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Gli orchi non sembravano stancarsi mai, o almeno così pareva a Bilbo. Nonostante iniziò a piovere a dirotto - e questa volta per eventi naturali - la marcia non veniva arrestata.
Inciampò un paio di volte per quanto gli dolevano i piedi, ma invece di farlo riposare un paio di orchi lo presero per le braccia, aiutandolo a camminare. Pareva avessero una gran fretta, evidentemente la strega aveva detto al loro capo di più oltre che a rivelargli che quello che avevano prigioniero non era Buzul.
Yavanna continuava a seguirlo, non riposandosi per un attimo nemmeno lei, e lo hobbit le riconobbe una grande intelligenza, dato che riusciva a muoversi a pochi metri da loro senza essere individuata.
Quando il sole calò e la notte fu ormai profonda, gli orchi decisero infine di fermarsi. Accesero un grande fuoco e vi arrostirono tre cinghiali imponenti, il grasso che colava sulle fiamme sprigionava un odore forte e acre. Bilbo, però, riuscì a malapena a inghiottire qualche boccone: lo stomaco gli si rivoltava nel vedere quei mostri divorare la carne con foga brutale, strappandola a morsi e lordandosi le mani unte e insanguinate.
Bevvero anche molto sidro di mele e ben presto tutti caddero in un profondo sonno. A quel punto il mezz'uomo pensò fosse il momento di allontanarsi, doveva solo tagliare le corde che gli tenevano legato i piedi e poi con la pony se la sarebbe data a gambe.
Vicino a lui ronfava un orco coi denti così grossi ed appuntiti che lo costringevano ad tenere sempre la bocca aperta. Al fianco sinistro aveva legato un pugnale e cercò di sottrarglielo.
Mettendosi a carponi e provando a fare il meno rumore possibile, lo hobbit gli si affiancò. L'alito puzzolente che si ritrovava, un misto a sidro di mele e qualche altra schifezza, gli fece venire la nausea, ma si sforzò di sopportarlo. Avvicinò le mani alla sua cintura, ma non appena la toccò si ritrasse, spaventato da un gorgoglio che l'orco fece.
Ingoiò saliva e sbatté lentamente un paio di volte le palpebre. Il cuore gli batteva a mille e sentiva le tempie pulsargli per la tensione. Se l'avessero scoperto che tentava di fuggire, non l'avrebbero ammazzato, ma nulla negava loro di legarlo come un salame per tutto il viaggio fino a che non fossero arrivati a destinazione.
Tentò di nuovo e questa volta l'orco non si mosse. Provò a slacciare la fibbia, alternando lo sguardo su di essa e sul viso dell'orco, per assicurarsi non avesse gli occhi aperti, (avrebbe potuto estrarre semplicemente il pugnale, ma pensò che fosse meglio svignarsela armati, se non avesse avuto più a che fare con gli orchi, chissà quante altre bestie feroci avrebbe potuto incontrare nel suo cammino per Lòrien).
Riuscì finalmente nel suo intento e, rapido, si legò l'arma alla sua cintura. Si tagliò poi le corde e si mise in piedi, cercando di intravedere tra gli alberi la sua amica a quattro zampe. Ella si trovava proprio dall'altra parte dell'accampamento e quindi Bilbo dovette dare fondo al suo coraggio per sfilare in mezzo agli orchi senza essere scoperto. Russavano tutti come tromboni e ciò lo fece sperare che i rumori minimi non sarebbero stati in grado di avvertirli.
Mentre passava in mezzo a loro, si sentiva un forte capogiro e si ripeteva "Perché tutto questo a me? Cosa ho fatto di male per meritarmi questo?". Poi si bloccò e gli si accese la lampadina. L'Anello lo rendeva invisibile! Che sciocco, con quello al suo dito avrebbe potuto passare indisturbato!
Lo estrasse, ma proprio quando mancava un centimetro dal suo dito, si bloccò. I suoi compagni erano stati catturati per andarlo a riprendere e lui era fuggito per andarsi a riprendere quell'oggetto. Se non l'avesse fatto, ora starebbe con loro, probabilmente col pensiero che Buzul avesse richiamato i suoi compagni per avere rinforzi, ma almeno erano uniti. Provò un profondo odio per l'Anello e fu tentato di scagliarlo via, ma la parte ormai assuefatta dal suo potere diabolico glielo impediva e poi, a quanto detto dalla Valier, era destino che lo dovesse possedere lui.
