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Mi svegliarono gli scossoni di una strada dissestata.
Sentivo la bocca impastata, la testa incasinata e i polsi doloranti.
Scivolai di lato a causa di un salto improvviso, schiantandomi contro il pavimento metallico e portandomi le mani sul punto incriminato.
Le, dato che erano legate assieme.
«Ehi, state attenti che non si ammacchi» sentii brontolare in messicano «Già è un miracolo che quegli idioti dei Ocelotl non gli abbiano spaccato la testa.»
Qualcuno mi tirò su con una delicatezza che non mi sarei aspettato, poi due ragazzi non troppo forti si piazzarono contro i miei fianchi per non farmi cadere di nuovo.
Aprii piano gli occhi con le mani ancora alla testa, scoprendo di trovarmi in un furgone piombato. Il mio zaino era buttato nell’angolo opposto, a debita distanza, mentre non sembrava esserci nessun portellone d’accesso.
I ragazzi accanto a me portavano le maglie dei Guerrieri Serpente, ma non erano gli stessi che mi erano entrati in casa.
Scappare in quel momento era impossibile, quindi decisi di chiudere gli occhi e ragionare su cosa mi avesse portato all’interno di un furgone piombato coi polsi legati.
Avevo decifrato il glifo all’interno dello specchio, ero tornato sedicenne, mi erano entrati in casa dei ragazzini con magliette da campo estivo azteco e un Guerriero Giaguaro versione Rambo moderno mi aveva chiamato “Sacrificio”.
Diciamo che non era l’inizio che mi sarei aspettato dopo le mie scoperte, e in qualche modo dovevo uscirne.
Però ero tanto curioso di vedere dove si addestravano!
Era un’El Dorado segreta? Un tempio non ancora scoperto dagli archeologi? O qualcosa di più mitologico, come il Chalchiuhatl, il fiume verde?
E poi per quale rituale mi avevano catturato? Gli Aztechi erano molto fantasiosi coi sacrifici umani: dissanguamento, cuore strappato dal petto, dissezione. Ogni tipologia aveva un significato codificato e legato a uno specifico rituale.
Il fatto che venissero eseguiti anche nel ventunesimo secolo aveva un non so che di affascinante.
Anacronistico, terrificate, ma affascinante.
Cercai di concentrarmi sulla mia situazione, provando a mettere a bada il mio imprinting accademico.
Dovevo uscire da lì. Punto.
«Tra poco supereremo il confine» disse chi stava nella parte anteriore «Il doppiofondo è attivo, vero?»
«Per chi ci hai preso, Alexa!» esclamò uno dei due ragazzi trapanandomi il timpano non ancora abituato «Ovvio che è attivo.»
«Infatti vi ho dovuto dire di evitare che cadesse.»
«Se non guidaste di merda, non cadrebbe» rispose il ragazzo che mi stava a sinistra «E poi sono anni che propongo di mettere delle cinture di sicurezza come fanno gli Otontin.»
«Quelle si chiamano “manette di pelo”, e noi non siamo ancora così depravati da usarle» rispose Alexa «Comunque, se riusciamo a consegnare noi il Sacrificio potremmo farci un pensiero.»
Ci fu un leggero balzo, poi la strada si fece più pianeggiante.
«Certo che abbiamo avuto culo» commentò il ragazzo alla mia destra «Non succede spesso di essere già in posizione dove si trova un Sacrificio.»
«A maggior ragione cerchiamo di non perdere il vantaggio» mi sentii lo sguardo di Alexa addosso. Decisi si fingermi ancora svenuto «Come sta?»
«Seduto.»
«Okay, ma è sveglio?»
«Non mi pare…» il ragazzo mi spostò appena i capelli dalla fronte «Non si è svegliato nemmeno quando è caduto. Che invidia.»
«Già» l’altro ragazzo sbadigliò rumorosamente «Abbiamo fatto la guardia tutta la notte, quel tipo non ne voleva sapere di andare a letto… e chi se lo sarebbe aspettato che il ragazzo si sarebbe svegliato dopo così poche ore.»
