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La letteratura è piena di metamorfosi insolite.
Kafka diventa uno scarafaggio, Tiresia cambia sesso due o tre volte, Ovidio si trasforma in un asino… potrei continuare all’infinito.
Cosa accomuna tutti – o quasi?
Aver rotto un taboo, fatto qualcosa che non si doveva fare, superare i propri limiti umani concessi.
Più o meno come avevo fatto io la sera prima, decifrando un glifo azteco e leggendolo ad alta voce, con l’entusiasmo di un qualsiasi studioso dopo che ha passato due notti insonni ad analizzare uno specchio di ossidiana.
L’euforia e la stanchezza avevano fatto il resto.
Mi ero accasciato sulla scrivania senza nemmeno la forza di tornare a letto, assaporando quel momento di soddisfazione accademica.
Quando mi svegliai ero ancora lì, la bava alla bocca che bagnava gli appunti e la vista sfocata.
Non controllai dove avevo gli occhiali, probabilmente me li ero tolti in un momento di veglia apparente, barcollando verso il bagno grattandomi la testa e stiracchiandomi appena.
«Devo rimettermi a mangiare regolarmente…» dissi notando i vestiti che mi cascavano dalle spalle «Maud si arrabbierebbe se mi sapesse a nutrirmi di cibo cinese e toast all’uovo.»
Mi lavai la faccia in automatico ancora intontito e…
Avevo gli occhiali addosso!
Guardai confuso verso lo specchio, cercando di mettere a fuoco la mia immagine. Il risultato fu un mal di testa atroce che mi costrinse a sfilarmi gli occhiali e pinzarmi la radice del naso.
Quando riuscii ad aprire gli occhi mi resi conto che ci vedevo meglio rispetto al solito.
Non perfettamente – la miopia mi accompagnava dalle elementari – ma non con le diottrie mancanti dei miei quarantasei anni.
Mi guardai meglio allo specchio, tirandomi il viso liscio: niente occhiaie da studio, niente zampe di gallina o altre righe d’espressione.
Rapido tornai in camera, recuperando gli occhiali che portavo al liceo, inforcandoli e scoprendo il mondo normalmente nitido.
Normalmente per quando avevo sedici anni!
Tornai in bagno ad osservarmi: chioma fulva senza capelli grigi, volto pulito e meno scavato, occhi… verde giada, come sempre.
Sospirai appoggiandomi sul lavandino con la fronte.
Avevo già vissuto cose folli come quella, dallo scoprire che Maud, la mia nipote adottiva, era la reincarnazione di Balor al perdere il mio ruolo di manifestazione di Taliesin.
Insomma, ero relativamente abituato al mitologico, tra deformazione professionale e storia personale.
Perché dovete sapere che io sono Tomàs Pearsen, laurea magistrale in mitologia comparata, professore universitario al Trinity College di Dublino, antropologo ricercatore di stanza a Laredo e, a quanto pare, appena maledetto da un manufatto antico.
Come ricorderete, mia nipote si era trasferita nel Ankoun in pianta stabile, mentre io ero tornato sul confine con il Messico per proseguire i miei studi sulla Mitologia Azteca.
«Maud o mi uccide o ride di me…» commentai sollevandomi ad osservare il mio riflesso «Definitivamente mi uccide» sospirai «Vediamo di risolvere questo…»
La porta di casa si aprì da sola.
Uno schiocco singolo, senza rumore di chiavi che battevano sul legno.
Decisamente non era mia nipote che era venuta a trovarmi.
Mi affacciai cercando un qualche segnale mitologico prima di nascondermi di nuovo dietro allo stipite.
«Un lavoro pulito, ragazzi…» sentii bisbigliare da una voce femminile «Siamo i primi ad arrivare, non perdiamo il vantaggio che abbiamo.»
Decisi che andare a chiudere la porta era fuori discussione, così scivolai verso lo studio. Mi fermai ad osservare il piccolo commando – tre ragazzetti tra i tredici e sedici anni – che si appostavano vicino al bagno come degli esperti SWAT. Altri due erano sulla soglia dell’ingresso, controllando un po’ dentro e un po’ fuori.
Portavano maglie verde giada con un glifo oro stampato sul petto, talmente liscio da riflettere ciò che avevano attorno.
Era composto da tre immagini che avevo già visto durante le mie ricerche:
Tepetl
At-Tlachinolli
Coatl
Che si trattasse degli abitanti di un Campo Azteco? Possibile che esistessero altre realtà oltre all’Ankoun Celtico? E ne esistevano altri sulle altre mitologie?
Qualunque cosa fosse, avevo appena trovato il Santo Graal dell’antropologia comparata.
Rimasi ad osservarli affascinato da quella scoperta inedita. Non m’interessava perché mi fossero piombati in casa, troppo incuriosito dal decifrare il senso di quel glifo.
Tepetl voleva dire “Montagna Verde”, ma si poteva trasdure come Casa, l’idea che fosse un “luogo unificante” non era da escludere; Atl-Tlachinolli, “Guerra Sacra”, identificava il termine “Ordine” o “Guerriero”; infine Coatl, Serpente, definiva l’appartenenza.