Lo ripose nel panciotto, voleva superare gli orchi con solo la sua prontezza d'animo e la sua fortuna - era uno hobbit discendente del vecchio Tuc e pure scassinatore, dopotutto!
Purtroppo, tra tutti gli orchi che lo circondavano, durante la cena non si era accorto che uno di loro aveva rinunciato a bere per fare da sentinella, mettendosi appena fuori l'accampamento, su di un albero, e quando Bilbo uscì fuori dal perimetro, egli diede l'allarme.
Nonostante il torpore dell’ubriacatura, i mostri si ridestarono presto e, ringhiando, andarono a riprendere il mezz’uomo. Bilbo non perse tempo: si lanciò in una corsa disperata e riuscì a raggiungere la sua pony. Con un balzo goffo ma istintivo le montò in groppa e la spronò a galoppare via nella notte.
Gli orchi, però, erano rapidi e instancabili, e le zampe corte di Yavanna non potevano reggere a lungo quel ritmo. Li ebbero alle calcagna per un buon tratto e a Bilbo il cuore batteva così forte da sembrargli un martello in gola, mentre ogni ombra lungo la strada gli pareva una trappola pronta a inghiottirlo.
Proprio quando avvertì l'animale arrancare e rallentare, ecco che udì il suono di acque che scorrevano e ben presto scorse la riva di un fiume... ma non solo!
**«Eccolo che arriva, presto incoccate le frecce, lo stanno inseguendo una marea di orchi proprio come ci aveva detto Lei!" »**
Davanti a lui una compagnia di arcieri di razza elfica pareva lo stessero aspettando e, non appena superò la prima fila, quest'ultima rilasciò le frecce per colpire i primi orchi. Un paio di elfi affiancarono la pony e, prendendola per le briglie, la fermarono.
Bilbo non poteva credere ai suoi occhi, chi erano quegli elfi? Non aveva mai visto quel tipo di armature e il simbolo sul loro scudo.
«Bilbo Baggins, che sollievo vederti incolume, temevamo di non arrivare in tempo.» gli disse un elfo dai lunghi capelli grigio-argento - che dalla sua armatura più sfarzosa degli altri intuì fosse il capitano - poco dopo avergli porto un inchino «Il mio nome è Haldir, Capitano dei Galadhrim, inviato dai sovrani di Lòrien per scortarlo fino al nostro regno.»
Bilbo non riusciva a credere che tutto ciò fosse reale, come avevano fatto a sapere che si trovasse lì? Ma non fu necessario domandarlo ad alta voce.
«La nostra signora Galadriel vi ha tenuti d'occhio fin da quando avete superato il valico dei Monti Nebbiosi e non appena vide che la fattucchiera aveva attaccato la tua compagnia e tu fatto prigioniero degli orchi, ci ha ordinato di andarti immediatamente incontro e liberarti.»
Gli orchi vennero abbattuti, ma subito dopo le nuvole ricominciarono a tuonare.
«Non abbiamo tempo per altre spiegazioni, sali su una delle nostre barche e partiamo!»
Bilbo non replicò e lui e la sua pony vennero imbarcati sulla nave del capitano.
Gli elfi remavano con forza, mentre i tuoni si facevano sempre più cupi e vicini. Bilbo si sentì minuscolo quando la barca passò tra due colossi di pietra: statue gigantesche che, gli dissero, raffiguravano Isildur e suo padre. Le loro mani levate sembravano ammonire i viandanti, e lo sguardo scolpito di pietra incuteva rispetto e timore.
Il fiume increspato e il vento furioso non davano tregua: per ore continuarono a lottare contro la corrente e i marosi. Non poche furono le peripezie, e due delle barche che affiancavano quella del capitano furono colpite da un fulmine, ridotte in schegge e inghiottite dalle acque nere.
Seppur malconci, riuscirono infine a raggiungere il punto d’attracco del regno di Lórien. Il sollievo del mezz’uomo fu immediato: la quiete della foresta, dopo il fragore della tempesta, pareva quasi un abbraccio.
Camminando tra gli alberi, Bilbo intuì subito perché Haldir chiamasse quel luogo sacro: i tronchi si innalzavano come colonne di un tempio, e il fogliame ondeggiante lasciava filtrare raggi dorati che sembravano benedizioni di luce.