L’abilità speciale di noi quarantenni: addormentaci alle tre e svegliarci alle cinque.
Chissà se col mio nuovo aspetto avrei mantenuto tale qualità.
«Superata la dogana chiederemo il cambio a Kachina: i suoi dovrebbero essersi riposati mentre ci seguivano» spiegò Alexa muovendo dei fogli «Certo che non mi sarei mai aspettata che il nostro capo mancasse così una cattura.»
«Ti ricordo che sono anni che non portiamo un Sacrificio a Tepetl, secondo te perché?» commentò uno dei ragazzi.
«E sentiamo, chi di voi fenomeni si proporrebbe come capo?» nessuno rispose «Ecco appunto» il furgone si fermò con un paio di balzi e lei chiuse la finestrella «Silenzio ora, c’è il controllo di confine.»
La sentii parlare con qualcuno all’esterno, poi il portello oltre la parete di metallo si aprì con un cigolio ovattato e qualcuno saltò sul cassone.
Era la mia occasione!
Mi accasciai sul ragazzo di quattordici anni alla mia sinistra destabilizzandolo, poi gli mollai una gomitata alla bocca dello stomaco.
Il poveretto si piegò in avanti ribaltandosi sul pavimento.
Al secondo detti una testata dal basso, colpendolo in pieno sotto il mento e costringendolo a indietreggiare.
Rapido mi alzai, mollando un paio di spallate contro la parete esterna.
«Aiuto!» gridai con tutto il fiato che trovai «Aiut…» quello a cui avevo dato la testata mi mise una mano sulla bocca, tirandomi indietro.
Da lì iniziò in una colluttazione che mi vedeva sconfitto in partenza: io che provavo a liberarmi, riuscendo per pochi secondi prima di trovarmi la sua mano nuovamente sul viso, lui che mi sollevava di peso per togliermi la stabilità necessaria a reagire.
Non ero abituato a quel genere di scontri.
La mia filosofia era “tratta il prossimo tuo come vorresti che gli altri trattassero te”, e la violenza fisica non rientrava nelle mie abitudini.
Il ragazzo mi riuscì a trascinare a terra, portando tutto il suo peso sulla schiena e agganciandomi con le gambe mentre scalciavo disperato, sfiancandomi con strattoni inutili.
Provai a sbilanciarlo spostandomi a destra e a sinistra, ma la sua presa era veramente impareggiabile.
Non era una questione di muscoli – lo battevo io che non ero mai stato atletico – quanto piuttosto una questione di abilità.
Lui era un guerriero addestrato, io un professore universitario il cui peso maggiore mai sollevato erano stati tre tomi di mitologia slava!
Riuscii a strapparmi via la mano dal volto.
«Aiut…» mi trovai nuovamente ammutolito, il suo braccio libero che mi stringeva in modo che non alzassi più le mani.
«Riuscite a fare meno casino?» chiese Alexa aprendo appena la finestrella che dava sui sedili anteriori. Mi guardò e sospirò alzando gli occhi al cielo «Perché fanno tutti così? Tlal, dagli una mano» si girò nuovamente «È un problema al motore, fa sempre così quando ci fermiamo» chiuse la finestrella a denti stretti «Sbrigatevi…»
Tlal, il ragazzino di quattordici anni, mi agguantò le caviglie con l’intenzione di legarmele, cosa che mi agitò solo di più.
Lo strattonai verso di me e gli mollai una ginocchiata sotto il mento da manuale, poi in qualche modo spostai la faccia liberando nuovamente la bocca.
Presi un respiro profondo tirandomi a sedere: «Aiut…!»
Mi trascinò nuovamente a terra, prendendomi il viso alla cieca.
«E sta fermo!» esclamò come se potesse funzionare «Tlal, passami il tranquillante!»
«Ce l’ha Alexa davanti!» rispose il ragazzino recuperando un pezzo di stoffa «Provo a imbavagliarlo, magari si calma…»
Con uno strattone verso l’alto mi liberai di nuovo la bocca, ma questa volta morsi la mano del malcapitato prima di gridare di nuovo.