In conclusione, si poteva interpretare come segue:
Guerriero Serpente della Montagna Verde
Quindi erano divisi per ordini di guerrieri, non per popoli. Ma come venivano scelti? Avevano reincarnazioni o manifestazioni? E come funzionava lo “smistamento” negli ordini?
Sentivo le rotelle girare eccitate, come il rumore di bolas che roteavano pronte alla caccia.
Misi in pausa le mie speculazioni.
Bolas che fischiavano? Non potevano essere i miei pensieri fuori luogo, soprattutto perché il rumore veniva dal bagno.
«Qui non c’è!» il grido arrivò dall'interno, riportandomi definitivamente alla realtà.
Ero appostato dietro allo stipite dello studio e un commando di Guerrieri Serpente mi stavano cercando, non avevo il tempo di pensare alle mie ricerche.
«Come!? Era nel bagno fino a pochi…» mi trovai addosso gli occhi di una delle ragazze, rabbrividendo sul posto.
Le mie domande avrebbero dovuto definitivamente aspettare.
Chiusi la porta dello studio senza pensarci, bloccandola con la sedia e guardandomi attorno in cerca di… boh! Un’arma?
Perché se della gente ti entra in casa cercando di non far rumore ha due obiettivi: o rubare o rapirti.
Ed ero abbastanza sicuro che il loro obiettivo fesse il secondo.
Viste le maglie che indossavano, probabilmente aveva a che fare con le mie ricerche, ma come si poteva collegare al mio ringiovanimento improvviso?
Cercai di ripercorrere gli avvenimenti degli ultimi giorni, ignorando il pericolo fuori dalla porta.
Qualche settimana prima alcuni archeologi avevano trovato un oggetto a dir poco singolare: uno specchio d’ossidiana lucidissimo con una scritta visibile solo in controluce.
Una scoperta sensazionale che aveva riscosso grande interesse tra gli studiosi di tutto il mondo, compreso il sottoscritto.
Mi ero fatto spedire il manufatto quasi subito, e tutti avevano accettato di buon grado dato che nessuno era riuscito a decifrarlo, dagli specializzandi ai luminari più esperti.
Ora, io avrei dovuto ipotizzare che trascrivere il glifo e leggerlo in lingua originale ad alta voce mi avrebbe portato solo che guai, tuttavia la mia curiosità mi aveva spinto a proseguire con il mio lavoro.
Per quarantotto ore consecutive.
Qualcuno bussò alla porta dello studio con la calma di un serial killer risvegliandomi dai miei pensieri.
«C’è nessuno?» chiese una voce femminile «Sono la vicina, ho visto la porta aperta, tutto a posto?»
Rimasi in silenzio, indietreggiando verso la scrivania.
Sicuramente non era la vicina.
Per quanto non fossimo particolarmente legati – per lo più stavo chiuso in studio o ero sul campo a fare ricerca – la sua voce la riconoscevo molto bene.
Non sapevo se rispondere e fingere di esserci cascato o ignorare comprovando la mia presenza.
«Oh, Mrs Klain» dissi il primo cognome che mi venne in mente «Avevo aperto per creare un po’ di corrente… dopo giorni di studio c’era l’aria un po’ viziata.»
Recuperai uno zaino di Maud che usavo per andare in esplorazione, buttandoci dentro alcuni appunti, un paio di libri sulla mitologia azteca e un taccuino.
Buttai l’occhio sulla scrivania: lo specchio era ancora lì, abbandonato dove lo avevo lasciato la sera prima.
Se c’entrava qualcosa – come temevo – dovevo portarlo con me, ma come?
«Sicuro sia tutto a posto? Avete cambiato l’aria solo nel resto della casa, ma lo studio non si apre…» insistette la “vicina” muovendo appena la porta «Sei rimasto chiuso dentro?»
«Non si preoccupi, davvero…» agguantai una cravatta abbandonata su una pila di libri, usandola come legaccio per mettermi lo specchio al collo. Una cosa raffazzonata senza alcun senso estetico, ma non avevo tempo per sistemarmi come avrei voluto.
Cos’altro mi poteva servire?
Una torcia? Dei soldi? Un’arma?
Tutte e tre era la risposta esatta.
Agganciai una luce a dinamo allo zaino, recuperai un coltellino a serramanico che usavo come tagliacarte e lo buttai assieme al portafoglio nella tasca più grande.
«Ho già chiamato i vigili, tra poco entriamo…»
Il colpo arrivò potente, assieme a calcinacci e pezzi di stipite, ma non dalla porta.
Dalla finestra!
Il vetro esplose in un colpo di macuahuitl – una mazza piatta con delle lame di ossidiana – poi un ragazzone entrò nella breccia appena aperta. La maglia simile a quella dei Guerrieri Serpente, ma con il glifo degli Ocelotl, Giaguaro.
«Il Sacrificio è nostro!» esclamò osservandomi come io guarderei un libro azteco integro.