All’alba, giunsero nel cuore della foresta, e allora lo hobbit vide ciò che mai avrebbe immaginato: abitazioni sospese e ponti sottili intrecciati con i rami, e un castello che non rompeva l’armonia con la natura, ma vi si fondeva, come se fosse cresciuto insieme agli alberi stessi.
Provò uno strano senso di misticismo e gli parve che qualcuno lo stesse osservando, che gli scrutava l'animo, ed a un certo punto percepì una voce, come un sussurro nell'orecchio, astratto e soave:
"Bilbo Baggins, sei il benvenuto tra noi, periglioso è stato il tuo cammino ed ora potrai riposare un po'... riposa bene perché ciò che ti attende è ancora peggio... il tuo stesso animo verrà messo alla prova... salverai i tuoi amici, recupererai il mio calice... o ti lascerai assuefare dal Potere che porti nella tua tasca?"
Lo hobbit fu percorso da un tremore... quella voce sapeva dell'Anello? E come?
"Non sei l'unico che riceve messaggi divini in sogno e non poche sono le creature che sono in grado di leggere nella mente... ma non temere, il tuo segreto con me è al sicuro, poiché non sarai tu l'ultimo Portatore, verrò un altro dopo di te e porrà fine alle disgrazie che nei prossimi anni colpiranno la Terra di Mezzo. Tu stesso dovrai tacere, continuerai a vivere come hai sempre fatto e un giorno - se il fato non deciderà improvvisamente di farti soccombere in quest'avventura - tutto ti sarà più chiaro."
«Mastro Baggins, tutto bene?» Il richiamo improvviso di Haldir lo fece sobbalzare e poi si rese conto di essere rimasto imbambolato per un po'.
«Si, si va tutto bene.» Scosse il capo e riprese il cammino.
Salì una lunga scala a chiocciola, attraversò un ponte sospeso tra i rami e infine giunse in uno spiazzo ornato da ampi scalini di pietra chiara. Da essi discesero due figure: un uomo e una donna, entrambi di una bellezza tale che Bilbo stentò a credere fossero reali.
Fu la dama, tuttavia, a lasciarlo senza fiato. La sua statura imponente e la grazia dei suoi tratti lo colpirono, ma più di ogni altra cosa lo turbò la somiglianza con la misteriosa figura che gli era apparsa in sogno.
Il suo volto era dolce e luminoso, eppure i suoi occhi ardevano di uno sguardo così intenso da far credere allo hobbit che non fissassero il suo corpo, ma penetrassero direttamente nella sua anima.
E quando infine ella parlò, Bilbo comprese senza esitazione: era lei la voce che poco prima aveva udito nella mente. Evidentemente certe verità non potevano essere pronunciate a voce alta davanti agli altri elfi, e per questo la dama gli aveva parlato in segreto.
«Benvenuto, Bilbo Baggins della Contea, siamo felici che almeno voi siate riuscito ad arrivare nel nostro regno, sono addolorata per le vostre disavventure, ma ora vi trovate in un luogo sicuro e vi rimetteremo in sesto.»
Lo hobbit fece un inchino e poi replicò: «Vi ringrazio, mia signora, le vostre parole sono musica per le mie orecchie. Ma spero non vi offendiate se vi dico che vorrei ripartire per almeno domani pomeriggio, poiché la paura che stia accadendo qualcosa di brutto ai miei amici è forte e non ho alcuna intenzione di lasciarmi andare agli agi proprio a questo punto della mia avventura.»
Bilbo temette per un istante che i sovrani potessero offendersi per la sua schiettezza, ma si rasserenò subito: anche a loro premeva trovare una soluzione rapida. Il fatto che ben tre compagnie fossero cadute sotto l’influsso di quella maledetta strega aveva ferito l’orgoglio degli elfi e acceso in loro il desiderio di riscatto.
Tuttavia, vedendo la stanchezza che gravava sulle spalle dello hobbit, Sire Celeborn giudicò saggio rimandare ogni discussione sulle strategie. Con voce calma, ma ferma, gli ordinò di riposare: il tempo per pianificare sarebbe venuto, e per affrontarlo servivano mente lucida e forze ristorate.
La stanza dove fu messo era sfarzosa e anche lì l'allestimento si adattava perfettamente alla natura, come se stesse dormendo tra i rami di un albero i cui frutti erano lampade da cui scaturiva una fiamma argentea. Il letto di piume poi era comodissimo, decisamente più comodo di quello di casa sua e fu molto tentato di chiedere esso come ricompensa in caso avesse superato anche questa storia.