«Okay, adesso mi hai stancato» commentò stringendo di più le gambe e allargando il braccio «Al diavolo le buone maniere!»
Mi trovai la testa bloccata in una morsa ferrea, il braccio del ragazzo schiacciato violentemente sulla carotide.
Il volto esplose di calore mentre gli graffiavo il braccio senza riuscire a respirare.
Quella era una mossa di contenimento da manuale! Anche volendo non mi sarei mai liberto da quella situazione… forse solo con un miracolo.
«Avete sentito, no? È chiaramente un gatto…» dissimulò Alexa ovattata chiudendo nuovamente la finestrella «Ce ne stiamo giusto occupando in questo momento.»
La vista si riempì di lucine, offuscandosi tra chiazze bianche e nere.
La coscienza scivolò in un buio profondo e filamenti verde giada.
Acqua profonda, simile a un fiume, mi copriva, trascinandomi verso il fondo.
Il disertore è tornato…
È tornato per scappare…
Per scappare dal suo compito…
Dal suo compito che non può rifiutare…
Ripresi a respirare con un colpo secco di polmoni mentre guardavo il mondo altezza petto.
Il ragazzo che mi aveva bloccato fino a quel momento era steso a terra, i muscoli mossi da spasmi elettrici incontrollati mentre dal suo corpo fuoriusciva fumo verde.
«¿Cómo? ¿Ya hemos terminado?» disse chiunque stesse controllando la mia persona.
Perché non potevo essere io: vedevo tutto con una visuale da GoPro, simile ai video che facevano alcuni miei studenti durante gli scavi archeologici.
Chiunque fosse si guardò attorno, recuperò lo zaino e lo strinse tra le gambe, aprendolo e prendendo il coltellino a serramanico. Se lo portò alla bocca, tagliando la corda con una calma invidiabile.
Infine si caricò la borsa su una sola spalla e infilò le mani in tasca mentre andava verso la parete.
Dette un paio di calci al doppiofondo, studiò il pannello di controllo e allungò appena la mano.
Non gli servì toccare niente, la vicinanza generò dei piccoli vortici di fumo giada che si piantarono nel metallo come artigli di energia pura.
Il fumo penetrò nel quadro, fondendolo in un’artigliata luminosa mentre il doppiofondo si spalancava.
Il mio corpo s’incamminò con la flemma di un villan appena fuggito dalla camionetta della polizia, saltando a terra con un balzo.
«Ay, Caramba» brontolò guardando tutti quelli svenuti a terra «Non riesco ancora a controllarmi como qualche siglo fa» si stiracchiò e prese in mano la “GoPro”, osservandomi con i miei stessi occhi.
C’era qualcosa di antico nel suo sguardo, qualcosa di potente rimasto assopito per molto, moltissimo tempo.
Era mio alleato? Era mio nemico?
In entrambi i casi aveva appena abbattuto i Guerrieri Serpente e liberato il mio corpo da quel furgone piombato.
E gli ero infinitamente grato per questo.
«Benas dias, profesor» disse con un sorriso furbetto che mai avrei pensato di vedere sul mio viso «Spero non le dispiaccia se prendo un poco il controllo del nostro cuerpo… giusto il tempo di levarci dalle pelotas un paio di fastidiosi insectos.»
Fece per abbassare nuovamente la visuale, così bussai contro il vetro che avevo davanti per attirare la sua attenzione.
«Mi… scusi» chiesi con il fiato corto. Per quanto fossi solo coscienza, accusavo ancora la presa del Guerriero Serpente «Con… con chi ho… il piacere… di parlare?»
Sollevò di nuovo la telecamera: «Ma como, profesor! Ha letto lei il mio nome anoche e non lo recuerda più?» sospirò ghignando «Io soy Tezcatlipoca, e lei è diventato el mi nevo Ixiptla Mahuitztic ¡Felicidades!»