Mi tuffai sotto la scrivania prima che mi arrivasse una mazzata sulla testa, poi rotolai via e mi buttai fuori dalla breccia senza pensarci.
Mi puntellai sul polso, aspettandomi il classico rumore di osso incrinato. Avevo pur sempre quarantasei anni, certe cose non potevo più permettermi di farle… o così credevo.
Mi scoprii a rotolare sull’erba con naturalezza, senza ossa fragili, muscoli indolenziti o poca coordinazione.
Ero veramente tornato il me di trent’anni prima!
Mentre apprezzavo quella trasformazione il “Guerriero Giaguaro” – erano quello? Erano un’altra cosa… in quel momento mi costrinsi a pensare che non era rilevante – si voltò verso di me roteando la mazza.
«Ehi ehi ehi, non ti ammazzo mica» disse pronto a colpire di nuovo «Ho solo bisogno che ti faccia un sonnellino di qualche ora.»
Scattai scivolando con le scarpe sul prato, tuffandomi dietro la casa in cerca di riparo.
Restare lì era diventato ufficialmente un suicidio, ma dove potevo andare?
Non sapevo quanti nemici avessi intorno e quali altri ordini mi stessero dando la caccia – la società azteca ne contava ben sei!
Per ora avevo incontrato Serpenti e Giaguari, forse, se mi fossi concentrato sulle loro caratteristiche principali…
Aspettai qualche minuto, poi con un paio di ampi e silenziosi passi, raggiunsi il portico di una casa vicina.
Da lì potevo vedere il Guerriero Giaguaro che mi cercava spaesato, il che lo rendeva, a modo suo, affascinante.
Un esempio di pura forza bruta, un ariete da sfondamento vivente. E si stava pure trattenendo per catturarmi vivo!
A parte non portare più le pelli animale, per il resto non era troppo diverso dall’ordine guerriero precolombiano, il che lo esaltava accademicamente a una testimonianza antropologica su gambe di come la mitologia fosse funzionale e si adattasse ai cambiamenti umani.
Lo so, al cultura messicana è piena di riferimenti e riscoperte di antiche tradizioni… per fortuna non quella del sacrificio umano. Per questo quel ragazzone era così importante: cosa sarebbe successo che segretamente la cultura azteca avesse continuato con le sue tradizioni meno “etiche”?
Si apriva una prospettiva affascinante, era come trovare una cultura completamente nuova!
Mi abbassai a recuperare il taccuino – dovevo assolutamente registrare questa nuova scoperta – e qualcosa colpì il legno del portico.
Un suono sordo, simile a un sasso.
Anzi peggio, una freccetta.
Cambiai rapidamente i miei piani, portandomi lo zaino sulla testa e correndo sotto il portico in cerca di ulteriore riparo.
Il rumore dei miei passi sulle assi di legno esplose nel silenzio dell’alba, attirando qualsiasi Ordine Azteco nel raggio di quindici metri.
«Ecco dov’eri!» esclamò il Guerriero Giaguaro dal mio giardino. Mi voltai molto lentamente, vedendolo agitare il macuahuitl con una calma non sua «Andiamo, dovresti essere onorato! Non è da tutti essere scelto come Sacrificio di questi tempi.»
E su questo non potevo dargli torto, anzi. Per quanto brutale, vedere di persona un sacrificio umano precolombiano era il sogno bagnato di ogni antropologo che si rispetti.
Ma un conto era vederlo, un altro era esserlo!
E quello non era ancora nei miei piani accademici.
Indietreggiai di qualche passo stringendo lo zaino al petto, trovandomi contro un muro di muscoli ben definiti.
Prima che me ne rendessi conto ero stritolato in un paio di possenti braccia, una morsa soffocante che mi colse eccessivamente di sorpresa.
«Devi solo renderlo un po’ più docile, mi raccomando» disse il ragazzo di fronte a noi «Certo, se serve spezzargli qualche osso non c’è problema, ma non…» si appoggiò la mano al collo sorpreso.
Dondolò appena, ribaltando gli occhi all’indietro, poi stramazzò a terra dormendo come un bambino.
Il suo compagno lo raggiunse poco dopo, trascinandomi a terra con lui.
Feci per spostargli le braccia inerti, ma era come sollevare due steli di Rosetta contemporaneamente.
Se mai fossi sopravvissuto avrei chiesto loro la dieta: doveva essere qualcosa di specifico per renderli così forti.
Mentre riuscivo a spostare uno di quegli avambracci-macigno, una sgradevolissima sensazione di déjà vu mi pungolò al collo.
La testa iniziò a girare, seguita dagli occhi pesanti e il formicolio in tutto il corpo.
Rotolai via a fatica, stringendo lo zaino al petto e provandomi a trascinare verso la porta principale.
Era altresì vero che se nessuno si era svegliato con tutto quel rumore, difficilmente avrebbe sentito me bussare in cerca di aiuto.
Una nuova puntura alla base del cranio mi lasciò steso definitivamente a terra.
L’ultima cosa che vidi furono un paio di scarponcini mimetici mentre qualcuno impartiva ordini in Nahuatl.