Prima di provare ad addormentarsi, però, decise di dare un'occhiata all'Anello. Nonostante le peripezie a cui era stato sottoposto, l'Anello era ancora lucidissimo, quasi come nuovo e Bilbo si chiese come poteva essere che un oggetto così piccolo sarà fonte di guai nel futuro? E chi sarà il suo portatore? Se decidesse di gettarlo via le disgrazie di cui Yavanna e Galadriel gli avevano accennato non ci sarebbero più state... ma purtroppo non aveva proprio la forza di volontà per farlo. Era destino, dopotutto. Infine chiuse gli occhi e dopo qualche minuto s'addormentò.
Anche quella notte la strega gli apparve in sogno, assumendo ancora una volta le sembianze di Elianor. Entrambi indossavano vesti d’argento, leggere come seta, e Bilbo si ritrovò adagiato con la testa sulle sue gambe. Lei gli accarezzava i capelli, sorridendogli con dolcezza: nei suoi occhi brillava un amore così intenso da confondergli il cuore.
Con voce soave intonò un canto in lingua elfica, una nenia dal ritmo lento e ipnotico, ma il suo significato gli sfuggiva. Le sue dita scivolarono dalla fronte al petto, fino a sfiorargli il cuore: in quell’istante una palpito violento gli attraversò il petto, come se volesse spezzargli le costole.
Si guardarono a lungo negli occhi, poi lei si chinò e le loro labbra si incontrarono. Bilbo, tremante, sollevò il busto e la cinse alla vita: i baci, dapprima delicati, si fecero più intensi. Essendo lei più alta, i capelli gli scesero addosso come un velo profumato di lavanda, inebriandolo. Si mise in ginocchio, così da raggiungere quasi la sua altezza, e posò le labbra sulla sua fronte.
Ma all’improvviso il profumo mutò: la lavanda divenne odore acre, di bruciato e di morte. I lunghi capelli tornarono bianchi, e quando Bilbo si ritrasse, davanti a lui non c’era più la splendida Elianor, bensì il volto mostruoso della strega.
«Non puoi fuggirmi, non puoi rifiutarmi! È inutile che ti ritrai, una promessa hai suggellato con me e la rispetterai! Se non accompagnato dagli orchi, con gli elfi verrai e una volta sconfitti tu sarai per sempre mio!... o i tuoi amici morranno!» Gracchiò, prendendolo per le spalle, affondando le unghie lunghe ed appuntite nella sua carne, facendogli provare un dolore intenso.
Tal dolore lo fece ridestare di scatto, con il fiatone. Il cuore gli martellava in petto, quelle sensazioni sembravano reali.
Scese di corsa dal letto per avvicinarsi allo specchio, il quale fiancheggiava alla finestra da cui si poté capire, in base alla posizione del sole, che ormai era mezzogiorno.
Si tolse la camicia da notte che gli avevano dato gli elfi e con suo immenso orrore, trovò sulle sue braccia, proprio nei punti in cui era stato penetrato dalle unghie, dei rossori. Deglutì e fu pervaso dallo sconforto. Che cosa fare? Non poteva dirlo ai sovrani di Lòrien... o meglio voleva, ma qualcosa glielo impediva, ma non capiva cosa.
Improvvisamente la porta si spalancò. Era Haldir e aveva un'espressione sconvolta.
«La strega... la strega ti è apparsa di nuovo in sogno, la nostra signora l'ha avvertito ed ha cercato di impedirle di comunicare con te, ma non c'è riuscita ed ora è a letto a riposare... che cosa ti ha detto?» Lo prese per le spalle e si accorse dei segni non appena Bilbo rispose con un'espressione di dolore.
Venne condotto in fretta e furia al cospetto di Sire Celeborn per interrogarlo, ma a fatica riuscirono a cacciargli fuori qualche parola, poiché qualcosa in lui gli impediva di aprirsi, la stessa sensazione che provava quando pensava di voler gettare via l'Anello e non ci riusciva.
Il sovrano elfo iniziava a perdere la pazienza, non vedendo il motivo per cui Bilbo non voleva rivelare i dettagli del sogno. Ma a un certo punto arrivò Galadriel che disse loro di lasciarlo stare, che non era colpa sua se non diceva niente e che invece era tempo di pensare ai preparativi.
«Mia signora, perché non siete più a letto?» Celeborn le andò incontro, prendendola per le mani. Dal suo sguardo, Bilbo lesse profondo amore.
