di sacrifici catturati… ma quanti sacrifici ci saranno mai stati negli anni duemila?

Era altresì vero che i Giaguaro erano uno degli ordini d’èlite ma non il più alti, ma magari quello era l’ultimo grado raggiungibile in epoca moderna.

Già era stato difficile gestirne due, a cui sicuramente si aggiungevano i Coyote con le loro “manette di pelo”.

Sei sarebbero stati impossibili, anche con Tezcalipoca dalla mia parte.

«Ma di preciso, come hanno fatto a trovarci subito?» chiesi continuando a leggere. Il fatto di non poter sfogliare il libro era la cosa che più mi irritava: avevo bisogno della fisicità della carta per studiare al meglio!

Tezcatlipoca trangugiò l’ultimo pezzo di pesce fritto e bevve un sorso di Cola: «Woah! Questi pahtli moderno sono ilhuicayotl!» guardò verso il basso «Dicevate, profesor

Sospirai: «Io ho letto il glifo, soddisfatto mi sono addormentato e mi sono svegliato ringiovanito. Tutto in una notte. Non si organizza un assalto di quel tipo in una notte, per cui, come hanno fatto a sapere che eravamo lì?»

«Penso lo leyeron in qualche amatl chane – come le ha chiamate? Riviste scientifiche? Anche lei ne aveva alguien sul suo tlacuilolcomitl rialzato» rispose appoggiandosi alla sedia e dondolando appena all’indietro con le braccia conserte «“Scoperta sensazionale!” “Reperto mai visto prima” ecc. Habrán letto di cosa si trattava e si saranno mossi preventivamente

«Ma non potevano sapere che avrei letto ad alta voce la formula, no?»

«No, probabilmente la loro estrategia inizial era solo recuperare il tezcatl per assegnarlo a qualche mallotl estrajero – se funziona ancora como el nocahuayan

«Non avete risposto alla mia domanda…»

Si massaggiò il mento pensieroso: «Insomma, un mio ixiptla non si vede da cinquecento xiutl, potrebbe essersi inescado un Tzatziliztli, un grido di richiamo. Non è detto che lo yollotl fosse dov’eravamo noi – simile a un maremoto del Chalchiuhatl – ma el tezcatl era lì e hanno fatto atar cabos – dos y dos, entiende?» la cameriera si avvicinò e lui ordinò altre due porzioni di pesce fritto «Ciò detto, ha una estrategia

«Aspetti, cosa vuol dire “aver innescato un Tzatziliztli”?»

Incrociò le braccia e le gambe: «Como posso spiegarte… i Tzatziliztli in passato avvisavano di una Xochiyāōyōtl, una Guerra dei Fiori, ma non so come funzioni agora. Per i guerrieri i “fiori” erano il sangue sui nextlahualtin, per noi dèi i Tzatziliztli che “sbocciavano” in giro per il Cemanahuac. Nessuno capiva acquin o donde, per questo ci si peleaba provando a catturare “quelli giusti”. Y hora, se ce ne sono altri, bien o mal dovrebbero averci trovado solo aquellos che avevamo vicino tepetl. Se siamo gli isel… siamo nella mierda

La situazione era diventata improvvisamente peggiore del previsto: quante probabilità c’erano che mentre leggevo il glifo ad alta voce qualcun altro facesse altrettanto o attivasse un “grido”?

Decisi di ragionare su diverse opzioni di fuga, trovandone alcune: una più infattibile delle altre.

Opzione uno: tornare a Dublino.

Dei guerrieri Aztechi non mi avrebbero mai seguito nel vecchio continente, giusto?

C’era solo un problema: avevo i documenti di un ultraquarantenne e ne dimostravo sedici anni, nessuno mi avrebbe fatto salire su una nave, figuriamoci su un aereo!

Opzione due: ritornare a Laredo.

Non li avrebbe tenuti particolarmente lontano, ma almeno avrei recuperato dei vestiti più comodi.

E qui sorgeva un altro problema: avevo superato il confine illegalmente, tornare a Nord sarebbe stato praticamente impossibile!

Cosa gli dicevo? “Scusate, dei ragazzini con simboli aztechi mi hanno rapito per sacrificarmi”? Non sarebbe stato credibile.

«Voi potreste farmi tornare adulto, Sommo Tezcatlipoca?» chiesi sperando di risolvere almeno il problema dei documenti.

«Tecnicamiente sì, en practica… no» si portò le mani dietro la testa, guardando il soffitto «El chicuahualiztli – sforzo – di ringiovanirvi non è stato così semplice come possa sembrar, un nahuallotl – incantesimo – opposto potrebbe non funzionar, funzionar ma tornerei a cochi o funzionar a metà.»

«In che senso “a metà”?»

«Corpo mancebo y osteoporosi da ultracentenario, volto paralizado con metà faccia sedicenne e l’altra metà quarantenne, modificarti el youaltiketl di crescita, facendoti rejuvenecer fino a tornare actli per il resto dei tuoi dias…»

«Come Benjamin Button?» chiesi confuso.

«No tengo que estas, ma immagino di sì» arrivarono le due porzioni di pesce fritto e lui si mise a mangiare senza battere ciglio «Insomma, non potrete tornar adulto finché non techmictizque – ci sacrificheranno – scindendo i nostri due tonalli

«Nemmeno per qualche minuto? Il tempo di salire e scendere da un aereo…» dissi unendo le mani.

Si buttò un pezzo di pesce in bocca: «No»

Sospirai affranto.

L’unica alternativa era scappare e nascondersi da gente che faceva questo genere di azioni probabilmente da quando era in fasce. Il che per le mie capacità attuali era impossibile.

Forse per Tezcatlipoca, ma se fossero riusciti a renderlo inoffensivo, cos’avrei fatto?

Chiedere a Maud di ospitarmi nell’Ankoun era fuori discussione: non avevo idea di cosa sarebbe successo a far collidere il Mondo Azteco con il Mondo Celtico.

Troppo rischioso, dovevo trovare una soluzione alternativa efficace che mi permettesse sia di studiare il “Campo Azteco” dall’interno che sopravvivere al sacrificio.

«Sommo Tez…» iniziai prima che qualcosa ci pungolasse la schiena.

«Non una mossa, extranjero» ci disse qualcuno alle nostre spalle «O sarò costretta a paralizzarti per sempre.»

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