«Ce la faccio, non ti preoccupare, ormai mi sono ripresa... e comunque avrò tempo di riposare più tardi, ora importanti sono gli affari di cui dobbiamo discutere.» si voltò verso il mezz'uomo «Mastro Baggins deve partire oggi stesso e con lui un'altra compagnia, capeggiata da un uomo divenuto ormai famoso per aver abbattuto il drago Smaug: Bard, l'Arciere.»
Bilbo si ricordava bene di quell'uomo dall'aria severa ma dall'immenso coraggio e si chiese se veramente potesse avere possibilità di vittoria con lui, dato che pure Gandalf era stato preso dalla strega.
L'uomo fu contento di rivedere Bilbo e lo salutò con calore. Contraccambiò e poi tutti quanti andarono a tavola per rifocillarsi e discutere del piano.
Il cibo era indubbiamente ottimo, ma l'ansia per la fine che avevano fatto Gandalf, Legolas e gli altri suoi compagni non gli facevano gustare nemmeno l'ottimo sidro di mele che un'ancella gli aveva versato nel calice. A quanto pare, oltre a Bard sarebbero partiti altri dieci soldati - più un supporto militare per avere man forte durante la traversata che una e vera e propria compagnia.
Haldir si offrì volontario per la traversata, ma riuscì solo ad ottenere il permesso di scortarli fino al confine del regno di Lòrien, poiché non si potevano privare addirittura del loro miglior capitano. Purtroppo non c'erano molte novità, l'unica volta che la strega uscì e poi rientrò fu solo quando andò ad attaccare la compagnia dello hobbit, ma in base a quanto avvertì per fortuna Gandalf e gli altri sembravano star bene.
Vennero poi mostrate le armature e le armi che gli elfi avevano forgiato con le scaglie di drago, li avrebbero dati a Bard, Bilbo e gli altri uomini, ma avrebbero portato anche una scorta in più, in caso avessero ritrovato viva la compagnia, dopotutto erano destinate a loro fin dall'inizio.
Dopo aver pranzato ed aver preparato i bagagli, Bilbo si recò nella stalla ove tenevano Yavanna.
Le carezzò la criniera ed ella contraccambiò premendo il muso sul suo petto. In questa terra a lui sconosciuta, tra tutti questi elfi che, seppur fossero magnifici, non conosceva affatto, l'unica sua vera amica era la pony. Si conoscevano da poco, ma era l'unica che gli riuscisse a dare conforto.
«Vorrei non portarti con me, non vorrei ti accadesse qualcosa. Mi sei molto cara e finita quest'avventura vorrei portarti con me alla Contea.» Il tono era grave, gli occhi lucidi, voleva veramente bene a quell'animale.
La pony parve capire le sue parole e di tutta risposta batté gli zoccoli delle zampe anteriori, scosse il capo e spinse con più forza il muso sul torso.
Mosso da nuova commozione, Bilbo gli cinse il collo e gli premette contro la fronte.
«Prometto che ti proteggerò, mai nulla di male ti accadrà e finita questa storia ce ne andremo in giro per nuovi viaggi, magari torneremo a Gran Burrone e staremo lì per un po'. Ti piaceva tanto la biada che ti davano eh?» Yavanna nitrì in un tono che lo hobbit interpretò fosse una risata.
Non v'era dubbio, quel pony era veramente intelligente, dopotutto era benedetto dalla Valier della natura.
Arrivò il primo pomeriggio e tutti furono pronti per mettersi in marcia. Se tutto fosse andato bene, in un paio di giorni sarebbero arrivati nella "Zona senza Potere".
Bilbo s'affiancò a Bard ed Haldir, che stavano in prima fila, mentre gli altri cavalieri si misero in fila per due dietro di loro.
Mentre passavano lungo il viale principale del casato di Lòrien, gli abitanti li salutavano sventolando fazzoletti e lanciando fiori.
Bilbo si voltò verso Galadriel che, affianco a suo marito, in una candida veste di seta lo fissava intensamente. Alzò leggermente il braccio destro per salutarlo, ma dallo sguardo si capiva che riponeva molta fiducia in lui. Lo hobbit fece un cenno col capo e poi si voltò.
Infine il gruppo scomparve all'orizzonte, verso il sole che faceva risplendere le armature di fattura elfica.
Sarebbero stati in grado di sconfiggere la strega?